Da allora, sorse la forca allo Scialandro e
il carcere in piazza Matrice, con la gabbia contenente il teschio dell'ultimo condannato. Quanto cammino ha fatto la civiltà, da allora ad oggi! Nessuno lo crederebbe, ma tre quattro secoli fa, il popolo brontese lottò e vinse per avere la forca paesana, rizzata su allo Scialando, offertagli dal miglior offerente, che pagò 22 mila scudi. [CAP.] (Il Ciclope, anno II, n. 5 (17), domenica 2 Marzo 1947, Direttore Luigi Margaglio Cesare)
Storia curiosa di Bronte Il Ciclope fondò la Città ma 160 storpi al tempo dei saraceni la ripopolarono Oggi, son ventimila e più, i cittadini di Bronte, senza contare quelli sparsi pel vasto mondo, pionieri di lavoro fecondo o antesignani di ingegno fervido e poliedrico. Ma quanti furono i Brontesi, alle origini della storia, quand'essa nei lontani secoli cominciò a registrare il lento divenire della nostra città? Non vi era, certo, a quei tempi l'ufficio anagrafe o comunque alcuno che si curasse di accertare il numero dei poveri paria; costretti a vivere in modo rudimentale, in eterna lotta con il vulcano distruttore e con gli altri uomini rapaci. E come
è oscura la origine di Bronte, così incerte sono le prime notizie storiche sulla intensità demografica del paese. Le prime notizie risalgono al tempo dei Saraceni attorno all'anno 998 e poscia le altre al 1501. Lasciando da parte la leggenda, di cui padre Gesualdo De Luca, nella sua storia di Bronte si fa paladino, per trasformarla in realtà storica, dicendo che il Ciclope Bronte, fu persona vera e reale, Re e fondatore della città omonima e che i Ciclopi non erano altro che raffigurazioni plastiche e poetiche delle macchine guerresche in possesso degli antichi brontesi, esplodenti proiettili mortali, imitanti il tuono ed il lampo dei fulmini celesti; lasciando dunque da parte la leggenda, le prime testimonianze storiche della vita brontese si trovano nella campagna circostante la attuale cittadina. E della vita, non eroica o divina, degli umili brontesi di allora, la testimonianza si desume (ironia della storia!) dalle cellette funebri, a foggia di forni, che si trovano tuttora alla Contura, Fontana murata, alla
Placa Baiana e a Marchiafava. Dette cellette sono piccole e i cadaveri vi venivano riposti accoccolati, colle mani distese sulle ginocchia. Non era una posizione comoda, se noi pensiamo che ci si doveva rimanere per tutta l'eternità; ma tanto si era morti, ed erano i vivi che si risparmiavano la fatica di scavare un giaciglio più comodo per i trapassati! In un, con le cellette funebri, le nostre contrade rivelano anche i ruderi delle case di allora. Presso Maniaci vi sono
le cosidette grotte dei Saraceni ed altre grotte pure vi sono presso Rocca Calanna, che costituivano le antiche abitazioni degli umili pastori. Più che una storia, scritta dagli nomini, la madre terra, con le tracce delle case e dei sepolcreti, ci ha tramandato il documento più certo della più antica vita dei nostri progenitori. Ma ciò non risolve l'altro interrogativo che ci siamo posti.
