I fatti del 1860

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ANTEFATTI - DECRETI DI GARIBALDI - SITUAZIONE LOCALE - I FATTI DAL 2 AL 9 AGOSTO - DIBATTITI E RICOSTRUZIONI


I Fatti di Bronte

Il Comune di Bronte ed i suoi abitanti, legati da sempre al lavoro della terra, hanno vissuto per secoli all'ombra di una strana,
fraudolenta usurpazione
del loro territorio: trasferito nel 1494, con bolla pontificia, a favore dell'Ospedale Maggior di Palermo
e nel 1799, con spregiudicata donazione borbonica, a favore di Nelson.
Un’incredibile causa legale volta a riavere il territorio, durata senza interruzione di fronte ai tribunali per oltre quattro secoli, era stata vana ed inutile: i contendenti (l’Ospedale, i Nelson ed il comune) agivano su piani diversi di possibilità di manovra e la comunità di Bronte priva di sostegni e protezioni risultava sempre perdente.

In questo perenne stato di vassallaggio e di gravi crisi, era cresciuto nel corso degli anni, alimentato in tutti, di generazione in generazione un acuto desiderio di rivincita e di speranza di poter assistere tutti, prima o dopo, al rientro dei beni perduti.
Il malcontento popolare, per nulla latente, ebbe le prime manifestazioni con i moti rivoluzionari del 1820 e del 1848, ma raggiunse il culmine dell'esasperazione con la rivolta del 1860 (meglio nota come "i fatti di Bronte").

La rivolta faceva seguito ai decreti emanati da Garibaldi che prometteva lo smantellamento dei latifondi e la spartizione delle terre.
Anche perché qualche mese prima, subito dopo lo sbarco,  lo stesso il Dittatore aveva annullato un'altra donazione borbonica restituendo agli antichi legittimi proprietari siciliani il feudo di "Bisaquino", sito nella zona di Palermo, anche questo regalato dal re di Napoli ad un suo favorito (il famigerato ministro di polizia Maniscalco).

Nell’illusione di un ritorno in mano loro oltre che dei demani anche delle terre due volte usurpate nel 1494 e nel 1799, le speranze dei contadini quasi tutti poveri e viventi di semplice ed aleatorio bracciantato si erano quindi improvvisamente riaccese.

Inutile dire che, assetati di giustizia dopo secoli di stato servile, presero troppo alla lettera le parole del neo dittatore dell'Isola e pensarono che fosse giunto il momento tanto atteso della divisione del feudo Nelson.
Tutto questo non avvenne, come tutti si aspettavano. La gente di Bronte, ancora una volta, non aveva fatto i conti con la storia, con gli intrighi internazionali, con gli interessi particolari e di classe.
La loro aspirazione di giustizia sociale sfociò in un orrendo massacro cui seguì un altrettanto orrendo giudizio sommario, favorito dall'intollerante atteggiamento tenuto da Nino Bixio che, suo malgrado, era stato inviato da Garibaldi a sedare la rivolta onde evitare di compromettere i rapporti con il governo inglese in loco rappresentato dagli eredi di Nelson.


I FATTI DI BRONTE DEL 1860
Antefatti
L’11 Maggio 1860, sbarco dei Mille, nello stesso storico porto chiamato dagli Arabi, 1033 anni prima, Marsa-Ali. Gli uomini (1089 o 1092) erano già sbarcati quando sopraggiunsero la pirocorvetta Stromboli e i due piroscafi Capri e Partenone comandati da Guglielmo Acton, inglese al servizio del Borbone. 
Nella rada di Marsala c’erano anche le cannoniere inglesi Argus e Intrepid, inviate da Malta per coprire lo sbarco. L’Acton, attraverso il binocolo, vedeva movimento di uomini in camicie rosse e avendoli scambiati per i Red Coast delle truppe inglesi, con i loro comandanti, si astenne dall’aprire il fuoco.
La Storia è anche fatta di piccole cose: se Acton avesse fatto in fondo il suo dovere di soldato i Mille avrebbero fatto la stessa fine della spedizione di Pisacane e la storia della Sicilia, forse, sarebbe stata da scrivere in tutt’altro modo.
Allo sbarco seguirono i vari proclami di Garibaldi, l’entrata a Palermo, la battaglia di Milazzo, la capitolazione di Messina.

