I FATTI DEL 1860

Antefatti, proclami, situazione locale

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Cenni storici sulla Città di Bronte

I Fatti di Bronte

ANTEFATTI - DECRETI DI GARIBALDI - SITUAZIONE LOCALE - I FATTI DAL 2 AL 9 AGOSTO - DIBATTITI E RICOSTRUZIONI

Il Comune di Bronte ed i suoi abitanti, legati da sempre al lavoro della terra, hanno vissuto per secoli all'ombra di una strana, fraudolenta usurpazione del loro ter­ritorio: trasferito nel 1494, con bolla pontificia, a favore dell'Ospedale Maggior di Palermo e nel 1799, con spregiudicata donazione borbonica, a favore di Nelson.

Un’incredibile causa legale volta a riavere il territorio, durata senza interruzione di fronte ai tribunali per oltre quattro secoli, era stata vana ed inutile: i contendenti (l’Ospedale, i Nelson ed il comune) agivano su piani diversi di possibilità di manovra e la comunità di Bronte priva di sostegni e protezioni risultava sempre perdente.

In questo perenne stato di vassallaggio e di gravi crisi, era cresciuto nel corso degli anni, alimentato in tutti, di generazione in generazione un acuto desiderio di rivincita e di speranza di poter assistere tutti, prima o dopo, al rientro dei beni perduti.

Il malcontento popolare, per nulla latente, ebbe le prime manifestazioni con i moti rivoluzionari del 1820 e del 1848, ma raggiunse il culmine dell'esasperazione con la rivolta del 1860 (meglio nota come "i fatti di Bronte").

La rivolta faceva seguito ai decreti emanati da Garibaldi che prometteva lo smantel­lamento dei latifondi e la spartizione delle terre.

Anche perché qualche mese prima, subito dopo lo sbarco,  lo stesso il Dittatore aveva annullato un'altra donazione borbonica restituendo agli antichi legittimi proprietari siciliani il feudo di "Bisaquino", sito nella zona di Palermo, anche questo regalato, come aveva fatto per quello di Bronte, dal re di Napoli ad un suo favorito (il famigerato ministro di polizia Maniscalco).

Nell’illusione di un ritorno in mano loro oltre che dei demani anche delle terre due volte usurpate nel 1494 e nel 1799, le speranze dei contadini quasi tutti poveri e viventi di semplice ed aleatorio bracciantato si erano quindi improv­visamente riaccese.

Inutile dire che, assetati di giustizia dopo secoli di stato servile, presero troppo alla lettera le parole del neo dittatore dell'Isola e pensarono che fosse giunto il momento tanto atteso della divisione del feudo Nelson.

Tutto questo non avvenne, come tutti si aspettavano.

La gente di Bronte, ancora una volta, non aveva fatto i conti con la storia, con gli intrighi internazionali, con gli inte­ressi particolari e di classe.

La loro aspirazione di giustizia sociale sfociò in un orrendo massacro cui seguì un altret­tanto orrendo giudizio sommario, favorito dall'intollerante atteggiamento tenuto da Nino Bixio che, suo malgrado, era stato inviato da Garibaldi a sedare la rivolta onde evitare di compromettere i rapporti con il governo inglese in loco rappresentato dagli eredi di Nelson.



I FATTI DI BRONTE DEL 1860

Antefatti

L’11 Maggio 1860, sbarco dei Mille, nello stesso storico porto chiamato dagli Arabi, 1033 anni prima, Marsa-Ali. Gli uomini (1089 o 1092) erano già sbarcati quando soprag­giunsero la pirocorvetta Stromboli e i due piroscafi Capri e Partenone coman­dati da Guglielmo Acton, inglese al servizio del Borbone. 

Nella rada di Marsala c’erano anche le cannoniere inglesi Argus e Intrepid, inviate da Malta per coprire lo sbarco.

L’Acton, attraverso il binocolo, vedeva movimento di uomini in camicie rosse e avendoli scambiati per i Red Coast delle truppe inglesi, con i loro comandanti, si astenne dal­l’aprire il fuoco.

La Storia è anche fatta di piccole cose: se Acton avesse fatto in fondo il suo dovere di soldato i Mille avrebbero fatto la stessa fine della spedizione di Pisacane e la storia della Sicilia, forse, sarebbe stata da scrivere in tutt’altro modo.

