Agosto 1943, la guerra a Bronte

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9 Novembre 2003

AGOSTO 1943: SESSANT'ANNI FA I BOMBARDAMENTI SU BRONTE

Il giorno del ricordo

Bronte ha commemorato i caduti ed ha pubblicato un volume con le testimonianze dei sopravvissuti alla 2a Guerra mondiale

Il diario del palermitano capitano medico Giulio Sconzo
Il diario dell'avolese Giuseppe Schirinà
Bronte, Luglio 1943 - Agosto 1944
«à la guerre comme à la guerre!»
'U su' Nunziatu Ficasicca
 

Sabato 9 novembre Bronte ha ricordato le vittime dei bombardamenti e degli eventi bellici avvenuti nel nostro territorio nell'agosto del 1943, quando Bronte fu messo a ferro e fuoco dalle forze «alleate» che tentavano di impedire la ritirata delle forze tedesche provenienti da Adrano e dirette a Messina.
La solenne manifestazione ha visto presentare anche un libro contenente il diario che l'ufficiale medico palermitano Giulio Sconzo scrisse a Bronte in quei giorni, e le testimonianze di brontesi che hanno ricordato gli episodi più tristi e significativi di uno scontro bellico doloroso per le nostre comunità.
Il libro pubblicato dal Comune di Bronte sarà distribuito gratuitamente e farà parte di quelle testimonianze di cultura cui la città è ricca.
La manifestazione si è svolta in piazza Spedalieri davanti al «Monumento dei Caduti», con la messa officiata dal reverendo Vincenzo Castiglione cappellano della Guardia di Finanza e la presentazione del libro pubblicato dal Comune.
Presente alla cerimonia il figlio del dott. Sconzo, Gaetano, assieme ai comandanti delle forze dell’Ordine presenti sul territorio,  agli Alpini ed a molti anziani che ricordano ancora quei tristi giorni.
Subito dopo si è svolta una visita all'edicola votiva eretta in onore dell'Annunziata, a ricordo dei fatti del 1943, a poggio San Marco.
L'edicola, restaurata per l'occasione, è stata innalzata nell'agosto del '49 dai molti brontesi che rischiarono di rimanere sepolti nella sottostante galleria della Circum, zeppa di sfollati anche da tutta la provincia etnea e minata dai tedeschi.
Non fu fatta saltare per le suppliche, rivolte ad un alto ufficiale tedesco che (a detta di qualcuno) dopo l'intervento umanitario si suicidò.
 

Il giorno della memoria

8 agosto 1943

Fra i tanti brontesi che perirono per mano tedesca o alleata, vogliamo oggi ricordare un'intera famiglia sterminata durante la loro ritirata da soldati tedeschi in una grotta accanto all'Ospedale dove avevano cercato rifugio per salvarsi dai violenti bombardamenti degli Alleati.

Liuzzo Vincenza, 40 anni, incinta, i suoi due figli Nunzio e Salvatore di 4 e 7 anni e il marito Caudullo Alfio (1936), l’8 agosto del 1943 durante un bombardamento degli alleati, insieme ad altre numerose famiglie cercarono rifugio in un ingrottato lavico ubicato nella parte alta del Corso Umberto nelle vicinanze dell’ospedale.
Morirono dilaniati, insieme ad altri sventurati, da bombe a mano lanciate con spietata inutile violenza da soldati tedeschi.

Un altro figlio, Placido, si salvò miracolosamente.

Riposano nel cimitero di Bronte dove una lapide posta sul piccolo monumento funebre recita:

«Ferito a morte nella galleria,
cercò riparo in  una grotta oscura
con i suoi figli, e la moglie lo seguiva
portando in grembo un'altra creatura,
ma, il fuoco li perseguita e raggiunge
col schianto tremendo delle bombe
ora nel buio sonno li congiunge
la candida mestizia di due tombe».


6 agosto 1943 - 9 Novembre 2003

I giorni della memoria

"Sono trascorsi sessanta anni dal giorno in cui avvenne a Bronte un violento bombardamento che provocò numerose vittime e molti feriti e dispersi.
In quel drammatico pomeriggio la città di Bronte rischiò di essere rasa al suolo. Il Real Collegio Capizzi, simbolo della tradizione culturale siciliana, che in quel periodo ospitava l'ospedale militare, fu preso di mira e stava per essere abbattuto.
A ricordo di quegli eventi fu eretta dopo la conclusione della guerra nella contrada Poggio San Marco una stele commemorativa in pietra lavica che l'Amministrazione Comunale ha provveduto quest'anno a restaurare e che oggi, giornata dedicata ai Caduti di tutte le guerre, è stata oggetto di una solenne commemorazione.
La contestuale presentazione del libretto nel quale sono ricordate molte testimonianze di cittadini brontesi sopravvissuti a quelle tragiche giornate, nonché la pubblicazione del diario raccolto dall'ufficiale medico palermitano Giulio Sconzo, il cui figlio Gaetano è oggi ospite a Bronte, rappresenta non soltanto un fatto di rilevante valore storico ma anche una testimonianza da affidare alla riflessione delle giovani generazioni che dovranno considerare sempre la Pace come il bene Supremo dell'umanità".

9 Novembre 2003

(Salvatore Leanza, sindaco di Bronte)

Un'immagine che ricorda quei terribili giorni del '43 e le persone sfollate durante la seconda guerra mondiale.
Molti, nei primi d'agosto del 43, si rifugiarono alla "Colla" dai Saitta e dentro la sottostante galleria della FCE.

Scrive Luigi Putrino che «essendo l'abitazione troppo esposta, avvistati dai bombardieri, si rifugiarono nel sottostante traforo della ferrovia, purtroppo già minato dai tedeschi e pronti a farlo saltare.

Le suppliche ai militari di una donna che parlava il tedesco e la votazione alla Vergine, illuminarono il più elevato in grado che non fece eseguire l'ordine, ma che si suicidò con un colpo di pistola alla tempia.

I miracolati per l'occasione fecero erigere sul posto una edicola votiva che ancora oggi vi troneggia rivolta all'Et­na e l'ingresso del traforo».
Il monumento è stato recentemente restaurato.


