(…) I tempi erano già maturi ed il 1860 apparve foriero di grandi avvenimenti. Dappertutto si osservava un’incessante agitazione spontanea, quasi inconscia, generale. Un ambiente di libertà si respirava per ogni dove; gli animi di tutti erano pronti all’insurrezione, fiduciosi nella riscossa. Tanta era stata la forza preparatrice dei veri martiri della libertà che, col maggiore eroismo e con nobile tenacità di propositi volevano la patria, l’Italia nostra, una, libera ed indipendente. Un siffatto risveglio in favore della libertà cittadina non tardò molto a rendersi notevole anche in Bronte. Pure, vistane l’opportunità, i vecchi rancori cominciarono a ridestarsi, ed io, che sino a quell’epoca, dai miei nemici mi trovavo fatto segno alle loro improntitudini, che mi dipingevano come il più sfegatato liberale ed indomito rivoltoso contro il Governo borbonico, ora cominciavo ad essere dichiarato sospetto di lealtà liberale, e non si lasciava di sussurrare, sul mio conto, di borbonismo perché ricevitore del Registro. Di ciò mi ebbi il più vivo rincrescimento, la più sentita indignazione, e giudicai opportuno, frenando i miei vecchi principi di libertà, mostrarmi indifferente al nuovo ordine di cose, che già si trovava nella sua piena evoluzione. Arrivato Garibaldi in Sicilia, l’insurrezione dappertutto dava le sue manifestazioni; ed in Bronte, preso accordo con Catania ed altri paesi vicini, si costituì un Comitato per dirigere il movimento.Era il mese di maggio ed io, con la famiglia, mi trovavo alla Piana, fondo di mia predilezione ed al cui miglioramento erano tutti concentrati i miei pensieri. Era la seconda villeggiatura che ivi facevo, nel casino con tanti stenti e sacrifici compiuto e ben provvisto di quanto era abbisognevole alla mia modesta parsimonia del vivere, quando, un giorno, venuti degli emissari da Catania e da Adernò, si riuniva il Comitato nella
casa del duca Nelson, in Bronte, e si ebbe il gentile pensiero d’invitarmi ad intervenire siccome capo della sicurezza pubblica del 1848. Fui presente e, a mio malincuore, dovetti dichiarare la malvagità del mio paese, la difficile posizione, che dai miei nemici mi si era creata, costringermi a mantenermi indifferente al movimento ed in un certo riserbo. Non lasciai, però, d’incoraggiare a fare quello che io non potevo, raccomandando vivamente di tener fermo col popolo una volta disciolto a vita di libertà, ed aver sempre d’occhio i partiti, che, da un momento all’altro, potevano irrompere per privati fini e che, invece di concorrere compatti al sacro scopo della libertà, potevano suscitare scandali e rovine di guerra civile, che si tentarono più volte e sotto tutte le forme nel 1848 e che, a grande stento, io ero riuscito a comprimere. Fatte queste dichiarazioni, mi accomiatai e mi restituii in famiglia, alla villeggiatura.(1) Quell’imparaticcio di Comitato, per quanto smaniante del potere e corrivo al nuovo ordine di cose, non seppe capirne né l’importanza, né il peso. Alzata la bandiera tricolore al grido di Viva l’Italia! Viva la libertà! il popolo si credette sciolto da qualsiasi obbligo sociale e civile; immantinenti fu tutto in armi, come se il nemico fosse stato alle porte e, ignaro di sua via, si ebbe a sperimentare il più vergognoso sconvolgimento, un pandemonio, un putiferio, un pigìo di casa del diavolo. Il primo atto di civiltà che fece il popolo, così ridotto a piena libertà, si fu quello di sfondare le porte del carcere e mettere in libertà tutti i carcerati, di qualsiasi delitto fattisi rei. Siffatta grazia popolare impensierì sul serio i buoni del paese, la borghesia e tutti coloro che avevano roba da perdere, e non pochi di quelli si fecero solleciti a venirmi a trovare alla Piana, invocando il mio aiuto per scongiurare i pericoli soprastanti. Mio malgrado, cedendo alle forze dei tempi ed alle supreme circostanze, mi restituii in paese e trovai assai peggio di quello che mi era stato riferito. Feci di tutto per restituire un po’ di calma; rimproverai di debolezza inqualificabile e di tradimento il Comitato, gli feci presente la grave