Allo sbarco seguirono i vari proclami di Garibaldi, l’entrata a Palermo, la battaglia di Milazzo, la capitolazione di Messina.

Con la conquista di Palermo, secondo una prassi consolidata (diritto dei vincitori), gli atti compiuti dai vecchi dominatori venivano considerati nulli e i beni si riconsegnavano ai vecchi padroni.

Identica cosa sarebbe dovuta avvenire a Bronte con la Ducea Nelson.

Garibaldi, inve­ce, di annullare "illic et immediate" la donazione fatta al Nelson ai danni dei brontesi, preferì adottare il metodo dei due pesi e due misure.

Almeno così credevano i brontesi che ignoravano i contenuti dei dispacci segreti inviati dall’Amministrazione della Ducea ai viceconsoli inglesi di Catania (Jeans) e di Messina (Richard) e che questi inoltravano al console Generale di Palermo Goodwin.

Quest’ultimo informava il Ministero degli Esteri Russel che di rimando sommergeva di dispacci sia il Dittatore Garibaldi che il governatore di Catania.

Da ricordare anche che, la notte del 5/6 Maggio, navi inglesi e sabaude avevano coperto la partenza di Garibaldi da Quarto e che ancora gli inglesi avevano finanziato l’impresa con pubblica sottoscrizione.

A Catania c’era stata un’agitazione il 15 Maggio; il Gen. Clari, in un suo rapporto del 25/5, segnalava l’appartenenza al comitato rivoluzionario del viceconsole Jeans, assieme al Poulet, al Casalotto, al Marletta ed altri.

Il 31 Maggio insorgeva Catania e le squadre al comando del Poulet, scendendo da Mascalucia, avevano la meglio sui regi di Clari ma l’improvviso arrivo delle truppe di Gaetano Afan de Rivera avevano ribaltato nuovamente la situazione.

Ciò malgrado il 3 Giugno arrivò alla guarnigione di Catania l’ordine di ripiegare su Messina.



I FATTI DI BRONTE DEL 1860

Proclami, decreti e messaggi di Garibaldi

Per inquadrare meglio i "fatti di Bronte" è necessario ricordare che il successo dei Mille dipese anche dal concorso dei contadini insorti che si univano a loro.

Perciò, al fine di soddisfare le masse rurali, Garibaldi prese rapidamente delle misure sociali importanti: abolì la tassa sulla molitura del grano, particolarmente odiata, ordinò la ripartizione, a favore dei contadini poveri e dei combattenti, delle terre del demanio comunale.

E' opportuno anche riportare i seguenti decreti dittatoriali:


14 Maggio 1860, Proclama di Salemi:

Proclama di Giuseppe Garibaldi (Calatafimi, maggio 1860)"Siciliani, Io vi ho guidato una schiera di prodi accorsi all'eroico grido della Sicilia, resto delle battaglie lombarde.
Noi siamo con voi! Non chiediamo altro che la liberazione della nostra terra.
Tutti uniti, l'opera sarà facile e breve. All'armi dunque! Chi non impugna un'arma è un codardo e un traditore della Patria. Non vale il pretesto della mancanza d'armi.
Noi avremo fucili; ma ora un'arma qualunque basta, impu­gnata dalla destra d'un valoroso. I municipi provvede­ranno ai bimbi, alle donne, ai vecchi derelitti.
All'armi tutti. La Sicilia insegnerà ancora una volta, come si libera un paese dagli oppressori colla potente volontà d'un popolo unito".


19 Maggio 1860, da Passo di Renna:

Garibaldi sanciva che i reati avvenuti durante la guerra, di qualsiasi natura, commessi da soldati o civili, venivano giudicati da un Consiglio di Guerra (etc.).


