La Negri è quella di Stella mattutina. Chi volesse non tener conto di quest'opera, non potrebbe mai riuscire a comprendere la Poetessa. Qui ella non solo si confessa, tanto da poter dire all'Autore «libro tutto vero», ma anche fa - senza pur volerlo - la genesi e il miglior commento alle varie fasi della sua arte. E, se fosse il caso d'insistervi, quel libro può - in fondo - considerarsi come la poetica della Negri; a quanto pare, sta qui la ragione, per cui il Croce e la sua scuola non han potuto serenamente dar un giusto giusto ["giusto" sta per giudizio]; e il Croce avrebbe dovuto correggersi, perché la sua ripresa è del '35, posteriore alla pubblicazione di Stella mattutina. Lo Schilirò invece parte da questo punto. E perciò ben vede e comprende il mondo sociale, che visse nell'anima di Dinin e fu oggetto di Fatalità e Tempeste. Dite pure che la forma è ancora imperfetta: ognuno lo vede; ma la visione è vera, il sentimento è sincero e profondo, e la stessa forma, pur nella sua imperfezione, è adeguata; e, se mai fosse perfetta, stonerebbe con quella visione e con quel sentimento ancora giovanili. E sinceri furono I tre sogni della Negri: umanità e giustizia, gloria e amore. Dal primo nacque la intima adesione al socialismo; dal secondo e dal terzo son pervase tutte le opere fino alla maturità; da tutte e tre i sogni l'esperienza della vita e il continuo ascendere delle loro idealità traggono le ultime opere, specie Vespertina e Il dono. Qui la vecchiaia della Poetessa corresse tutte le intemperanze e le imperfezioni della giovinezza e diede il capolavoro. La stampa s'è interessata molto di questo lavoro dello Schilirò e, più o meno, è stata unanime a questo breve giudizio del «Corriere della Sera» (15.1.1939); «L'itinerario spirituale di Ada Negri ha voluto seguire Vincenzo Schilirò attraverso l'opera e la vita della poetessa sino a raggiungerne l'anima e scoprire quindi le latenti vene della sua poesia. Lo Schilirò ha pubblicato ora questo studio presso l’Istituto di Propaganda libraria; ed è uno studio acuto, originale, molto interessante». Agli occhi di qualcuno risulta non gradito il fatto che lo studio è animato pur da uno spirito amico e, quindi, troppo interessato. Quest'interesse non può disconoscersi; e n'è spia il tono e il calore oratorio di parecchie pagine, che passano come lievi nubi sul cielo cristallino dell'opera, concepita con una lineare lindura e precisione dialettica, per cui s'imporrà decisamente nelle pagine, che la storia letteraria consacrerà alla Negri. (7.9.1943. M.) Nel numero di maggio-agosto 1938 «La Tradizione» pubblica una reclame (?) dell’'Istituto di Propaganda Libraria di Milano che preannunzia la pubblicazione del saggio di Vincenzo Schilirò L'itinerario spirituale di Ada Negri con queste parole:
«Si tratta di un saggio critico di molto interesse. Lo Schilirò, che, come amico e come letterato, conosce a puntino l'attività della grande Poetessa italiana, offre, intorno all'evoluzione spirituale e artistica di Lei, il giudizio più informato e sicuro.»
