Nino Larosa
«Quando passa Nino Larosa, passa un fiore!» Questa frase, gridata con voce stentorea a prima notte, mi riporta alla mia fanciullezza di tanti anni fa a Bronte. Mi svegliavo e, assieme a mio fratello maggiore Nino, scendevo sulla strada ad assistere allo show ante litteram dell'ubriaco più simpatico del paese.
Ma chi era Nino Larosa? Era un laborioso, simpatico e onesto ciabattino, privo di una gamba, al posto della quale aveva una rudimentale protesi di legno a vite. Egli, frustrato perché il suo povero mestiere non gli procurava sufficienti mezzi per vivere con la sua numerosa famiglia, la sera si consolava bevendo il buono e genuino vino di qualcuna delle numerose cantine del paese, che prendevano il nome (ma più spesso il soprannome) dei produttori-venditori: da Suggi (Castiglione), da Patripoviru (Mirenda), da Pace, da Saitta, da Interdonato (u Missiniszi), da Cimbali ecc. e, quando aveva fatto il pieno e aveva superato la barriera dei freni inibitori, usciva dall'ultima cantina visitata e dava sfogo alla sua personalità umiliata, inveendo contro il suo fornitore di cuoio, pessimo e carissimo, gridandogli sotto le finestre: «Nicola Benvegna, tu obbu e i' sciancatu, si non mi runi (dai) 'a sora bbona, ti cacu e ti pisciu arretu 'a potta!» Quando era così scatenato, il Larosa inveiva pure contro la sua povera moglie la quale, per aiutare la numerosa famiglia, andava a servizio proprio dai Benvegna e la apostrofava sempre a squarciagola: «Cicca carusa, criata ri Benvegna, se non mi apri sfascio la porta!» E, così dicendo, svitava la sua rudimentale gamba di legno e cominciava a battere sulla porta, che la moglie spesso serrava da dentro per difendersi dalle escandescenze manesche del marito ubriaco, finché non fosse sveglio tutto il vicinato. Dopo gli insulti al suo fornitore e le minacce alla moglie, ritornava agli elogi, e detti in italiano, prima per sé con la frase riportata in apertura, e poi per il figlio Mariano il quale aveva fatto un grosso passo in avanti nella scala sociale, diventando operaio della Società Elettrica per la Sicilia, quindi uno stipendiato fisso, al sicuro dalle incertezze dei mestieri! Naturalmente Nino Larosa, umile e servizievole ciabattino di giorno, ma orgoglioso di sé la notte sotto i fumi dell'alcool, tanto da gridare, in piena notte, come un ritornello: «Quando passa Nino Larosa, passa un fiore!», dimostrava questa sua conclamata superiorità con una megalomania, cara a tutti noi ragazzi, che ne seguivamo le peripezie notturne, e che consisteva nel lancio di manciate di monetine da cinque, dieci e perfino venti centesimi, della robusta lira d'allora. Gli oggetti delle sue invettive notturne non erano solo il Benvegna e Cicca carusa sua moglie, pur essendo i preferiti, ma chiunque: podestà, comandante delle guardie comunali, farmacista ecc., compreso il rappresentante del datore di lavoro del figlio Mariano, Zavattoni, corpulento ingegnere venuto da fuori, ma degno concorrente del Larosa in fatto di bevute (si raccontava, infatti, che un giorno non riuscivano a trovarlo, ma poi si accorsero che si era addormentato seduto sul gabinetto, ubriaco dalla sera precedente), purché avessero dato adito al nostro eroe di qualche lamentela per presunte offese o ingiustizie. Prima di essere assunto come operaio alla SGES (Società Generale Elettrica per la Sicilia), nel cui capitale azionario era interessato il Vaticano, cosi come lo era in quello della Ferrovia Circumetnea, che va da Catania a Giarre (servendo grossi centri come Misterbianco, Paternò, Belpasso, S. Maria di Licodia, Biancavilla, Adrano, Bronte, Maletto, Randazzo, Passopisciaro, Moio Alcantara, Francavilla di Sicilia, Castiglione di Sicilia, Linguaglossa, Fiumefreddo, Mascali, Riposto e Giarre), Mariano Larosa aveva lavorato anche all'Oleificio «S. Giuseppe», allora S.A. (Società Anonima) i cui soci fondatori erano: Vincenzo Franchina, maestro elementare, i fratelli Vincenzo e Placido Isola, commercianti di tessuti, Enrico Interdonato, proprietario terriero e successivamente Concessionario Fiat a Messina e mio padre Antonio Gaetano, per gli amici Tano Lupo, anche egli maestro elementare. La gestione della campagna olearia, per conto terzi, era affidata a turno ai soci, ma più spesso a mio padre, chiù ordinariu (più resistente) per le signore Isola, ma in effetti con più figli e meno cespiti. Egli era benvoluto da tutti, clienti e operai, ma c'era sempre qualcuno che aveva qualcosa da ridire. Infatti una sera egli fu all'ordine del giorno delle lagnanze di Nino Larosa il quale apostrofò mio padre con queste parole: «E tu, maestro Lupo, collu di sozizza ricordati che Mariano è figlio di Nino Larosa, quindi anche lui un fiore, che tu devi rispettare!» Chiamandolo collo di salciccia il Larosa alludeva al fatto che mio padre aveva un collo alla Modigliani. Ecco, Nino Larosa era, allora, negli anni '25-30 a Bronte, il giustiziere della notte: colui che giudicava e condannava i presunti trasgressori della legge dell'equità o i prevaricatori degli umili e deboli come lui. Nino Larosa, il tuo ricordo mi riporta nella Bronte della mia fanciullezza e ci dà la testimonianza di una angosciosa frustrazione, superata, la notte, con una generosa bevuta, e dello sfogo, ad alta voce e in pubblico, delle proprie angosce, che sostituiva benissimo il non ancora noto (a Bronte) lettino dello psicoterapeuta.
