Nei primi giorni di agosto del 1860, Garibaldi, conclusa la campagna di Sicilia, si accingeva con il suo esercito a passare lo Stretto per continuare l’opera di unificazione italiana, occupare il sud della Penisola e puntare su Roma. Ma, mentre concentrava a Messina i battaglioni dell’Esercito meridionale, con cui avrebbe attuato, di lì a poco, lo sbarco in Calabria, egli si trovò coinvolto, insieme al suo Stato Maggiore e al Governo provvisorio che risiedeva a Palermo, in un episodio apparentemente inconciliabile con gli ideali democratici e rivoluzionari, all’interno dei quali si era mossa l’impresa dei Mille: dovette, infatti, procedere alla dura repressione della sommossa popolare e contadina, scoppiata a Bronte e nei paesi vicini.Non era la prima volta che il potere dittatoriale si trovava di fronte ad episodi di ribellione di questo genere. Un notevole movimento di masse rurali, aveva in realtà accompagnato, fin dal suo inizio e con varie motivazioni, la campagna garibaldina.
Alla fine il movimento si era focalizzato sulla richiesta di applicazione delle riforme a contenuto sociale, fatte dal Dittatore nei giorni immediatamente seguenti lo sbarco a Marsala e la liberazione di Palermo.(1) Fra i provvedimenti di cui si chiedeva la pronta esecuzione stava al primo posto un decreto, emanato da Garibaldi il 2 giugno e generalmente non eseguito dalle autorità competenti. Il provvedimento riguardava la divisione delle terre demaniali ai combattenti per la patria e ai contadini meno abbienti.(2) Le sommosse, che erano nate da questa situazione e che erano scoppiate in molti distretti dell’Isola, avevano uno dei focolai più pericolosi in alcuni centri del Catanese ed in particolare in una fascia di comuni, alle falde dell’Etna, tra cui Bronte. Qui, però, erano avvenuti dei «fatti» che il Governo dittatoriale considerò di estrema gravità e che ebbero come conclusione una dura repressione militare. I fatti consistettero in una rivolta durata quattro giorni, in cui le masse si sfogarono con incendi, saccheggi e omicidi, senza che la Guardia Nazionale del Comune facesse o tentasse di fare qualcosa per riportare l’ordine. Era già accaduto nelle due rivoluzioni precedenti, quella del 1820 e quella del ’48, che le masse contadine si inserissero nella rivoluzione, rivendicando la suddivisione delle terre demaniali disponibili e il recupero di quelle usurpate.(3)
Però, nell’agosto del 1860, quando scesero in piazza i contadini brontesi, le classi rurali siciliane avevano iniziato da alcuni mesi a tumultuare in tutta l’Isola e, in genere, episodi di violenza del tipo di quelli avvenuti a Bronte avevano contrassegnato tutte le sommosse. Francesco Crispi ebbe a dire in seguito che, nella sola provincia di Palermo, si era dovuto proclamare lo stato d’assedio in almeno cinque comuni.(4) | Il
brano è tratto dal libro di M. Sofia Messana Virga «Bronte 1860 – Il contesto interno e internazionale della repressione» La professoressa Maria Sofia Messana Virga,
docente di Storia Moderna nella Facoltà di Scienze Politiche dell'Università di Palermo
è stata una delle principali studiose di storia della Sicilia. Autrice
di numerosi saggi, tutti editi da Sellerio, ha scritto sulla formazione
politica di Nino Bixio. Ma non solo. Ha scritto anche sulla formazione del movimento garibaldino, sull'attività diplomatica di Gioacchino Ventura e sull’Inquisizione spagnola in Sicilia. Fra i suoi libri: “Bronte 1860” (Sciascia Editore, Caltanissetta-Roma 1989); “Gioacchino Ventura e il problema istituzionale in Sicilia” (Palermo, Nuova Graphicadue, 1990), “I tre processi contro Andrea Carusso, stregone ed eretico (1626-1651)” (Venezia 1998), La vicenda carceraria di Fra Diego La Matina (Messina 2003), “Inquisitori, negromanti e streghe nella Sicilia moderna. 1500-1782” (Sellerio, 2007, pp. 656).
Tra i suoi libri più celebri, quello dedicato ai fatti di Bronte
durante il periodo del Risorgimento.