responsabilità assunta rispetto al paese; ma, non avendo alcuna veste pubblica, dovetti confinarmi in casa mia, ripensando, fra me e me, accorato: - Se questa è l’alba, quale sarà la sera? Né punto m’ingannai. La catastrofe non si fece molto aspettare, e Bronte, nei primi d’agosto del 1860, fu reso triste spettacolo di distruzione, d’incendio, di strage e della più feroce ed esecranda guerra civile. Era la belva umana, che gavazzava nei saturnali della ferocia. Siffatti tristi avvenimenti si compievano quando il Comitato promotore del nuovo ordine di cose, incapace di frenare le disciolte passioni, era scappato via, abbandonando vigliaccamente la consegna e l’assunto impegno, e facendo sì che venissero trascinati al potere uomini, per quanto onesti e rispettabili, altrettanto inetti all’esigenza ed all’importanza dei tempi. Così nessuno, in Bronte, ebbe in mani degne la tutela dell’ordine pubblico, e la immane catastrofe fu compiuta! Fattone avvertito il Governo della provincia, questo si fece sollecito a spedire a Bronte una squadra della guardia cittadina, accozzaglia di gente disposta più al male che al bene. Fu questa squadra che, facendo mala lega co’ galeotti ed i facinorosi in sommossa, non solo non volle impedire il massacro di alquanti cittadini della classe civile, che il popolo furente aveva in suo potere condannati a morte, ma anche lo consigliò, lo sollecitò, convenendo che esso, nel compiere tale massacro, aveva giusta ragione. Così, quei disgraziati furono tutti portati via dal Collegio, dove si trovavano detenuti e, appena usciti fuori dall’abitato, furono, a furia di popolo, come cani, trucidati. Fallita questa prima spedizione di forza, se ne faceva una seconda sotto il comando del generale Poulet. Questa produsse una certa calma; ma sapeva molto di precarietà, quando, sulle vive istanze di Nelson, duca di Bronte, che trovava sul serio compromessa la sua proprietà e la vita dei suoi impiegati, arrivava
il generale Nino Bixio, il quale, con la rapidità del fulmine, con giudizio sommario sul tamburo, polvere e piombo, seppe spaventare la ferocia dei malfattori e sollevare un poco l’animo degli onesti cittadini, avvilito e profondamente accasciato. Alla sua presenza e sotto i suoi ordini, fece eseguire la fucilazione di quanti faziosi potè arrestare e del loro capo, certo Nicolò Lombardo(2), avvocato, che, sia per ingenita nequizia, sia per la più sfrenata ambizione di potere, aveva a quel miserando stato ridotto il paese.(3) Per ben tre giorni, Bronte fu triste spettacolo di sacco e di fuoco e delle più terribili scene di sangue; e si è voluto da taluni, per questi funesti avvenimenti, battezzarlo col nome esecrando di paese da cannibali. Ma bisogna fargli giustizia. Bronte, quantunque con una massa popolare nella maggior parte ignorante, si è distinto sempre per grandezza d’animo, pei suoi calmi e pacifici intendimenti. Ma, nel 1860, sopraffatto dalla forza brutale e prepotente dei galeotti, nella loro maggioranza d’altri paesi, fece senza sapere quello che si faceva; ed i galeotti stessi, visto che mal si prestava alle loro iniquissime determinazioni, furono solleciti a far aprire e sfondare tutte le cantine; fattolo, così, ubbriaco ed inconscio delle proprie azioni, se ne valsero per le loro più inique e nefande intenzioni. Ne sia prova che gli omicida brontesi, meno pochi, furono tutti giovanetti appartenenti ad agiate ed onestissime famiglie, che giammai avevano dato di loro simili prove ed oggi nelle prigioni espiano, la pena di delitti, che possono dirsi non propri e che neanche ricordano di avere commessi. Fu il popolo stesso, che riavutosi da quella inconsulta ubbriachezza, disdegnoso e con orrore, ebbe a guardare quei dolorosissimi fatti compiuti, e, anche se non fossero arrivati a tempo i generali Poulet e Bixio, la reazione degli onesti si sarebbe verificata per punire le atrocità commesse dai malfattori e riparare l’onta fatta al paese. Fu, anzi, puro caso se il Lombardo, ritenuto autore di tanta sciagura, non venne, a furia del popolo rinsavito, sacrificato in espiazione della sua