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Il “Perdono di Assisi” unisce Urbino e Bronte Legame sorprendente rivelato da due pale d'altare
La prima (l'immagine sulla destra, NdR) è del famoso Federico Barocci (Urbino, 1535-1612), la seicentesca “gemella” siciliana, invece, è d’autore ignoto. Il dipinto urbinate (1574-1576, olio su tela, cm 427x236) raffigura il Poverello d’assisi inginocchiato alla Porziuncola mentre chiede l’indulgenza (durante una notte di luglio del 1216) al Cristo apparsogli con la Madonna, ma vi è aggiunto san Nicola di Bari. Nel bozzetto (circa 1575, olio su tela, cm 110x71, Urbino, Galleria Nazionale delle Marche), preparato dal pittore, al posto del vescovo c’è santa Chiara, forse poi sostituita per volontà del committente, Niccolò Venturi. L’artista realizzò, altresì, un’acquaforte della pala (1581, mm 525x325, Urbino, Casa natale di Raffaello), che consentì un’ampia diffusione del capolavoro.
Riproduzioni del «Perdono di Assisi», dell’illustre maestro del Ducato di Urbino, precursore del barocco, arrivarono pure nel Regno di Sicilia. Fra i primi artisti barocceschi siciliani sono annoverati i tardomanieristi Giuseppe Salerno (Gangi, 1570 - Palermo, 1632) e Antonio Catalano il Vecchio (Messina, 1560-1630), come ricorda Vincenzo Abbate nel suo «Un dipinto di Giuseppe Salerno e l’opera dei Frati Minori in Sicilia tra la fine del ’500 e gli inizi del ’600» (Ho Theológos, V, 1978, 20, pp. 111-125, rivista della Pontificia Facoltà Teologica di Sicilia di Palermo, la cui biblioteca ci ha gentilmente inviato l’articolo). L’architetto Luigi Longhitano di Bronte (già presidente del relativo ordine professionale di Catania, direttore di restauri artistici, architettonici e archeologici, nonché curatore di mostre e cataloghi d’arte), sugli esiti di questa nostra ricerca, ha commentato: «Il confronto compositivo suggerisce che l’opera brontese sia del XVII secolo e derivi da modelli della pittura controriformata di fine Cinquecento e del Seicento, quindi dopo il Concilio di Trento (1545-1563), influenzati da incisioni o copie baroccesche, circolanti nelle botteghe italiane e dell’isola». Riguardo allo stile ha precisato: «Alcuni elementi della pala esposta a san Vito, come la severità dei volti, i cherubini compatti, la struttura verticale e il forte carattere devozionale della scena, rimanderebbero alla cultura figurativa siciliana fra tardo manierismo e primo barocco, ma l’autore rimane ignoto. Il suo stato conservativo, che mostra possibili ridipinture e interventi successivi, invita alla prudenza per una datazione più accurata. Uno studio comparativo - conclude Longhitano - evidenzia una stretta relazione con il celebre dipinto di Federico Barocci, quello di Bronte ne riprende palesemente lo schema iconografico». Le celebrazioni per l’«VIII centenario del transito di san Francesco» (1226-2026) potrebbero rappresentare un’opportunità di riflessione evangelica e culturale, sia sul «risveglio del francescanesimo» sia sul «baroccismo» siciliano. Il rettore della Chiesa San Vito, fra’ Antonio Vitanza, e il guardiano della Chiesa San Francesco, fra’ Aurelio Ercoli, hanno accolto con molto interesse la notizia; entrambi stanno pensando a un incontro tra le due comunità di fedeli, unite pure dall’arte, sull’«indulgenza della Porziuncola» (che fu accordata al Padre fondatore dell’ordine il 2 agosto 1216, da papa Onorio III). «Il perdono di Assisi», raccontato dalle due pale d’altare di Urbino e Bronte, intanto, suggella uno storico ponte artistico-spirituale che collega Marche e la Sicilia. Luigi Putrino (“Perdono di Assisi” unisce Urbino e Bronte, è stato pubblicato su La Sicilia del 5 Aprile 2026) | ||||||
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