28 Maggio 1860, da Palermo:

Garibaldi emanava un decreto avente per oggetto: Sanzione di morte per i reati di furto, omicidio, saccheggio e devastazione.
Pertanto detti reati venivano puniti con la pena di morte mediante fucilazione alla schiena; pertanto nessuno era autorizzato a fare da sé vendetta ma reclamare giustizia dal Governo.
Si vietavano, così, nel modo più categorico, tutti quegli atti che potevano causare scene di furore popolare, linciaggio verso i fautori del passato regime borbonico.
Il decreto sanciva anche che chiunque con parole o scritti eccitava il popolo contro tali cittadini veniva arrestato come reo di "omicidio mancato".
Se il perseguitato veniva gravemente ferito, percorso o ucciso, il o i responsabili venivano condannati alla pena di morte.


2 Giugno 1860, da Palermo:

 GIUSEPPE GARIBALDI«Italia e Vittorio Emanuele
Giuseppe Garibaldi comandante in capo delle forze nazionali in Sicilia, in virtù dei poteri a lui conferiti, decreta:

- Art. 1. Sopra la terra dei demani comunali da dividersi, giusta la legge, fra i cittadini del proprio comune, avrà una quota senza sorteggio chiunque si sarà battuto per la Patria.
In caso della morte del milite questo diritto apparterrà al suo erede.

- Art. 2. La quota, di cui è parola all'articolo precedente, sarà uguale a quella che sarà stabilita per tutti i capi di famiglia poveri non possidenti, e le cui quote saranno sorteggiate.
Tuttavia se le terre d'un comune siano tanto estese da sorpassare i bisogni della popolazione, i militi e i loro eredi otterranno una quota doppia di quella degli altri condividenti.

- Art. 3. Qualora i comuni non abbiano demanio proprio, vi sarà supplito colle terre appartenenti al demanio dello Stato e della Corona.

- Art. 4. Il Segretario di Stato sarà incaricato della esecuzione del presente decreto.»


13 Giugno 1860: Messaggio ai cittadini

"A voi robusti figli dei campi, io dico una parola di gratitudine in nome della Patria italiana, a voi che conservate il fuoco della libertà sulle vette dei monti, affrontando in pochi e male armati le numerose ed agguerrite falangi dei dominatori.

Voi potete tornare oggi alle vostre capanne colla fronte alta, colla coscienza di aver adempiuto un'opera grande. Come sarà affettuoso l'amplesso delle vostre donne inorgoglite dì possedervi accogliendovi festose nei focolari vostri.

E voi conterete superbi ai vostri figli i pericoli trascorsi nelle battaglie per la santa causa dell'Italia.

I vostri campi non saranno più calpestati dal mercenario, vi sembreranno più belli e più ridenti. Io vi seguirò col cuore nel tripudio delle vostre messi, e delle vostre vendem­mie e nei giorni in cui la fortuna mi porgerà l'occasione di stringere ancora le vostre destre incallite, per narrare delle vostre vittorie e per debellare nuovi nemici della Patria, voi avrete stretto le mani di un fratello!”


28 Giugno 1860: Decreto avente titolo "Legge elettorale …" (etc.) che regola­mentava per ogni Comune la composizione della Commissione elettorale, la scelta dei locali per le sedute, la compilazione degli avvisi da bandizzare o affiggere, la trascri­zione nel registro su quanto deliberato.

Le liste dovevano contenere pure nome, cognome, paternità, età, professione e domicilio dell’elettore che riceveva un biglietto, firmato e numerato progressivamente, da presentare all’atto della votazione.

Era infine vietata l’iscrizione degli aventi diritto fuori parrocchia o in più quartieri.



I FATTI DI BRONTE DEL 1860

La situazione locale

Bronte, in quell’anno aveva una popolazione di poco superiore agli 11.000 abitanti (due anni prima, nel 1858, in un documento dell'Intendenza di Catania risultavano 11.629) molti dei quali esercitanti attività agricolo-pastorale (i dati ci provengono dai "riveli", cioè autodichiarazioni fatte sotto giuramento).

Nel panorama siciliano il paese etneo, allora, rappresentava un caso limite: la piccola proprietà terriera, che le diverse leggi emanate dopo l'abolizione della feudalità dovevano favorire, era rimasta un sogno: l'81% del territorio comunale (quello più fertile) era in mano a pochissimi: la Ducea Nelson, il Comune, 7 nobili e 11 benestanti.

Gli altri (cioè tutta la popolazione brontese) vivevano e lavoravano nella speranza di possedere un giorno un pezzetto di terra.

