1860-2010 / Bronte, una strage e due verità
Il cuore e la spada
E l’Italia nacque tra alcove e battaglie
Vespa racconta 150 anni di storia politica
dell'Italia unita
Il 150esimo anniversario dell'Unità d'Italia passa anche per questo libro di
Bruno Vespa, dove il giornalista ritorna a vestire i panni dello storico in
senso stretto. Ci spiega come e perché l’unificazione d’Italia sia rimasto un
processo incompiuto ripercorrendo un secolo e mezzo della storia del nostro Paese
attraverso le figure dei protagonisti visti nel doppio ruolo,
sia nella storia politica che nel loro essere uomini, e quindi i loro difetti,
i loro pregi e i loro amori. Quindi c’è il cuore, c’è la spada, ci sono i loro
contrasti, le loro battaglie, ma anche i loro sentimentalismi.
Nell’ambito delle pagine dedicate alla spedizione garibaldina in Sicilia
l’autore parla anche di “Bronte, una strage e due verità”. Nulla di nuovo o di
particolarmente interessante, solo un sommario racconto di quel che
accadde alle pendici dell’Etna nell’Agosto del 1860. «Non si può non
riconoscere - è la conclusione di Vespa - che, a fronte di 16 persone uccise
dai contadini, soltanto 5 rivoltosi furono giustiziati. E se almeno 2 di
questi (l’avvocato Lombardo e il povero Nunzio) erano innocenti, le guerre
moderne ci hanno abituato a rappresaglie ben più tragiche, non solo da parte
nazista.» |
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Bronte, una strage e due verità
«Le guerre moderne ci hanno abituato a
rappresaglie ben più tragiche»
«I Mille, abbiamo detto, erano in larga parte settentrionali. Si può
capire, perciò, il loro stupore nel vedere i costumi dei siciliani e delle
siciliane. «Vestono come saracene» annotò tra il sorpreso e l’ammirato un
cronista d’eccezione come Ippolito Nievo. «Qui si vive in pieno Seicento con
il barocchismo le raffinatezze e l’ignoranza di allora» raccontava alla madre.
«Noi abbiamo il compenso di esser ammirati come Eroi, e questo vantaggio con
due spanne di blouse rossa e settanta centimetri di scimitarra ci fa
sentire gli uomini più contenti della terra.»
Davanti alla residenza di Garibaldi c’era la fila per offrirgli canditi e
cannoli, ma altrove la novità fu accolta diversamente. Molti contadini
scambiarono l’arrivo del generale con l’inizio della rivoluzione: occuparono
le terre(1) e il 2 agosto a Bronte, in provincia di Catania,
ammazzarono 16
persone tra nobili e notabili.
Bronte era un feudo degli
eredi di Horatio Nelson, che l’aveva avuto in
omaggio dal Borbone in segno di gratitudine per il sostegno fornito nella
repressione della rivoluzione napoletana del 1799. E lavorare sotto i Nelson
non era molto gratificante per i contadini, che dovevano consegnare il 60 per
cento del raccolto e restituire le sementi. (Sul «Corriere della Sera» del 31
luglio 2010 Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella hanno riportato il testo del
proclama con cui il 2 giugno 1860 Garibaldi aveva illuso i contadini sulla
distribuzione delle terre(2), che, in realtà,
sarebbe avvenuta soltanto un secolo
dopo.)(3)
Perciò, quando si accorsero che la realpolitik avrebbe lasciato il feudo ai
vecchi proprietari, s’infuriarono e perpetrarono la strage.
Strage orribile,
come raccontò Giovanni Verga in una novella (Libertà)
accusata da
Leonardo Sciascia di proporre una versione troppo filogaribaldina in ossequio
all’oleografia a lungo dominante sulle imprese dell’Eroe dei Mille, ma,
confermata anche dallo storico Benedetto Radice (Nino Bixio a Bronte), che pure rivelò i particolari più crudi e ingiustificati della repressione.