Nel numero successivo del settembre-dicembre del 1938 annunzia l'avvenuta pubblicazione così: «Nessuno che s'interessi all'arte della più grande Poetessa italiana potrà fare a meno di questo saggio, che ne segue il graduale sviluppo sulla scorta delle più veritiere illuminazioni psicologiche. Storia d'un'anima che attrae come un romanzo.» Nel numero di maggio-giugno 1939 riporta, invece, i seguenti brani di recensioni: L'io della scrittrice è per lo Schilirò la sorgiva diretta, il quid virtuale della sua arte; la graduale rivelazione di codesta ricerca della sua anima è ciò che secondo l'Autore può chiamarsi Poesia. [«Il libro italiano», Roma dicembre 1938] Una cosa appare chiara dalla critica dello Schilirò, che l'arte della Negri fu sempre aderente alla vita e che anche nei suoi disorientamenti ideologici, nei momenti più scabrosi della vita, nelle torture dell'animo, mai la Poetessa smentì l'altezza e la sincerità delle sue aspirazioni. Lo Schilirò procede agile, chiaro, senza le involuzioni ideologiche che deturpano e appesantiscono la critica dell'oggi. Io mi congratulo con lui e lo ringrazio di avermi fatto conoscere quale vertice d'arte e di fervore religioso abbia raggiunto l'insigne Poetessa. [E. Bizzarri, «Nuovo Cittadino», Genova 21.01.1939] Il libro dello Schilirò è davvero notevole perché segue, illumina e chiarisce tutte le tappe creative della Poetessa: e come tale va additato. [P. Apostoliti, «La Tribuna», Roma 03.03.1939] Lo Schilirò dà al pubblico dei lettori e degli studiosi un lavoro assai notevole sull'opera letteraria e sull'ascesa spirituale di Ada Negri. Conoscere questo «itinerario» nelle sue tappe e nel suo punto di arrivo è un dovere per chi vuol tenersi al corrente della vita letteraria che anima la nostra Nazione. [A. S., «La Gazzetta di Messina», 25.03.1939] Lettore sagace e intenditore di buon gusto, non privo di quella che il De Sanctis chiama «una specie di seconda vita», mediante la quale il critico deve esaminare che un'opera esca dalla schiera volgare, senza fermarsi alle prime impressioni, ma entrando nella parte interiore, nel caratteristico d'un lavoro, per cogliere la concezione nei suoi momenti essenziali e metterla in rilievo nel suo giudizio. Vincenzo Schilirò ha seguito passo passo l'attività letteraria della Negri, rifacendo proprio - come dice il titolo del volume, migliore e più indicato del quale non si sarebbe potuto trovare - l'«itinerario spirituale» della donna poetessa. [U. De Franco, «La voce di Mantova», 04.04.1939] Vincenzo Schilirò, critico apprezzatissimo, ha tracciato in questo libro la «storia dell'anima» della nostra maggiore poetessa, riuscendo a porre in luce quel filone d'oro del suo sentimento religioso che, presente fin nella sua prima infanzia e non interrompendosi mai pur tra gli errori e gli sbandamenti della sua giovinezza, è riemerso luminoso e forte in questa sua virile maturità d'arte e di fede in cui la sua poesia si è espressa in forme altissime e non periture. Il saggio, ricco di riferimenti estetici e biografici, è pervaso tutto da un'onda calda di entusiasmo e di simpatia. [G. P., «Ai nostri amici», marzo 1939] Esegeta sottile e attento lo Schilirò se non ha sempre saputo tacere l'ammirazione per la poetessa, ha però delineato con felicità di sintesi il processo spirituale che portò la Negri a uno stato di profonda religiosità. [F. Colutta, «Credere», 12.02.1939] L'esame delle singole opere è condotto con acutezza, e la comprensione della psicologia della poetessa è sempre piena e profonda [...]. Lo Schilirò non si è proposto di darci uno studio sugli elementi puramente estetici della produzione della Negri, considerati in se stessi, ma di mettere in piena luce la scaturigine più profonda della poesia stessa, l'umanità della scrittrice: e c'è riuscito mirabilmente. [C. Cassone, «Azione Fucina», 19.09.1939] Piace e commuove nello Schilirò questa ricerca ansiosa della progressiva influenza della Grazia nell'anima della Negri, questo rintracciare fatti, episodi, questo sviscerare passi, sia della prosa che dei versi, dove attraverso corsi e ricorsi di un'anima che vive la sua vita, egli scopre, osserva, nota l'estollersi fulgente del tempio del Signore nel cuore della sua creatura. Il lavoro dello Schilirò è onesto e coscienzioso: sempre controllato. Tutto egli ha letto e riletto della Negri, fisso l'occhio della mente e del cuore a trovarvi il filone aureo della rampollante e progrediente fede e facendo nel contempo buone e proficue osservazioni anche