Cenni storici sulla Città di Bronte IL LINCIAGGIO E L'AGONIA DI UN INNOCENTE "CREDUTO SPACCIATOR DI VELENI PER PROPAGARE IL COLERA" 1887, il colera a Bronte: "Dagli all'untore!" Il linciaggio di Filippo Scoglio Da ricerche effettuate negli archivi del Real Collegio Capizzi abbiamo riscontrato che l’episodio raccontato da Eduardo Cimbali nel suo libro "Pregiudizi o gli amici del colera" è più cruento e crudele di quanto appaia.
L’incolpevole vittima brontese, malcapitato untore (“creduto spacciator di veleni per propagare il colera” veniva indicato dai giudici della Corte Suprema di Giustizia di Palermo), si chiamava Filippo Scoglio (o Scaglio, come invece riportato negli atti istruttori) sposato con Rosa Mirenda. Fu barbaramente ucciso, dopo due giorni di agonia, il 12 Settembre 1855 nella contrada “Fisacchi” (nei pressi di Contrada Barbaro, sul greto del fiume Simeto), con un atroce accanimento e con modi tanto crudeli e selvaggi da sembrarci incredibili. Fu la povera moglie Rosa ad avvisare il “regio giudice” dell’assassinio del marito Filippo quando, disperata non ne ebbe più notizie e forse avvisata, ma con colpevole ritardo, da qualche animo gentile. E - recitano gli atti istruttori - «recatosi il giudice sul luogo rinvenne il cadavere del miserando Scoglio in istato di putrefazione». I medici legali nominati dal giudice riferirono che la morte di quello infelice era avvenuta per la frattura delle ossa della testa, «e pei guasti nello interno della stessa, prodotta da reiterati colpi di strumento contundente». Un efferato delitto che sembrava uno dei soliti omicidi dell’epoca, ma procedendo ad ulteriori indagini si scoprì ben presto il movente e l’atroce sequenza che aveva portato il povero (“misero” per la gran Corte) Filippo Scoglio al linciaggio da parte di una folla inferocita e, dopo un'agonia durata tre giorni, alla morte. I fatti sono descritti nella loro sequenza con spietata, asettica, analisi nella sentenza che, il 14 Aprile 1856, la Corte Suprema di Giustizia di Palermo, “sotto la presidenza del cav. Muccio”, emise sul ricorso presentato da uno degli imputati del delitto, D. Filippo Sanfilippo di Bronte, imputato oltre che per correità nell’omicidio anche per i «due reati di vociferazioni sediziose di spargimento di veleno dirette a turbare la interna sicurezza dello Stato e quello della resistenza».
Il presidente, cav. Muccio, «pose in chiaro che la mattina del dì 10 settembre (1855) ultimo Antonio Giarrizzo, Vincenzo Sciacca Duchino, e Sebastiano Gangi Tumminello si fecero ad inseguire lo Scoglio lungo il letto del fiume in contrada Barbaro, annunziandolo propinatore di veleno (colera) e raggiuntolo si fecero a percuoterlo con sassi, con bastoni e cozzo di una scure.» Insomma una vera caccia all’uomo, anzi all’untore di manzoniana memoria sospettato di “spargere la peste per mezzo di veleni contagiosi, di malie” per lo più spalmando di sostanze untuose gli usci delle case, spargendo polveri venefiche e simili. Per l’innocente Filippo Scoglio il calvario era appena cominciato, perché – continua il giudice - «Gangi, armato di fucile, l’avrebbe scaricato contro il misero Scoglio, se non fosse stato impedito da un certo Antonio Cordaro Bivacqua accorso alle grida dell’offeso.» Impotente davanti a tanta violenza, il povero Filippo, in un impeto di disperazione e di terrore, trovò la forza per rialzarsi e si diede a fuggire lungo il greto del fiume Simeto
nella zona di Contrada Barbaro (nelle due foto a destra), quando lo Sciacca «nelle cui mani era passato il fucile, lo sparò contro detto Scoglio, ma il colpo andò fallito.» Con la forza della disperazione Filippo si diresse, correndo lungo il greto del Simeto come gli consentivano le gravi ferite riportate, verso la contrada Fisacchi ma la sua breve fuga non ebbe fortuna.