Basti dire che, dopo aver ammazzato
il notaio Ignazio Cannata, odioso notabile
del paese, i rivoltosi uccisero anche suo figlio Neddu, di undici anni: il
ragazzo tentò di scappare, ma fu raggiunto, massacrato a calci in faccia e poi
finito, secondo la versione di un testimone al processo, in questo modo: «Il
taglialegna, dalla pietà, gli menò un gran colpo di scure con le due mani,
quasi avesse dovuto abbattere un rovere di cinquant’anni...». Uno degli
insorti, per lavarsi la coscienza, commentò: «Bah, egli sarebbe stato notaio,
anche lui!», a dimostrazione di un odio sociale che prescindeva dalla qualità
delle persone.(4)
La reazione era inevitabile. Garibaldi e il suo luogotenente siciliano
Francesco Crispi, che nel 1887 sarebbe diventato presidente del Consiglio,
volevano impedire il ripetersi delle stragi di Partinico dove i paesani
avevano massacrato i soldati borbonici in ritirata che si erano macchiati
dell’eccidio di vecchi e bambini innocenti.
Incaricato della repressione
esemplare fu Nino Bixio. Il 6 agosto arrivò a Bronte alla guida di un battaglione di bersaglieri, fece
un’inchiesta e ordinò un processo sommario che in quattro ore finse di
esaminare addirittura 150 casi e si concluse con la condanna a morte di cinque
persone, fucilate all’istante.(5)
Tra queste, l’avvocato Nicolò Lombardo, che era stato proclamato sindaco dai
rivoluzionari e che in seguito fu completamente scagionato dalla strage(6), e un
poveraccio, lo «scemo del villaggio», incapace d’intendere e di volere. Il
poveruomo, Nunzio Ciraldo Fraiunco, per tutto il tragitto verso il luogo
dell’esecuzione continuò a baciare lo scapolare con l’immagine della Madonna
che portava al collo e a ripetere al garibaldino che lo scortava: «La Madonna
mi salverà». In effetti, la Madonna ci provò, perché Nunzio non fu colpito
dalle scariche del plotone d’esecuzione. Ma quando si gettò ai piedi di Bixio
gridando: «La Madonna m’ha fatto la grazia, ora fatemela voi», sentì il
generale ordinare a un sergente: «Ammazzate questa canaglia».
Tre anni dopo, altre venticinque persone furono condannate all’ergastolo. Più
di un autore (tra cui Gigi Di Fiore nel suo Controstoria dell’unità
d’Italia) sospetta che Garibaldi adottò un atteggiamento così duro
perché la rivoluzione aveva messo in pericolo gli interessi inglesi in Sicilia
ai quali abbiamo accennato. Ed è vero, ma poiché Russia, Austria e Prussia,
allarmate da questa ondata rivoluzionaria, stavano già interrompendo i
rapporti diplomatici con il Piemonte, il generale pensò di tranquillizzare
l’opinione pubblica britannica che, come abbiamo visto, gli era molto cara.
Sulla tragedia di Bronte si sono avuti nell’arco di centocinquant’anni giudizi
diversi. Per un secolo, in onore dell’epopea garibaldina, della vicenda si è
parlato pochissimo e in termini edulcorati. Dal 1972, quando uscì sugli
schermi il film di Florestano Vancini Bronte. Cronaca di un massacro che i
libri di storia non hanno raccontato, di cui Sciascia fu uno degli
sceneggiatori, si sono moltiplicate le critiche all’atteggiamento dei
garibaldini. Nella cittadina siciliana c’è ancora
chi scalpella via il nome di
Nino Bixio dalle targhe stradali, ma, analizzando la vicenda con freddezza,
non si può non riconoscere che, a fronte di 16 persone uccise dai contadini,
soltanto 5 rivoltosi furono giustiziati. E se almeno 2 di questi (l’avvocato
Lombardo e il povero Nunzio) erano innocenti, le guerre moderne ci hanno
abituato a rappresaglie ben più tragiche, non solo da parte nazista.
Semmai è corretta l’osservazione di Vancini sulla totale indisponibilità di
Bixio a capire, al di là della strage, quanto drammatica fosse
la condizione
sociale dei contadini, tanto che ai poveri la «liberazione» dal Borbone non
portò particolari benefici.»
