Il libro è stato scritto a più mani: riporta, a cura del figlio Gaetano, giornalista palermitano, il diario che Giulio Sconzo, capitano medico in servizio nel Collegio Capizzi, allora trasformato in Ospedale militare, scrisse nei giorni dell'avanzata alleata nel territorio di Bronte (agosto 1943); alcune testimonianze di nostri anziani che vissero con alterne fortune i bombardamenti e la ritirata delle truppe tedesche raccolte da Luigi Putrino ed una esposizione storica di quei drammatici giorni vissuti dai brontesi curata dal nostro Franco Cimbali. «La guerra è indubbiamente quel drago nelle cui fauci si muore, si sopravvive alla bell'e meglio, si soffre, ci si dispera, si piange; quasi mai trovi l'estro per un fugace sorriso. Per sopravvivere, devi arrangiarti, soltanto arrangiarti. Ma chi ha la fortuna di poterne conservare i ricordi può anche trovarsi di stucco, perplesso, amareggiato, anche umiliato come colui che - andando a caccia di carteggi sui tragici giorni dell'agosto 1943 a Bronte - scopre che nell'Archivio di Stato purtroppo non c'è uno straccio di documenti ufficiali, ma anche che al Comune le carte di quei giorni sono conservate in un magazzino-archivio che meriterebbe d'essere riordinato. Insomma è una fortuna incommensurabile poter disporre del diario di un soldato, un capitano medico allora quarantenne, richiamato alle armi e sbattuto al fronte con l'ospedale militare nel quale era stato intruppato». (Gaetano
Sconzo) Le 100 pagine del libro, arricchito con una ventina di foto (cinque fornite da Bronte Insieme, senza per altro essere citati) sono un vero percorso della memoria. Di seguito vi presentiamo
alcuni brani del Diario del cap. Giulio Sconzo (i giorni che vanno dal 2 al
7 agosto, quando i bombardamenti alleati fecero numerose vittime e danni) ed un breve capitolo della parte curata da Franco Cimbali,
«Bronte, Luglio 1943 - Luglio 1944».
Agosto 1943
Il diario del capitano medico Giulio Sconzo (...) 2 Agosto
Notte calma e giornata con notevole attività aerea nemica. Si continua a
combattere aspramente nelle zone di Regalbuto e Troina. Apprendiamo
purtroppo amari particolari sulla ritirata del 2° Corpo d’Armata. Il
bollettino radiofonico tedesco comunica l’ennesimo bombardamento di Palermo.
3 agosto
Notte calma; si riattiva l’energia elettrica! Ma la giornata è
contrassegnata da attività aerea continua infernale. La reazione contraerea
in tutte le zone circostanti risulta comunque molto più efficiente rispetto
ai giorni precedenti. Alle 13,30, mentre pranziamo, si verifica però una
violenta incursione, con sgancio di numerose bombe sulle zone della Colla e
sullo Scialandro. Si resiste comunque nelle zone di Troina e Regalbuto.
4 agosto
Notte calma. Ma alle 8,20 passa una forte e nutrita squadriglia di
quadrimotori, che provocano in reazione immediata numerosi tiri contraerei:
un apparecchio nemico è abbattuto. I suoi frantumi, caduti sulla Colla e
sullo Scialandro, provocano numerosi morti e feriti. L’attività aerea
diviene quindi ancor più intensa in una giornata a dir poco infernale. Alle
13,35 avviene un violento mitragliamento. Alle 13,55 esplode una bomba
caduta sul bivio per la stazione, provocando per fortuna un solo ferito.
Alle 16,20 ed alle 16,40 due ondate di bombardieri prendono d’assalto
Bronte; crollano numerose case nella parte alta del paese e nella zona della
stazione. Terrificante! In tutti gli appartamenti comunque si rompono i
vetri. Trasferisco precipitosamente la famiglia in casa dell’avvocato
Sanfilippo. Torna a mancare l’energia elettrica. |
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5 agosto
Notte calma. Di giorno, l’attività aerea torna ad essere intensa.
Efficiente comunque la reazione contraerea.