Leggi "Il mio 1943" di Nicola Lupo
La guerra nei Ricordi del cav. Castiglione


Bronte 1943

Il diario del capitano medico Giulio Sconzo

Le testimonianze dei brontesi

Il libro è stato scritto a più mani: riporta, a cura del figlio Gaetano, giornalista palermitano, il diario che Giulio Sconzo, capitano medico in servizio nel Collegio Capizzi, allora trasformato in Ospedale militare, scrisse nei giorni dell'avanzata alleata nel territorio di Bronte (agosto 1943); alcune testimonianze di nostri anziani che vissero con alterne fortune i bombardamenti e la ritirata delle truppe tedesche raccolte da Luigi Putrino ed una esposizione storica di quei drammatici giorni vissuti dai brontesi curata dal nostro Franco Cimbali.
«La guerra è indubbiamente quel drago nelle cui fauci si muore, si sopravvive alla bell'e meglio, si soffre, ci si dispera, si piange; quasi mai trovi l'estro per un fugace sorriso.
Per sopravvivere, devi arrangiarti, soltanto arrangiarti.
Ma chi ha la fortuna di poterne conservare i ricordi può anche trovarsi di stucco, perplesso, amareggiato, anche umiliato come colui che - andando a caccia di carteggi sui tragici giorni dell'agosto 1943 a Bronte - scopre che nell'Archivio di Stato purtroppo non c'è uno straccio di documenti ufficiali, ma anche che al Comune le carte di quei giorni sono conservate in un magazzino-archivio che meriterebbe d'essere riordinato.
Insomma è una fortuna incommensurabile poter disporre del diario di un soldato, un capitano medico allora quarantenne, richiamato alle armi e sbattuto al fronte con l'ospedale militare nel quale era stato intruppato». (Gaetano Sconzo)
Le 100 pagine del libro, arricchito con una ventina di foto (cinque fornite da Bronte Insieme, senza per altro essere citati) sono un vero percorso della memoria.

Di seguito vi presentiamo alcuni brani del Diario del cap. Giulio Sconzo (i giorni che vanno dal 2 al 7 agosto, quando i bombardamenti alleati fecero numerose vittime e danni) ed un breve capitolo della parte curata da Franco Cimbali, «Bronte, Luglio 1943 - Luglio 1944».


Agosto 1943

Il diario del capitano medico Giulio Sconzo

(...) 2 Agosto
Notte calma e giornata con notevole attività aerea nemica. Si continua a combattere aspramente nelle zone di Regalbuto e Troina. Apprendiamo purtroppo amari particolari sulla ritirata del 2° Corpo d’Armata. Il bollettino radiofonico tedesco comunica l’ennesimo bombardamento di Palermo.

3 agosto
Notte calma; si riattiva l’energia elettrica! Ma la giornata è contrassegnata da attività aerea continua infernale. La reazione contraerea in tutte le zone circostanti risulta comunque molto più efficiente rispetto ai giorni precedenti. Alle 13,30, mentre pranziamo, si verifica però una violenta incursione, con sgancio di numerose bombe sulle zone della Colla e sullo Scialandro. Si resiste comunque nelle zone di Troina e Regalbuto.

4 agosto
Notte calma. Ma alle 8,20 passa una forte e nutrita squadriglia di quadrimotori, che provocano in reazione immediata numerosi tiri contraerei: un apparecchio nemico è abbattuto. I suoi frantumi, caduti sulla Colla e sullo Scialandro, provocano numerosi morti e feriti. L’attività aerea diviene quindi ancor più intensa in una giornata a dir poco infernale. Alle 13,35 avviene un violento mitragliamento. Alle 13,55 esplode una bomba caduta sul bivio per la stazione, provocando per fortuna un solo ferito. Alle 16,20 ed alle 16,40 due ondate di bombardieri prendono d’assalto Bronte; crollano numerose case nella parte alta del paese e nella zona della stazione. Terrificante! In tutti gli appartamenti comunque si rompono i vetri. Trasferisco precipitosamente la famiglia in casa dell’avvocato Sanfilippo. Torna a mancare l’energia elettrica.

Il capitano medico Giulio Sconzo con la famiglia. Il figlio Gaetano (in basso a sinistra e, oggi, nella foto a destra) ha fortemente voluto la pubblicazione del diario scritto dal padre nell'agosto del '43 durante la sua permanenza a Bronte.

La galleria della Ferrovia Circumetnea dove trovarono rifugio moltissime famiglie.

Il capitano medico Giulio Sconzo con la moglie5 agosto
Notte calma. Di giorno, l’attività aerea torna ad essere intensa. Efficiente comunque la reazione contraerea.
Come nei giorni scorsi, sono flagellati da bombe gli stradali viciniori a Bronte. La famiglia passa la giornata all’ Alcazar di Bronte (così all’epoca era indicato l’attuale Circolo di Cultura “Enrico Cimbali”, n.d.r.).
Alle l7,30 apprendiamo che Catania è stata occupata dall’8° Armata, stamane intorno alle 8,30.
Anche Paternò è stata occupata dal nemico. Ci informano che aerei tedeschi hanno bombardato il porto di Palermo e che aerei americani hanno recato enormi danni a Napoli. Nella giornata di ieri e di oggi, alcuni tedeschi in fuga hanno ferito quattro inermi ed indifesi brontesi, sparando loro addosso con le rivoltelle.