I nuovi padroni inglesi, sul territorio già dal 1799, avevano peraltro stravolto anche i precedenti, precari, equilibri sociali, acuitisi ulteriormente con l’abolizione degli "usi civici", quest’ultimi voluti dal Governo Borbone.

Gli amministratori ducali, da perfetti padroni, soggiogavano le masse dei lavoratori chiudendo le vecchie trazzere che facilitavano l’accesso ai campi e imponendo, con guardiani armati, i diritti di pedaggio.

Davano anche inizio al taglio dei boschi per farne carbone da vendere ai brontesi e nel contempo proibivano l’ingresso negli stessi boschi e negli altri superstiti, a quanti vi andavano per pascolo, per legnare, raccogliere frutti o erbe mangerecce.

Così, terre prima aperte al pascolo, venivano chiuse, coltivate o seminate.

I trasgressori, sorpresi all’interno dei feudi da servili campieri (anche brontesi) al servi­zio del Duca, esercitavano il diritto di scudisciare, elevare salate contravvenzioni anche per banali motivi (di solito per legna raccolta nei boschi ducali) ed anche incarcerare.

In poche parole, sulle masse di diseredati brontesi, la Ducea esercitava "diritti di vas­sallaggio" poggianti su ingiustizie, angherie e sopraffazioni.

Amministratori comunali, brontesi di nascita, pilotati e votati ai "forestieri" gestivano la "cosa pubblica" privilegiando gli interessi inglesi a tutto svantaggio della povera popo­lazione locale.

I popolani covavano dentro quindi antichi sentimenti di vendetta per i molti torti subiti, per la stagnazione economica come pure per l’aumento dei prezzi.

A stento il popolo brontese cela rabbia e malcontento.

Scrive Benedetto Radice (Nino Bixio a Bronte): "Erano trecento cinquanta anni che Bronte lottava per i suoi diritti, dei quali le fatali donazioni di Papa Innocenzo VII nel 1491 e di Ferdinando I nel 1799 l’aveano spogliato. Aveva visto il suo territorio assottigliarsi di giorno in giorno fino a sparire interamente per novelli diritti, cavilli e pretese…".

"Senza dire - continua Leonardo Sciascia nella prefazione del libro -, delle libertà sessuali che i galantuomini si concedevano con le ragazze del popolo: e basti consi­derare che nel 1853 c’erano a Bronte (su circa 10.000 abitanti) 38 balie comunali, nutrici cioè dei bastardi di ruota".

L’occasione del riscatto sociale e della fine di tanti secoli di ingiustizie è data dall’ar­rivo di Garibaldi in Sicilia, dalle sue vittorie fulminee sui Borboni, dai proclami di scio­glimenti dei consigli civici, dai decreti riguardanti la divisione delle terre e dall’abolizione della tassa sul macinato.

Questo fornì alla massa lo spunto per riunirsi in comitati "liberali" e tentare di scrollarsi di dosso, in un solo colpo, sia i padroni ducali come pure i "cappelli" i quali approfit­tando del proprio ruolo egemone sotto i borboni, si erano appropriati delle terre comunali.

Con lo scioglimento del Consiglio Civico per decreto dittatoriale, a Bronte era venuta meno anche la carica di Giudice; quindi il Governatore di Catania, a seguito delle solite pressioni pervenutegli a mezzo dispacci dal Console generale inglese Goodwin, nominò Presidente del Municipio il cittadino Sebastiano Luca e alla carica di Giudice l’avvocato Nunzio Cesare, ambedue di tendenze filoducali.

Avrebbe dovuto tenere in debito conto le giuste aspettative dei Comunali (o dei Comunisti) e del popolo tumultuante che riconoscevano nell’avvocato Nicola Lombardo il loro capo, dividendo le due cariche in modo più equo.

Il non aver saputo egli resistere alle pressioni inglesi né ponderare la delicatezza del momento fu un grave errore politico che avrebbe avuto, da lì a poco, ripercussioni funeste sul sociale.

A Bronte, fatto inspiegabile per le masse, non venne abolita la tassa sul maci­nato che penalizzava i più poveri, ma, soprattutto, non venne realizzata la divisione delle terre della Ducea, dal momento che, caduto il regime borbonico in Sicilia, credevano tutti fosse venuto meno la donazione a suo tempo fatta al Nelson.

