Tuttavia, per non complicare ulteriormente le cose, gli arrestati furono fatti evadere, o addirittura ufficialmente liberati. Questa debolezza delle autorità fece rizzare il capo ai popolani, che decisero una sommossa per il 5 agosto, giorno della festa di Santa Maria della Catena, solennità che avrebbe permesso ai contadini di riunirsi più facilmente.
L'insurrezione I monelli simularono funerali dei nobili; sotto le case dei «civili» si cantavano minacciose serenate; gli animi erano sempre più in fermento. La mattina del 31 luglio il Lombardo, pregato da alcuni benpensanti, arringò la folla tumultuante, promettendo una legale distribuzione dei beni comunali, ed invitando alla calma. Ma la folla rispose minacciosa; e saputosi, il 1. agosto, che da Catania sarebbero venuti reparti della Guardia nazionale per il mantenimento dell'ordine pubblico, i popolani decisero, sembra all'insaputa del Lombardo, di anticipare la rivoluzione all'indomani 2 agosto. La mattina del 2 agosto, al grido di «Abbasso i sorci!» (sorci erano chiamati allora i borbonici), i brontesi insorti bloccarono tutte le vie di accesso al paese. Invano il Lombardo cercò di frenare la plebe; essa ormai si era scatenata, e si diede al saccheggio e alla strage. Orribili scene si susseguirono; figli vennero uccisi sotto gli occhi delle madri; talune donne scarmigliate, vere furie, incitavano a l'assassinio e alla violenza, e si disse persino che al notaio Cannata, particolarmente odiato dal popolo, uno dei rivoltosi, un certo Bonina, soprannominato Caino, avesse strappato e mangiato il fegato. La notte scese su un paese terrorizzato ed illuminato sinistramente dagli incendi appiccati dai rivoltosi alle case e ai magazzini dei «sorci». Il 3 agosto le stragi si rinnovarono e si aggravarono. Il 4 agosto, finalmente, giunsero in vista di Bronte i reparti della Guardia nazionale di Catania; ma nè il questore Gaetano De Angelis che li comandava, nè l'avvocato Lombardo, nè l'arciprete Politi riuscirono a ristabilire la calma; anzi il popolaccio, ormai ubriaco di sangue, richiese giustizia sommaria di alcuni prigionieri politici, che infatti furono trucidati nella località detta Scialandro. | Il 5 agosto la plebaglia inferocita - i cui eccessi sono stati mirabilmente descritti da Giovanni Verga nella novella Libertà, ispirata dai luttuosi avvenimenti di Bronte - era padrone della situazione. Tanto padrona che, quando una compagnia di truppe, capitanata dal colonnello Giuseppe Poulet (il protagonista del moto catanese del 31 maggio 1860) si presentò dinanzi a Bronte per sedare la sommossa, bisognò venire a patti coi rivoltosi per entrare in paese. Il Poulet con grande tatto e con notevole moderazione iniziò l'opera di pacificazione degli animi - una sola fu infatti la vittima della plebaglia dopo l'arrivo del Poulet - e ordinò con pubblico bando il disarmo generale. Stavano così le cose, quando a Bronte, come dice Giovanni Verga «si udì che veniva a far giustizia il generale, quello che faceva tremare la gente». Ed infatti, rapido come l'angelo della vendetta, piombò su Bronte Nino Bixio. Il console inglese di Catania aveva tempestato di telegrammi Garibaldi, per la tutela degli interessi della ducea dei Nelson; e Garibaldi, non solo per compiacere gli inglesi, che tanto avevano favorito l'impresa dei Mille, ma soprattutto per motivi di ordine pubblico - perchè non solo Bronte, ma anche Randazzo, Linguaglossa, Adrano, Cesarò, Regalbuto ed altri centri minori erano in rivolta - aveva, ordinato a Bixio di intervenire energicamente.