6 agosto
Per tutta la notte ha tuonato il cannone. Malgrado l’emergenza, si festeggiano tutti i “Totò” e tutte le “Salvatrici” nel giorno del loro onomastico. Ma la mattinata è caratterizzata da frequenti transiti di aerei nemici, con conseguenti schermaglie fatte di mitragliamenti massicci. La mia famiglia è accampata all’Alcazar. Alle 13 sale la tensione, poiché il bollettino radiofonico annuncia l’evacuazione di Catania. Purtroppo, ci siamo: il fulcro del fronte bellico ci interessa da... vicinissimo! Apprendiamo che Palermo è stata bombardata ancora una volta.
Alle 14 a Bronte comincia l’inferno. Durante una incursione aerea, una bomba cade sulla parte bassa del paese. Alle 14,45 un’altra bomba centra il chiostro dell’ospedale, centrandone il pozzo. E dire che avevamo fatto disegnare sul tetto del Collegio una croce rossa gigantesca ed altre erano state dipinte negli atri. Raccogliamo le famiglie, i ricoverati ed alcuni scampati nel refettorio, che sembra un locale in un certo senso protetto o comunque meno vulnerabile. Chi può si adatta sotto i tavoli di marmo, eleggendoli ad ulteriore protezione. Sono però soltanto scelte da disperati. Ovunque è polvere e terriccio; ne portiamo notevole quantità sugli abiti, nei capelli, sulla cute del viso. Lo sbandamento è generale, anche perché fino alle 19,30 si susseguono otto ondate di bombardieri, che sganciano ventotto bombe sul centro abitato, in particolare attorno al Collegio-ospedale. Ma numerose bombe finiscono per centrare davvero l’ ospedale, quasi che si voglia stanarci o sterminarci con la violenza più inaudita e più barbara, colpendo al cuore quel che resta dell’ormai esausto abitato di Bronte.
Il terrore è panico puro. Quasi tutti gli ufficiali abbandonano l’ospedale, dandosi alla fuga per cercare rifugio e salvezza altrove. Per l’esercito italiano purtroppo anche a Bronte è il momento del totale disfacimento, sopraffatto com’è da una forza d’urto spietata e devastante. Io resisto non so come, ma ritengo d’essere un incosciente, attratto come sono dal desiderio di soccorrere tanti poveri feriti o moribondi. Nell’ospedale affluiscono decine e decine di feriti, militari e civili, anche gravissimi; vengono alloggiati alla bell’e meglio, quasi accatastati nei locali del refettorio e di un attiguo corridoio, dove riesco ad assicurare loro i primi soccorsi.
I prigionieri inglesi si adoperano a scendere nel refettorio le barelle con i trasportabili fra i feriti gravi ed i fratturati del reparto chirurgia.
Ma, ad ogni incursione, che provoca un’immane ondata di bombe, il caos torna ad imperare. La scena è infernale ed allo stesso tempo drammatica: in una, tante lingue, sulle barelle o su improvvisati giacigli c’è chi prega, chi chiede soccorso, chi implora la mamma, chi piange, chi si dispera. I soli ufficiali medici che rimaniamo sul posto siamo Veronica, che si occupa degli intrasportabili del reparto chirurgia, ed io, che mi prendo cura dei feriti affastellati nel refettorio. Ma le condizioni igienico-sanitarie sono assolutamente deficitarie.
Alle 19 mia moglie è ferita ad un braccio, alle 19,15 mio figlio e mia suocera rimangono sepolti sotto uno dei bagni esistenti nell’attiguo atrio, che è crollato dopo lo scoppio di una bomba nella strada limitrofa. Vengono fuori dalle macerie con la più esasperata forza della disperazione, miracolosamente vivi. Io mi sono infortunato, nel tentativo di soccorrere una donna gravemente ferita ad una spalla e sul torace; zoppico.
La spietata violenza delle bombe finisce per distruggere l’ospedale, provocando numerosi morti; si salvano rari superstiti, perché scelgono la via di una precipitosa fuga i rari superstiti. I tedeschi ormai allo sbaraglio frattanto durante la fuga sono protagonisti di ignobili rappresaglie e vandalismi incredibili. Il nemico entra in paese. Non c’è proprio nulla da fare; quanto meno devo mettere al sicuro la famiglia, nella speranza che salvi la pelle; anche perché i primi avamposti nemici si insediano, prendendosi cura dei feriti, e ci fanno capire che stiamo per essere imprigionati. So che tornerò. Anche per lasciare il refettorio e quindi raggiungere la strada, è un procedere difficilissimo, fra macerie e detriti.
Bronte è una montagna di macerie; raggiungere la casa, in via Garibaldi, è problematico, perché le strade sono interrotte o ostruite fino all’inverosimile. Ci acquattiamo sotto materassi e cuscini nell’abitazione dell’avvocato Sanfilippo, attendendo la morte. Casa nostra è notevolmente danneggiata dai bombardamenti ed è già stata visitata da tedeschi in fuga e sciacalli.
Alle 20,30, persistendo l’emergenza-bombardamenti ed incombendo la minaccia delle rappresaglie da parte del nemico, anche se zoppico, fuggiamo in campagna, cercando rifugio o nel tunnel oppure in montagna, verso l’Etna. Racimoliamo poche provviste: cinque pani, mezzo chilo di formaggio, due brocche con acqua. Si parte con la famiglia Sanfilippo, Galvagno, don Vincenzo e Graziano. È una triste carovana composta da undici disperati fra i quali due bambini; siamo digiuni e disperati. Non sappiamo quale sorte ci toccherà. La strada è accidentata ed in salita. Giunti alla Stazione, decidiamo di salire verso l’Etna. Io comunque dovrò tornare nel più breve tempo possibile in ospedale.
La notte è indimenticabile. Fino alle 23, la illumina in qualche modo un piccolo lembo lunare. Dalla valle arrivano i lampi e gli scoppi delle artiglierie. La strada è disseminata di militari morti, di camionette o autoblindo mitragliati e distrutti; è drasticamente in salita e quanto mai accidentata.
A mezzanotte, ci accampiamo all’aperto e restiamo fermi fino alle 2. Poi riprendiamo la nostra pietosa fuga. Alle 3 e mezza siamo nella zona Paparia e decidiamo di continuare a salire. Alle 5 e mezza, arriviamo a Monte Chiuso e precisamente a Ceravolo: qui troviamo una stanzetta senza porta, circondata da accoglienti alberi di noce. Ci accampiamo, stremati.

7 agosto
Sono depresso; sono infortunato e non ce la faccio a tornare in ospedale. So di essere un soldato vinto e zoppo, che ‘per il momento’ ha dribblato la prigionia. Sono afflitto dalla situazione igienica e morale nella quale siamo qui a Ceravolo. Non ho la forza di guardare in viso i miei figli: per la femmina sarebbe il compleanno, per il maschio l’onomastico. Chissà come li avremmo festeggiati in una situazione normale. Ma tutto sembra perduto, quale sorte ci attende?
L’acqua scarseggia, così come le notizie sulla situazione a Bronte, che dista circa dieci chilometri, a 1.300 metri di altezza sul livello del mare, immersa in desolanti sciare di lava. Per fortuna, nel pomeriggio riusciamo ad ottenere qualche brocca d’acqua della cisterna della attigua Dagala ‘Nchiusa.
Si registra un continuo passaggio di aerei: noi ci acquattiamo sotto gli alberi, per timore di possibili mitragliamenti, anche perché due di noi vestono la divisa militare con stivali. Il cannone tuona a valle e nella zona di Cesarò. Si dorme all’aperto, sulla terra nuda; i più fortunati riescono a crearsi una sorta di finto giaciglio, fatto di frasche. Conviviamo con formiche insetti, lepri...