esecranda colpa di lesa umanità e di lesa patria, sì atrocemente oltraggiata nella sua dignità, nel suo benessere, nella sua ordinaria tranquillità. In un siffatto periodo di rilevante sventura, io mi trovai sempre compreso del più sentito rincrescimento. Veder quel popolo - sempre docile, in altri tempi simili, da me sperimentato, e capace sempre di grandi sacrifici, purchè chiamato a tempo al suo dovere e nei modi convenienti -in quello stato di terribile pervertimento, ah, l’animo mio n’era straziato ed alzava gridi di dolore! Dovetti, intanto, mantenermi sempre saldo nel mio riserbo, pure non lasciai di somministrare i miei buoni consigli, ma invano perché il pervertimento trovavasi nel suo pieno sviluppo. Era il secondo giorno di quei tristissimi spettacoli quando, verso le 4 pomeridiane, una gran folla di popolo furente tutta ingombrò la strada di mia casa(4) ed altre attigue; continue fucilate si facevano sentire e ben tre giovani, di ceto civile, fatti freddi cadaveri, giacevano in quei pressi vittime del furore popolare. Il mio stato in siffatte circostanze si era fatto davvero terribile, facendomi tutto supporre che, da un momento all’altro, doveva essere assalita la mia casa ed io essere il capro espriatorio forse per infame suggestione dei miei inesorabili nemici. Non vi era più tempo da perdere; e, fattomi quel maggior coraggio che alla gravità della posizione si conveniva, mi affacciai al balcone e con la massima fiducia e franchezza a quello sterminato affollamento di popolo inferocito dichiarai: - Quella ressa pertinace, quel brulichìo interminabile attorno alla mia casa essere segno non equivoco che si ricercava della mia persona; prevenendo l’intenzione di quel popolo, che avevo sempre amato e beneficato, essermi fatto sollecito, fiducioso a presentarmigli perché disponesse di me e della mia famiglia a miglior suo piacimento; ove esso l’avesse voluto, riuscirmi davvero soddisfacente morire purché la mia morte fosse stata olocausto sufficiente per salvare il paese, il cui benessere era stato sempre, per me, principale aspirazione. Le mie poche ma calde parole sortirono il migliore desiderabile effetto. Si i levò immantinenti una concorde ed unanime voce di mia rassicurazione, concludendo che stessi tranquillo in mia casa con la mia famiglia, che il popolo di Bronte sapeva far giustizia e che la consegna per la tutela della mia casa e della mia famiglia era sacra per tutti. Per darmene la più solenne prova moltissimi dei miei più affezionati si misero a sedere attorno alla mia casa per fame la sentinella. In segno di gratitudine, aprii la mia cantina e la misi a loro disposizione. Si avvicinava la sera ed io abbattuto ed affranto da quell’incessante terribile turbinio della più feroce barbarie e compreso di orrore per quelle nequizie che, in via progressiva, sempre aumentavano, credei opportuno manifestare a taluni di quei rivoltosi che erano in mia casa il mio vivo desiderio di uscire dal paese, da quell’infernale pandemonio e recarmi a Catania. Si accettò di buon genio la mia domanda, ed io con alcuni dei miei parenti, inoltratasi l’oscurità della notte, non solo fui messo fuori eludendo la vigilanza di coloro che avevano la consegna di un rigoroso cordone attorno al paese, per impedire l’uscita de’ sorci (così erano chiamati quelli che erano ricercati per fame strage) ma anche per mia maggiore soddisfazione e sicurezza da non pochi fui accompagnato fino ad Adernò, da dove subito partii per Catania col fermo proposito di restarvi e per sempre. Sistemata la posizione di Bronte, il generale Bixio in furia ed in fretta, per quanto meglio gli fu possibile, partiva per Milazzo, dove con la massima urgenza ed impazientemente lo aspettava il generale Garibaldi per la continuazione delle loro gloriose e patriottiche imprese. Intanto, con apposito decreto, fattomi partecipare in Catania a mezzo di quel governatore, mi chiamava alla reggenza dell’azienda comunale in dissesto e manomessa, facendo adesione al voto pubblico in mio favore in quelle circostanze manifestato. Per fermo, il nome di colui che, per