Come nei giorni scorsi, sono
flagellati da bombe gli stradali viciniori a Bronte. La famiglia passa la
giornata all’ Alcazar di Bronte (così all’epoca era indicato l’attuale
Circolo di Cultura “Enrico Cimbali”, n.d.r.).
Alle l7,30 apprendiamo che
Catania è stata occupata dall’8° Armata, stamane intorno alle 8,30.
Anche
Paternò è stata occupata dal nemico. Ci informano che aerei tedeschi hanno
bombardato il porto di Palermo e che aerei americani hanno recato enormi
danni a Napoli. Nella giornata di ieri e di oggi, alcuni tedeschi in fuga
hanno ferito quattro inermi ed indifesi brontesi, sparando loro addosso con
le rivoltelle. 6 agosto
Per tutta la notte ha tuonato il cannone. Malgrado l’emergenza, si
festeggiano tutti i “Totò” e tutte le “Salvatrici” nel giorno del loro
onomastico. Ma la mattinata è caratterizzata da frequenti transiti di aerei
nemici, con conseguenti schermaglie fatte di mitragliamenti massicci. La mia
famiglia è accampata all’Alcazar. Alle 13 sale la tensione, poiché il
bollettino radiofonico annuncia l’evacuazione di Catania. Purtroppo, ci
siamo: il fulcro del fronte bellico ci interessa da... vicinissimo!
Apprendiamo che Palermo è stata bombardata ancora una volta.
Alle 14 a Bronte comincia l’inferno. Durante una incursione aerea, una
bomba cade sulla parte bassa del paese. Alle 14,45 un’altra bomba centra il
chiostro dell’ospedale, centrandone il pozzo. E dire che avevamo fatto
disegnare sul tetto del Collegio una croce rossa gigantesca ed altre erano
state dipinte negli atri. Raccogliamo le famiglie, i ricoverati ed alcuni
scampati nel refettorio, che sembra un locale in un certo senso protetto o
comunque meno vulnerabile. Chi può si adatta sotto i tavoli di marmo,
eleggendoli ad ulteriore protezione. Sono però soltanto scelte da disperati.
Ovunque è polvere e terriccio; ne portiamo notevole quantità sugli abiti,
nei capelli, sulla cute del viso. Lo sbandamento è generale, anche perché
fino alle 19,30 si susseguono otto ondate di bombardieri, che sganciano
ventotto bombe sul centro abitato, in particolare attorno al Collegio-ospedale. Ma numerose bombe finiscono per centrare davvero l’
ospedale, quasi che si voglia stanarci o sterminarci con la violenza più
inaudita e più barbara, colpendo al cuore quel che resta dell’ormai esausto
abitato di Bronte.
Il terrore è panico puro. Quasi tutti gli ufficiali abbandonano l’ospedale,
dandosi alla fuga per cercare rifugio e salvezza altrove. Per l’esercito
italiano purtroppo anche a Bronte è il momento del totale disfacimento,
sopraffatto com’è da una forza d’urto spietata e devastante. Io resisto non
so come, ma ritengo d’essere un incosciente, attratto come sono dal
desiderio di soccorrere tanti poveri feriti o moribondi. Nell’ospedale
affluiscono decine e decine di feriti, militari e civili, anche gravissimi;
vengono alloggiati alla bell’e meglio, quasi accatastati nei locali del
refettorio e di un attiguo corridoio, dove riesco ad assicurare loro i primi
soccorsi.
I prigionieri inglesi si adoperano a scendere nel refettorio le barelle con
i trasportabili fra i feriti gravi ed i fratturati del reparto chirurgia.
Ma, ad ogni incursione, che provoca un’immane ondata di bombe, il caos torna
ad imperare. La scena è infernale ed allo stesso tempo drammatica: in una,
tante lingue, sulle barelle o su improvvisati giacigli c’è chi prega, chi
chiede soccorso, chi implora la mamma, chi piange, chi si dispera. I soli
ufficiali medici che rimaniamo sul posto siamo Veronica, che si occupa degli
intrasportabili del reparto chirurgia, ed io, che mi prendo cura dei feriti
affastellati nel refettorio. Ma le condizioni igienico-sanitarie sono
assolutamente deficitarie.