8 agosto
È domenica, ma per noi è soltanto ‘un altro giorno’ da fuggiaschi. Sveglia alle 5, alle prime luci del sole. La mia zoppìa si acuisce: ho subito una frattura? Andiamo a rifornirci di un po’ di latte a Dagala ‘Nchiusa. Alimenti del giorno: pane duro inzuppato di acqua ed un residuo di formaggio. La depressione è totale, quando ci rendiamo conto che alle 10,30 Bronte è di nuovo bombardata a tappeto. Sapremo che nel pomeriggio le avanguardie inglesi hanno preso possesso del Comune. Cala la tela: e’ la fine della nostra ‘povera’ guerra.
Abbiamo esaurito i viveri. Che fare? Alle 18,15 io, mio cognato Pippo Di Dio, Galvagno, Graziano e don Vincenzo decidiamo di scendere in paese, per cercare qualcosa da mangiare. Vorrei anche ripresentarmi in ospedale. Ma, mentre siamo in marcia, alle 19,15 da un avamposto dell’estrema ala destra inglese - sulla altura della Colla al limite della Sciara - ci indirizzano addosso una fucilata. È segno che la nostra presenza è sospetta e che le divise militari grigioverdi sono prede da catturare o comunque da perseguire.
Ci ripariamo sotto un muretto a secco e vediamo fischiare sulle nostre teste più di quaranta colpi di fucile. Restiamo acquattati per oltre due ore, vivi per miracolo. Per fortuna i militari inglesi non hanno deciso di raggiungerci per scoprire chi siamo, chissà anche per giustiziarci. Alle 21, sotto un tenue chiarore di luna, torniamo a Ceravolo, dove arriviamo alle 22, accolti con grida festose. Ma siamo a mani vuote, stanchi, emozionati, stremati e vivi per miracolo.
Alle 23, ci sdraiamo sulla nuda terra.

9 agosto
La notte è tanto fredda. Alle 5,30 siamo svegli. È impossibile ogni cura igienica o il cambio di abiti e biancheria. A Dagala ‘Nchiusa otteniamo un po’ di latte e mezza capra. Si impianta un empirico fornello e si cucina la carne sulle tegole tirate giù dal tetto della casetta. Del pane, neanche l’odore.
Nel pomeriggio, l’attività di artiglieria nella vallata sottostante è intensissima. Gli inglesi tirano migliaia di colpi a Rocca Calanna di Maletto. Scompaginano così le batterie tedesche, che soltanto inizialmente tirano qualche colpo verso la Colla. A sera, ceniamo dividendo in undici porzioni un pane asciutto realizzato con un po’ di farina portata da Graziano.
Alle 22 siamo di nuovo sdraiati sulla nuda terra. La notte è ancor più fredda di quella precedente. Lamentiamo tutti dolori lancinanti alle spalle ed ai lombi. Percepiamo che prosegue, anche se limitata, l’attività di artiglieria.

10 agosto
Alle 5,30 sveglia e gita a Dagala ‘Nchiusa, per chiedere un po’ di latte di capra. Il menu di giornata comprende - per gli undici disperati - un pane ed un quarto di capra. Sino alle 9 tace l’artiglieria. Gli inglesi continuano ad avanzare. Soltanto al calar della sera, si percepiscono tiri di artiglieria verso punta Calanna.

11 agosto
Oggi ci si nutre con un po’ di latte ed un quarto di montone. Il pane è assente. Arrivano vaghe notizie sulla situazione, ma è certo che Bronte è flagellata dalle più spietate granate tedesche, in un conato di vendetta. La triste ed affamata comitiva è in preda allo scoramento: c’è chi sollecita finanche il rientro in paese, qualunque sia la situazione e la vivibilità in loco. Le condizioni nutrizionali ed igieniche in effetti sono assolutamente deficitarie.

12 agosto
Oggi ci si deve nutrire dei residui del quarto di montone e di un chilo di fave. Siamo avviliti, così non si può resistere. Ed è battaglia fra i nove adulti, sulla soluzione da scegliere. Una cosa è certa: il fronte sicuramente deve essere avanzato verso nord e dunque in direzione dei Nebrodi. I tiri di artiglieria si odono ormai sempre più lontani. Alla fine il concitato ‘referendum’ dei disperati si conclude con la decisione di tornare in paese. Ma so che ora la mia sorte è segnata.

13 agosto
Alle 5,30 la triste carovana si rimette in marcia, ora verso Bronte, o meglio quel che resta di Bronte. Arriviamo in via Garibaldi alle 10,30. La casa nel suo piano superiore ha subito notevoli danni.

14 agosto
Mi consegno al comando inglese, che ha preso in forza l’ospedale. M’hanno rivestito di grigioverde a quaranta anni ed ho difeso la patria, ma abbiamo perduto la guerra. Sono prigioniero del ‘nemico’, che da oggi devo chiamare ‘liberatore’. Io che detesto la guerra ed ho vissuto asetticamente nel momento politico che l’aveva voluta.

L’atto finale della prigionia sarà un certificato di rimpatrio, avvenuto il 7 agosto 1944, dal quale risulta che il 21 luglio’ 44 è stato rilasciato’ Sconzo Giulio, capitano medico di complemento, militare dal 25 settembre 1942, appartenente al Distretto di Palermo, nato a Palermo il 28 agosto 1901 con anzianità di grado risalente all’1 marzo 1941 e nominato ufficiale nel maggio 1927, catturato quale caporeparto della 3° Medicina dell’Ospedale di riserva n° 2 di Bronte, assegnato all’Ospedale militare di Palermo per ordine del Ministero della Guerra’.

* * *

Ed ecco alcuni stralci della relazione sulla prigionia del capitano Sconzo.

“Sono stato richiamato... ed assegnato a Palermo al Deposito del 76° Reggimento Fanteria fino al 30 novembre 1942. Dall’l dicembre ‘42, caporeparto 3° Medicina dell’Ospedale di riserva n° 2, trasferito dal corso Calatafimi alla Feliciuzza nei locali del Policlinico. Detto ospedale, in seguito ad ordini ricevuti dal Comando di Corpo d’Armata e dalla Direzione di Sanità nel periodo fra il 1° giugno ed il 10 luglio 1943 si trasferì a Bronte (Catania), nei locali del Collegio Capizzi e nelle scuole elementari di quel Comune. Il trasporto dell’ingente materiale in dotazione in detto ospedale avvenne a mezzo di numerosi autotreni ed arrivò a Bronte in buone condizioni, ad eccezione di una piccola parte (materiale di magazzino) che rimase a Palermo, nei locali della Feliciuzza, in consegna ad un distaccamento della Compagnia di Sanità. Detta piccola quantità non poté essere avviata, perché il 10 luglio si verificò lo sbarco degli alleati in Sicilia”.