i servizi resi al paese, gode una grande popolarità, viene sempre in mente nelle circostanze difficili e delicate malgrado egli siasi ritirato dalla vita pubblica. Chiamato dal governatore, fui pregato anche ad assumere le funzioni di delegato di pubblica sicurezza siccome continuazione dell’incarico da me ben disimpegnato nel 1848 di capitano giustiziere. Mi negai recisamente, facendogli conoscere l’ingratitudine e la perfidia di taluni del mio paese, che l’aver salvato Bronte nelle tristi vicende del 1848 era stato la mia rovina, che perciò non avrebbe potuto dubitarsi della ragionevolezza del mio rifiuto. I fatti di Bronte dal giornalismo erano stati dipinti con colori così tetri da far venire la pelle d’oca a tutti coloro, che erano chiamati ad esercitare una funzione pubblica qualunque. Nel mentre il governatore curava col maggiore impegno a provvedere alle tristi esigenze di Bronte, taluni del paese, e tra questi dei miei nemici in resipiscenza, invocando il mio ajuto, mi chiamavano in Bronte per ridare un sistema al paese e a loro la pace tanto desiderata dopo sì dolorosissimi trambusti sofferti. Il governatore, non trovando chi volesse assumersi quell’incarico, perché orroroso oltremodo si era reso il nome del paese di Bronte, mi sollecitò una seconda volta perché io accettassi; ed io, commosso dalla sventura del paese che avevo sempre amato, e più dall’invito che la catastrofe aveva consigliato ai miei stessi nemici e ritenendo che il perdonare i nemici e salvare la patria sia la migliore gloria del vero cittadino, finalmente accettai, e fornito del decreto di nomina, mi recai a Bronte per provarmi all’adempimento dell’incarico ricevutomi. Appena arrivato, fu mio primo pensiero presentarmi al posto di guardia per persuadermi dello stato delle cose, ed annunziarmi agli agenti di pubblica sicurezza loro superiore e dare gli ordini opportuni al bisogno. Ivi trovai gran copia di persone arrestate ed altre se ne aspettavano perché la guardia si trovava in giro i per scovarle, essendo ritenute ree. Ben compresi la posizione essere climaterica e, da un momento all’altro, poteva venire una reazione con più tristi conseguenze di prima; dappoiché, sfrenate le passioni di vendetta e di secondo fine, non c’era più domicilio sicuro, qualunque persona si poteva dichiarare imputabile ed arrestare, essendo sufficiente una sommaria denunzia. Vidi inoltre che i poteri erano concentrati nella Guardia nazionale e che i componenti la stessa avevano ciascuno dei torti da vendicare. In quella condizione credei opportuno esordire con un atto di grazia onde affezionarmi il popolo ed avermi, indi, più agio a colpire i veri rei e così rimettere definitivamente l’ordine e la calma. Diedi la libertà a tutti coloro che, arrestati, si trovavano alla rinfusa, annunziando alla Guardia nazionale che più oltre non si permettesse violare il domicilio e la sicurezza dei cittadini; che, se persone dovevano arrestarsi, l’ordine di arresto doveva partire da me, che io, nei bisogni, avrei invocato l’ajuto della guardia stessa. Questo primo atto produsse i suoi migliori effetti, e di già tutti cominciavano a riprendere le consuete abitudini. Ma, quantunque ci trovassimo nella stagione della semina, molti agricoltori -alcuni perché consci della propria reità, altri perché temevano d’essere arrestati nonostante che fossero innocenti - rimanevano solitari senza curarsi di ripigliare le proprie agrarie incombenze, ciò che era di supremo interesse, essendo Bronte un paese eminentemente agricolo. Mi fu quindi mestieri percorrere, a quando a quando, delle campagne fingendo di divertirmi alla caccia per avere il destro di avvicinare campagnuoli, assicurarli della loro libertà ed incoraggiarli al lavoro. Era però beninteso, che se taluno, veramente reo, doveva essere arrestato, ciò doveva aver luogo nella via legale e col mio assentimento. Invece, tutti coloro, che non s’erano resi colpevoli, potevano attendere liberamente ai loro affari sotto la mia garanzia. Rassicurati così gli animi, in certo modo si vide rinascere un po’ di vita e di traffico; ma