Il popolo, stanco di subire prepotenze, identifica nei "cappelli" i possidenti "ducali-borbonici", conservatori e oppressori; mentre chi ha cuore gli interessi del Comune e sta col popolo è considerato "liberale, reazionario, antiborbonico".

Aspirazioni deluse, sete di vendetta, rabbia ed odi inveterati spingono le categorie più basse alle estreme conseguenze, e il 31 Luglio arriva l'irreparabile, anche se la pru­denza e l'intervento di cittadini liberali (fra i quali lo stesso Nicolo Lombardo), cercano di frenare l'irruenza spaventosa del popolo.

Vedi anche B. Radice in "Nino Bixio a Bronte" di B. Radice.
  

«Per legare al suo movimento le masse contadine, - scrive M. Sofia Messana Virga - Gari­baldi, im­me­diatamente dopo lo sbarco a Marsala, aveva iniziato, oltre alle riforme politiche di immediata necessità, una serie di riforme socio-economiche, comprendenti provvedimenti di varia natura, che andavano dall'abolizione della tassa sul macinato alla proibizione del baciamano dovuto dai “sottoposti” ai “padroni”.
Fra questi provvedimenti si era inserito il decreto del 2 giugno, riguardante la divisione delle terre demaniali ai combattenti per la patria e ai contadini meno abbienti.
Il provve­dimento, se da una parte era una geniale trovata per attirare volontari nelle fila del­l'esercito di liberazione, con la promessa di una concreta remunerazione, dal­l'altra, inse­rendo nella divisione delle terre demaniali la classe contadina, costituiva un punto di rottura con il corrente modo di intendere il diritto di proprietà e la sua acqui­sizione.
Infatti, il decreto reintroduceva, sia pure limitatamente ai terreni demaniali, il principio della reale univer­salità, gratuità e socialità di tale diritto, esteso in tal modo a tutti, che avessero o no le possibilità economiche per accedervi.»»


 

Lamento di un Servo ad un Santo Crocifisso

Un servu, tempu fa, di chista chiazza,
Ccussì prijava a un Cristu e ccì dicia:
Signuri! 'U me' patruni mi strapazza!
Mi tratta commu ‘n cani di la via;
Tuttu si pigghia ccu la so manazza,
La vita dici chi mancu hedi mia.

Si ppò mi lagnu cchiù peju amminazza,
Ccu ferri mi castija priggiunia;

Undi jò vi preju, chista mala razza
Distruggìtila vui, Cristu, ppì mia!

(una tantum), pronta la risposta del Cristo:

E ttu, forsi, chi hai ciunchi li vrazza?
O puru l’hai ‘nchiuvati commu a mia?
Cui voli la giustizzia si la fazza,
Né speri c’autru la faria ppì tia.

Si ttu si' omu e nun si' testa pazza,
Metti a profittu sta sintenza mia:
Iò, nun saria supra ‘sta cruciazza,
Si avissi fattu quantu dicu a ttia.