[Il brano è
tratto da «Il cuore e la spada. Storia politica e romantica dell'Italia unita.
1861-2011» di Bruno Vespa (Mondadori, Giugno 2010, Pagine: XV-846)]
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Note (di F. Cimbali)
1) Nell’agosto del 1860 non ci fu occupazione delle
terre. I rivoltosi, con a capo il Lombardo, si limitarono a chiedere la la
distribuzione delle terre del Demanio.
2)
I due Decreti dittatoriali, (n. 5 del 17 Maggio e n. 16 del 2 Giugno) relativi
all’abolizione della tassa sul macinato e alla distribuzione delle terre,
erano uno specchietto per allodole, cioè davano, alle masse contadine,
l’illusione che oltre alla lotta politica ci sarebbero state delle riforme
sociali loro favorevoli.
3)
La distribuzione delle terre demaniali ai contadini iniziò nel 1861 ad opera di
Antonino Cimbali che fece una transazione con la Ducea con la quale vennero
divise le terre di proprietà del Comune da quelle di pertinenza ducale.
4)
La novella “Libertà” trae spunto da quanto accaduto a Bronte nell’Agosto 1860
ma, storicamente, è un romanzo. Antonino (e non Neddu) di anni 34 venne ucciso
a fucilate il 3 Agosto.
5)
Il processo in base al D. D. n. 17 del 4 Giugno 1860 doveva essere celebrato
con rito subitaneo, con la certezza della pena e l’esempio tremendo. Vene
scelto Bixio (D. D. n. 7 del 18 Maggio 1860) in quanto membro del consiglio di
guerra i cui giudici erano: Bixio, Carini, Forni e Santanna. La Commissione
mista di guerra il 7 e 8 Agosto istruì il processo. Il 9 Agosto ci fu
l’apertura del processo conclusosi in poche ore. Alla difesa venne concesso il
termine di 1 ora per presentare le proprie eccezioni, che non vennero accolte
perché presentate fuori tempo. Alle ore 20
la sentenza da eseguirsi con la
fucilazione stabilita per le ore 22 ma poi spostata per il giorno dopo 10
Agosto.
6)
Il Lombardo anche se non partecipò personalmente alla strage, storicamente,
aveva incitato gli insorti; acclamato sindaco dagli stessi (3 Agosto) non
venne ascoltato quando parlò loro di pacificazione. Considerato dalle
testimonianze del tempo, Radice compreso, come eccessivamente rivoluzionario
venne condannato in base agli artt. Del C. Penale nn. 129 - 30 – 31 - 351 – 55
(guerra civile, devastazione, saccheggi, incendi con seguiti omicidi) e D. D.
n. 12 del 28 Maggio. |

1860-2010 / Memoria e revisione dei Fatti di Bronte
Da Verga a Sciascia Memoria e revisione dei fatti di Bronte [di
Salvatore Scalia, La Sicilia, 2 Agosto 2010, pag. 9] La narrazione di «Libertà» e la versione di parte moderata, la voce dissonante di Tenerelli Contessa e il saggio dei Radice: alla ricerca della verità sull’ecidio dell’agosto 1860 Tra i giurati del processo del 1863 per i tragici fatti di Bronte dell’agosto 1860, celebrato a Catania, c’erano anche due galantuomini di Vizzini Gaetano Vista e Giuseppe Verga, questi era lo zio del ventitreenne Giovanni Verga che vent’anni dopo avrebbe raccontato quella vicenda nella novella “Libertà”. Quegli avvenimenti dovevano far parte della comune memoria familiare dello scrittore, che perciò, pur elaborando letterariamente i ricordi, poteva avere una visione completa dello svolgimento dei fatti, anche se gli fossero sfuggiti gli interventi di magistrati e avvocati pubblicati sul periodico “L’Italia. Giornale Giuridico Economico Politico” di Paolo Figlia, uno dei giudici del processo. Il primo numero uscì il 18 giugno tre giorni dopo l’apertura del dibattimento in cui gli imputati dovevano rispondere della morte di sedici galantuomini, di incendi e saccheggi. Il processo era stato animato da grande passione civile, anche se le dichiarazioni preliminari del giudice Figlia e del presidente della Corte Antonio Ferro ne prefiguravano l’esito sfavorevole agli accusati. Gli avvocati difensori non “armeggiavano tra le chiacchiere”, non si