“A Bronte ho conservato la carica di Capo Reparto del 3° Medicina ed ho organizzato il reparto al piano terreno della scuola elementare. Il funzionamento del mio reparto ed anche quello degli altri reparti fu stabilito di comune accordo tra il Direttore di Sanità, tenente colonnello Tomaselli, ed il direttore dell’Ospedale, tenente colonnello Foti intorno al 12 luglio, cioè dopo pochi giorni dallo sbarco degli Alleati, pur difettando moltissimi rifornimenti alimentari e farmaceutici. Ben presto cominciarono ad affluire ammalati e feriti anche civili delle zone limitrofe e l’ospedale, pur fra molti stenti, poté funzionare. Non è da nascondere però che spesso sono mancati i viveri non soltanto per la truppa, ma anche per i ricoverati.”

“Il paese di Bronte fu risparmiato dalle incursioni aeree fino al 3 agosto (eccezion fatta per parecchi spezzoni sganciati saltuariamente su automezzi che transitavano e ciò specialmente alle porte del paese). Il 3 ed il 4 agosto, due violente incursioni aeree produssero molti danni e numerose vittime in paese, specie verso la parte alta (stazione ferroviaria). Nonostante ciò, l’ospedale continuò a funzionare in mezzo a stenti sempre più accentuati (mancanza di energia elettrica, acqua, legna, alimenti, eccetera). Nel mio reparto erano 80 ricoverati, che ebbero la normale assistenza medica”.

“Il 6 agosto, dalle 13,30 alle 20, il paese di Bronte fu sottoposto ad un violento e terrificante bombardamento aereo, fatto ad ondate successive, aventi lo scopo di interrompere, con l’abbattimento dei fabbricati, l’unica via di scampo alle forze tedesche che si ritiravano da Adrano. In queste terrificanti sei ore, i danni furono micidiali, enormi; grande fu il numero delle vittime e dei feriti”.

“L’ospedale, munito di chiari segni della Croce Rossa con bandiere sul campanile e croci rosse dipinte sui tetti (una venti metri per venti!), ricevette ventotto bombe e fu devastato, specie nei piani superiori. In tale tragica giornata, ho prestato da solo la mia opera nel refettorio del Collegio Capizzi, coadiuvato dal sergente di Sanità, Marino, e da alcuni soldati. Non ho visto in quel locale alcun altro ufficiale medico. Ho saputo che al primo piano ha continuato a prestare la propria opera il tenente medico Veronica”.

“Alle 19,30 circa anche mia moglie è stata ferita da una scheggia al braccio sinistro. Alle 20,30 circa pensai di porre in salvo mia moglie ed i miei bambini; superando le macerie del paese, ci avviamo fra le sciare di lava dell’Etna. ... Una distorsione dell’articolazione tibioperonea astragalica destra, da me subita mentre - in mezzo alle macerie dell’ospedale - davo assistenza ad una povera donna agonizzante, per uno squarcio dell’articolazione scapolo omerale e del torace, mi diede notevole fastidio. Toltomi lo stivale, per visitarmi l’articolazione, non fui più in condizione di calzarlo, per il gonfiore sopraggiunto ed il dolore all’articolazione lesa. Per tale motivo, non potei fare immediato ritorno in ospedale. La mia malattia fu resa nota alla Direzione dell’ospedale, con due biglietti consecutivi, recapitati regolarmente al nuovo Direttore, tenente Veronica.

Rientrato il 13 agosto, il 14 mattina mi sono consegnato e sono stato avviato, a mezzo di un autocarro, verso un improvvisato campo di prigionieri e successivamente fui inviato a Siracusa. Il 17 agosto, sono stato nominato Medico Dirigente del Servizio Sanitario del 222° POZ Camp ed in tale posizione sono rimasto fino al 14 ottobre. Dal 15 ottobre ’43 al 5 maggio ’44 sono stato avviato all’ospedale POW di Avola, prima con la funzione di Capo Reparto e poi di Direttore. Dal 5 al 7 maggio ho consegnato tutto il materiale a me affidato al capitano medico Bonanno presso l’ospedale della Croce Rossa di Siracusa. Detto materiale proveni- va dall’Ospedale Regia Marina di Melilli ed è stato da me scaricato sotto la sorveglianza di un colonnello medico inglese, giusto inven- tario esistente nell’ospedale di A vola. È in mio possesso regolare ricevuta. In tale occasione ho fatto pervenire al Sindaco di A vola alcuni mobili da me trovati nei locali dell’ospedale; ho fatto anche recuperare altri mobili al Comando Marina di Augusta. Ho in mio possesso le relative ricevute”.

“Dal 7 maggio al 21 giugno, ho prestato servizio nell’ospedale POW Santa Marta di Catania; da tale data si è iniziata la mia pratica di liberazione, in seguito a richiesta del Ministero della Guerra. Il 20 luglio sono partito da Catania ed il 21 successivo ho preso servizio presso l’Ospedale militare di Palermo”. (…)

Il diario del ventenne avolese Giuseppe Schirinà



Bronte, Luglio 1943 - Luglio 1944

(di Franco Cimbali)

L’Etnastellung, per l’importanza strategica divenne teatro di scontri violentissimi che si protrassero più o meno dal 31 Luglio alla prima decade di Agosto con migliaia di caduti da ambo le parti e anche di civili. Quest’ultimi, soprattutto a causa dei bombardamenti aerei a tappeto.
In quel lasso di tempo subirono bombardamenti aerei: Troina, Capizzi, Cerami e Randazzo.
Anche Bronte esattamente il 14 Luglio divenne obiettivo di incursione aerea, che però non turbò lo scorrere della vita quotidiana.
I negozi erano aperti nel paese ed i pochi contadini, nei campi, preparavano la mietitura. Acqua e luce non mancavano.
Sole restrizioni nelle ore serali, l’oscuramento imposto dalla autorità per proteggere le città dagli attacchi aerei nemici, e il coprifuoco, che impediva la circolazione nelle strade alle persone in determinate ore del giorno ricordavano a tutti (i brontesi) che c’era in corso la guerra i cui echi, però, erano ancora lontani.

Ciononostante quella prima avvisagli costituì, per molta gente l’occasione per cambiare aria sfollando negli spazi aperti delle campagne. Anche perché, oltre le bombe, erano stati lanciati volantini che invitavano la popolazione a lasciare il paese.