dal lato estetico, con giudizi netti, taglienti e quadrati, che vogliono essere e sono rivendicazioni e messe a punto. [A. Maglioli, «Popolo biellese», 03.04.1939] E nel numero di maggio-giugno 1939 inserisce il seguente giudizio di P. Domenichelli del «Popolo d'Italia»: Che noi si sappia, è questa la prima volta che uno scrittore o interprete fedele affronta il problema di una sintesi coordinatrice dell'opera della nostra Poetessa, risalendo alle origini per ripercorrere tappa per tappa l'arduo, travagliato, ascendente «itinerario». Dobbiamo essere grati a Vincenzo Schilirò che lo ha fatto con consapevolezza letteraria e umana pari alla fede che egli ha della «materia» complessa e profonda, già carica di tanto cruccio «sociale», poi veemente, drammatica d'amore, e oggi, sopra il rifiammeggiare dell'interiore fuoco, trasfigurata nella mistica cristiana del tutto spiritualizzatrice. L'Itinerario di Vincenzo Schilirò procede speditamente, organico, preciso, esauriente, nel commento chiarissimo e giusto, negli appunti come nella fervorosa adesione, nel ritrovamento dello «spirituale» in una parola, per cui scava in profondità e può risalire legittimamente alla affermazione sentita e categorica della limpida e alta «moralità», di questa poesia. [Piero Domenichelli, «Popolo d'Italia», 14.04.1939] Infine proponiamo la recensione comparsa sulla «Rivista Rosminiana» dell'aprile-giugno 1940 di cui scrive lo Schilirò alla Negri l'8 luglio 1940:
Questo libro (L'itinerario spirituale di Ada Negri, Milano, Istituto di propaganda libraria, 1938) di Vincenzo Schilirò è una guida sicura per comprendere il vero significato dell'opera della maggiore poetessa italiana del tempo moderno. Stavo per dire che è una guida necessaria: giacché la maggior parte dei critici e dei lettori in Italia e fuori si sono fermati per lo più a ciò che nella poesia della Negri è più appariscente, più superficiale, trascurando di cogliere il nucleo centrale, il vero filone dell'ispirazione negriana che è stata profondamente umana, costantemente umana, e perciò estranea e superiore a qualunque agitazione settaria. Vincenzo Schilirò appartiene a quella schiera di uomini, non certo molto numerosa, che nella poesia cerca l'uomo. Gran cosa il poeta; ma noi vogliamo trovare l'uomo nel poeta. Anche perché solamente allora l'arte ha un costrutto organico, veramente umano e perciò immortale. Gli istrioni possono avere la voce delle più seducenti sirene; ma, che volete farci? non ci piacciono, non li cerchiamo. Lo Schilirò inizia il suo libro con queste parole:
«Io, di Ada Negri, cerco l'anima». E veramente tutto il volume, tutta la ricerca veggente e appassionata del valente critico vibra dell'anima profonda della poetessa lombarda. Anima costantemente uguale, costantemente desiderosa del bene dei fratelli umani, costantemente scontenta delle condizioni che all'uomo crea prepotentemente la storia, ma costantemente bruciata dal desio e speranzosa di evadere da queste desolate vie della terra. Cosi l'arte della Negri è veramente espressione della sua vita profonda. Attraverso a mille esperienze si solleva la vita della Negri, e si solleva anche il tono del suo canto. Poche volte arte e vita si sono adeguate così perfettamente come in questa possente poetessa. E l'ascensione è costante. Vita ed arte salgono come una cosa sola. Dio si rivela gradualmente alla creatura desiosa, come luce di ordine, di pace, di bellezza, d'amore e la poesia ritrae e rende i miraggi di questa rivelazione in una luce di immagini e d'impeti che rapiscono. E lo Schilirò che ha seguito tutta la vita della grande donna, ha potuto ora facilmente, esaminando tutta l'opera sua, rivelare questo processo di elevazione che, iniziato nei primi canti di Tempesta, ha trovato il suo pieno sviluppo nelle ultime pubblicazioni che culminano ne Il dono. Ma lo Schilirò non è stato il primo né tanto meno il solo a rilevarlo. Io parlai, sotto questo aspetto, della Negri or sono 34 anni nel 1906 in un mio volumetto: Il cristianesimo nella poesia italiana contemporanea, stampato a Palermo presso lo stabilimento tipo Giannitrapani, via Monteleone, nel quale facevo notare come gli atteggiamenti che allora venivano giudicati socialistoidi nella poetessa lombarda erano rivelazioni di un'anima che era cristiana forse senza accorgersene completamente. Io scrivevo: «Molti vollero trovare nella poesia della Negri elementi di socialismo, ed asserirono decisamente la Negri essere una socialistoide. lo credo che ciò sia errato, poiché