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La zia Angelina Cutrona, mammina di casa mia, mi aiutò a venire al mondo il 2 febbraio 1919, sotto il segno dell'Acquario che, secondo gli studi più aggiornati di astrologia «raggiunge esattamente il contrario di quello che desidera, è sempre frainteso e perciò riceve pan per focaccia, e non ne azzecca mai una». A tal proposito 'Ntoni u Capillaru, mago di Bronte, che se ne intendeva, una volta a questo Acquario disse: «Non tentare neppure di spararti, perché a pistola scascia (farebbe cilecca)!» Angelina Cutrona, che tutti i ragazzi venuti al mondo con il suo aiuto chiamavano «zia», era allora una giovane vedova della grande guerra '15-18 e aveva anche lei un bambino di pochi anni che si chiamava Peppino. Era una donna ancora giovane e prosperosa, dal viso aperto e sorridente, ma velato dalla tristezza di una prematura e ingiusta vedovanza; e veniva incontrata spesso per le vie del paese, in giro per le case delle sue puerpere, con la sua caratteristica e inseparabile borsa al braccio e il suo Peppino, spesso, all'altra mano, mentre lo accompagnava dalla zia Filippa, sua cognata. E sì, anche 'a z'a Firippa, responsabile comunale delle «massaie rurali», era un personaggio tipico della mia giovinezza anni Trenta e seguenti, specialmente quando organizzava le gite delle sue iscritte; perché noi giovani la aiutavamo volentieri a far salire le massaie sul camion (allora non c'erano i bus con le poltrone, l'aria condizionata, il bagno e la televisione), perché così avevamo l'opportunità di palpare il sedere delle più giovani e belle, senza rischiare di ricevere qualche manrovescio. Peppino fin da piccolo fu amico di mio fratello Nino e, poiché si assomigliavano per il carattere estroverso, fantasioso e burlone, ne combinavano di tutti i colori non solo nei confronti degli altri amici e compagni, ma anche l'uno nei riguardi dell'altro. E rimasta negli annali delle beffe, per esempio, quella che mio fratello realizzò proprio ai danni dell'amico Peppino, quando, una sera, arrivati assieme ad altri compagni al bivio per 'a scinduta ru passu poccu, strada che egli doveva imboccare per rincasare, mio fratello, tendendogli la mano per salutarlo, riuscì a fargli stringere «l'altra cosa». Perplessità momentanea di Peppino, grandi risate degli amici, di fronte ai quali poco prima aveva detto che non avrebbe mai subito uno scherzo da parte di mio fratello, poi violenta reazione con inutile inseguimento, per la maggiore velocità di mio fratello. Il 4 novembre, giorno della Vittoria, a Bronte, come in tutto il resto dell'Italia, si faceva una manifestazione che, per noi ragazzi, aveva due protagonisti: Cosimo Zingale e Peppino Cutrona. Il primo era l'unico Ardito brontese; il quale a ogni manifestazione patriottica indossava la sua divisa di Ardito e, con il pugnale fra i denti, scendeva dalla sua casa fino alla Piazza Spedalieri, dove di solito si effettuava l'adunata e dove, dopo la sfilata di prammatica per la via principale, si concludeva la manifestazione. Don Cosimo, che aveva barba e baffi da Ardito, illuminati da uno sguardo che sembrava preso da uno dei diavoli danteschi, abitava alla fine dell'abitato verso Maletto, in una casa che avrebbe dovuto essere la stazione di quel tronco della Circumetnea che, dipartendosi da Bronte, doveva raggiungere Cesarò e Troina in provincia di Messina. Ma quell'opera il Regime non la portò mai avanti: rimase quella costruzione, che noi chiamavamo il casello, per la gioia e la fortuna di Cosimo, l'Ardito, che la ebbe come abitazione in aggiunta allo stipendio di custode di quel tronco di ferrovia che consisteva in alcune centinaia di metri di tracciato, una breve galleria che bucava la collina argillosa di Salice (a proposito lì c'era e doveva essere ingrandito un cementificio, che poi invece fu chiuso) e i binari di servizio con alcuni carrelli decoville, con i quali giocammo fino a quando essi non diventarono vecchi e arruginiti e noi giovani con luccicanti ideali.