La Messana Virga è stata considerata un' inesauribile fonte di cultura, apprezzata non solo dai suoi allievi universitari ma anche dai
colleghi. E' morta il 24 aprile 2011 a 63 anni. |
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Tuttavia, in nessuno dei casi precedenti la reazione governativa era stata così inesorabile e veloce come a Bronte. Qui Bixio, in cinque giorni, mise in esecuzione gli ordini ricevuti e concluse il suo mandato: applicò; le leggi eccezionali, fece fare i processi, eseguì le condanne a morte inflitte dal Tribunale straordinario ed inviò a Messina, perché fossero giudicati dai Tribunali ordinari, tutti gli altri imputati, accusati di delitti minori che non richiedevano un immediato giudizio del Tribunale di guerra. È naturale allora chiedersi come mai, fra tutte le rivolte contadine scoppiate in Sicilia, quella di Bronte abbia avuto una punizione cosi dura, pubblica ed esemplare, eseguita da uno dei generali più prestigiosi dello Stato Maggiore garibaldino, il Maggiore Generale G. Nino Bixio, inviato sul posto con due battaglioni dell’esercito di liberazione del Sud. Allo stesso modo viene difficile comprendere perché si sia giunti fino all’emanazione di proclami per intimidire la popolazione,(5) allo stato d’assedio, alla pubblica ed immediata esecuzione della sentenza di morte sui presunti responsabili della rivolta, quando invece si sa che Bixio, entrando nel paese, lo trovò già tranquillo. Infatti l’opera di pacificazione fatta dal siciliano colonnello Poulet, mandato dal Governatore di Catania sul posto poco prima del contingente militare inviato da Garibaldi, aveva risolto il caso e riportato l’ordine. La repressione eseguita da Bixio appare allora, a prima vista, ancora più incomprensibile, specialmente se si pensa che in alcuni paesi vicini come Alcara Li Fusi, sollevatasi fin dal 17 maggio 1860, e Biancavilla, insorta il 4 giugno, si era giunti ad episodi altrettanto e forse più gravi di quelli di Bronte. Ma, benché le Commissioni speciali di Guerra chiamate a Biancavilla ed Alcara, avessero emanato già dal luglio le sentenze che infliggevano diverse pene capitali, queste, quando scoppiò il 2 agosto la sommossa a Bronte, non erano state ancora eseguite.(6) In proposito, anzi, il «facente funzione» da Governatore di Patti, nel cui distretto si trovava Alcara, si lamentava che un ordine del Segretario di Stato per la Giustizia avesse bloccato l’esecuzione delle 14 condanne a morte, emesse dalla Commissione dopo il processo per i fatti alcaresi. Le condanne infatti furono eseguite soltanto il 20 agosto, dopo che le esecuzioni capitali a Bronte avevano reso necessario trattare alla stessa maniera tutte le ribellioni di un certo tipo. Il funzionario di Patti scriveva che, nei mesi precedenti, i rivoltosi avevano avuta la sensazione che «il Dittatore non voleva; esecuzioni capitali, che gli alcaresi sarebbero stati aggraziati perché non avevano fatto altro che levar di mezzo dei realisti».(7) Indubbiamente la sospensione delle condanne a morte ad Alcara fa pensare che, ancora a luglio, Garibaldi e il Ministro dell’Interno, che era allora il democratico di sinistra Giovanni Interdonato, già seguace delle idee socialisteggianti di Carlo Pisacane e adesso militante in un’ala più moderata del Partito democratico, pensassero di dover usare clemenza nei confronti delle popolazioni insorte.(8) Dopo il mese di luglio invece, il Dittatore e il Governo siciliano in cui dal 3 agosto era Ministro dell’Interno Francesco Crispi, decisero di cambiare questa linea politica. Evidentemente ciò fu determinato più che dalla crisi di identità in cui si trovò in quei giorni la Sinistra, dalla necessità di trattare il comune di Bronte in maniera diversa da come erano stati trattati gli altri centri in rivolta. Così fu inviato sui luoghi il genovese Bixio, che era forse l’unico dei generali garibaldini capace di eseguire, con estrema abilità e in perfetta obbedienza, un ordine di tal genere. Ma la scelta di Bixio a tale incarico non fu fatta solo in conseguenza delle sue capacità militari: essa fu determinata, con molta probabilità, anche dal fatto che egli era uno dei quattro