ciò non bastava. L’umanità offesa e tanto crudelmente oltraggiata doveva aversi una riparazione, anco per far comprendere che la giustizia manomessa riacquistava la sua potenza e che sapeva, nella sua previdenza e sapienza, colpire i rei. Sollecitai allora dal Governo l’invio, a Bronte, di un giudice istruttore per la compilazione dei processi corrispondenti ai fatti avvenuti. Un certo Vasta ne venne destinato; ma costui, preso da grave spavento a causa delle notizie apprese in Adernò, ricusò di procedere oltre e ivi fermossi, e, certamente da lì, col male della paura, sarebbe tornato a Catania se io non ne fossi stato a tempo informato e, con la maggiore sollecitudine, non mi fossi ivi recato e non l’avessi, rassicurandolo, meco condotto a Bronte. Immantinenti si diè principio all’opera, e, mano a mano che, istruendo, quel solerte giudice rilasciava i mandati d’arresto, gli agenti della forza pubblica, di cui mi trovavo provvisto in copia, ne curavano prontamente l’esecuzione. Così camminando i processi furono tutti istruiti ed i rei poscia tradotti innanzi alla Corte d’assise di Catania, ebbero quella condanna che loro si competeva. Così venne consolidata la calma e l’ordine restituito. Era mio intendimento assicurare una calma duratura, che fosse per Bronte l’inizio di un’epoca nuova di civiltà e di benessere. Occorreva, quindi, togliere di mezzo, e per sempre, la causa perenne che teneva diviso il paese in due paurose fazioni, animate dai più virulenti rancori: ossia troncare, mediante una conveniente transazione i secolari litigi, che vertevano tra il Comune di Bronte e il duca Nelson. Bisognava pure eliminare un’altra causa di risentimento popolare procedendo alla divisione, in favore della povera gente, delle terre comunali; ma questo non era possibile fare, perché sui terreni da dividersi esistevano ancora dei diritti promiscui del Comune e del duca Nelson, e questo faceva sentire di più la necessità di venire con lui alla desiderata transazione. lo allora la tentai, la sostenni con la maggiore energia ed operosità, e fu fatta. Quella transazione fu una vera conquista per Bronte. Si transige quando si è tuttavia in questione; ma oramai le sorti del Comune erano compromesse, avendo il presidente della Corte di Catania, certo Martorana(5), chiamato da ambo le parti a decidere come arbitro, liquidate le vecchissime e costosissime contese, in massima misura a favore del Duca, e per conseguenza, in tempi ordinari, sarebbe stata anche ingenuità parlare di transazione. Invece io, memore del proverbio che ogni male non vien per nuocere, pensai di trar profitto, nell’interesse del paese, dalla catastrofe avvenuta in Bronte. Si aggiunga che la proprietà ducale si trovava attentata; il segretario contabile del Duca, certo Leotta, era stato a furia popolare ammazzato; l’amministratore generale,
certo Guglielmo Thovez, per tenersi al converto d’ogni pericolo, era ancora rifugiato a Catania; tutti gli altri impiegati erano guardati a stracciafalco e continuamente minacciati. lo, intanto, per riuscire nel mio scopo, ingrandivo, parlando con essi, i pericoli che loro sovrastavano, in modo che tutti compatti facessero sentire all’amministratore generale che si sarebbero dimessi per garantire la loro personale integrità se egli non avesse trovato modo, addivenendo alla transazione col Comune, di levar via ogni causa di rancore nel paese. Fu così che il Thovez, sopraffatto da un lato dalla viva insistenza dei suoi dipendenti e, dall’altro, dal timore del pericolo che lo minacciava, si arrese alle mie proposte di transazione. Superati gli ostacoli, che venivano dalla Ducea, si presentavano più tremendi quelli che venivano da parte dei padri della patria: trattavasi, per molti di essi, della lotta per la loro sussistenza, e, quindi, si rendevano feroci. Fu fortuna pel paese che io mi trovassi a capo dei poteri della sicurezza pubblica; onde, quello che non potei ottenere con la persuasione e con la ragione, mi fu necessità ottenerlo con la forza o con la minaccia della forza. Di altre buone congiunture io seppi profittare.
