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Arcangelo Spedalieri, (Bronte 1779 - Alcamo 1823),
dottore in medicina e chirurgia, fu un grande fisiologo e un anatomico
illustre.
Benedetto Radice lo definì «l’Ippocrate siciliano, onore e
vanto degli atenei di Bologna e di Pavia».
Nipote di Nicola Spedalieri, iniziò i suoi primi studi a Bronte nel
Collegio da poco fondato da Ignazio Capizzi per proseguirli a Palermo
dove, laureatosi, rimase per tre o quattro anni che furono il preludio
nell'esercizio di quella professione in cui doveva toccare
l'eccellenza.
Abbandonata la Sicilia si soffermò in breve soste a Napoli, a Roma, a
Firenze e raggiunse la dotta Bologna che, a quel tempo era ancora
"l'alma mater studiorum".
Quì non faticò molto per farsi conoscere: all’età di 29 anni è già
assistente alla clinica medica dell’Università.
A Bologna cominciò a
dettare le prime lezioni di zoologia e mineralogia, ma non vi dimorò
molto e, per le sue crescenti aspirazioni, preferì recarsi a Pavia per
ultimare il perfezionamento negli studi.
Scrive Luigi Margaglio (Il Ciclope, anno II, n. 2 del 19 Gennaio 1947)
che «non furono, invero, giorni lieti quelli successivi al suo arrivo.
I suoi bisogni crescevano, e le sue risorse finanziarie non gli
permettevano di vivere con quel decoro che s'addiceva a un aspirante
alla cattedra.
Dovette, quindi, sottoporsi a privazioni e rinunzie che l'umiliavano
profondamente, non volendo ricorrere agli aiuti che amici e conoscenti
gli avrebbero forniti volentieri per la stima che nutrivano. Ma le
necessità possono essere più forti del nostro orgoglio, e impuntarsi
può significare discesa verso la sconfitta.
Ridotto allo stremo, gli
mancò il denaro per vivere, e fu costretto a vendere i suoi libri e
parte dei suoi abiti. Era, come suol dirsi, spalle a terra.
Fu allora che la squisita sensibilità di un suo ricco amico, al quale
era nota la sua ritrosia, venne a sollevarlo dallo stento con un
simpatico espediente. Gli si diede a leggere un volume, e lo
Spedalieri, sfogliandolo con quell'avidità ch'è propria degli
studiosi, vi trovò - nascoste tra le pagine - alcune monete d'oro. La
sorpresa fu molto gradita alla povertà francescana del brontese,che si
servì del dono e fu riconoscente al donatore: ma, tosto che si trovò
in condizioni di poterlo fare, restituì interamente la somma
ricevuta.»
«Grato a tutti, si, voleva esserlo, ma debitore di nessuno. Intanto la
cerchia delle sue conoscenze si allargava, e gli apprezzamenti che di
lui si facevano erano lusinghieri. Non reca, quindi, meraviglia se il
regio ministro di Milano, conte Pietro Moscati, a cui occorreva un
segretario, fece cadere la scelta su di lui. Senza più assilli
d'incertezza, e sicuro del domani, poté assolvere con serenità il suo
delicato compito, e, nelle ore libere, attendere pure allo studio.
Perché non distolse mai lo sguardo da quella ch'era la sua meta. E
tornato da Parigi, dove era andato ad accompagnare il Ministro, volle
concorrere alla cattedra di Anatomia comparata, e l'ottenne,
riportando un brillante successo nonostante i molti concorrenti.»
Divenne ben presto noto in tutta Italia, diventando uno tra i più
rinomati medici, per la sua vasta dottrina e la prontezza e la
sicurezza delle diagnosi ma anche per i tantissimi studenti che
assistevano alle sue lezioni.
Era signorile nei modi, aitante della persona, e la sua prestanza
fisica unita al sapere e alla integrità del carattere, esercitava un
fascino irresistibile, specialmente sulla gioventù.
Il poeta siciliano, Leonardo Vigo, che nel 1819 gli aveva dedicato,
una cantica, (tanta era la sua fama) lo ricordò, in seguito, nel suo
poema «Il Ruggero» mettendolo accanto ad un altro insigne clinico, il
Galvagna e celebrandoli insieme, scrisse:
Ambo di forma maestosa e bella;
Altera fronte, tra brinate chiome,
sol d'alti sensi si fiorisce e abbella
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L'"Ippocrate siciliano", il fisiologo
Arcangelo Spedalieri in una incisione del 1880 e, sotto, nel
quadro del 1874 "Uomini illustri di
Bronte" di Agostino Attinà. |
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lor mente eccella, che di morte ha dome
le forze, per cui l'isola l'appella
di Salvatori col diletto nome...
«Coll'insegnamento – conclude Luigi Margaglio - potè ottenere quel
benessere e agiatezza che doveva fargli ricordare con una vena di
commozione i tristi giorni dell'indigenza. E la solidità della sua
dottrina era tale che, nel 1815, a causa del mutamento del
Governo in Lombardia, dovendo tutti i professori sottoporsi a un nuovo
esame per essere confermati nella loro carica, si fece eccezione
soltanto per lo Spedalieri. Il quale, divenuto altresì docente di
fisiologia e di anatomia, venne nominato, da sua Maestà imperiale, Rettore
magnifico dell'Università.»
Toccava, a 40 anni, l’apice della sua carriera.
Nel 1820 sposò
Giuseppina Lesperon, intelligente, colta, di fini sentimenti, dalla
quale ebbe un figlio, Giuseppe.
Costretto, pure, ad assentarsi da Pavia città perchè chiamato altrove
a dare i suoi salutari consigli, nel 1823 ritornò in Sicilia, da cui
per tanti anni era stato assente.
Fu invitato ad Alcamo per un consulto.
E là, a soli 44 anni, mentre
ridava la salute agli altri, la sua esistenza venne improvvisamente stroncata da
una mortale infermità.
Fu sepolto nella stessa città di Alcamo.
Arcangelo Spedalieri personificò la scienza congiunta all’amore
verso il prossimo infermo; fu autore di prestigiosi testi di medicina e di
scienze naturali. |
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Fra le opere principali
di Arcangelo Spedalieri ricordiamo:
"Memorie su l’analogia che passa tra la vita dei vegetabili e quella
degli animali", Milano 1802,
"Memorie due di fisiologia e patologia vegetabile", Milano 1806;
"Riflessioni patologiche sulla rottura dello stomaco", Pavia 1815;
"Medicinae praxeos compendium", Ticini 1815, in due volumi;
"Elements medicinae praticae", Ticini 1815, in due volumi;
"Consulto medico per metroperotonide", nel n. 1 del Giornale di
scienze mediche, Palermo 1835. |
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