Circa un mese dopo, più precisamente il 4, 6 e l’8 di Agosto (Mercoledì, Venerdì e Domenica), Bronte ebbe le sue prime vittime anche fra i civili.
In quei giorni, le bombe lacerarono il silenzio quotidiano, fermarono la vita e, dopo interminabili minuti di terrore, come a seguito di catastrofico terremoto, tutto non fu più come prima. Per alcuni significò la morte, per altri mutilazioni, rovine, privazioni e fame. In ogni casa perdita di affetti e di beni.

Il comando generale delle operazioni belliche, sotto le direttive del generale Eberhardt Rodt, per motivi di vicinanza alla linea dell’Etna, venne ubicato presso la Ducea inglese dei Nelson, allora nemici dichiarati dell’Asse. Qui, nel Castello, prime vittime, per fortuna né civili né militari, 25.000 di pregiato cognac ivi prodotto che si trovavano nelle cantine in attesa di invecchiare; e un pianoforte a coda trafugato e successivamente recuperato a Reggio di Calabria dal signor Pippo Carastro, latore della notizia sopra riportata.

Un nutrito presidio tedesco era accampato al Piano Cantera con alloggio-comando presso il Casale Serravalle, di proprietà Sanfilippo-Calì.
Nell’uliveto, che costituiva la coltivazione principale del fondo, c’erano i carri armati mimetizzati ed un deposito di munizioni che, in fase di ritirata, gli artificieri tedeschi fecero brillare provocando danni seri ad impianto e fabbricati (testimonianza del geometra Calì Biagio).

Carri armati e postazioni d’artiglieria erano posizionati sulle alture attorno Bronte, zona Stazione, Colla, San Marco e Monte Maletto. Il loro fuoco di sbarramento, impediva il benché minimo movimento di truppe alleate, le quali replicavano con bombardamenti aerei a tappeto dagli effetti devastanti su truppe e mezzi. Il terreno sottostante, completamente ricoperto di buche, sembrava arato (teste il rev. Padre Giuseppe Zingale).

Aeroplani, di giorno, mitragliavano tutto quanto si trovava a transitare sulle strade, con particolare accanimento su automezzi e /o colonne di soldati per interromperne i rifornimenti e fiaccare la resistenza di quest’ultimi.

Già dal cinque di Agosto gli Anglo-Americani si trovavano di stanza ad Adernò, distante una diecina di chilometri da Bronte, e da lì indirizzavano i cannoneggiamenti di artiglieria, sin dalle ore ventitre, sulle soprastanti postazioni nemiche; tiri, preceduti da proiettili traccianti che costituivano spettacolo terrifico per quanti si trovavano sfollati ad Ovest del paese (Placa e Cattaino).

Chi, per tempo non aveva abbandonato il paese, dal momento che qui non c’erano rifugi antiaerei, trovò scampo presso chiese, conventi (cripta dei cappuccini), ingrottati lavici ubicati nella parte alta del Corso Umberto (numero civico 422 e Via Messina 4) e nella via Madonna del Riparo (al numero 3) o presso il Collegio e la galleria della Ferrovia Circumetnea ubicata in zona Colla.
Le abitazioni, abbandonate dai proprietari e fortunosamente scampate ai bombardamenti aerei o d’artiglieria, venivano, notte tempo, “visitate” da sbandati e sciacalli in cerca di bottino.

Sempre sul far della notte c’era chi rientrava in paese e ritrovava la propria abitazione ancora integra ma spesso con porte e finestre squassate dallo spostamento d’aria provocato dallo scoppio di bombe; la facciata sforacchiata dal mitragliamento aereo e i vetri rotti.
Velocemente si caricava addosso una scorta di farina o di cereali (frumento e fave) da portare via a proprio rischio dal momento che, durante il rientro, poteva imbattersi in isolati gruppi di soldati pure loro affamati, che gli confiscavano il tutto.
Lo scenario che si presentava agli occhi del nostro “ignoto brontese” era ripetitivo: ovunque crolli, mezzi distrutti e abbandonati, macerie ancora fumanti, cadaveri anneriti e maleolenti.

Su tutto un pesante silenzio di morte, rotto dal crepitio delle armi.
Di giorno il paese è pressoché deserto, solo qualche soldato lungo lo stradone principale ricoperto da detriti. Le botteghe sprangate, chiuse le macellerie, manca luce e acqua. Attorno al Collegio Capizzi, che per l’occasione è stato adottato a sede del Secondo Ospedale militare di Palermo c’è un brulichio di vita: medici, militari, feriti, civili, personale destinato ai vari servizi. Sui tetti c’è disegnata la croce rossa, quindi per convenzione non può essere bombardato. In una saletta troneggia una radio a galena che quotidianamente, attorno alle tredici, viene accesa per sentire i bollettini di guerra trasmessi dal quartiere generale delle forze armate italiane.
Bollettini a cui nessuno da più credito. L’Ospedale-Collegio, a mio avviso forse per errore, subì danni all’ala Nord-Ovest; l’ala Nord-Est venne minata e fatta brillare dai tedeschi. Più devastante fu il bombardamento aereo nella sottostante zona Soccorso che colpì abitazioni mietendo vittime tra i civili.

Nella stessa giornata venne anche bombardato il quartiere Colla, ubicato nelle vicinanze della stazione Circumetnea. Ancora crolli, specie sul corso Umberto, causati da mine deposte dai tedeschi in cavità praticate nelle cantonate di palazzi ed aventi lo scopo di ritardare l’avanzata degli Alleati.

Vennero abbattute le abitazioni di Ardizzone e Immormino; Saitta, Fernandez, Collegio Capizzi (angolo via Card. De Luca), Azzia; Margaglio, Grisley. Abitazioni poste tutte lungo lo stradone principale.

I brontesi, come del resto tutti gli italiani, possedevano la tessera del P.N.F. (Partito Nazionale Fascista). Sigla, quest’ultima, che negli anni quaranta avrà un ben più risibile significato: Per Necessità Familiari che veniva, però, sussurrato a denti stretti con molta cautela anche perché era ancora alto il numero dei “delatori” che denunziavano segretamente alle Autorità.

E’ di questi anni l’episodio riportato da Nicola Lupo nel suo libro: “Fantasmi, storie paesane”. Egli, parlando di un proprio cugino, ci dice che quest’ultimo era diventato famoso per aver sputacchiato contro il ritratto di Mussolini portato in “processione” nel corso di una manifestazione politica da fedelissimi in camicia nera.
Tale gesto, dice sempre il Lupo, “eloquente e coraggioso procurò a Nunzio un processo per direttissima e la sua condanna”. Egli sarebbe stato ospite nella camera di sicurezza dei Regi Carabinieri insieme ad altri dissidenti tutti ben foraggiati, secondo l’uso del tempo, a pane e acqua e abbondante olio di ricino, naturalmente ogni qual volta c’era in corso una manifestazione.