giudici del Supremo Tribunale straordinario di Guerra e perciò la sua presenza avrebbe conferito all’azione che si andava a compiere un preciso carattere giuridico di eccezionalità e di esemplarità. La repressione della sommossa brontese doveva essere, dunque, di estrema importanza per Garibaldi, perché altrimenti non si sarebbe mosso il «secondo dei Mille», che nella sua persona sommava le cariche di generale comandante di una colonna mobile dell’esercito e di membro permanente della suprema magistratura penale militare. I motivi di questa scelta di Garibaldi e le ragioni dell’azione condotta da Bixio appariranno chiari rivisitando gli avvenimenti alla luce di alcune nuove fonti documentarie che integrano e completano quelle finora conosciute. Intanto da documenti già da tempo noti risulta che le disposizioni iniziali, date a Bixio, erano di istruire i processi sul luogo e di condurre i colpevoli a Messina.(9) Ma per una serie di motivi, di ordine politico, giuridico e burocratico, le cose non poterono svolgersi conformemente al piano originario e il generale fu costretto ad eseguire a Bronte la sentenza. Non vi sono prove di una reazione ufficiale, negativa, di Bixio a questa necessità che gli si era presentata quando era già sul posto.(10) Il generale, invece, pubblicamente si allinea sulle posizioni di Garibaldi e del Governo e la sua azione appare estremamente dura nei confronti dei rivoltosi. Bixio, infatti, non era uno di quei volontari, nuovi alla disciplina militare, per i quali era un serio problema accettare le dure regole della milizia armata. Egli, fin da giovane, aveva dovuto praticare l’obbedienza e aveva sperimentato il comando: era stato marinaio, prima, e comandante, poi, su navi della Marina sarda e su navi mercantili. Adesso aveva fama di generale inflessibile.(11) Probabilmente la scelta cadde su di lui sia in considerazione di questa sua severità, sia perché si pensò che, non essendo siciliano, avrebbe accettato più facilmente di compiere una missione del genere. D’altra parte anche la stampa moderata isolana premeva perché l’applicazione di alcune delle nuove leggi emanate dal governo, riguardanti l’ordine pubblico, e taluni degli atti più delicati dell’amministrazione giudiziaria, come l’emissione dei giudizi penali e l’esecuzione delle condanne, fossero affidate a «italiani del continente », nella convinzione che gli elementi siciliani, che erano stati incaricati di ciò, non si fossero dimostrati sufficientemente energici.(12) Tuttavia Bixio, che indubbiamente conosceva i retroscena della situazione che erano già di estrema rilevanza al momento della sua partenza per Bronte e che si erano aggravati subito dopo, fu, tra tutti i personaggi coinvolti nella spedizione in territorio etneo, uno dei pochi e forse il primo a dare subito un giudizio negativo sulla missione repressiva che gli era stata affidata. Ciò è estremamente significativo in ordine all’indagine sulle reali motivazioni della repressione. Indubbiamente la notevole diversità fra la posizione assunta in via ufficiale da Bixio, il quale aderiva pienamente agli ordini del Dittatore e si allineava con lui, e invece il suo pensiero espresso in via confidenziale e privata, nelle lettere da lui scritte in quei giorni, indicano che non tutto era chiaro nella spedizione a Bronte. Dunque le perplessità rivelate dal generale genovese a collaboratori e familiari dovevano aver gravi e motivate giustificazioni. Questa duplice posizione di Bixio, nel quale l’atteggiamento pubblico è diverso da quello privato, insospettisce ancora di più quando si constata la severità della repressione. Il generale garibaldino, infatti, che forse era stato scelto anche per la sua presunta o reale indifferenza nei confronti della popolazione siciliana, scrivendo il 10 agosto al Governatore di Catania, commentava: «Triste missione per noi venuti a combattere per la libertà »(13) Negli stessi giorni, in una lettera alla moglie, Bixio le confidava che «il Generale » lo spediva a compiere una «missione maledetta» a cui un uomo della sua «natura» non avrebbe dovuto mai essere destinato.