comportavano da legulei enfatici, vuoti e vanesi, come da tradizione manzoniana riguardo agli azzeccagarbugli. Anzi erano stati puntuali nel dimostrare l’inconsistenza e l’esagerazione di molte accuse nonché le contraddizioni delle testimonianze spesso estorte con stratagemmi e minacce. A nessuno sfuggiva che l’inchiesta era nata male perché manovrata dall’avvocato brontese Nunzio Cesare, un trasformista legato al vecchio regime e nemico giurato dei rivoltosi. Già tre anni prima la fucilazione dell’avvocato Nicola Lombardo, un liberale fatto passare per sostenitore dei Borboni, aveva costituito uno scandaloso stravolgimento della realtà. Nessuno inoltre ignorava che a Bronte, dichiarata colpevole di lesa umanità, con la repressione della rivolta e il processo sommario con cinque condanne a morte erano stati infranti i dogmi stessi della rivoluzione garibaldina, soprattutto il decreto sulla spartizione delle terre demaniali. Tanto che la cittadina etnea fu considerata opportunisticamente un caso di criminalità comune ed esclusa dall’amnistia di Garibaldi per tutte le vicende analoghe.
La memorialistica garibaldina, da Giulio Cesare Abba a Guerzoni, ha descritto i rivoltosi come belve assetate di sangue, cancellando ogni giusta rivendicazione di diritti conculcati, in linea con le opinioni del giudice Figlia e dello stesso presidente della Corte di Catania nel processo del 1863. | Il primo affermò: «ed in Bronte una lurida plebe (poiché io rifuggo di darle il nome di popolo) si sfrenava ai più atroci delitti». Il secondo escluse categoricamente cause e fini politici della rivolta. C’era una sostanziale concordanza d’intenti per espungere dal quadro ciò che ne turbava l’armonia, ovvero il radicalismo sociale soppiantato dalla svolta moderata impressa alla nazione nata dal Risorgimento. Sicché il popolo in rivolta di Bronte diventa plebe in preda all’odio e agli istinti i belluini. Un mare in tempesta, per usare l’immagine di Verga, sgorgato dall’odio di classe ed eccitato dal sangue. Lo scrittore verista scelse nella sua trasfigurazione letteraria una versione chiaramente di parte, inserendosi nel solco già abilmente tracciato, facendo della libertà e della fame di terra un sogno impossibile concluso dietro le sbarre di una prigione. Optò per la versione dei moderati, quella che tranquillizzava la coscienza di borghesi e galantuomini, rimuovendo la paura dello spettro del comunismo che s’aggirava per l’Europa. E ignorò, supponiamo deliberatamente perché non poteva non sapere, la versione opposta, quella della voce dissonante dell’avvocato catanese Michele Tenerelli Contessa che nella sua arringa collocò i fatti di Bronte in un contesto europeo di lotta per l’emancipazione sociale dei diseredati, ne spiegò la genesi in una lunga contesa locale per la restituzione delle terre demaniali di cui si erano impossessati i borghesi di Bronte. La spedizione dei Mille non fu altro che una scintilla per una situazione da tempo insostenibile in cui l’élite conservatrice al potere si rifiutava di applicare i decreti di Garibaldi. Sennonché a Bronte, oltre alla lotta tra oppressi e oppressori, c’era il terzo incomodo. «Le mire contro la borghesia borbonica in Bronte, di rimbalzo, ferivano gli amici, gli aderenti della Ducea di Nelson. Il Console Inglese, quindi assalì a dispacci il Dittatore, chiedendo una pronta ed efficace repressione. In quei giorni la Gran Bretagna coadiuvava con denaro, con consigli, la rivoluzione; bisognava quindi accarezzare le suscettibilità inglesi, e tosto fu data una pronta soddisfazione». A questo avvocato di fede garibaldina, che non intese sacrificare la verità alla fede cieca nella rivoluzione, la situazione appariva chiara fin dall’inizio. E tuttavia su quell’arringa così lucida è calata una congiura del silenzio. Se ne rammentarono il brontese Benedetto Radice nel 1910 in “Nino Bixio a Bronte” e Leonardo Sciascia che ne citò un brano nella prefazione al saggio di Radice ripubblicato nel 1963. Il merito di aver strappato definitivamente all’oblio la lucida analisi di Michele Tenerelli Contessa spetta allo storico Gino Longhitano, anch’egli di origine brontese, che l’ha pubblicata per intero nel 1989 per i tipi della Cuecm e con un’acuta prefazione. |
