|
I padri salesiani
E veniamo ai documenti fornitimi gentilmente dai PP.
Salesiani, Don Gino D’Amico e Don Salvatore Spitale, di Catania, che ringrazio
di cuore:
«Finalmente nella seconda metà di ottobre (1880) vi fu l’apertura del
collegio Santa Maria a Bronte, grosso borgo sulle falde dell’Etna, a non molta
distanza da Randazzo.
Presero le scuole elementari femminili e la direzione
dell’ospedale. Non senza meraviglia noi vediamo le Figlie di Maria Ausiliatrice,
nate e cresciute in ambienti ristretti e avvezze a una vita casalinga, spiccare
il volo per paesi lontani e d’altra lingua, massime allora, che i lunghi viaggi
non si facevano né con la frequenza né con la facilità dei giorni nostri. Tanto
poteva l’ascendente di Don Bosco sulle anime loro da spingerle a qualunque
sacrificio per andar a fare del bene.
Don Bosco tuttavia non le avventurava per
il mondo da sole: così, a Bronte le fece accompagnare da Don Cagliero, che per
Roma, Messina e Catania le condusse fino alla loro residenza.
Arrivarono il 22 dopo otto giorni di viaggio.
I Brontesi uscirono in folla a dar
loro il saluto augurale. Le autorità religiose e civili avevano preparato un
dignitoso ricevimento.
La mattina dopo nella chiesa matrice, piena di popolo,
Don Cagliero, pregato di dire due parole, mostrò che cosa fosse la suora di
carità, che cosa l’Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice e quale il loro
programma nella cristiana educazione delle fanciulle.
Trattò nei due giorni
successivi col Municipio e con la Congregazione di Carità di più cose
riguardanti il buon andamento e la stabilità del nuovo convitto femminile, che
doveva aprirsi al più presto.
Nel ritorno passò da Randazzo, dove trovò che il collegio salesiano progrediva
rapidamente: Fu di nuovo a Catania, poi a Caltanisetta, a Siracusa, a Noto, ad
Acireale, a Messina, accolto dappertutto da vero trasporto da quei zelanti
Pastori, impazienti di avere nelle loro diocesi i figli di Don Bosco(1).
Fra le maestre mandate a Bronte vi era suor Carolina Sortone, sorella di
Enrichetta […]; a lei Don Bosco fece due profezie un paio di mesi prima che
partisse per la Sicilia(2).[…]»
* * *
«Bronte,di cui ci siamo occupati per l’andata delle Suore, possedeva da un
secolo un grande collegio, che aveva goduto bella rinomanza per tutta l’isola,
ma allora andava verso lo sfacelo. N’era stato fondatore il venerabile Ignazio
Capizzi, sacerdote brontese dell’Oratorio palermitano. Lo tenevano preti
secolari.
Sebbene in nuovo Governo l’avesse rispettato, anzi nel 1867 gli avesse accordato
il pareggiamento, pure il numero dei convittori e degli allievi esterni scemava
sempre più.
Ora la presenza delle Figlie di Maria Ausiliatrice e
la vicinanza dei Salesiani di Randazzo fecero pensare che potesse Don Bosco
rialzare le sorti del decadente istituto.
«Nel 1879 pertanto quel sindaco, mostrandosi ben informato dell’Opera salesiana,
chiese a Don Bosco due professori per il Ginnasio superiore.
Poi nel 1880 il
priore Gioachino Leone Zappìa, monaco brasiliano e direttore del Collegio,
preoccupandosi soprattutto di un miglior assetto morale, gli scriveva:
- Per la
parte educativa manco di braccia; perché questo Collegio da un secolo è stato
educato col sistema coercitivo, e non trovo in paese soggetti che sappiano
adoperare altro modo. E’ stato questo il motivo, per cui è venuto meno il
concorso degli alunni, i quali al 1859 ascendevano presso a 400 ed ora appena a
40.-
Pregava dunque Don Bosco di mandargli in aiuto un sacerdote salesiano che
la facesse da direttore spirituale, e un paio di assistenti sacerdoti o
chierici, che v’introducessero “l’ottimo sistema a Lui ispirato dallo Spirito
Saettiforme».