Alle 19 mia moglie è ferita ad un braccio, alle 19,15 mio figlio e mia
suocera rimangono sepolti sotto uno dei bagni esistenti nell’attiguo atrio,
che è crollato dopo lo scoppio di una bomba nella strada limitrofa. Vengono
fuori dalle macerie con la più esasperata forza della disperazione,
miracolosamente vivi. Io mi sono infortunato, nel tentativo di soccorrere
una donna gravemente ferita ad una spalla e sul torace; zoppico.
La spietata violenza delle bombe finisce per distruggere l’ospedale,
provocando numerosi morti; si salvano rari superstiti, perché scelgono la
via di una precipitosa fuga i rari superstiti. I tedeschi ormai allo
sbaraglio frattanto durante la fuga sono protagonisti di ignobili
rappresaglie e vandalismi incredibili. Il nemico entra in paese. Non c’è
proprio nulla da fare; quanto meno devo mettere al sicuro la famiglia, nella
speranza che salvi la pelle; anche perché i primi avamposti nemici si
insediano, prendendosi cura dei feriti, e ci fanno capire che stiamo per
essere imprigionati. So che tornerò. Anche per lasciare il refettorio e
quindi raggiungere la strada, è un procedere difficilissimo, fra macerie e
detriti.
Bronte è una montagna di macerie; raggiungere la casa, in via Garibaldi, è
problematico, perché le strade sono interrotte o ostruite fino
all’inverosimile. Ci acquattiamo sotto materassi e cuscini nell’abitazione
dell’avvocato Sanfilippo, attendendo la morte. Casa nostra è notevolmente
danneggiata dai bombardamenti ed è già stata visitata da tedeschi in fuga e
sciacalli.
Alle 20,30, persistendo l’emergenza-bombardamenti ed incombendo la minaccia
delle rappresaglie da parte del nemico, anche se zoppico, fuggiamo in
campagna, cercando rifugio o nel tunnel oppure in montagna, verso l’Etna.
Racimoliamo poche provviste: cinque pani, mezzo chilo di formaggio, due
brocche con acqua. Si parte con la famiglia Sanfilippo, Galvagno, don
Vincenzo e Graziano. È una triste carovana composta da undici disperati fra
i quali due bambini; siamo digiuni e disperati. Non sappiamo quale sorte ci
toccherà. La strada è accidentata ed in salita. Giunti alla Stazione,
decidiamo di salire verso l’Etna. Io comunque dovrò tornare nel più breve
tempo possibile in ospedale.
La notte è indimenticabile. Fino alle 23, la illumina in qualche modo un
piccolo lembo lunare. Dalla valle arrivano i lampi e gli scoppi delle
artiglierie. La strada è disseminata di militari morti, di camionette o
autoblindo mitragliati e distrutti; è drasticamente in salita e quanto mai
accidentata.
A mezzanotte, ci accampiamo all’aperto e restiamo fermi fino alle 2. Poi
riprendiamo la nostra pietosa fuga. Alle 3 e mezza siamo nella zona Paparia
e decidiamo di continuare a salire. Alle 5 e mezza, arriviamo a Monte Chiuso
e precisamente a Ceravolo: qui troviamo una stanzetta senza porta,
circondata da accoglienti alberi di noce. Ci accampiamo, stremati.
7 agosto
Sono depresso; sono infortunato e non ce la faccio a tornare in ospedale. So
di essere un soldato vinto e zoppo, che ‘per il momento’ ha dribblato la
prigionia. Sono afflitto dalla situazione igienica e morale nella quale
siamo qui a Ceravolo. Non ho la forza di guardare in viso i miei figli: per
la femmina sarebbe il compleanno, per il maschio l’onomastico. Chissà come
li avremmo festeggiati in una situazione normale. Ma tutto sembra perduto,
quale sorte ci attende?
L’acqua scarseggia, così come le notizie sulla situazione a Bronte, che
dista circa dieci chilometri, a 1.300 metri di altezza sul livello del mare,
immersa in desolanti sciare di lava. Per fortuna, nel pomeriggio riusciamo
ad ottenere qualche brocca d’acqua della cisterna della attigua Dagala
‘Nchiusa.