(14) Egli stesso ebbe a dire, nel 1861 in Parlamento, rivolgendosi a Garibaldi e riferendosi indubbiamente ad episodi avvenuti durante la campagna di unificazione italiana, appena conclusa, che, se sotto le armi aveva obbedito ciecamente, una volta sciolto dalla disciplina militare intendeva discutere su quello che gli si voleva far fare. «Il Generale Garibaldi sa - egli disse - che, quando sotto le armi, militarmente mi dà degli ordini, io li eseguisco senza punto discuterli, ma qui mi permetterà che esprima la mia opinione».(15) Fu obbedienza militare, dunque, quella di Bixio a Bronte nella quale il generale, tuttavia, mise intera la sua intransigenza. Il « secondo dei Mille» non agì seguendo un proprio impulso e con motivazioni soggettive, ma in seguito ad un ordine superiore a cui non poté sottrarsi, ordine che coinvolgeva Garibaldi, Crispi, il Governo della Prodittatura e la classe politica siciliana, ordine le cui motivazioni non sono da dedursi ipoteticamente e vagamente, disancorandole dalle fonti documentarie, come spesso si è fatto. Allo stesso modo non è possibile attribuire la severità della repressione al solo generale genovese incaricato di compierla, che è stato accusato di violenza, di crudeltà e di incomprensione per la realtà sociale siciliana. Tale presunta incomprensione, fra l’altro, era un carattere comune a molti tra coloro che lottarono per l’unità, nel 1860, compresi alcuni degli uomini che in quel momento si trovavano al governo e inclusi quei siciliani che volevano che l’ordine pubblico e i processi penali, sia in fase di istruzione che di deliberazione e di esecuzione, fossero affidati a italiani del Continente. Comunque, sia la durezza di Bixio, sia la sua fretta, che rispecchiava non solo il suo desiderio di trovarsi vicino al Dittatore al momento del passaggio dello Stretto, ma anche l’ansia di Garibaldi e del Governo provvisorio di vedere risolta, per motivi diversi, la questione brontese, non vanno considerate come elementi fondamentali per la comprensione delle ragioni della repressione. In essa, tali componenti vanno invece valutate come elementi rivelatori e conseguenti a tutta una situazione di fondo che rimane nascosta se ci si ferma ad essi. Solo andando a monte dei fatti è possibile, invece, trovare la loro chiave interpretativa che certamente non giustifica del tutto Bixio, ma che coinvolge, in ogni modo, oltre a lui e più di lui lo stesso Garibaldi, insieme a personalità potenti e influenti dello Stato Maggiore garibaldino e del Governo provvisorio siciliano. Le ragioni che mossero tutta la vicenda vengono, così, in luce dall’analisi del momento storico in cui gli avvenimenti si svolsero e da tutto un insieme di documenti governativi e diplomatici, conservati negli archivi di Palermo, Torino e Londra, che contribuiranno qui a chiarire i fatti, man mano che si svolgeranno gli eventi preparatori, inerenti e conseguenziali alla sommossa. Attraverso tali elementi le vicende di Bronte assumono un significato particolare ed entrano in una dimensione ben più ampia di quella loro attribuita comunemente. Ciò non tanto per la qualità della sommossa, che resta sempre, essenzialmente, una esplosione di esasperazione popolare e di antiborbonismo, quanto per le complesse e sottili motivazioni della repressione. Bisogna però sempre ricordare che le responsabilità della sommossa vanno divise fra la popolazione locale e la classe politica al governo. La reazione governativa fu invece determinata da ragioni non precisamente insite nel moto brontese e per questo la sua durezza fu inattesa e restò incomprensibile per i contadini del luogo e per il popolo siciliano, in genere, che continuò a chiedersi il perché di tanta severità. Essa inoltre lasciò nei Brontesi una profonda amarezza mai cancellata, anche perché la scelta repressiva, fatta da Garibaldi, non poté essere chiarita «coram populo» per ovvie ragioni diplomatiche e politiche. Dunque la repressione giunse inaspettata. Ma la soluzione repressiva, che appariva ai contadini un atto incomprensibile e agli osservatori esterni una decisione temeraria, sembrò a Garibaldi l’unica possibile in quei gravi momenti, immediatamente precedenti lo sbarco in Calabria. Il Dittatore infatti