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La mia famiglia, formatasi tra il 1916 e il 1936, e composta da quattro maschi e due femmine, aveva più sperato che stabilito che uno di noi abbracciasse la carriera ecclesiastica, e quell'uno ero io che sono il cadetto. Senza alcuna pressione e senza alcuna istruzione preventiva particolare, verso gli otto anni, mio padre mi accompagnò dai monaci francescani di S. Vito in Bronte, dove il padre guardiano, dopo i soliti convenevoli, mi pose una semplice ma perentoria domanda: «Perché vuoi farti monaco?». Io che, ripeto, non ero stato debitamente preparato a rispondere ad eventuali domande, specie così precise, non risposi nulla, un po’ perché non avrei saputo dirlo, un po’, forse, perché nel mio piccolo subconscio, del quale ho sentito parlare molto più tardi, non mi sentivo vocato. La cosa finì lì, ma alla fine delle scuole elementari e conseguita l'ammissione al Ginnasio, la questione si ripresentò, ma in altri termini: alcuni dei miei compagni, per motivi diversi, sarebbero andati all'Istituto Salesiano «S. Giuseppe» di Pedara (CT) e allora i miei genitori mi chiesero se volevo andare anch'io in quel collegio. Io, un po’ per desiderio di novità, ma anche perché avrei avuto con me quei miei compagni, accettai e feci contenti i miei genitori i quali sperarono per tre anni che io, stando in quell'ambiente, sentissi una buona volta la sperata vocazione che, invece, non venne mai. Ma dai Salesiani io mi trovai bene e a mio agio, e sono riconoscente al loro metodo educativo perché lì ho imparato a studiare e lavorare razionalmente e metodicamente, e questa abitudine ho conservato fino ad oggi. Ricordo perfettamente tutti i miei insegnanti che praticamente vivevano sempre con noi a scuola, allo studio, ai pasti e alle ricreazioni, ma qui voglio ricordarne uno per tutti: si chiamava don Pitrolo e fu mio insegnante di lettere in seconda e terza ginnasio; era un uomo di mezza età, bonario e suadente, e aveva partecipato alla prima guerra mondiale, ma nelle più lontane retrovie: infatti era stato sempre a Messina dove, però, aveva quasi invidiato i veri combattenti e perciò in una sua poesia che trattava l'argomento guerra, concludeva dicendo: «ma più degli obici temo le cimici». Allora, negli anni '30-33, non erano ancora nati i grandi teorici della interdisciplinarietà, con tanti specialisti che concludono ben poco, ma dai Salesiani, senza tante teorizzazioni e, più che altro, senza strombazzature, si applicava questo metodo. Ricordo che in terza preparammo una rappresentazione intitolata «La Vandea» che comprendeva, quindi, la storia della Rivoluzione francese e della Restaurazione, il francese, la musica, il canto e quant’altro; infatti imparammo la Marsigliese in lingua, la musica e il canto della stessa e poi l'arte della drammatizzazione per alcuni, per gli altri l'organizzazione dello spettacolo e per tutti il piacere di partecipare in qualche modo. Dai Salesiani si parlava in lingua: guai a chi parlava in dialetto: c'era l'accipe o anello che si passava dal primo che al mattino veniva sorpreso a dire anche una sola parola in dialetto, all'ultimo detentore dell'anello la sera il quale riceveva dall'assistente addetto una punizione che consisteva nel dovere imparare una poesia italiana, latina o francese a memoria, da recitare il giorno dopo allo stesso addetto, e ciò in aggiunta ai numerosi compiti giornalieri: due scritti e gli orali del giorno dopo. La vita in quel collegio era ordinatissima, ma varia e non c'era mai tempo di annoiarsi: brevi pratiche religiose, studio, pasti, lezioni, ricreazioni e tante passeggiate per i boschi di castagni alle pendici dell'Etna e per i paesini vicini: cose che allora si