Si registra un continuo passaggio di aerei: noi ci acquattiamo sotto gli
alberi, per timore di possibili mitragliamenti, anche perché due di noi
vestono la divisa militare con stivali. Il cannone tuona a valle e nella
zona di Cesarò. Si dorme all’aperto, sulla terra nuda; i più fortunati
riescono a crearsi una sorta di finto giaciglio, fatto di frasche.
Conviviamo con formiche insetti, lepri...
8 agosto
È domenica, ma per noi è soltanto ‘un altro giorno’ da fuggiaschi. Sveglia
alle 5, alle prime luci del sole. La mia zoppìa si acuisce: ho subito una
frattura? Andiamo a rifornirci di un po’ di latte a Dagala ‘Nchiusa.
Alimenti del giorno: pane duro inzuppato di acqua ed un residuo di
formaggio. La depressione è totale, quando ci rendiamo conto che alle 10,30
Bronte è di nuovo bombardata a tappeto. Sapremo che nel pomeriggio le
avanguardie inglesi hanno preso possesso del Comune. Cala la tela: e’ la
fine della nostra ‘povera’ guerra.
Abbiamo esaurito i viveri. Che fare? Alle 18,15 io, mio cognato Pippo Di
Dio, Galvagno, Graziano e don Vincenzo decidiamo di scendere in paese, per
cercare qualcosa da mangiare. Vorrei anche ripresentarmi in ospedale. Ma,
mentre siamo in marcia, alle 19,15 da un avamposto dell’estrema ala destra
inglese - sulla altura della Colla al limite della Sciara - ci indirizzano
addosso una fucilata. È segno che la nostra presenza è sospetta e che le
divise militari grigioverdi sono prede da catturare o comunque da
perseguire.
Ci ripariamo sotto un muretto a secco e vediamo fischiare sulle nostre teste
più di quaranta colpi di fucile. Restiamo acquattati per oltre due ore, vivi
per miracolo. Per fortuna i militari inglesi non hanno deciso di
raggiungerci per scoprire chi siamo, chissà anche per giustiziarci. Alle 21,
sotto un tenue chiarore di luna, torniamo a Ceravolo, dove arriviamo alle
22, accolti con grida festose. Ma siamo a mani vuote, stanchi, emozionati,
stremati e vivi per miracolo.
Alle 23, ci sdraiamo sulla nuda terra.
9 agosto
La notte è tanto fredda. Alle 5,30 siamo svegli. È impossibile ogni cura
igienica o il cambio di abiti e biancheria. A Dagala ‘Nchiusa otteniamo un
po’ di latte e mezza capra. Si impianta un empirico fornello e si cucina la
carne sulle tegole tirate giù dal tetto della casetta. Del pane, neanche
l’odore.
Nel pomeriggio, l’attività di artiglieria nella vallata sottostante è
intensissima. Gli inglesi tirano migliaia di colpi a Rocca Calanna di
Maletto. Scompaginano così le batterie tedesche, che soltanto inizialmente
tirano qualche colpo verso la Colla. A sera, ceniamo dividendo in undici
porzioni un pane asciutto realizzato con un po’ di farina portata da
Graziano.
Alle 22 siamo di nuovo sdraiati sulla nuda terra. La notte è ancor più
fredda di quella precedente. Lamentiamo tutti dolori lancinanti alle spalle
ed ai lombi. Percepiamo che prosegue, anche se limitata, l’attività di
artiglieria.
10 agosto
Alle 5,30 sveglia e gita a Dagala ‘Nchiusa, per chiedere un po’ di latte
di capra. Il menu di giornata comprende - per gli undici disperati - un pane
ed un quarto di capra. Sino alle 9 tace l’artiglieria. Gli inglesi
continuano ad avanzare. Soltanto al calar della sera, si percepiscono tiri
di artiglieria verso punta Calanna.
11 agosto
Oggi ci si nutre con un po’ di latte ed un quarto di montone. Il pane è
assente. Arrivano vaghe notizie sulla situazione, ma è certo che Bronte è
flagellata dalle più spietate granate tedesche, in un conato di vendetta. La
triste ed affamata comitiva è in preda allo scoramento: c’è chi sollecita
finanche il rientro in paese, qualunque sia la situazione e la vivibilità in
loco. Le condizioni nutrizionali ed igieniche in effetti sono assolutamente
deficitarie.