U carramattu
Uno dei miei compagni delle elementari era un certo Di Bella, figliolo del gestore del mattatoio comunale. Egli di tanto in tanto mi invitava a casa sua, ma più per farmi visitare il mattatoio sottostante e farmi vedere l'attività che vi si svolgeva; e principalmente per avere un compagno che lo accompagnasse nel lavoro pomeridiano che gli affidava il padre, quando non c'era qualche altro più grande che lo facesse.
Questo lavoro consisteva nel consegnare la carne alle quattro macellerie del paese che erano ubicate tutte sulla via principale nello spazio di circa duecento metri, quindi un lavoro facile e di nessun pericolo: si trattava, infatti, di guidare il cavallo, che tirava il carro speciale sul quale era stata caricata la carne macellata, fino alle suddette quattro macellerie dove i macellai avrebbero scaricato ognuno la propria parte. Per il mio amico era un piacere fare quel lavoretto, anche perché regolarmente retribuito, ma desiderava avere la compagnia di un amico, preferibilmente compagno di scuola, e perciò qualche volta invitava anche me. lo mi rifiutavo di assistere alla macellazione delle bestie e di vedere tanto sangue e tutte le frattaglie, ma mi limitavo a fare una capatina nel mattatoio solo quando tutto era finito ed erano state fatte le pulizie. Poi, però, mi piaceva andare per le macellerie, specie quando, sotto le feste, in particolare quelle di Pasqua, i macellai infiocchettavano i quarti di bovini o gli agnelli con bandierine multicolori e con fiori nonché con frutti di stagione, come fave e piselli, in segno della resurrezione non solo di Gesù, ma anche della natura. 'U carramattu era un carro basso, quindi dalle ruote piccole, con un pianale per lo più senza sponde, affinché vi si potesse caricare ogni tipo di merce o masserizia. Quello per il trasporto della carne, invece, era chiuso da alte fiancate e coperto, in modo che le carni fossero al riparo, appese a travi infisse di traverso sulle fiancate stesse. Questo tipo di carro, con versione speciale per il trasporto delle carni macellate, era diverso dal classico carretto siciliano; infatti quest'ultimo era alto, quindi con ruote enormi, dalle sponde basse ed estraibili e, cosa che più lo contraddistingueva, era tutto arabescato a vivacissimi colori, con dipinte storie dei paladini di Francia o incidenti con miracolosi salvataggi delle persone implicate, a opera di Madonne o Santi vari; mentre quello era pittato semplicemente con un colore uniforme che, in quello per il trasporto delle carni, era il rosso vivo, forse come emblema della macellazione. Il posto di guida consisteva in una tavola, lunga quanto la larghezza del carro, che poteva ospitare altre due persone oltre il guidatore; quindi il mio amico spesso invitava due compagni e allora nasceva la disputa su chi dovesse occupare il secondo posto all'altra estremità del sedile, perché il posto centrale era esposto alle improvvise cacate del cavallo le quali spesso erano delle vere e
proprie docce sui generis. Però, quando ciò avveniva, erano risate a non finire alle spalle del malcapitato il quale non rideva affatto, ma protestava, anche a male parole, con l'ospite che lo aveva fatto offendere così gravemente dal suo cavallo.
Bolo
Bolo è una località del territorio di Bronte, sulla strada provinciale Bronte-Cesarò, oltre il Simeto ed è un toponimo derivante dal tipo di terreno argilloso, contenente ossido di ferro e quindi di colore rossastro, da cui è formato.