«Missione maledetta» Alle 10 del mattino del 6 agosto Bixio fu in vista di Bronte. A chi lo esortava ad usare prudenza nell'entrare nel paese, egli rispose, alla sua maniera: «Io non sono quel minchione del Poulet!», e tirò coraggiosamente avanti. Entrò solo a Bronte: i due battaglioni che lo seguivano arrivarono infatti la sera e la mattina dopo, affranti dalla marcia forzata e dal terribile agosto siciliano. Da solo, Bixio prese saldamente in pugno la situazione; ordinò l'arresto dei caporioni (primo fra tutti il Lombardo, da lui ritenuto, ingiustamente, il responsabile della situazione); impose alla città una taglia militare di 127 lire l’ora; destituì le autorità locali che si erano rivelate inette; rimandò a Catania, senza neppure dirgli grazie, il Poulet; fece venire da Adrano Il tribunale di guerra, presieduto dal maggiore Francesco De Felice. Date queste disposizioni, che vennero immediatamente eseguite, quest'uomo di straordinaria energia il 7 si recò a Randazzo; assestata rapidamente anche colà la situazione, l'8 fu di ritorno a Bronte, pieno di sdegno per questi «abitanti che si trucidano per la pancia»; stimolò i giudici a dare subito la sentenza; montato dl nuovo a cavallo, si recò il 9 a Regalbuto, e la stessa sera, dopo avere domato la rivolta colà, fu di ritorno a Bronte, dove trovò che, secondo le sue istruzioni, cinque dei capi della rivoluzione, con in testa l'avvocato Lombardo, erano stati condannati a morte. La sentenza, in presenza di Bixio, venne eseguita l'indomani 10 agosto. Perchè tanta fretta? Per due motivi: non solo perchè bisognava dare subito una punizione esemplare, ma perché Bixio temeva di non fare in tempo a raggiungere Garibaldi, per passare con lui sul continente. Però l'animo di Bixio non fu lieto di assolvere quella trista missione. Scrive l'Abba, nella Vita di Nino Bixio, che il generale garibaldino, nel momento di ordinare il fuoco contro i capi della rivoluzione brontese del 1860, aveva gli occhi pieni di lagrime; e lo stesso Bixio, scrivendo alla moglie Adelaide da Giardini, il 17 agosto 1860, chiama la missione di Bronte «missione maledetta, dove l'uomo della mia natura non dovrebbe mai essere destinato». Il comportamento di Bixio non poteva, del resto, essere diverso. E con la consueta energia, lasciando la provincia di Catania, lanciò da Randazzo il 12 agosto un proclama, in cui, mentre ricordava che «gli assassini e i ladri di Bronte sono stati severamente puniti», ammoniva i capi «a stare al loro posto», e a non fare come le autorità locali di Bronte che al momento del pericolo si erano dissolte come neve al sole, senza tentare una benchè minima resistenza ai moti incomposti della plebaglia. Il processo per i fatti di Bronte proseguì poi alla Corte di Assise di Catania, che con sentenza del 12 agosto 1863 comminò l'ergastolo a trentasette imputati. Alcuni di essi si erano arruolati nell'esercito garibaldino per sfuggire alla probabile punizione ma furono raggiunti ugualmente dalla inesorabile mano della giustizia. | | Ma ben più triste fu l'esito di questa sanguinosa lotta di classe, quando si pensa che i contadini brontesi, dopo aver ricevuto la loro parte delle terre comunali, la cui ripartizione tanto sangue fraterno era costata, si affrettarono a vendere per cifre irrisorie le quote loro spettanti. Come spesso avviene nelle vicende umane: ingordi speculatori ebbero in definitiva ad avvantaggiarsi di una conquista sociale che era stata pagata a prezzo di numerose vite umane e di indescrivibili orrori. Santi Correnti
Note: (1) Così scrive il Radice: «Furono Garibaldini: Sebastiano Casella, Schiros Vincenzo, Giovanni Longhitano Cazzitta, Luigi Mangiovì, Nunzio Meli fu Antonino, capraio, Pasquale Pettinato, Vincenzo Mazzeo fabbro, Nunzio Pinzone, Giuseppe Lombardo Emanuele, Placido Gangi, Giuseppe Gangi, Salvatore Zappia Biuso fu Giovanni, che, ferito alla battaglia del Volturno, mutò la camicia rossa nel saio del Cappuccino. I fratelli Mariano ed Arcangelo Sanfilippo che si erano già arruolati a Palermo e gli altri due fratelli Pietro e Filippo, che, cercati quali promotori del tumulto, trovarono asilo sotto la bandiera. Si arruolarono pure a Messina i caporioni delle stragi dell’agosto; Giosuè Gangi, Ignazio Quartuccio, Arcangelo Attinà Citarrella, Giuseppe Attinà Citarrella, Nunzio Meli Fallaro, ma la camicia rossa non li salvò dalla galera.» (B.I.) |
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