Con la conquista di Palermo, secondo una prassi consolidata (diritto dei vincitori), gli atti compiuti dai vecchi dominatori venivano considerati nulli e i beni si riconsegnavano ai vecchi padroni.
Identica cosa sarebbe dovuta avvenire a Bronte con la Ducea Nelson. Garibaldi, invece, di annullare "illic et immediate" la donazione fatta al Nelson ai danni dei brontesi, preferì adottare il metodo dei due pesi e due misure.
Almeno così credevano i brontesi che ignoravano i contenuti dei dispacci segreti inviati dall’Amministrazione della Ducea ai viceconsoli inglesi di Catania (Jeans) e di Messina (Richard) e che questi inoltravano al console Generale di Palermo Goodwin. Quest’ultimo informava il Ministero degli Esteri Russel che di rimando sommergeva di dispacci sia il Dittatore Garibaldi che il governatore di Catania.

Da ricordare anche che, la notte del 5/6 Maggio, navi inglesi e sabaude avevano coperto la partenza di Garibaldi da Quarto e che ancora gli inglesi avevano finanziato l’impresa con pubblica sottoscrizione.
A Catania c’era stata un’agitazione il 15 Maggio; il Gen. Clari, in un suo rapporto del 25/5, segnalava l’appartenenza al comitato rivoluzionario del viceconsole Jeans, assieme al Poulet, al Casalotto, al Marletta ed altri.

Il 31 Maggio insorgeva Catania e le squadre al comando del Poulet, scendendo da Mascalucia, avevano la meglio sui regi di Clari ma l’improvviso arrivo delle truppe di Gaetano Afan de Rivera avevano ribaltato nuovamente la situazione. Ciò malgrado il 3 Giugno arrivò alla guarnigione di Catania l’ordine di ripiegare su Messina.



I FATTI DI BRONTE DEL 1860

Proclami, decreti e messaggi di Garibaldi
Per inquadrare meglio i "fatti di Bronte" è necessario ricordare che il successo dei Mille dipese anche dal concorso dei contadini insorti che si univano a loro.
Perciò, al fine di soddisfare le masse rurali, Garibaldi prese rapidamente delle misure sociali importanti: abolì la tassa sulla molitura del grano, particolarmente odiata, ordinò la ripartizione, a favore dei contadini poveri e dei combattenti, delle terre del demanio comunale.
E' opportuno anche riportare i seguenti decreti dittatoriali:

14 Maggio 1860, Proclama di Salemi:
Proclama di Giuseppe Garibaldi (Calatafimi, maggio 1860)"Siciliani, Io vi ho guidato una schiera di prodi accorsi all'eroico grido della Sicilia, resto delle battaglie lombarde.
Noi siamo con voi! Non chiediamo altro che la liberazione della nostra terra. Tutti uniti, l'opera sarà facile e breve. All'armi dunque! Chi non impugna un'arma è un codardo e un traditore della Patria. Non vale il pretesto della mancanza d'armi. Noi avremo fucili; ma ora un'arma qualunque basta, impugnata dalla destra d'un valoroso. I municipi provvederanno ai bimbi, alle donne, ai vecchi derelitti.
All'armi tutti. La Sicilia insegnerà ancora una volta, come si libera un paese dagli oppressori colla potente volontà d'un popolo unito".

19 Maggio 1860, da Passo di Renna:
Garibaldi sanciva che i reati avvenuti durante la guerra, di qualsiasi natura, commessi da soldati o civili, venivano giudicati da un Consiglio di Guerra (etc.).

28 Maggio 1860, da Palermo:
Garibaldi emanava un decreto avente per oggetto: Sanzione di morte per i reati di furto, omicidio, saccheggio e devastazione. Pertanto detti reati venivano puniti con la pena di morte mediante fucilazione alla schiena; pertanto nessuno era autorizzato a fare da sé vendetta ma reclamare giustizia dal Governo.
Si vietavano, così, nel modo più categorico, tutti quegli atti che potevano causare scene di furore popolare, linciaggio verso i fautori del passato regime borbonico.
Il decreto sanciva anche che chiunque con parole o scritti eccitava il popolo contro tali cittadini veniva arrestato come reo di "omicidio mancato". Se il perseguitato veniva gravemente ferito, percorso o ucciso, il o i responsabili venivano condannati alla pena di morte.