 |  | | Il n. 2 de “L’Italia. Giornale Giuridico-Economico-Politico” (del 22.6.1863) che pubblicò gli interventi di magistrati e avvocati nel processo per i tragici fatti di Bronte dell’agosto 1860. | Il primo numero del periodico uscì il 18 giugno, tre giorni dopo l’apertura del dibattimento in cui 51 imputati dovevano rispondere della morte di sedici galantuomini, di incendi e saccheggi. Il periodico era diretto dall'avv. Paolo Figlia, uno dei giudici del processo celebrato nella "Corte di Assisie in Catania". «L'Italia del giudice Figlia - scrive V. Pappalardo nel suo "L'identità e la macchia" - ha comunque il merito enorme di portarci il testo di numerosi interventi di quel procedimento, le prolusioni del Presidente, le arringhe del pubblico ministero e degli avvocati; dettagli che mancano nei verbali del processo, sunti che descrivono sommariamente gli episodi del dibattimento...» Il processo ai cinquantuno brontesi si trascinò per tre anni e si concluse nel 1863 con 37 condanne tra cui 25 ergastoli. I numeri del periodico che riportano ampi stralci del dibattimento sono conservati nell'archivio storico della Biblioteca del Real Collegio Capizzi. |
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E’ stato un ulteriore passo in avanti nella revisione critica sui fatti di Bronte, cominciata con il saggio di Radice, voce controcorrente nel clima di celebrazioni trionfalistiche per il cinquantenario della spedizione dei Mille. Egli, essendo all’epoca dei fatti bambino ma basandosi sui racconti dei testimoni oculari sopravvissuti, diede una versione più aderente alla realtà, ricostruì il massacro, delineò i nobili intenti e le umane debolezze dell’avvocato Lombardo, facendo emergere la giustizia sommaria e il malessere interiore di Bixio per quella “missione maledetta” a cui il dovere di soldato l’aveva costretto. Sciascia nella sua prefazione evidenziò anche la mistificazione letteraria di Verga che nella novella sui poveracci illusi elimina dalla scena l’avvocato e trasforma il matto, fatto fucilare, in un ridicolo nano. Neanche “Il processo a Bixio” ideato dall’allora sindaco Pino Firrarello nel 1985 era riuscito a sciogliere il dilemma dei brontesi scissi tra “l’identità e la macchia”, come s’intitola il recente libro, edito da Maimone, di Vincenzo Pappalardo, brontese anche lui, che dà una visione complessiva di tutta la vicenda, riportando diligentemente in appendice documenti e testimonianze. La tesi di fondo è che la coscienza della comunità sia maturata in relazione al peccato originale dell’agosto 1860. Ma l’esplosione di una sorda rabbia sociale per secoli d’ingiustizia è veramente una colpa? “Il processo a Bixio” segnò un importante passo in avanti sulla via della riappacificazione dei brontesi con il loro passato e la loro memoria, ma gli illustri storici e giuristi convenuti non ebbero il coraggio di dire una parola definitiva. La sentenza cancellò la macchia di lesa umanità ma assolse anche Bixio per le fucilazioni e il finto processo. Sul Risorgimento non dovevano esserci ombre. La buona volontà e l’amor di patria dei brontesi ancora una volta si scontrarono con una presenza estranea: il veto dei socialisti di Craxi che non volevano una sconfessione di Garibaldi e dei Mille.
[Salvatore Scalia] [Tratto da La Sicilia del 2 Agosto 2010, rubrica Cultura & Società] |
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