La zia Angelina, pur avendo deciso di non risposarsi, riuscì ad allevare bene il suo Peppino, il quale studiò e divenne maestro elementare, forse felice di poter parlare ai suoi alunni della prima guerra mondiale in cui era caduto, da eroe, suo padre. Nicola Lupo Nella foto a destra una manifestazione degli anni '30 intorno al Monumento ai caduti in onore dei caduti nella guerra 1915/18 (cliccaci sopra per ingrandire). | |||||||||||||||
Chi degli ultra settantenni si ricorda la propria maestra d'asilo? lo sì. Si chiamava Meli e per tante generazioni di marmocchi, nonché per i rispettivi genitori, era sempre la signorina Meli, perché era nubile e allora non si usava dare del signora a tutte le donne superiori a una certa età, ma tuttavia era una mamma a tutti gli effetti, perché era dolce, comprensiva e paziente tanto da non perdere mai la sua calma e il suo sorriso. Anche quando siamo diventati adulti e laureati, incontrandoci, ci accoglieva con la stessa benevolenza di quando eravamo bimbi. L'asilo aveva la sua sede nello stesso stabile in cui c'era la scuola elementare e cioè a batìa, e occupava un paio di aule a piano terra, le più vicine al vecchio orto in cui si faceva ricreazione in ore diverse da quelle riservate ai ragazzi più grandi. Le aule erano povere di arredi, ma ricche di sole e di allegria e la signorina Meli aveva una collaboratrice molto più giovane che si chiamava Maria Arcidiacono e che noi chiamavamo maestra. Questa era una bella giovane formosa, dalla carnagione bianca e con una leggera peluria nera sul labbro superiore, il che confermava il detto popolare donna baffuta è sempre piaciuta. Il giovane seminarista, poi laureato in Lettere e sposo della mia giovane maestra d'asilo, si chiamava Graziano Calanna e fu anche mio professore nelle tre classi del liceo; dopo passò alle scuole statali e fu anche Preside, ma morì piuttosto giovane. Fra le mie compagne d'infanzia c'era una bimba di un paio di anni più giovane di me, una brunetta graziosa e vivace fin da piccola, ma da tutti i compagni d'asilo invidiata per un particolare che mi è rimasto impresso fino ad oggi. Giulia, questo era il suo nome, era figlia unica di genitori che lavoravano entrambi, cosa rara per quei tempi e specialmente in un paese di provincia, e come tale non solo coccolata oltre misura, ma anche accudita da una persona di servizio, che oggi si chiamerebbe baby-sitter, la quale all'ora della colazione arrivava puntuale e le portava la sua colazione che era l'invidia di tutti noialtri, perché consisteva in un uovo alla coque ancora caldo e un frutto. Mentre tutti gli altri sbocconcellavamo distrattamente la nostra colazione che consisteva in pane e per companatico (ma chi conosce più questo vocabolo?) olive o formaggio, perché all'epoca non esisteva ancora nessun tipo di merendina industriale debitamente reclamizzata, e della frutta secca come fichi o uva, Giulia veniva imboccata con un cucchiaino del suo uovo, cosa che in tutti noi produceva un'abbondante acquolina in bocca la quale ci paralizzava finché quell'uovo non finiva e la servetta non era scomparsa dalla nostra vista, portando via con sé il nostro desiderio insoddisfatto. Giulia crebbe, parallelamente a noi, bella e desiderabile, frequentando tutte le scuole fino al liceo, (era compagna di mio fratello Ugo) durante il quale, negli anni 1937-38, fece parte di un gruppo di quattro o cinque coppie, dedite al primo amore e al ballo, maestra e pronuba la maggiore delle tre sorelle Aidala, in casa di Tina. Ciao, Giulia, dovunque tu sia! Ti auguro che possa avere anche tu qualche fantasma che ti riporti ai nostri lieti e illusi anni della gioventù che, purtroppo, presto avrebbe avuto il doloroso impatto con le delusioni provocate dalla vita, ma specialmente dalla guerra, per di più perduta. Nicola Lupo | |||||||||||||||
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