Con i figli di Don Bosco egli prometteva di comportarsi da
confratello, come si addiceva a chi gloriavasi di essere cooperatore salesiano.
«Quantunque anche il bisogno di assistere spiritualmente le Suore consigliasse
di fare buon viso alla domanda, tuttavia fu forza rispondere negativamente per
mancanza di personale.
Nel febbraio 1881 il cardinale De Luca, brontese e già
alunno del collegio Capizzi, raccomandò oralmente l’affare a Don Bosco, che non potè opporgli senz’altro un rifiuto, ma gli manifestò la sua buona disposizione
a secondarne il desiderio; la qual cosa appena risaputa a Bronte bastò a mandare
in sollucchero il Direttore.
O il Cardinale non avesse posto mente che Don Bosco
non si era vincolato quanto al tempo o che dai Brontesi fossero malamente
interpretate le parole del Cardinale, il fatto è che in Bronte si credette a una
imminente esecuzione della promessa; onde un succedersi di istanze perché vi si
andasse presto.
Ma la parola data da Don Bosco senza determinazione di anno fu
tenuta nel debito conto dal suo Successore, che vi diede corso quattro anni dopo
la morte del Beato(3).»
«Bronte è un centro notevole nella regione subetnea, a circa dieci chilometri
da Randazzo. Vi stavano già nel 1880 le Figlie di Maria Ausiliatrice alla
direzione dell’ospedale e delle scuole elementari, oltrechè dell’oratorio
festivo.
Gloria locale era stato da circa cent’anni un Collegio-convitto con
ginnasio pareggiato, che portava il nome del Ven. Ignazio Capizzi, brontese,
Filippino dell’Oratorio palermitano. Lo tenevano preti secolari; ma ormai
precipitava verso la rovina.
La presenza delle Suore e la vicinanza dei
Salesiani di Randazzo fecero nascere il pensiero, che i figli di Don Bosco
potessero rimettere in auge il vecchio Istituto.
Nel 1881 il Card. De Luca,
nativo di Bronte e già alunno di quel Collegio, raccomandò personalmente la cosa
al nostro Santo in Roma. Don Bosco, non potendo rispondere con un rifiuto al
Prelato in un momento, nel quale riceveva da lui segni molto positivi di
benevolenza, gli manifestò tutto il suo buon volere, ma senza vincolo di tempo.
I Brontesi, saputo questo, s’immaginarono che la sua fosse una formale promessa
e a brevissima scadenza; onde reiterate istanze per la pronta venuta. Ma Don
Bosco non fece in tempo a esaudirli.
“Il suo Successore, tenendo come sempre, nel debito conto la parola del Padre,
vi diede corso nel 1892. L’arrivo dei Salesiani fu il toccasana per il Collegio,
che rapidamente si riempì di giovani. Ma la condizione dei Salesiani non era
soddisfacente.
Un sacerdote brontese, rappresentante della Deputazione del Collegio, non solo
risiedeva in casa col titolo di Rettore, ma, pur non ingerendosi nella
Direzione, amministrava, faceva le accettazioni e anche senza volerlo legava le
mani al Direttore, rendendo oltremodo difficile per vari motivi la disciplina
secondo il nostro spirito.»
«La magnanimità del Direttore Don Fascie(4) per
lungo periodo di tempo attuò un modus vivendi non fissato da nessuna
convenzione, ma del tutto intollerabile. Peggiorarono le cose non appena
comparvero in città preti brontesi forniti di laurea e aspiranti a qualche
cattedra nell’Istituto.