2 Giugno 1860, da Palermo:
 «Italia e Vittorio Emanuele
Giuseppe Garibaldi comandante in capo delle forze nazionali in Sicilia, in virtù dei poteri a lui conferiti, decreta:
- Art. 1. Sopra la terra dei demani comunali da dividersi, giusta la legge, fra i cittadini del proprio comune, avrà una quota senza sorteggio chiunque si sarà battuto per la Patria. In caso della morte del milite questo diritto apparterrà al suo erede.
- Art. 2. La quota, di cui è parola all'articolo precedente, sarà uguale a quella che sarà stabilita per tutti i capi di famiglia poveri non possidenti, e le cui quote saranno sorteggiate. Tuttavia se le terre d'un comune siano tanto estese da sorpassare i bisogni della popolazione, i militi e i loro eredi otterranno una quota doppia di quella degli altri condividenti.
- Art. 3. Qualora i comuni non abbiano demanio proprio, vi sarà supplito colle terre appartenenti al demanio dello Stato e della Corona.
- Art. 4. Il Segretario di Stato sarà incaricato della esecuzione del presente decreto.»

«Per legare al suo movimento le masse contadine, - scrive M. Sofia Messana Virga - Garibaldi, immediatamente dopo lo sbarco a Marsala, aveva iniziato, oltre alle riforme politiche di immediata necessità, una serie di riforme socio-economiche, comprendenti provvedimenti di varia natura, che andavano dall'abolizione della tassa sul macinato alla proibizione del baciamano dovuto dai “sottoposti” ai “padroni”.

Lamento di un popolano
al Cristo crocifisso
di Lionardo Vigo


Un servu, tempu fa di chista chiazza,
ccussì priava a Cristu e cci dicia:
"Signuri! U me patruni mi strapazza!
Mi tratta commu ‘n cani ‘nta la via;
tuttu si pigghia ccu la so manazza
macari a vita e dici chi nun è a mia.
Si ppò mi lagnu cchiù peggiu mi minazza,
a bbastunati mi lliscia u pilu e m’impriggiunia.
Quindi, ti pregu, chista mala razza,
distruggila tu, Cristu, ppi mia!

(una tantum), risposta del Cristo:

"E ttu, forsi, hai ciunchi li brazza?
Oppuri l’hai ‘nchiuvati commu a mia?
Cu voli a giustizzia si la fazza
Né speri c’autru la faria ppi tia.
Si ttu si omu e nun si na testa pazza,
metti a fruttu sta sintenza mia:
iu nun saria supra ‘sta cruciazza
S’avissi fattu quantu dissi a ttia".

 

  NINO BIXIO A BRONTE
la monografia di Benedetto Radice (tratta dal II° volume delle Memorie storiche di Bronte) in formato
SCARICA IL FILE (100 pagine, 803 Kb)

 