Nel Natale del 1941 anche i brontesi ebbero la ventura di trovare una “seconda tessera” appesa all’albero, anche questa dono del Regime. Infatti, esauritesi le scorte per mancanza di produzione e rifornimenti, il Governo deliberò il razionamento del pane e dei generi di prima necessità.
Arrivò così la “carta annonaria” per i generi alimentari, comunemente detta “tessera”. Essa era un cartoncino di color grigio con sopra riportato nome e numero di matricola del titolare; conteneva una serie di tagliandini che davano diritto ad una quantità “pro capite” che col passare del tempo diminuiva di peso.
Parallelamente si sviluppò il fenomeno del mercato nero, in Sicilia detto “’ntrallazzu” cioè un traffico illecito di prodotti il cui costo era dieci volte di più rispetto ai prezzi legali. Introvabili: latte, zucchero e medicinali. Mancava l’acqua che, se destinata ad uso potabile, doveva essere bollita, perché inquinata.

Le macerie accumulatesi e non rimosse costituivano pericolo per quanti le dovevano attraversare, specie se anziani. Quindi per consentire un minimo di transito ed evitarne la scalata, vennero fatti da “volenterosi civili” degli stretti cunicoli o passaggi ai piedi degli stessi cumuli.

L’episodio riportato, qui di seguito, a mio avviso, è molto significativo soprattutto se raffrontato con l’altro avvenuto presso la galleria Colla, avente come protagonisti, oltre ai tedeschi, la signora Faro. Il fatto rappresenta le due facce della stessa medaglia, il lato umano e il brutale.
Protagonisti due soldati tedeschi e quattro civili brontesi: luogo il corso Umberto con di fronte la chiesa di San Giovanni e il negozietto del signor Bertino (numero civico 203 oggi). Qui dentro i quattro, oltre il proprietario che rattoppava scarpe, a detta del signor Zino Bruno, allora diciassettenne, bighellonavano. Gli altri tre erano Ciraldo Agostino, Caponnetto Vittorio e Zerbini allora quarantenne.

Era il primo pomeriggio di un giorno di Agosto quando si presentarono due soldati tedeschi di ronda che armi alle mani, nella loro lingua gridarono “arbait, arbait”, con un imperativo che non ammetteva replica “arbait, arbait” (lavoro, lavoro).
I quattro “volontari” prontamente obbedirono e, preceduti e seguiti dai due “ariani”, così si disposero in fila: Bruno, Ciraldo, Caponnetto e Zerbini.
Ad una diecina di metri dal negozio (numero civico 203) più precisamente al civico numero 171 c’è Vico Alaimo che potrebbe costituire una via di fuga. Infatti, con un cenno di intesa con gli altri, il Bruno spicca un salto, scavalca i dieci gradini seguito velocemente da Ciraldo e Caponnetto che si dileguano nella sottostante via.
Nemmeno il crepitio delle armi ferma la loro corsa. Così i tre trovano rifugio nell’abitazione del Bruno, da lì poco distante e si chiudono dentro. E il quarto? Forse ….
A tarda notte il Bruno, frugando nei ricordi, mi dice che uscì di casa preceduto da una lanterna e rifatto a ritroso il percorso trovò il corpo inanimato dell’amico giacente bocconi e crivellato di colpi.
Consimile episodio è narrato da Leonardo Sciascia nel suo libro avente titolo: “Gli zii di Sicilia”, pagina 16 e segg..

Con l’entrata a Bronte delle truppe inglesi, sicuramente dopo il dieci Agosto, riapparvero dopo 83 anni nuovi proclami ma per nostra fortuna non più a firma del generale Bixio; recavano il nome del generale Alexander H. R. L. G.. Precedentemente stampati, portavano la data generica di Luglio 1943, erano bilingue con sopra stampigliati i numeri 7 e 12. Col primo venne imposta d’autorità l’AMGOT; col secondo l’AMLIRE.
L’Amgot (governo militare alleato dei territori occupati) tra l’altro conteneva le sotto riportate disposizioni. Il generale Alexander avvisa che il potere giuridico-amministrativo dipendono da lui e ordina:
-  Coprifuoco al tramonto del sole
-  consegna delle armi
-  proibizione di assembramenti
-  nomina del Sindaco (Commissario del Comune sarà Vincenzo Saitta, ex onorevole)
-  arresto di tutti i fascisti da portare in campi di concentramento (campo 369, prigionieri di guerra, Priolo).
Col secondo si ordinava il corso forzoso della carta moneta d’occupazione: L’AMLIRE avente valore legale e al cambio corrente le seguenti parità: lire 100 per un Dollaro, lire 400 per una Sterlina.

«à la guerre comme à la guerre!»

«Il mio amico avv. Gabriele Liuzzo mi ha segnalato un libro di Federica Saini Fasanotti, La gioia di vivere (Crimini contro gli italiani 1940-1946, prefazione di Sandro Fontana – Edizione Ares 2006 € 18,00) e mi ha mandato del VI capitolo Illegalità statunitensi & inglesi, il primo paragrafo intitolato Comportamento degli alleati durante la campagna di Sicilia.

In esso a pag. 195 fra l’altro si scrive: “A Bronte, per esempio, i Carabinieri della locale stazione, (il maresciallo era un certo Pintus, sardo, n.d.a.) accusati di chissà quale mancanza, furono fatti schierare nell’aula della Pretura. Poi due componenti il tribunale militare alleato, l’americano Longchaney e l’inglese Reynolds, li tempestarono di calci nel sedere. Per una mezz’ora gli impiegati della pretura furono costretti ad assistere all’ignobile scena.282

Quindi egli chiede eventuale mia conferma, che, però, io non posso dargli perché non conosco l’episodio, come non lo conosce neppure mio fratello Elio. Però potrebbe conoscerlo e ricordarlo la signora Maria Meli Azzia, che ha data testimonianza di quei giorni in “Bronte 1943”.

Inoltre a pag. 194 si dice: “Famoso è il caso dell’università di Catania i cui locali furono adibiti a ritrovo delle truppe alleate, con l’Aula magna tramutata in sala da ballo, i giardini in caffè all’aperto e poi bar, ristoranti, sale da gioco e postriboli per ufficiali e truppa. Il rettore (Orazio Condorelli, docente di Filosofia del diritto, n.d.a.) che osò protestare fu malmenato, costretto a spazzare le vie della città sotto sorveglianza armata e rinchiuso in un campo di internamento.”