dei postulati principali del socialismo mai non fa parola la Negri, e reputo all'incontro che il suo pensiero sia molto vicino al cristianesimo e spesso sia puramente cristiano». Poi nel 1914 pubblicai un altro studio sulla Negri: L'infanzia nella poesia di Ada Negri, dopo avere parlato parecchie volte della poetessa lombarda sull'«Ateneo» di Roma. E ciò ricordando, io non intendo già affermare di aver fatto una grande scoperta: elementi di Cristianesimo si trovano in tutti gli scrittori che sono venuti dopo il Cristo per quella notoria trascendente forza di penetrazione che possiede la Religione divina di Gesù. Notavo infatti nel mio studio del 1906 che elementi di cristianesimo si trovano nel Pascoli, nel Graf, in tutti i contemporanei, ed affermavo che anche i nemici più decisi del Cristianesimo si rivelano spesso penetrati dai suoi principii, e che spesso le armi che impugnano per combatterlo sono state rapite ad esso. Giulio Salvadori avea luminosamente illustrato questa verità e l'avea cantata in quella robusta ode che è forse la più bella che fosse composta per la morte di Victor Hugo: «Ma il grido di desio che tu levasti, / onde venia non sai? / ben altro grido è in ogni cor sopito. / Quel che il Giusto gittò, tu l'obliasti: / pure immemore, n'hai / reso, nel canto tuo l'eco smarrito». Ma la penetrazione dei principi del Cristianesimo avviene in forme più o meno larghe e profonde secondo l'indole dello spirito che ne è penetrato. Ada Negri è uno di quegli spiriti naturalmente cristiani dei quali parla Tertulliano, ed essa, anche quando non avesse ricevuto nella prima infanzia, dalla bocca della pallida madre la conoscenza della Religione di Gesù, l'avrebbe rivelata nella vita e nell'opera sua pel fenomeno che abbiamo accennato. Questo Cristianesimo naturale ed i principi positivi ricevuti dalla Negri nella prima infanzia sono venuti ormai in pieno sviluppo nella vita e nell'arte sua. Ma quello che io intuivo nell'anima agitata della grande lombarda attraverso Fatalità e Tempeste, ora risplende in luce meridiana nelle ultime pubblicazioni, espressione luminosa delle grandi conquiste che la poetessa ha fatte nell'itinerario suo spirituale. Vincenzo Schilirò ha fatto questo rilievo, da par suo, con questo magnifico libro che viene già considerato come uno dei migliori pilastri della nostra critica nell'anno 1938, cosi ricco di affermazioni nel campo dell'attività culturale dei cattolici in Italia. E noi gliene sappiamo altissimo grado [Pietro Maltese, Ada Negri in «Rivista Rosminiana», aprile- giugno 1940, pp. 91-93] In questa recensione si devono rilevare due cose: primo la tardività della sua pubblicazione rispetto all'uscita del saggio dello Schilirò, e poi il fatto che nella seconda parte dell'articolo il Maltese rivendica a sé la primogenitura della valutazione della poesia iniziale della Negri contestandone il socialismo che fa risalire al «Cristianesimo naturale», assorbito dalla madre nell'infanzia, e anticipando in senso religioso quanto avrebbe detto nel 1942 Benedetto Croce, in senso storicistico, nel suo scritto intitolato Perché non possiamo non dirci cristiani. Lo Schilirò, scrivendo alla Negri, cerca di provocarne una qualche reazione, e la poetessa gli risponde da Marsciano (PG) in data 15 luglio, ma non parla affatto della recensione, apparsa a fine giugno nel 1940 sulla «Rivista Rosminiana» a firma Pietro Maltese, non sappiamo perché; forse «per una stanchezza invincibile» dovuta al «correggere bozze di ristampe, (che, aggiunge) non è vero lavoro per me: vorrei scrivere versi e prose nuove». --------
Note
[1] A proposito di questa rivista la Negri, il 17.2.1937, scriveva allo Schilirò: «Stavo lavorando di lima a certi versi per la Sua rivista (alla "Tradizione" vorrei mandare una lirica proprio bella)» (Preghiera). E quindi il 29.10.1939, aggiungeva, in una domanda quasi retorica: «Ma davvero credete che "La Tradizione" dovrà sospendere le sue pubblicazioni? È purtroppo la sorte odierna di molte riviste. Speriamo in tempi migliori. L'Enciclica del Papa [Pio XII] dovrebbe far cospargere a molti il capo di cenere». E nell'Epifania del 1940, amaramente aggiungeva: «Leggo le vostre nobili parole di congedo nella prima parte dell'ultimo numero della "Tradizione". Patisco di questa morte: quasi come della morte del povero Mignosi, che creò con tanta fede la bella e battagliera rivista. E non valse che voi con altrettanto coraggio e fede gli foste successo [...]. Il mio pensiero è con Voi silenziosamente». |