potevano fare facilmente per la quasi assoluta assenza di pericoli derivanti dalla circolazione delle auto, che era un avvenimento incontrare. In questi anni mi appassionai al canto gregoriano che ci veniva insegnato per le feste religiose più importanti: Natale e Pasqua, e ancora adesso non riesco a capire perché il desiderio delle novità a tutti i costi abbia infierito anche contro questa musica, sostituita da moderni suoni di chitarra. Temo che stia cadendo nel patetico e nella retorica e, perciò, metto fine all'evocazione di questi lontani e cari fantasmi! | ||||
Tuttavia, malgrado le difficoltà dei diversi esami, fra le loro maglie filtravano, per motivi diversi, (classe sociale, raccomandazioni ecc.) ignoranti da far paura anche adesso. Per esempio io, tornato dalla Scuola dei Salesiani e superati facilmente gli esami di licenza media inferiore per l'accesso al ginnasio superiore, incontrai nella quarta un compagno il quale, pur non appartenendo a nessuna delle classi sociali dominanti e non avendo, credo, particolari e forti raccomandazioni, era riuscito ad entrare al ginnasio superiore, malgrado la sua crassa ignoranza. Infatti egli usava l'italiano dei provinciali che lo hanno studiato come una lingua straniera e quindi cercava di tradurre il siciliano in italiano senza neppure chiedere l'aiuto del professore. Noi in paese dicevamo, per esempio, 'a benzina dove 'a sta per l'articolo «la», seguito dal nome. Lui, poiché non aveva mai visto scritta la frase siciliana e pensando che 'a benzina fosse un'unica parola, dovendola mettere per iscritto faceva: l'abbenzina, naturalmente suscitando i più sarcastici commenti del professore e le grandi e poco misericordiose risate dei compagni più saputi. Quel compagno, che si chiamava Ciccio, non finì neppure la quarta ginnasio, perché mortificato continuamente per la sua ignoranza e per la conseguente sua disattenzione e negligenza, commise una grave infrazione disciplinare, gettando un calamaio d'inchiostro (chi sa oggi cos'erano il calamaio e l'inchiostro e l'asticciola con il pennino, alzi la mano!) su una casa di fronte alla nostra scuola che era proprio quella di un maggiorente del paese e, perciò, fu espulso dalla scuola; ma dopo alcuni anni andò volontario in Aeronautica dove trovò la sua sistemazione. Questo compagno, che finì presto di esserlo senza diventare amico, abitava vicino all'ospedale, sempre sulla strada principale, ma nella parte Nord periferica, che porta a Maletto e Randazzo, e quindi io dovevo passare davanti a casa sua quando andavo a trovare il mio amico Di Bella al mattatoio. E siccome in paese, specie allora, non si passava mai inosservati, egli mi fermava e cercava sempre di propormi qualcosa di diverso da quello che era il mio programma. Vicino a casa sua, prima di arrivare al macello, c'era la stazione di monta, come dire una piccola fabbrica Fiat di mezzi di trasporto, cioè asini e muli. (Il mulo è un equino ibrido sterile, nato dall'incrocio di un asino e una cavalla, di corporatura più simile al cavallo [eccetto la testa], ma come l'asino resistente alle fatiche e di modeste esigenze alimentari). | ||||
Negli anni Trenta-Quaranta nel Liceo-Ginnasio Pareggiato del Real Collegio «Capizzi» di Bronte insegnava Religione e Storia dell'Arte il rev. sac. prof. Mariano Gatto, bell'uomo in primo luogo, un bel gattone soriano, persona colta e ottimo oratore, perfettamente consapevole delle sue qualità che sapeva sfruttare sapientemente: come quella estate particolarmente siccitosa in cui si ricorse ad una processione con la statua della Madonna e, per implorare la pioggia, predicò proprio lui, Mariano Gatto, il quale pregando pianse e commosse tutto l'uditorio presente. In paese le malelingue