LA SITUAZIONE DEL DEMANIO A BRONTE
Fra le sommosse scoppiate in Sicilia nel '60, un posto particolare spetta a quella di Bronte, nata anch'essa per richiedere l'applicazione del decreto del 2 giugno e, conseguentemente, per rivendicare le terre demaniali del Comune da più parti usurpate.
La situazione della cittadina etnea era, però, più complessa di quella di tanti altri centri siciliani, nei quali l'autorità costituita avrebbe potuto con non troppa difficoltà applicare i decreti dittatoriali e dividere le terre del demanio ai contadini.
Infatti, fra i detentori di terre demaniali, i quali ovviamente contestavano ogni richiamo alla legalità e si opponevano alla revisione dei confini e dei titoli di proprietà dei terreni usurpati, stavano, a Bronte, e non del tutto a proposito, gli eredi inglesi di Orazio Nelson, ora Nelson-Bridport.
La famiglia Nelson aveva ricevuto dai Borboni, con un atto pubblico, il feudo di Bronte, donato da Fer­dinando III a Orazio Nelson per ringraziarlo del­l'aiuto prestatogli durante l'insurrezione napoletana del 1799.
Il feudo, però, era stato formato in parte con la requi­sizione, illegale e contestata, di territori demaniali brontesi, fra cui i boschi del Comune.
Ciò, in un paese come Bronte, che soffriva di un endemico stato di «fame di terra », per le continue usurpazioni subite nel corso dei secoli, e nel quale era presente un proletariato rurale particolarmente esasperato dalla mancanza di terre comuni, da sfrut­tare gratuitamente per i bisogni primari di soprav­vivenza, aveva causato ricorrenti sommosse.
La tensione sociale che si era prodotta in loco aveva inoltre, da molto tempo, determinato la formazione di due partiti: quello dei «ducali» e quello dei «comunisti». I primi, nelle cui fila si era schierata la maggior parte dei «cappeddi», o borghesi del luogo, sostenevano la legittimità dei possessi dei Nelson e si opponevano, per ovvie ragioni di egoistica opportunità, alla revisione dei titoli di proprietà.
I secondi, invece, fra i quali militava anche una piccola parte della borghesia locale, erano convinti che la donazione dei terreni brontesi ai Nelson fosse stata l'ultima di una serie di indegne usurpazioni perpetrate nel corso dei seco­li nei confronti dei diritti demaniali del Comune.
In questo contrasto, dunque, tutti i contadini si trovavano allineati da una parte, ma non tutti i borghesi dall'altra; questi ultimi, infatti, erano divisi fra i due schieramenti, più o meno nella stessa propor­zione in cui si suddividevano nel resto dell'Isola: e cioè militavano in maggioranza tra le fila del partito più moderato ed in minoranza in quello più a sinistra.
In questo secondo schieramento, figura di pre­minenza locale era l'avvocato Nicolò Lombardo che, al contempo, faceva parte del Comitato di liberazione di Bronte e svolgeva un ruolo non secon­dario nell'ambito del movimento «comu­nista».
Questo movimento aveva certamente carattere municipalista perché rivendicava le cosiddette «terre comuni» originariamente date in uso dalle «consuetudini» siciliane ai sudditi meno abbienti per esercitarvi il pascolo, la caccia, la raccolta della legna etc. Successivamente, però, queste terre erano state usurpate dalla proprietà privata.
[M. Sofia Messana Virga, Bronte 1860. Il conte­sto interno e internazionale della repressione]

LA GRANDE LITE

Nell’incredibile gigantesca causa legale volta a riavere il territorio - intrapresa dai brontesi contro l'Ospedale e i Nelson - e durata senza interru­zione di fronte ai tribunali per oltre quattro secoli, sono stati molti i difensori che ha avuto Bronte. Fra questi un cenno particolare merita l’umile giureconsulto Antonino Cairone che, come ci ricor­da lo storico brontese Benedetto Radice "patì carcere, esilio e povertà” per la difesa degli interessi del suo Comune.

L'onomastico del re borbonico a Bronte

Fra questi provvedimenti si era inserito il decreto del 2 giugno, riguardante la divisione delle terre demaniali ai combattenti per la patria e ai contadini meno abbienti. Il provvedimento, se da una parte era una geniale trovata per attirare volontari nelle fila dell'esercito di liberazione, con la promessa di una concreta remunerazione, dall'altra, inserendo nella divisione delle terre demaniali la classe contadina, costituiva un punto di rottura con il corrente modo di intendere il diritto di proprietà e la sua acquisizione. Infatti, il decreto reintroduceva, sia pure limitatamente ai terreni demaniali, il principio della reale universalità, gratuità e socialità di tale diritto, esteso in tal modo a tutti, che avessero o no le possibilità economiche per accedervi.»

13 Giugno 1860: Messaggio ai cittadini
"A voi robusti figli dei campi, io dico una parola di gratitudine in nome della Patria italiana, a voi che conservate il fuoco della libertà sulle vette dei monti, affrontando in pochi e male armati le numerose ed agguerrite falangi dei dominatori. Voi potete tornare oggi alle vostre capanne colla fronte alta, colla coscienza di aver adempiuto un'opera grande. Come sarà affettuoso l'amplesso delle vostre donne inorgoglite dì possedervi accogliendovi festose nei focolari vostri.
E voi conterete superbi ai vostri figli i pericoli trascorsi nelle battaglie per la santa causa dell'Italia. I vostri campi non saranno più calpestati dal mercenario, vi sembreranno più belli e più ridenti. Io vi seguirò col cuore nel tripudio delle vostre messi, e delle vostre vendemmie e nei giorni in cui la fortuna mi porgerà l'occasione di stringere ancora le vostre destre incallite, per narrare delle vostre vittorie e per debellare nuovi nemici della Patria, voi avrete stretto le mani di un fratello!”