Il Lamento di un servo ad un Santo Crocifisso, raccolto da Lio­nardo Vigo (Acireale 1799-1879), intellettuale antiborbo­nico, uno dei maggiori studiosi delle tradizioni e dei costumi popo­lari siciliani, fu da lui pubblicato nella prima edizione del­la Rac­colta di canti popolari siciliani (1857), dedicandolo ai “po­ve­ri cristi”, i braccianti brontesi della Ducea Nelson.
I versi risalenti al ‘500 sono di un autore anonimo e furono da­ti a Vigo dall’abate Carmelo Allegra di Messina.
«Canto di protesta antinobiliare e anticlericale - scrive Loren­zo Catania (La Repubblica, venerdì 10 luglio 2015) - com­po­sto da una strofa di dieci endecasillabi e da un’ottava, il La­men­to è un dialogo tra un brac­ciante e un’effigie di Gesù percepito come l’ultimo ba­luar­do a difesa degli umili.
Nel breve testo il bracciante, me­ta­fora del popolo siciliano da secoli abituato a subire soprusi e a chinare il capo di fron­te all’ingiustizia, elenca le sofferenze patite a causa del suo pa­drone e invoca una punizione divina.
La risposta del Cristo non si fa attendere ed è sorprendente, per­ché invece di predicare il perdono cristiano e ribadire l’ine­sorabilità della giustizia divina, invita l’uomo a non ras­segnarsi e a reagire: «E tu forsi chi hai ciunchi li vrazza, / o puru l’hai ‘nchiuvati comu a mia? / cui voli la giustizia si la fazza, / né speri ch’àutru la fazza pri tia».
In una società tradizionalistica e letargica come quella iso­lana il dialogo tra un servo e un Cristo dovette sembrare un’ag­gres­sione politicamente pericolosa, perché istigava a met­te­re in discussione l’ordine sociale. Perciò non sfuggi alla censu­ra del Regno delle due Sicilie, che chiese il sequestro dell’ope­ra che conteneva quel testo “blasfemo”, dove Gesù pronun­cia­va frasi che contraddicevano l’immagine di un uomo man­sue­to venuto a portare la pace.
In seguito, della “risposta del crocifisso” fu fatta circolare una versione più edulcorata e consona alla morale cattolica che sostituiva quella incriminata, non senza una coda antisemita.»
«All’istante – scrive Lionardo Vigo – sostituii la seguente al­l’ot­tava anatemizzata: fu rifatto il cartesino e, l’opera al mo­men­to diffusa. La risposta spuria dicea così: “E tu chi ti scur­dasti o testa pazza, / Chiddu ch’è scrittu ‘ntra la liggi mia? / Sempri ‘nguerra sarà l’umana razza / Si ccu l’offisi l’offisi castija; / A cui ti offenni lu vasa e l’abrazza, / E in Paradisu sidirai ccu mia; / M’inchiuvaru l’ebrei ‘ntra sta cruciazza, / E celu e terra disfari putia”.
Oggi benedicendo la libertà riconquistata dal popolo per inci­tamento de’ letterati, la pubblico, pregando Dio che lo sgo­verno italico non ci costringa a maledire i sacrifizi patiti per ottenerla».
Il Lamento fu nel 1973 inserito da Dario Fo nello spettacolo Ci ragiono e canto. Non sfuggì all’attenzione di Domenico Modu­gno, che nel 1976 ne trasse la canzone Malarazza.
«
Anche nella canzone dell’artista pugliese – scrive Catania - la vicenda immaginata dal Lamento subisce variazioni, ma intat­to rima­ne il messaggio di fondo di Gesù che, sensibile all’in­giu­stizia che vede intorno a sé, invita il bracciante ad agire per sottrar­si all’inferno sulla Terra che gli uomini cor­rotti quoti­dia­namen­te costruiscono a danno dei loro simili per renderli schiavi: “Tu ti lamenti, ma che ti lamenti? / Pigghia ‘nu bastu­ni e tira fori li denti! / Se ‘nna stu munnu c’è la Malarazza / Cu voli la giustizia si la fazza”».
Anche Rosa Balestrieri, i Matanza, Carmen Consoli, Roy Paci e tanti altri artisti hanno inserito il Lamento di un servo ad un Santo Crocifisso nel proprio repertorio.

Ascolta il Lamento
cantato dal complesso calabrese Mattanza

cantata da Modugno o recitata da R. Balestrierii


 

NON SOLO A BRONTE....

ma solo a Bronte venne Bixio

Così inizia il racconto dei Fatti il frate Gesualdo De Luca (1814-1892), conservatore e filoborbonico,  allora quaran­taseienne testimone oculare coinvolto negli avvenimenti, nella sua Storia della Città di Bronte (1883):

«Giunto Garibaldi in Palermo, ed evasi dalle carceri i più gran­di facinorosi, si appiccò un incendio generale contro i ricchi ed i nobili in ogni mediocre e piccolo po­polo.

La no­biltà di Cefalu fu ad un pelo di simultaneo e totale eccidio nella sala di conversazione. Avvertita si armò, stet­te vigile notte e giorno, non rispar­miò dana­ro, salvos­si.
Similmente i civili di Castelbuono, memori del 1848. Nella stes­sa guisa furon salvi la massima parte dei civili di tutta la Sicilia. Non così, ove questa guardia non si ebbe.