che venivano chiamate le forbici, perché tagliavano i panni addosso a chiunque (a ragione, ma spesso anche a torto), raccontavano di questo facondo (ma per loro fecondo) prete parecchie avventure di carattere amoroso. Una volta a Caltagirone, dove era stato mandato assieme a un altro giovane prete brontese, per svolgere il suo primo servizio pastorale, secondo le male lingue, si contese, riuscendo vittorioso, la giovane, avvenente ed ereditiera nipote delle due devote vecchiette le quali, ignare, avevano offerto ospitalità ai due giovani sacerdoti. La cosa, però, arrivò alle orecchie del Vescovo protempore di Catania il quale convocò il giovane prete scapestrato per redarguirlo, ma lui, il Gatto, si presentò, sempre secondo i maldicenti, con la veste talare sotto il braccio e, alle prime rampogne del suo superiore, minacciando di divulgare le malefatte dello stesso Vescovo, gli mise a disposizione il suo mandato. Al che il Cardinale, pro bono pacis o forse per non fare scoprire i suoi altarini, mandò il Gatto a godersi la sua vittoria non senza, però, raccomandargli la cattolica discrezione. Questo ed altri fatti consimili, avvenuti dentro e fuori il natio borgo selvaggio, sarebbero rimasti nel novero delle malevole dicerie di paese se non avessero avuto un autorevole e inaspettato riscontro: un giorno il dottor Luigi Lupo, Direttore Generale della Banca Sudameris di Parigi, a un ricevimento ufficiale incontrò un altro più autorevole rappresentante italiano, monsignor Angelo Roncalli, Nunzio apostolico presso il governo francese, e richiesto del suo paese di origine, il Roncalli (futuro papa Giovanni XXIII) sentendo il nome di Bronte, chiese al suo interlocutore notizie di un suo vecchio compagno al Pontificio Seminario Romano di nome Mariano Gatto, aggiunse subito testualmente: A scuola ammaliava con la sua dottrina in campo religioso e con la descrizione delle opere d'arte, viste e studiate specialmente a Roma, che esponeva con la sua suadente facondia che spesso, però, conciliava il sonno dei meno sensibili agli argomenti trattati. Ciò non lo indispettiva tanto come invece riusciva a fare l'impertinenza di qualcuno che, quando lui parlava, per esempio, della purezza e della castità, gli faceva rilevare con una battuta: «Ma proprio vossia parla di castità?» Al che lui, il Gatto, perdendo la cristiana pazienza, che oggi si direbbe self control, e balzando felinamente con tutta la sua maestosa persona, rispondeva per le rime e senza peli sulla lingua «Nino della malora, se non stai zitto, con due cazzotti ti stritolo!» Proprio così si esprimeva il Mariano Gatto contro chi osava rinfacciargli, più o meno direttamente, il suo debole per l'amore: | ||||
Egli è scomparso il 18 Gennaio del 1995 e non ha potuto leggere il mio racconto sul nostro Marianno Gatto, e adesso, con doloroso nostalgico rimpianto, rendo omaggio alla sua geniale fantasia che era superiore ad ogni mia certezza storica.
Egli era alto e prestante, ma di una ignoranza troppo sproporzionata con il Liceo-Ginnasio Pareggiato annesso al suddetto Collegio che accoglieva, educava e istruiva le future speranze delle professioni locali e forestiere e ospitava docenti illustri, come Luigi Pareti dell'Università di Catania e proveniente da quella di Firenze, o i migliori giovani laureati della Cattolica. Perciò un giorno don Vincenzo decise di procurarsi un vocabolario italiano anche per potere esprimere le sue presunte facoltà poetiche e, con l'aiuto di qualche professore compiacente e di qualche studente a lui più vicino per ambiente di provenienza, intraprese ad acculturarsi al punto di diventare un maniaco di termini a lui inusuali e altisonanti. | ||||
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