Neppure questo secondo episodio mi è noto, tranne che nell’ultima parte: infatti anche il prof. Orazio Condorelli era a Priolo insieme ai Brontesi di cui a “Il mio 1943”.

Del campo di Priolo si parla a lungo a pag. 196 con una lunga testimonianza di Gaetano Zingali (docente di diritto presso l’università di Catania, n.d.a.) che inizia così: “Le più gravi sevizie venivano commesse contro gli ex fascisti. In parecchi casi (potrei fare nomi) i catturati venivano invitati a scavarsi la fossa, udivano alle spalle, mentre erano carponi, le scariche di fucileria e, mentre tremanti si palpavano il corpo, prendevano fiato al sentire gli sghignazzamenti dei liberatori […]. E’ ormai tempo di smentire anche la storiella che i Britannici abbiano usato un trattamento umano agli internati civili. Questi erano trattati peggio dei delinquenti comuni. […]

La testimonianza continua parlando del campo di Padula (SA) dove, dei brontesi, andò solamente Attilio Longhitano, ex segretario del Fascio di Bronte, che si faceva chiamare “gerarca”.284
A proposito delle fosse mio padre mi disse che erano quelle biologiche, ma non è escluso che qualche soldato di guardia abbia fatto lo “scherzo” di sparare in aria mentre gli internati scavavano.
Al mio amico ho scritto: Caro Gabriele, ho ricevuto il tuo plico che ho letto subito e con attenzione. Devo dire che è uno dei tanti libri che sono stati pubblicati in questi ultimi anni e che rappresentano il revancismo degli sconfitti della seconda guerra mondiale senza pensare la famosa frase “à la guerre comme à la guerre!” nel senso che bisogna accettare le sue regole che sono condizionate dalla natura umana più o meno belluina. Un esempio lo cito io ne Il mio 1943 a proposito di due ufficiali inglesi: uno che meritava di essere sparato e l’altro comprensivo che agevolò il rilascio di mio padre morente.

Detto questo vengo a rispondere a quanto mi hai detto tu al telefono e cioè che non era stato nominato il campo di concentramento di Priolo, dove furono internati i nostri parenti: invece a pag. 196 se ne parla per ben 18 righe oltre la pagina seguente che riporta una nota di Gaetano Zingali (docente all’Università di Catania) che parla anche del campo di Padula che fu l’ultimo a essere chiuso. Il fatto di Bronte (pag. 195) non risulta né a me né a mio fratello Elio, che, però, si ricorda che il maresciallo allora era un certo Pintus, sardo, che dovette fare il doppio gioco, pena la sua stessa incolumità. Io riferirò a bronteinsieme perché cerchi qualche altra testimonianza che potrebbe essere di Maria Meli moglie di Mimmo Azzia. Neppure il fatto riguardante il Rettore dell’Università di Catania, Orazio Condorelli, docente di Filosofia del diritto, (pag. 194) mi risulta, mentre so che era anche lui a Priolo. Dove le fosse furono fatte sì scavare, ma erano le biologiche, come mi riferì mio padre.»
Nicola Lupo

Giugno 2007

282) S. Attanasio, op. cit. pp. 34.35  Gli anni della rabbia. Sicilia 1943-1947 n.d.a.)
284) G. Zingali, L’invasione della Sicilia (1943) Avvenimenti militari e responsabilità politiche. Crisafulli Ed: Catania 1962, p. 373.


 

Ricostruzione
Così intitolava Il Ciclope del 3 Agosto 1947
in un articolo
a firma del direttore Giuseppe Bonina

«E’ difficile rimuovere macerie, più difficile sanare corpi, più difficile guarire spiriti traviati

Bronte alla prova

Nella nostra cittadina, l'edilizia fà veramente miracoli. Dovunque il lavoro ferve: i privati rifanno le loro case distrutte per gli eventi bellici; l'ammi­nistrazione comunale (era sindaco Giuseppe Inter­donato ndr), coadiuvata dal Genio Civile, riattiva strade, porta a compimento il primo tronco della fogna, con grande utilità dell'igiene e della salute pubblica, elabora nuovi progetti, per dare volto de­coroso alla topografia urbana. Ma ciò non è suf­ficiente e le autorità costituite non possono essere certamente tranquille nè soddisfatte.
Solo se si procederà con ritmo più accelerato e tutti le amministrazioni che si avvicenderanno, tenderan­no ad uno sforzo comune ed ordinato, fra non molto Bronte potrà diminuire le infinite brutture del suo corpo.
La ricostruzione materiale quindi è per noi un'esi­gen­za impellente e costituisce motivo di orgoglio e di conforto.
Ma una diversa ricostruzione più difficile ed invi­sibile, meno celere e più preoccupante, si affaccia agli occhi della mente, quasi umiliata e prostrata, ed è quella dei corpi e delle anime.
In ogni parte, nelle vie, nelle case si parla a favore dei figli del popolo, degli umili, dei diseredati e si esco­gitano per loro numerose forme di assistenza (…)»

[Il Ciclope, numero unico, Domenica 3 Agosto 1947, direttore Giuseppe Bonina]

  1944: La sezione brontese del Partito d'Azione

Il 16 Agosto tutti i soldati dell’Asse erano stati cacciati via dalla Sicilia dopo trentotto giorni di guerra cruenta: aerea, navale e terrestre.
Guerra contro il territorio, le persone e i beni degli altri o dello Stato, però con l’osservanza delle norme del Diritto Internazionale!

Alle ore 6,35 del 17 di Agosto, Hube informava il Comando Supremo Tedesco (OHW) che l’operazione “Lehrgang” (evacuazione) era completata. Egli, approfittando di contrasti tra i due generali Patton (USA) e Montgomery (Br) e grazie alle numerosissime batterie contraeree costiere posizionate nel Continente, notte tempo era riuscito a far traghettare le truppe tra il 13 e il 14 di Agosto e quasi tutto l’equipaggiamento pesante. Egli ebbe ragione nel dire che il primo ad arrivare a Messina era stato lui e non l’americano Patton (che arriverà il 16/8) seguito dall’inglese Montgomery.

A Bronte il 29 Luglio 1944 verrà officiata una solenne messa cantata presso la chiesa Maria SS. Annunziata, alle ore 11 in ringraziamento.
Anche sotto i Borboni e i Savoia, dopo vittorie o scampati pericoli, si celebrava in chiesa un inno di glorificazione e ringraziamento a Dio: il Te Deum.

 

    

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