28 Giugno 1860: Decreto avente titolo "Legge elettorale …" (etc.) che regolamentava per ogni Comune la composizione della Commissione elettorale, la scelta dei locali per le sedute, la compilazione degli avvisi da bandizzare o affiggere, la trascrizione nel registro su quanto deliberato.
Le liste dovevano contenere pure nome, cognome, paternità, età, professione e domicilio dell’elettore che riceveva un biglietto, firmato e numerato progressivamente, da presentare all’atto della votazione.
Era infine vietata l’iscrizione degli aventi diritto fuori parrocchia o in più quartieri.

Bronte nel 1832 (da un dipinto di Giuseppe Politi)

GIUSEPPE GARIBALDI
Giuseppe Garibaldi


Bronte nel 1832 (particolare tratto dal quadro di Giuseppe Politi «Eruzione dell'Etna - La notte del 31 Ottobre 1832»

"Rivoluzione siciliana - 1860" (murales dipinto in via Madonna di Loreto)


I FATTI DI BRONTE DEL 1860

La situazione locale

Bronte, in quell’anno aveva una popolazione di poco superiore agli 11.000 abitanti (due anni prima, nel 1858, in un documento dell'Intendenza di Catania risultavano 11.629) molti dei quali esercitanti attività agricolo-pastorale (i dati ci provengono dai "riveli", cioè autodichiarazioni fatte sotto giuramento).

Nel panorama siciliano il paese etneo, allora, rappresentava un caso limite: la piccola proprietà terriera, che le diverse leggi emanate dopo l'abolizione della feudalità dovevano favorire, era rimasta un sogno: l'81% del territorio comunale (quello più fertile) era in mano a pochissimi: la Ducea Nelson, il Comune, 7 nobili e 11 benestanti.
Gli altri (cioè tutta la popolazione brontese) vivevano e lavoravano nella speranza di possedere un pezzetto di terra.
I nuovi padroni inglesi, sul territorio già dal 1799, avevano peraltro stravolto anche i precedenti, precari, equilibri sociali, acuitisi ulteriormente con l’abolizione degli "usi civici", quest’ultimi voluti dal Governo Borbone.

Gli amministratori ducali, da perfetti padroni, soggiogavano le masse dei lavoratori chiudendo le vecchie trazzere che facilitavano l’accesso ai campi e imponendo, con guardiani armati, i diritti di pedaggio.
Davano anche inizio al taglio dei boschi per farne carbone da vendere ai brontesi e nel contempo proibivano l’ingresso negli stessi boschi e negli altri superstiti, a quanti vi andavano per pascolo, per legnare, raccogliere frutti o erbe mangerecce.
Così, terre prima aperte al pascolo, venivano chiuse, coltivate o seminate.
I trasgressori, sorpresi all’interno dei feudi da servili campieri (anche brontesi) al servizio del Duca, esercitavano il diritto di scudisciare, elevare salate contravvenzioni anche per banali motivi (di solito per legna raccolta nei boschi ducali) ed anche incarcerare.
In poche parole, sulle masse di diseredati brontesi, la Ducea esercitava "diritti di vassallaggio" poggianti su ingiustizie, angherie e sopraffazioni.
Amministratori comunali, brontesi di nascita, pilotati e votati ai "forestieri" gestivano la "cosa pubblica" privilegiando gli interessi inglesi a tutto svantaggio della povera popolazione locale.

I popolani covavano dentro quindi antichi sentimenti di vendetta per i molti torti subiti, per la stagnazione economica come pure per l’aumento dei prezzi.
A stento il popolo brontese cela rabbia e malcontento.
Scrive Benedetto Radice (Nino Bixio a Bronte): "Erano trecento cinquanta anni che Bronte lottava per i suoi diritti, dei quali le fatali donazioni di Papa Innocenzo VII nel 1491 e di Ferdinando I nel 1799 l’aveano spogliato. Aveva visto il suo territorio assottigliarsi di giorno in giorno fino a sparire interamente per novelli diritti, cavilli e pretese…".
"Senza dire - continua Leonardo Sciascia nella prefazione del libro -, delle libertà sessuali che i galantuomini si concedevano con le ragazze del popolo: e basti considerare che nel 1853 c’erano a Bronte (su circa 10.000 abitanti) 38 balie comunali, nutrici cioè dei bastardi di ruota".