Il professore De Luca(6) voleva essere deputato; ma, senza il mio appoggio in Bronte, il suo sarebbe rimasto (e ben lo comprendeva) un pio desiderio e, quindi, gli fu necessario dissimulare il suo rincrescimento per la minacciata transazione, che a lui, avvocato del Comune, avrebbe fatto venir meno una sorgente di lauti guadagni. Anzi, avvalendomi della mia posizione e delle circostanze elettorali, l’obbligai, in certa guisa, a darmi il suo avviso sulla transazione stessa da servirmi di base per le pretese da mettersi avanti a favore del Comune. Messo da me tra l’uscio e il muro, fu costretto a pronunciarsi davanti a non pochi ed onesti cittadini. Il De Luca affermava essere sufficiente compenso per i diritti del Comune ottenere tutto quanto dei fondi promiscui si trovava di qua del fiume. Tutti acconsentirono; ma io ebbi la fortuna di ottenere non solo questo, ma anche una metà di ragguardevole proprietà posta al di là del fiume, meno di 1003 salme di terre seminatoriali che rimasero per esclusivo conto della Ducea a causa di un antico e incompleto deliberato di questo Municipio, che formava, già, titolo incontrastabile. Erano davvero grandi i vantaggi ottenuti pel Comune; eppure ci volle tutta la mia inesorabile fermezza per conchiudere - contro la voglia di alcuni comunali cointeressati - la transazione. |
Il brano è tratto dal libro «Ricordi e lettere ai figli» scritto da
Antonino Cimbali e pubblicato postumo a cura del figlio nel 1902 (Torino, Fratelli Bocca Editori, 1802) . Il libro è stato ripubblicato dalla Banca Mutua Popolare di Bronte nel 1987. Antonino Cimbali (Bronte 1822 – 1897) fu il padre di quattro illustri figli che raggiunsero alti livelli culturali in campi diversi:
Enrico (1855–1887),
Giuseppe (1858-1924),
Francesco (1860-1930 e
Eduardo (1862-1934). Fu sindaco di Bronte per ben quattro volte (negli anni 1862, 1869, 1888 e 1890),
capitano giustiziere, ricevitore del Registro, professore di Scienze naturali al Real Collegio Capizzi (nel 1874); cercò di fare il medico (con poca fortuna, "mi trovai medico - scriveva - senza volerlo e senza saperlo") e si interessò anche della vita pubblica indossando i panni del grande mediatore. Fu anche per questo che dopo i tragici fatti di sangue il "Maggiore Generale Comandante Sig. G. Nino Bixio" con decreti dell'8 e 11 Agosto 1860,
lo nominò membro del Consiglio Comunale di Bronte e il Governo della Provincia di Catania, il 28 Settembre 1860, lo nomina delegato per la Sicurezza Pubblica dello stesso Comune. «Ne' Ricordi - scriveva il figlio Giuseppe nel 1902 - egli mostra quello che, (vero self-made man) fu per sè e quello che tentò e fece per vincere il proprio ferreo destino, per rompere l'inesorabile catena di difficoltà che lo avevano circondato fin dalla nascita e per emergere dal guscio in cui minacciava di soffocare.» In queste pagine, tratte da Ricordi e lettere ai figli (ed. 1987, Cap. IV e V, pagg. 73-83) Antonino Cimbali descrive ciò che direttamente vide e visse a trentotto anni nei giorni tragici dell'agosto 1860. [aL] |
|
Il capitano Antonino Cimbali di Vincenzo Pappalardo
Nei giorni terribili della rivolta, Antonino Cimbali era a Bronte; prima a villeggiare in una proprietà di contrada Piana, successivamente, quando il moto esplode, nella residenza di paese, a pochi metri dal monastero di Blandano. Della vicenda il Cimbali avrà perciò la prospettiva privilegiata del testimone; ma anche del protagonista ambiguamente defilato. Il punto di vista che egli metterà per iscritto in un volume di lettere e ricordi ai figli, rappresenta la prospettiva delle vittime “civili”, con l’insofferenza e il pregiudizio antipopolare e la sottovalutazione della questione economica e sociale. (…) Il Cimbali preferì vivere quelle giornate defilato, scappando anzi a Catania la notte del 4 agosto, quando la folla era arrivata sotto il balcone di casa e solo il carisma esercitato su alcuni rivoltosi aveva consentito che passasse oltre; e, anzi, la notte gli si aprisse la strada per Catania. Nel racconto che fa ai figli, il vecchio Antonino racconta con reticenza quell’atteggiamento, indicando la presenza di molti nemici e l’opportunità di mantenere la prudenza. Uno dei codardi bollati da Bixio o, molto più semplicemente, un uomo da poco sposato e con figli piccoli, fattosi anche lui prendere dalla paura e, nel bailamme incontrollabile della marea montante, incapace di trovare strumenti e interlocutori per intervenire. Resta però che, nel momento di maggiore pericolo e sull’orlo dell’abisso imminente, la città non