12 agosto
Oggi ci si deve nutrire dei residui del quarto di montone e di un chilo di
fave. Siamo avviliti, così non si può resistere. Ed è battaglia fra i nove
adulti, sulla soluzione da scegliere. Una cosa è certa: il fronte
sicuramente deve essere avanzato verso nord e dunque in direzione dei
Nebrodi. I tiri di artiglieria si odono ormai sempre più lontani. Alla fine
il concitato ‘referendum’ dei disperati si conclude con la decisione di
tornare in paese. Ma so che ora la mia sorte è segnata. 13 agosto
Alle 5,30 la triste carovana si rimette in marcia, ora verso Bronte, o
meglio quel che resta di Bronte. Arriviamo in via Garibaldi alle 10,30. La
casa nel suo piano superiore ha subito notevoli danni. 14 agosto
Mi consegno al comando inglese, che ha preso in forza l’ospedale. M’hanno
rivestito di grigioverde a quaranta anni ed ho difeso la patria, ma abbiamo
perduto la guerra. Sono prigioniero del ‘nemico’, che da oggi devo chiamare
‘liberatore’. Io che detesto la guerra ed ho vissuto asetticamente nel
momento politico che l’aveva voluta. L’atto finale della prigionia sarà un certificato di rimpatrio, avvenuto il
7 agosto 1944, dal quale risulta che il 21 luglio’ 44 è stato rilasciato’
Sconzo Giulio, capitano medico di complemento, militare dal 25 settembre
1942, appartenente al Distretto di Palermo, nato a Palermo il 28 agosto 1901
con anzianità di grado risalente all’1 marzo 1941 e nominato ufficiale nel
maggio 1927, catturato quale caporeparto della 3° Medicina dell’Ospedale di
riserva n° 2 di Bronte, assegnato all’Ospedale militare di Palermo per
ordine del Ministero della Guerra’. * * *
Ed ecco alcuni stralci della relazione sulla prigionia del capitano Sconzo. “Sono stato richiamato... ed assegnato a Palermo al Deposito del 76°
Reggimento Fanteria fino al 30 novembre 1942. Dall’l dicembre ‘42,
caporeparto 3° Medicina dell’Ospedale di riserva n° 2, trasferito dal corso
Calatafimi alla Feliciuzza nei locali del Policlinico. Detto ospedale, in
seguito ad ordini ricevuti dal Comando di Corpo d’Armata e dalla Direzione
di Sanità nel periodo fra il 1° giugno ed il 10 luglio 1943 si trasferì a
Bronte (Catania), nei locali del Collegio Capizzi e nelle scuole elementari
di quel Comune. Il trasporto dell’ingente materiale in dotazione in detto
ospedale avvenne a mezzo di numerosi autotreni ed arrivò a Bronte in buone
condizioni, ad eccezione di una piccola parte (materiale di magazzino) che
rimase a Palermo, nei locali della Feliciuzza, in consegna ad un
distaccamento della Compagnia di Sanità. Detta piccola quantità non poté
essere avviata, perché il 10 luglio si verificò lo sbarco degli alleati in
Sicilia”. “A Bronte ho conservato la carica di Capo Reparto del 3° Medicina ed ho
organizzato il reparto al piano terreno della scuola elementare. Il
funzionamento del mio reparto ed anche quello degli altri reparti fu
stabilito di comune accordo tra il Direttore di Sanità, tenente colonnello
Tomaselli, ed il direttore dell’Ospedale, tenente colonnello Foti intorno al
12 luglio, cioè dopo pochi giorni dallo sbarco degli Alleati, pur difettando
moltissimi rifornimenti alimentari e farmaceutici. Ben presto cominciarono
ad affluire ammalati e feriti anche civili delle zone limitrofe e
l’ospedale, pur fra molti stenti, poté funzionare. Non è da nascondere però
che spesso sono mancati i viveri non soltanto per la truppa, ma anche per i
ricoverati.” “Il paese di Bronte fu risparmiato dalle incursioni aeree fino al 3 agosto
(eccezion fatta per parecchi spezzoni sganciati saltuariamente su automezzi
che transitavano e ciò specialmente alle porte del paese). Il 3 ed il 4
agosto, due violente incursioni aeree produssero molti danni e numerose
vittime in paese, specie verso la parte alta (stazione ferroviaria).