dovette tener conto sia della posizione in cui si trovavano la Sicilia e l’impresa garibaldina, in rapporto alla situazione politica internazionale, sia dell’atteggiamento delle grandi Potenze e dell’Inghilterra, in specie, nei confronti della prosecuzione della sua impresa nella Penisola. La dura repressione della sommossa brontese giovò inoltre ad un più facile ristabilimento dell’ordine pubblico in Sicilia e dunque fu giudicata positivamente dai moderati, che temevano ogni attacco all’ordine costituito, e dai democratici di destra che si preoccupavano della influenza negativa dei moti di piazza sul proseguimento della liberazione. Però, benché si sapesse benissimo da chi era partito l’ordine di soffocare l’insurrezione, si cercò di tenere separato il nome di Garibaldi e del suo governo, in cui Francesco Crispi ricopriva la carica di Ministro dell’Interno, dalle responsabilità della repressione. Si creò intorno a loro, non si sa quanto volontariamente, un muro di silenzio e si riuscì, in realtà, a deviare l’attenzione dai veri responsabili di tutta la vicenda. Tuttavia, la mancanza di motivazioni apparenti a giustificazione della eccezionale severità della repressione non ebbe la dovuta rilevanza, in quel momento e ancora per lunghi anni, a livello ufficiale. Ciò avvenne per una serie di ragioni, e principalmente perché si ritenne da parte governativa che, in quel caso, le leggi fossero state applicate in maniera ortodossa e non fosse necessario, né conveniente, andare a scavare negli antefatti e nei particolari. Tale atteggiamento fu possibile perché nessuna voce autorevole si levò in difesa del diritto acquisito dai contadini, con il decreto del 2 giugno 1860, alla proprietà di una quota del demanio. La mancata attuazione del provvedimento e la ingiustificata durezza dell’intervento di Bixio costituirono, però, uno «scheletro nell’armadio» per tutta la classe politica che attuò e copri la repressione.(16) In conseguenza, per molto tempo, eccetto che a livello locale, i «fatti di Bronte» vennero volutamente dimenticati. Bisogna arrivare fino al 1882 per trovare nella novella del Verga, intitolata «Libertà», la prima denuncia pubblica della vicenda brontese. Ma solo nel 1910, con lo storico Benedetto Radice, nativo di Bronte, inizia la revisione critica della repressione del 1860.(17) La voce del Radice non è rimasta isolata. Sulla sua scia, nel 1950, lo storico Francesco Renda, allora giovane uomo politico e organizzatore dei movimenti rurali di pressione per la riforma agraria, rimise in circolo attraverso le pagine del settimanale «Il Siciliano nuovo» la storia della ducea di Bronte e delle lotte contadine che ne erano seguite per ottenere la restituzione della terra, a suo tempo sottratta al demanio di quel Comune:(18) in tal modo il tema della Ducea divenne uno dei modi più importanti della nuova piattaforma di lotta per la riforma agraria. In effetti, nonostante i tentativi inglesi di far valere presunti ma inesistenti diritti di extra territorialità, la riforma agraria è stata applicata anche alla proprietà dei Nelson e la ducea oggi è solo un titolo araldico e un lontano ricordo. Dopo il Radice e il Renda si è mossa una nuova corrente storiografica che giunge fino ai nostri giorni. Accanto ad essa si è manifestata una nuova disposizione dello spirito pubblico, di cui si è fatto interprete Leonardo Sciascia e che ha trovato espressione in convegni e dibattiti pubblici, anche promossi dal Comune di Bronte, e persino in opere teatrali e cinematografiche. Si è aperto in tal modo un varco nel muro di silenzio che ha coperto per tanti anni le ragioni della repressione. Oggi possiamo dire che questo muro fu eretto essenzialmente per nascondere le prove di una colpa e di una sconfitta. La colpa era quella di avere fatto sperare invano, nel 1860, alla popolazione contadina che molte cose sarebbero cambiate col nuovo governo che si instaurava nell’Isola e che le ingiustizie sarebbero state riparate. La sconfitta era invece insita nei limiti del programma garibaldino e nella impossibilità del partito democratico di portare avanti, in quel momento e in quelle circostanze, una riforma sociale. |