seppe trovare lo spazio per il suo cittadino più autorevole e capace, l’unico, forse, in grado di giocare delle carte che avrebbero potuto scongiurare il precipizio. Ma quella era la Bronte dei due partiti e delle loro perverse classi dirigenti, dietro le cui maschere “... fermentavano le vendette private, i particolari fini”. (…) Ci sono due chiavi che consentono di capire subito i criteri che mossero l’azione di Antonino in quei giorni: un’assoluta insensibilità sociale, che non gli fece mai sentire né la sofferenza e la sete di giustizia popolare né la violenza e la prepotenza dell’agire ducale e borghese; e, ancora, una vigorosa coscienza civile, che lo condusse a combattere qualunque violazione al corretto ordine pubblico, da qualunque parte venisse, e a concepire una soluzione all’annosa disputa tra Comune e Ducea che avesse il fine di ristabilire le condizioni di pace, tagliando alla radice altre possibili sommosse che potessero di nuovo incendiare il paese; e che perciò contentò gli interessi di parte di tutti, lontani dalla preoccupazione eminentemente civile del suo promotore. Poi, la distribuzione delle 1003 salme di terreno avute indietro alla Ducea privilegiò la solita borghesia; e i contadini, cui erano toccate le terre più isolate ed aride, presto fallirono e presero la strada per le Americhe. Ma questo sarà un esito per il quale la sensibilità del Cimbali non avrebbe sentito alcuna responsabilità. “Per ben tre giorni, Bronte fu triste spettacolo di sacco e di fuoco e delle più terribili scene di sangue; e si è voluto da taluni, per questi funesti avvenimenti, battezzarlo col nome esecrando di paese da cannibali. Ma bisogna fargli giustizia”. Il temperamento concreto di Antonino Cimbali corre subito al nocciolo della questione; e la breve narrazione di quei fatti, densa di episodi personali e di espressioni che giustifichino ai figli il dubbio “riserbo” di quei giorni, diventa la difesa della purezza dell’animo brontese, distolto dal suo percorso di civiltà e bontà a causa dell’irruzione di alcune circostanze assolutamente eccezionali. Il popolo di Bronte è docile e capace di grandi sacrifici; e quantunque la massa sia ignorante, pure si è sempre distinto per “grandezza d’animo, pel suoi calmi e pacifici intendimenti”. Che cosa ha deviato, allora, quella gente dal binario della loro ordinaria bontà e mansuetudine? Con la sicurezza lucida di chi conosce bene la sua realtà, e con l’energia delle sue robuste convinzioni conservatrici, Cimbali indica sostanzialmente tre ragioni: innanzi tutto, la ventata di libertà portata dall’entusiasmo garibaldino ha, per così dire, liberato anche il popolo, gli ha tolto quei freni ch sono necessari a tenere ordinata la massa e, senza i quali, il popolo ignorante e privo di responsabilità rompe gli argini e devasta l’ordinato vivere civile; perciò Antonino vanta di avere da subito avvertito le autorità de pericolo, “... raccomandando vivamente di tener fermo col popolo una volta disciolto a vita di libertà”; e ironizza sull’assalto alle carceri, “primo atto di civiltà che fece il popolo, così ridotto a piena libertà”. In secondo luogo, la responsabilità delle violenze deve essere addebitata ai galeotti, fuggiti in quei giorni dalle carceri, che hanno trascinato nella loro ebbrezza di sangue il popolo eccitato e senza freni, facendo diventare assassini bravi giovani, appartenenti a famiglie oneste e rispettate. Un popolo puro, insomma, che ebbe la sfortuna di essere liberato e lasciato in balia della sua incoscienza, che “... fece senza sapere quello che si faceva...”, vittima di galeotti in gran parte forestieri “... visto che mal si prestava alle loro iniquissime determinazioni... fattolo, così, ubriaco ed inconscio delle proprie azioni, se ne valsero per le loro più inique e nefande intenzioni”. Infine, argomento rilevante, la responsabilità politica cade sulle spalle dei partiti, che hanno fatto a brandelli la pace civile del paese per i loro fini privati e, incuranti del “sacro scopo della libertà”, hanno suscitato scandali e guerra civile; e cade soprattutto sulle spalle del partito comunista e del suo esponente di spicco, l’avvocato Lombardo, che “... sia per ingenua nequizia, sia per la più sfrenata ambizione del potere, aveva a quel miserando stato ridotto il paese”. Il moto di Bronte viene così ridotto alla misura di un attentato all’ordine pubblico, con una reticenza assoluta sulle rivendicazioni sociali ed economiche della rabbia popolare e con il tentativo di spostare per intero la responsabilità