Nonostante ciò, l’ospedale continuò a funzionare in mezzo a stenti sempre
più accentuati (mancanza di energia elettrica, acqua, legna, alimenti,
eccetera). Nel mio reparto erano 80 ricoverati, che ebbero la normale
assistenza medica”. “Il 6 agosto, dalle 13,30 alle 20, il paese di Bronte fu sottoposto ad un
violento e terrificante bombardamento aereo, fatto ad ondate successive,
aventi lo scopo di interrompere, con l’abbattimento dei fabbricati, l’unica
via di scampo alle forze tedesche che si ritiravano da Adrano. In queste
terrificanti sei ore, i danni furono micidiali, enormi; grande fu il numero
delle vittime e dei feriti”. “L’ospedale, munito di chiari segni della Croce Rossa con bandiere sul
campanile e croci rosse dipinte sui tetti (una venti metri per venti!),
ricevette ventotto bombe e fu devastato, specie nei piani superiori. In tale
tragica giornata, ho prestato da solo la mia opera nel refettorio del
Collegio Capizzi, coadiuvato dal sergente di Sanità, Marino, e da alcuni
soldati. Non ho visto in quel locale alcun altro ufficiale medico. Ho saputo
che al primo piano ha continuato a prestare la propria opera il tenente
medico Veronica”. “Alle 19,30 circa anche mia moglie è stata ferita da una scheggia al braccio
sinistro. Alle 20,30 circa pensai di porre in salvo mia moglie ed i miei
bambini; superando le macerie del paese, ci avviamo fra le sciare di lava
dell’Etna. ... Una distorsione dell’articolazione tibioperonea astragalica
destra, da me subita mentre - in mezzo alle macerie dell’ospedale - davo
assistenza ad una povera donna agonizzante, per uno squarcio
dell’articolazione scapolo omerale e del torace, mi diede notevole fastidio.
Toltomi lo stivale, per visitarmi l’articolazione, non fui più in condizione
di calzarlo, per il gonfiore sopraggiunto ed il dolore all’articolazione
lesa. Per tale motivo, non potei fare immediato ritorno in ospedale. La mia
malattia fu resa nota alla Direzione dell’ospedale, con due biglietti
consecutivi, recapitati regolarmente al nuovo Direttore, tenente Veronica. Rientrato il 13 agosto, il 14 mattina mi sono consegnato e sono stato
avviato, a mezzo di un autocarro, verso un improvvisato campo di prigionieri
e successivamente fui inviato a Siracusa. Il 17 agosto, sono stato nominato
Medico Dirigente del Servizio Sanitario del 222° POZ Camp ed in tale
posizione sono rimasto fino al 14 ottobre. Dal 15 ottobre ’43 al 5 maggio
’44 sono stato avviato all’ospedale POW di Avola, prima con la funzione di
Capo Reparto e poi di Direttore. Dal 5 al 7 maggio ho consegnato tutto il
materiale a me affidato al capitano medico Bonanno presso l’ospedale della
Croce Rossa di Siracusa. Detto materiale proveni- va dall’Ospedale Regia
Marina di Melilli ed è stato da me scaricato sotto la sorveglianza di un
colonnello medico inglese, giusto inven- tario esistente nell’ospedale di A
vola. È in mio possesso regolare ricevuta. In tale occasione ho fatto
pervenire al Sindaco di A vola alcuni mobili da me trovati nei locali
dell’ospedale; ho fatto anche recuperare altri mobili al Comando Marina di
Augusta. Ho in mio possesso le relative ricevute”. “Dal 7 maggio al 21 giugno, ho prestato servizio nell’ospedale POW Santa
Marta di Catania; da tale data si è iniziata la mia pratica di liberazione,
in seguito a richiesta del Ministero della Guerra. Il 20 luglio sono partito
da Catania ed il 21 successivo ho preso servizio presso l’Ospedale militare
di Palermo”. (…)
Il diario del ventenne avolese Giuseppe
Schirinà |