Quanti erano i Brontesi? All'epoca saracena sembra che fossero 1658. La notizia non è certa, ma è desumibile dal codice arabo-siculo dell'Airoldi, citato dal prof. Benedetto Radice. Ciò che è curioso invece è che in detto codice non solo è riportato il numero-dei brontesi, ma anche la qualità di essi. Infatti in detto libro si legge che l'Emiro mandò a Bronte un governatore con seicento uomini per ripopolare il paese e centosessanta storpi con mogli, per abitarlo. In tutto come si dice in una lettera, mandata dal Governatore all'Emiro, nel 998 a Bronte, erano 1650 individui di cui 994 musulmani e 664 cristiani. Invero oggi, a guardare i risultati delle elezioni, ci sarebbe da credere che molti dei mussulmani di allora, siansi convertiti! non è così? Storpi o non, mussulmani o cristiani che fossero, certo è che gli attuali brontesi, debbono un pò di riconoscenza ai Saraceni. Furono essi che introdussero la piantagione del sacro ulivo e furono essi che introdussero a Bronte la coltivazione del pistacchio, che ha trasformato le aride sciare in ubertose campagne. Ma lasciando da parte
la dominazione araba, che pur dovette influire sullo sviluppo di Bronte, è certo che Bronte, nella sua edilizia attuale, prescindendo dalle case civili, costruite con certo senso di decoro, risente ancora della irrazionalità costruttiva dei tempi passati. Bronte era un casale, come tanti altri, come i casali Cutò, Floresta, S. Teodoro, Bolo, Maniaci. Floresta conserva ancora l'appellativo di Casale ed anche S. Teodoro volgarmente dai Cesaresi è chiamato «il Casale». Il Casale di Bronte, prima dipendeva dal Casale di Maniace. La leggenda vuole che
costrette le varie borgate a riunirsi in Bronte, ogni capo famiglia piantava il suo bastone ferrato sul luogo scelto per la costruzione della sua casa ed ivi, deponendo zappa e vanga, col martello e la cazzuola, pietra su pietra, faceva sorgere il nuovo asilo domestico. Così ogni casa, addossata l'una all'altra, dietro l'ossatura dell'attuale topografia brontese; così ogni casa venne a costituire «un fuoco», come per indicare il focolare domestico attorno a cui si riunivano i membri della stessa famiglia. Considerando i «fuochi» esistenti, nel 1501, fu fatto il primo censimento rudimentale. A quel tempo Bronte aveva settanta fuochi. Moltiplicando per cinque i vari «fuochi», cioè per la media approssimativa dei membri di essi, si avrebbe una popolazione approssimativa di 350 abitanti.
Pochina in verità ma se si considera che allora come ora, nota argutamente il Radice, la popolazione aveva timore che il censimento preludesse all'imposizione di nuovi balzelli, c'è da credere che i brontesi abbiano denunciato un numero di «fuochi» inferiori al vero. Infatti nel 1548, quando venne ripetuto il censimento sia pur dopo la riunione dei vari casali, i fuochi aumentarono a settecento e la popolazione approssimativamente calcolabile divenne di 3545 abitanti. Questo fu dunque l'umile nascimento di Bronte: non larghe
e diritte vie, ma strade tortuose e ripide, che Giove Pluvio a volte annaffia in modo torrenziale, non palazzi sontuosi o castelli turriti, ma tuguri senz'aria e senza spazio, onde Carlo V aveva ben ragione, allorquando raccomandando la città al governatore, soleva dire: Commendo tibi tuguria Brontis! Anche oggi, pochi sono i palazzi e molti sono i tuguri; e le strade, specie nei quartieri popolari, rimangono maleodoranti, con ogni stagione, come allora. Non re o guerrieri, eroi o nobili, fondarono la città, ma pastori e contadini; tranne che non si voglia credere, realizzando la mitica credenza di P. Gesualdo De Luca, che, che il vero fondatore sia stato lo stesso Ciclope Bronte, operaio celeste, lavoratore del ferro, artefice di civiltà, dio e re nello stesso tempo, a cui fu padre Nettuno e fratelli gli altri ciclopi Polifemo, Sterope, Piracmon ed Arge, nipote dello stesso Giove. Nessun popolo, tranne il cinese potrebbe vantare una più alta origine regale e celeste. Ma io penso che la storia e la leggenda non si escludano: l'attuale infaticabile laboriosità del brontese non può derivare che da quella attiva, tenace fattività degli antichi pastori. Ma il fervido ingegno, la poliedrica genialità dei tanti brontesi che hanno illustrato Bronte, fuor dei suoi confini, è possibile che non abbia radice nella divinità del leggendario suo nascimento? [Cap.] (Il Ciclope, anno II, n. 7 (19), domenica 13 Aprile 1947, Direttore Luigi Margaglio Cesare) |