Presso alle due Petralia, in Re­suttana, ed in Polizzi, e viep­più in Mistretta le prime crudeli scene di stragi citta­dine. Orribile fu il massacro dei civili ed anche dei loro fan­ciulli fatto in Alcara li Fu­si dentro la sala di loro unione.
Non meno orribile la strage fattane in Bianca­villa ed in Nissoria. Tusa in parte, maggiormente Mon­temaggiore e Capa­ce ebbero a versare lagrime. Molti altri Comuni deplo­rarono incen­dii e stragi.

Emissarii di Biancavilla e di Alcara stendevano le fila di una simultanea ribellione per cittadini eccidii in Casti­glio­ne, Maletto, Bronte, Cesarò, Adernò, Cen­torbi, Re­galbuto ed altri luoghi. Civili sagaci in Cesarò si stet­tero sull’avviso; me­mo­ri del 1848 quei di Adernò e di Regalbuto non vi dormi­rono sopra.

Un fatale torpore ingombrava Bronte. Scappati dall’er­gastolo o dai ferri accendevano gli animi, dando sicura l’immunità da ogni pena sulla parola di Garibaldi. Gli animi dei plebei erano esacerbatissimi (...).

Profondo rancore avverso gli ufficiali della Ducea e del Comune, per la perdita fatta soffrire ai campagnuoli ed agli ar­mentarii e man­driani, con la privazione dei privilegii e diritti antichi del popolo negli usi di far legno libera­men­te, verde e secco per qualsiasi uso; e liberamente seminare, innestare alberi selvaggi, e per la violazione delle Difese e dei Parapasceri e simili.

Erano queste materie attissime a divampare in vasto in­cendio, postavi sopra appena una scintilla di fuoco. Si riac­cesero gli odii, i rancori, i par­titi e le scissure dei civili non sfogati nel 1848.»

  NINO BIXIO A BRONTE

la monografia di Benedetto Radice (tratta dal II° volume delle Memorie storiche di Bronte) in formato
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LA SITUAZIONE DEL DEMANIO A BRONTE

Fra le sommosse scoppiate in Sicilia nel '60, un posto particolare spetta a quella di Bronte, nata anch'essa per richiedere l'applicazione del decreto del 2 giugno e, con­se­guentemente, per rivendicare le terre demaniali del Comune da più parti usurpate.

La situazione della cittadina etnea era, però, più com­plessa di quella di tanti altri centri siciliani, nei quali l'au­torità costituita avrebbe potuto con non troppa difficoltà applicare i decreti dittatoriali e dividere le terre del dema­nio ai contadini.

Infatti, fra i detentori di terre demaniali, i quali ovviamente contestavano ogni richiamo alla legalità e si opponevano alla revisione dei confini e dei titoli di proprietà dei terreni usurpati, stavano, a Bronte, e non del tutto a proposito, gli eredi inglesi di Orazio Nelson, ora Nelson-Bridport.

La famiglia Nelson aveva ricevuto dai Borboni, con un atto pubblico, il feudo di Bronte, donato da Fer­dinando III a Orazio Nelson per ringraziarlo del­l'aiuto prestatogli duran­te l'insurrezione napoletana del 1799.
Il feudo, però, era stato formato in parte con la requi­sizio­ne, illegale e contestata, di territori demaniali brontesi, fra cui i boschi del Comune.
Ciò, in un paese come Bronte, che soffriva di un endemi­co stato di «fame di terra », per le continue usurpazioni subite nel corso dei secoli, e nel quale era presente un proletariato rurale particolarmente esasperato dalla man­canza di terre comuni, da sfrut­tare gratuitamente per i bisogni primari di soprav­vivenza, aveva causato ricorrenti sommosse.

La tensione sociale che si era prodotta in loco aveva inol­tre, da molto tempo, determinato la formazione di due partiti: quello dei «ducali» e quello dei «comunisti».
I primi, nelle cui fila si era schierata la maggior parte dei «cappeddi», o borghesi del luogo, sostenevano la legit­timità dei possessi dei Nelson e si opponevano, per ovvie ragioni di egoistica opportunità, alla revisione dei titoli di proprietà.