L’occasione del riscatto sociale e della fine di tanti secoli di ingiustizie è data dall’arrivo di Garibaldi in Sicilia, dalle sue vittorie fulminee sui Borboni, dai proclami di scioglimenti dei consigli civici, dai decreti riguardanti la divisione delle terre e dall’abolizione della tassa sul macinato.
Questo fornì alla massa lo spunto per riunirsi in comitati "liberali" e tentare di scrollarsi di dosso, in un solo colpo, sia i padroni ducali come pure i "cappelli" i quali approfittando del proprio ruolo egemone sotto i borboni, si erano appropriati delle terre comunali.
Con lo scioglimento del Consiglio Civico per decreto dittatoriale, a Bronte era venuta meno anche la carica di Giudice; quindi il Governatore di Catania, a seguito delle solite pressioni pervenutegli a mezzo dispacci dal Console generale inglese Goodwin, nominò Presidente del Municipio il cittadino Sebastiano Luca e alla carica di Giudice l’avvocato Nunzio Cesare, ambedue di tendenze filoducali.
Avrebbe dovuto tenere in debito conto le giuste aspettative dei Comunali (o dei Comunisti) e del popolo tumultuante che riconoscevano nell’avvocato Nicola Lombardo il loro capo, dividendo le due cariche in modo più equo.
Il non aver saputo egli resistere alle pressioni inglesi né ponderare la delicatezza del momento fu un grave errore politico che avrebbe avuto, da lì a poco, ripercussioni funeste sul sociale.

A Bronte, fatto inspiegabile per le masse, non venne abolita la tassa sul macinato che penalizzava i più poveri, ma, soprattutto, non venne realizzata la divisione delle terre della Ducea, dal momento che, caduto il regime borbonico in Sicilia, credevano tutti fosse venuto meno la donazione a suo tempo fatta al Nelson.

Il popolo, stanco di subire prepotenze, identifica nei "cappelli" i possidenti "ducali-borbonici", conservatori e oppressori; mentre chi ha cuore gli interessi del Comune e sta col popolo è considerato "liberale, reazionario, antiborbonico".

Aspirazioni deluse, sete di vendetta, rabbia ed odi inveterati spingono le categorie più basse alle estreme conseguenze, e il 31 Luglio arriva l'irreparabile, anche se la prudenza e l'intervento di cittadini liberali (fra i quali lo stesso Nicolo Lombardo), cercano di frenare l'irruenza spaventosa del popolo.

Vedi anche B. Radice in "Nino Bixio a Bronte"

I Fatti di Bronte
Dopo il 1848 il Comune non distribuì le terre
l'opinione dello storico Salvatore Lupo

La mancata distribuzione delle terre portò ad un'enorme accentuazione di tensioni sociali che esplosero nel 1860 quando con lo sbarco di Garibaldi in Sicilia la restaurazione borbonica finisce.

Salvatore Lupo (Siena, 7 luglio 1951), professore ordinario di storia contemporanea all'Università di Palermo e precedentemente docente di Storia contemporanea presso la Facoltà di Scienze politiche dell'Università di Catania, è tra i maggiori storici attuali. E' presidente dell’IMES, vicedirettore della rivista "Meridiana", nonché autore di numerose pubblicazioni sul fenomeno criminoso e di storia contemporanea.

 


Un antico disegno di Bronte: così doveva apparire, arrivando da Catania, il paese  all'epoca dei Fatti (disegno tratto dalla Storia della città di Bronte  di G. De Luca, Milano 1883).

Due vecchie foto della città di Bronte dei primi anni del 1900: si notano (in alto) la contrada Colla ancora sgombra di costruzioni e (in alto nella foto in basso) la stazione della Circum all'epoca isolata nella parte alta del paese.
All'epoca dei "Fatti" la città contava circa 10.000 abitanti.

Cenni storici su Brontebronteinsieme@gmail.com 

         I giorni dei Fatti di Bronte

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