dell’insurrezione agli interessi meschini della classe dirigente e all’azione delinquenziale di galeotti immigrati. Nessuna analisi della situazione sociale ed economica del paese, che pure non sfuggiva al Cimbali; nessuna contestazione delle responsabilità della Ducea e della classe di borghesi ad essa legati; nessuna pietà per la sorte dei fucilati, e fa senso pensare che la riserva negativa sul Lombardo, dietro cui si nascose il ceto dei notabili di questo paese, ancorché rivista dal giudizio storico maturato con il Radice nella stessa città, mantenga ancora oggi un imbarazzato silenzio su quei nomi e un’ostinata reticenza a riconoscerne la funzione e il sacrificio per la crescita civile di questa comunità. (…) Dopo il tragico epilogo dei Fatti «quando ormai il massacro ha gettato il paese nella paura e nella paralisi, le autorità provinciali penseranno a lui e restituiranno il controllo dell’ordine pubblico della città. La prudenza e la determinazione del suo agire si riveleranno ancora decisive per svelenire l’ambiente di vendette e ritorsioni che Bixio aveva lasciato a se stesso, e per ricondurre il paese alle usuali attività di semina e raccolta. La Guardia Nazionale, che al comando del Cesare aveva dato avvio ad arresti di massa viene bloccata e il suo agire ricondotto nei termini della legge; una grande amnistia restituisce serenità a quella gran massa di cittadini che avevano partecipato al tumulto, senza però macchiarsi di reati, mentre i contadini vengono incoraggiati a tornare alle loro attività, nella consapevolezza che la mancata semina autunnale avrebbe condotto la città ad una devastante carestia. Con intelligenza, il Cimbali comprende come occorre tagliare una volta per tutte la questione delle terre demaniali contese, che oppone i contadini alla Ducea e che lacera il paese in due partiti che hanno consumato il fondo della convivenza civile, facendolo straripare nella strage e nella barbarie: perciò media col Comune e la Ducea, perché arrivino a quella transazione del ‘61 che, pur con tante ombre, porrà fine alla complicata questione. Una mediazione che gli costò critiche ed amarezze, che non risolverà la secolare miseria dei contadini; ma che egli affrontò superando gli insormontabili ostacoli posti dalla Ducea e quelli ancora più difficili creati dalla torma di civili che, come l’avvocato del Comune Placido Luca, con la disputa ci guadagnavano e non mostravano alcun entusiasmo a porre fine a quel lucroso morbo della convivenza sociale del paese.» (Vincenzo Pappalardo,
L’identità e la macchia, Il battesimo della coscienza civile a Bronte nel dibattito sulla strage del 1860, Maimone Editore, Catania, 2009, pagg. 63-64, edizione fuori commercio) |
|
 | L'immenso feudo dato in regalo dal Borbone a Nelson nel dicembre 1798, nella sua originaria estensione (in giallo ciò che rimase al piccolo Comune, uno spicchio di Etna ed un mare di sciara; in grigio il territorio di Maletto). Praticamente, tolti i due feudi di Foresta Vecchia e del Cattaino (del marchese delle Favare) e quello della Placa (del duca di Carcaci) tutto il restante territorio fertile o arabile (quasi 15.000 ettari su 25.000), compresi gli abitanti di Bronte (i vassalli dell'epoca), era stato donato a Nelson ed ai suoi discendenti (diretti ed indiretti). Seguendo quanto aveva già fatto il Papa Innocenzo VII che nel 1491 donò l'Abbazia di Maniace con tutti i suoi abitanti in dotazione all’Ospedale Grande e Nuovo di Palermo, il Borbone, infatti, aveva anche lui
graziosamente regalato «… in perpetuo la terra e la stessa città di Bronte, … con tutte le sue tenute e i distretti, insieme ai feudi, alle marche, alle fortificazioni, ai cittadini vassalli, ai redditi dei vassalli,
ai censi, ai servizi, alle servitù, alle gabelle …». Da questi due "regali" ebbe origine
una gran lite che Bronte sostenne per la sua libertà e contro le angherie e le prepotenze feudali, dagli inizi del 1500 contro l’Ospedale Grande e Nuovo di Palermo e dalla fine del 1700 contro i Nelson. Le legittime aspirazioni della comunità brontese, priva di sostegni e protezioni, risultavano sempre perdenti ed inappagate. Incredibilmente, nelle condizioni di estremo vassallaggio della popolazione, questa grande lite si protrasse di fronte ai tribunali, senza interruzione, per ben cinque secoli, dissanguando il Comune ed impoverendo sempre più la popolazione, costretta ad emigrare e con i suoi migliori cittadini, giudici e capitani che soffrirono
anche carcere ed esilio o, addirittura, furono
condannati a morte. (B. I.) |
|