I secondi, invece, fra i quali militava anche una piccola parte della borghesia locale, erano convinti che la dona­zione dei terreni brontesi ai Nelson fosse stata l'ultima di una serie di indegne usurpazioni perpetrate nel corso dei seco­li nei confronti dei diritti demaniali del Comune..

In questo contrasto, dunque, tutti i contadini si trovavano allineati da una parte, ma non tutti i borghesi dall'altra; que­sti ultimi, infatti, erano divisi fra i due schieramenti, più o meno nella stessa propor­zione in cui si suddivi­de­vano nel resto dell'Isola: e cioè militavano in maggioranza tra le fila del partito più moderato ed in minoranza in quel­lo più a sinistra.
In questo secondo schieramento, figura di pre­minenza locale era l'avvocato Nicolò Lombardo che, al contempo, faceva parte del Comitato di liberazione di Bronte e svol­geva un ruolo non secon­dario nell'ambito del movimento «comu­nista».
Questo movimento aveva certamente carattere munici­pa­lista perché rivendicava le cosiddette «terre comuni» origi­nariamente date in uso dalle «consuetudini» sicilia­ne ai sudditi meno abbienti per esercitarvi il pascolo, la caccia, la raccolta della legna etc. Successivamente, però, que­ste terre erano state usurpate dalla proprietà privata.

[M. Sofia Messana Virga, Bronte 1860. Il conte­sto inter­no e internazionale della repressionee]


 

I Fatti di Bronte
Dopo il 1848 il Comune non distribuì le terre
l'opinione dello storico Salvatore Lupo

La mancata distri­buzione delle terre portò ad un'enorme ac­centuazione di ten­sioni sociali che esplosero nel 1860 quan­do con lo sbar­co di Garibaldi in Sicilia la restaura­zione bor­bonica finisce.

Salvatore Lupo (Siena, 7 luglio 1951), professore ordina­rio di storia contemporanea all'Università di Palermo e pre­ce­den­temente docente di Storia contemporanea presso la Facoltà di Scienze politiche dell'Università di Catania, è tra i maggiori sto­rici attuali. E' presidente dell’IMES, vicediret­tore della rivista Meridiana, nonché autore di numerose pub­bli­cazioni sul feno­meno criminoso e di storia contemporanea.



Un antico disegno di Bronte: così doveva apparire, arrivando da Catania, il paese  all'epoca dei Fatti (disegno tratto dalla Storia della città di Bronte  di G. De Luca, Milano 1883). All'epoca dei "Fatti" la città contava circa 10.000 abitanti.
 

LA GRANDE LITE

Nell’incredibile gigantesca causa legale volta a riavere il ter­ritorio - intrapresa dai brontesi contro l'Ospedale e i Nel­son - e durata senza interru­zione di fronte ai tribunali per oltre quattro secoli, sono stati molti i difensori che ha avu­to Bronte.
Fra questi un cenno particolare merita l’umile giu­recon­sulto Antonino Cairone che, come ci ricor­da lo storico brontese Benedetto Radicee "patì carcere, esilio e povertà” per la difesa degli interessi del suo Comu­ne.

Bronte nel 1832 (da un dipinto di Giuseppe Politi)

Bronte nel 1832 (particolare tratto da un quadro di Giuseppe Politi «Eruzione dell'Etna - La notte del 31 Ottobre 1832». Spiccano isolati dal paese il Convento di San Vito (in alto a destra) e l'altro dei Padri Cappuccini (a sinistra), Nella foto a destra, "Rivo­luzione siciliana - 1860" (murales di­pinto nella parete di una casa di via Madonna di Loreto).

Tre antiche foto della città di Bronte. La prima a sinistra è una Foto-Danesi (famiglia di fotografi che operò a Roma nella seconda metà dell'800). Nelle altre due, dei primi anni del 1900, si notano (nella prima in alto) la contrada Colla ancora sgombra di co­struzioni e nella seconda (sempre in alto a destra) la stazione della Cir­cumetnea, da poco costruita (1895), all'epoca isolata nella parte alta del paese.

I tumulti del 1636: Matteo Pace e Luigi Terranova / L'onomastico del re borbonico a Bronte

 
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