Di qui presero realmente le mosse due questioni di ordine giuridico accampate
contro i Salesiani, che essi cioè si fossero infeudata una fondazione locale e
che allora, rinnovando la Convenzione, mirassero ad assorbirla anche
economicamente a proprio esclusivo vantaggio.
La situazione già poco sostenibile peggiorò ancora, quando, chi sa come e chi sa
da chi, fu provocata l’ordinanza superiore di ammettere alunne alle scuole.
Dopo una snervante serie di manovre avversarie e di contromanovre dei nostri, i
Superiori di Torino ordinarono nel 1916 il ritiro. E’ degna di nota, perché
rispecchia lo spirito di Don Bosco, la formula stesa da Don Cerreti e rimessa
all’Ispettore Don Minguzzi, per annunciare, sul finire di aprile, le
irrevocabili dimissioni.»
«E’ certamente a conoscenza di cotesta Spett. Amministrazione e del suo Rev.mo
Presidente Padre Prestianni(5),
come i Salesiani fino dalla loro venuta al R. Collegio Capizzi si siano
adoperati in ogni modo e abbiano fatto del loro meglio per le sorti del Collegio
e per corrispondere così a quello che era desiderio del P. Prestianni e del
Rev.mo Sig. Don Rua di santa memoria.
Allora, nel 1892, quando furono inviati colà i primi Salesiani in adesione
all’invito di P. Rettore, erano assai diverse le condizioni del Collegio da
quelle che, grazie a Dio, ora può esso vantare e per la vita prosperosa e per il
regolare funzionamento delle Scuole. Ora è indicato come uno dei primi Istituti
di educazione dell’Isola.
Si potrebbe quindi tenere che ormai l’opera nostra a pro del Collegio Capizzi
sia compita e il Collegio in grado di continuare la sua vita ascendente sotto la
direzione dell’Amministrazione medesima.
* * *
Ciò posto, coscienti di aver fatto per ventitre anni nel miglior modo possibile
il nostro dovere d’insegnanti e di educatori e di aver preparato un felice
avvenire al Collegio, desiderosi di lasciare libera l’Amministrazione di
prendere quei provvedimenti che crede più utili nell’ora presente, stremati per
di più di personale per tante chiamate sotto le armi, abbiamo deciso di
ritirarci, come effettivamente intendiamo ritirarci, dalla direzione del
Convitto e dall’insegnamento del Collegio-ginnasio Capizzi.
Mentre direttore e
professori presenteranno le loro dimissioni in tempo utile, preghiamo cotesta
Spett. Amministrazione che voglia prendere nota del nostro ritirarci, che
avverrà nel luglio prossimo e di provvedere quindi alla vita avvenire del R.
Collegio Capizzi, che auguriamo ogni dì più rigogliosa e fiorente.
“Grati delle attestazioni di fiducia usateci, con ogni ossequio mi raffermo ecc.
ecc.»
«Il caritatevole augurio di Don Cerruti andò a vuoto; così pure rimasero senza
effetto posteriori tentativi di riavere i Salesiani. Secondo il pensiero e la
pratica del fondatore, essi per isvolgere efficacemente il loro programma
debbono avere piena libertà di azione.»(6)
Conclusioni
Sic stantibus rebus, possiamo abbozzare
un riepilogo e alcune osservazioni conclusive, anche se attendiamo
altri eventuali documenti sui due turbolenti e travagliati anni
1914/16:
1) Il clero di Bronte si è sempre attenuto alla lettera
alle Regole del Ven. Ignazio Capizzi ed ha considerato il Collegio come cosa
propria, come asserisce B. Radice;
2) I Deputati(7), in maggioranza preti, erano i custodi delle
Regole e trattavano gli affari esterni, come nel nostro caso;
3) Il Comune interveniva con delibere di spesa per la
realizzazione di quanto richiesto dai Deputati per il Collegio, ma, a delibere
approvate, non si realizzavano le opere previste, “come per l’ acqua”,
sottolinea sempre il Radice; |
|