Un'intera collinetta di questa zona era proprietà di certi signori Leanza di Cesarò che vivevano a Catania e che avevano dato la terra in mezzadria a un parente acquisito di mia madre il quale si chiamava Illuminato, ma di cui non ho mai conosciuto il cognome, ma il soprannome sì: era Truppica 'n-chianu. Egli era un ometto basso e ancora vigoroso che a me sembrava vecchio, perché era pelato e non aveva neppure un dente, ma riusciva ugualmente a mangiare di tutto, perché le sue gengive si erano talmente indurite che fungevano bene da denti; era bonario e simpatico ed era sposato a zia Teresa ‘a Babbuta, perché aveva una folta peluria nera sul viso, mentre i capelli erano già brizzolati. Anche lei era bassa, ma grassottella e bruna da sembrare di colore. Questi due zii non avevano figli e abitavano in via Giusti, di fronte a casa nostra e, quando non erano in campagna, capitavano spesso da noi per un motivo o per un altro. Un'estate, quando avevo sei o sette anni, non so se per mandare me in villeggiatura o per fare cosa gradita a questi zii, i miei genitori mi mandarono con loro a Bolo in periodo di mietitura e trebbiatura. Si partì di buon mattino con l'asino che portava la zia sul basto e me in groppa, mentre nelle bisacce c'erano le vettovaglie per una settimana e la mia truscia(1); lo zio naturalmente andava a piedi e qualche volta si aggrappava alla coda dell'asino. Io, preso dalla curiosità e dal desiderio di novità, partii volentieri senza sentire molto il distacco dai miei e per la prima volta superai la chiesetta di S. Nicola (ora scomparsa, o in mia assenza ricostruita?) e vidi 'u bazu a Càntara, cioè il Simeto che proprio sotto la strada e oltre, per un buon tratto, scorre in una gola incassata fra due pareti di roccia, mentre sulla destra, un po' più lontano, si vedono i sette ponti che scavalcano il fiume più a monte e sui quali corre la Strada Statale 120 che porta anche a Maniace e al Castello della Ducea Nelson.
Superato il fiume, inizia la salita verso Cesarò che è già in provincia di Messina, sui primi contrafforti dei Nebrodi, precisamente in località Case di Serravalle. Dopo un'altra mezz'oretta di cammino, si arriva alla villa Leanza da dove si diparte, sulla destra, una stradina di campagna, tutta in salita, che porta alla casa colonica della proprietà, dimora stagionale degli zii e meta del nostro viaggio. Quella casa, posta sulla collina, guardava, sotto, la vallata del Simeto, di fronte, Bronte con alle spalle, maestoso, l'Etna nella sua più splendida veduta sia d'estate, quando è grigio a tratti coperto di verde o screziato dal nero delle sciare (lava) più recenti, sia d'inverno, quando è coperto di neve, e sempre fumante con frequenti rigurgiti di fuoco. La casa era modestissima: una grande stanza con camino-cucina e, in fondo, un grande e alto letto matrimoniale. I servizi (?) si trovavano nella stalla accanto, dove c'era la mucca che ospitava l'asino quando era in sede e dove erano custoditi tutti gli attrezzi di lavoro: aratro, sràgura(2), una specie di slitta che funzionava da carro, zappe, badili, sacchi, falci, corde, spaghi ecc. Vicino alla stalla c'era il pozzo con la carrucola e il secchio per attingere l'acqua e accanto un truogolo o sciffu di pietra lavica per farvi abbeverare le bestie e per tanti altri usi.
Dall'altro lato della grande stanza centrale c'era un altro ambiente adibito a deposito di sementi, prodotti e altro. Dietro la casa si trovava la concimaia con accanto l'orticello per la produzione delle verdure di stagione e le varie piantine aromatiche. A guardia di tutto provvedeva un grosso cane che ci accolse con grandi feste ai padroni e qualche abbaio in mio onore. «Buono, Garibaldi» gridò u zzu 'Luminatu e così già da allora cominciai a conoscere i grandi del nostro Risorgimento che i nostri concittadini nella loro rozza saggezza ricordavano dandone i nomi alle bestie domestiche che li aiutavano nel loro lavoro di tutti i giorni. Infatti la mucca che dava il latte, qualche vitello da vendere e aiuto quando era tempo di arare o di trasportare sementi, concimi, covoni o altro all'interno del podere o prodotti fino alla strada carrozzabile, si chiamava Anita. L'asino non aveva nome, «perché gli asini sono asini e basta» diceva la zia Teresa. A distanza, sull'altro versante della collina, c'era una masseria che visitai il giorno successivo, quando mio zio andò a chiamare gli aiutanti per la mietitura, dove avevano un mulo chiamato Mazzini e anche un porco, di quelli neri di montagna, che avevano chiamato Bixio, forse per le gesta che aveva compiuto a Bronte nel 1860! Divenuto adulto e studente di liceo e ripensando a quella esperienza puerile, ho notato che nessun animale era stato chiamato Cavour: e sì, perché gli animali, almeno quelli domestici, non sono politici. Quella prima giornata, tra viaggio, vedute nuove, primo impatto con gli eroi del Risorgimento e nuovo ambiente, con persone familiari, ma non troppo, fu veramente scioccante, ma il bello era ancora da venire! Il pasto serale fu preparato e consumato intorno al focolare, accanto al quale c'era un piccolo desco che, poi, mi fece pensare ai sette nani di Biancaneve; dopo, tutti fuori per gli ultimi preparativi prima di andare a dormire. Ma le meraviglie per me non erano finite: il panorama di notte era ancora più suggestivo, perché quasi al buio si vedevano bene in lontananza le luci di Bronte e delle masserie vicine, il tutto accompagnato dallo sfavillio delle lucciole e dallo stridere dei grilli. |