Ben presto le ultime residue energie gli vennero meno e fu raggiunto “da quei ribaldi (…) che si fecero a lapidarlo crudelissimamente, e lo lasciarono quasi sepolto sotto l’enorme massa delle pietre scagliategli.» Nessuno intervenne per salvare la vita «al miserando Scoglio» che giaceva privo di sensi sulla riva del Simeto, in contrada Fisacchi; nessuno avvisò la forza pubblica, ne tanto meno qualcuno avvisò la moglie Rosa che disperata aspettava a Bronte il ritorno del marito; tutti furono complici di quell’efferato omicidio. Forse la morte di qualche loro congiunto avvenuta per l’epidemia di colera che imperversava all’epoca del fatto criminoso aveva ottenebrato la mente di tutti. L’untore doveva assolutamente morire.
«Risulta eziandio, - si legge nella sentenza emessa sette mesi dopo il misfatto - che in detto luogo ove facevasi tanto scempio, essendo sopraggiunti armati di fucile Filippo Sanfilippo, e Giovanni Furnari, il primo diceva al misero Scoglio di aver pazienza se moriva, perchè aveva fatto morire tante persone, alludendo allo spargimento di veleno e quindi ordinava dapprima di bruciarsi le di lui vestimenta, e poscia ritrattandosi disponeva invece che si frugassero; e rinvenutosi nelle scarselle un pezzetto di carta scritta, diceva a quei villici ch’era carta della cancelleria e questo glielo diceva in modo da far sorgere il sospetto che esso lui, il miserando, fosse un incaricato dell’autorità pubblica donde nacque un sussurro in mezzo agli astanti.» Sol perché la carta proveniva dalla cancelleria, quindi dall’autorità governativa, (ammesso che fosse vero) sottintendeva un’autorizzazione data a Filippo Scoglio a spargere il veleno del colera. Filippo Sanfilippo, come se ce ne fosse bisogno, incitava quindi ancor più i presenti al linciaggio riversando sul povero Scoglio la diffidenza, l’ostilità, quasi l’odio che tutti portavano contro lo Stato borbonico che, fra l’altro, pochi anni prima aveva soffocato con una violenta reazione le speranze autonomistiche generate dai moti del 1848.
L’oppressione e la miseria con le quali viveva all’epoca la popolazione brontese erano antiche, secolari; la Ducea dei Nelson e pochissimi altri proprietari terrieri tenevano i terreni più fertili e rigogliosi; nel totale disinteresse delle classi più agiate verso la povera gente, ai contadini, ai braccianti per sfamare la famiglia restavano da coltivare solo pietraie e sciarelle e il lavoro, quando c’era, lo davano solo coloro che avevano terreno da coltivare. E l’ostilità e l’astio verso le classi agiate e contro lo Stato borbonico aumentava sempre più. Sarebbe poi ancora una volta sfociato nel massacro di cinque anni dopo noto (1860) col nome di Fatti di Bronte. Per la poca profilassi urbana e rurale, le periodiche mortali epidemie coleriche (1832, 1848, 1859, 1887) poi avevano dato il colpo di grazia a tante famiglie già stremate dalla miseria e dalla fame. E che il colera lo diffondesse lo Stato era diventato un sentire comune tanto che un articolo del codice penale dell’epoca (art. 142) puniva le “vociferazioni sediziose di spargimento di veleno dirette a turbare la interna sicurezza dello Stato”. Il reato che prima era di competenza delle Commissioni militari, giusta il real decreto del dì 6 agosto 1837, in seguito delle supreme commissioni pei reati di Stato ed all’epoca del fatto dalle gran Corti speciali che vi furono surrogate per effetto del real decreto del 1 luglio 1846. La popolazione poi “all’ingiustizia statale” cominciò a preferire la giustizia semplice, il “fai da te”, insomma il linciaggio. Ma torniamo a Filippo Scoglio la cui triste vicenda non era ancora per niente finita. Nell’indifferenza generale e senza che alcuno avvertisse la moglie Rosa o qualche autorità, rimase agonizzante in contrada Fisacchi, “quasi sepolto sotto l’enorme massa delle pietre scagliategli” dal 10 settembre fino al mattino di due giorni dopo. |