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5 . L'itinerario spirituale di Ada Negri
L'origine de
L'itinerario spirituale di Ada Negri possiamo conoscerla da brani
di corrispondenza tra lo Schilirò e la Negri, la quale nelle seguenti
lettere, fra l'altro, dice: "Dunque, caro Amico, prima verità: io non sono
stata mai lontana da Dio. [...] Ma il malinteso che esiste fra la mia
opera e la stampa cattolica è veramente doloroso. Io La prego, egregio
Amico, di voler tenere privatissimo questo sfogo [19.5.1936]
e l'8.6.1936 aggiunge:
"Quando parlo di malinteso fra me e la stampa
cattolica, non è che io voglia, Dio mi guardi, pretendere più di
quanto mi spetta; ma quanto mi spetta non mi è mai stato dato, nemmeno
ora, dopo aver scritto un libro (Il dono) che ha aiutato
qualche anima a rifugiarsi nel grembo della Chiesa e ne ha consolate
tante in nome di Cristo.
Lo so: bisogna essere umili; non si è mai
abbastanza umili. Batterci dobbiamo, ma per la verità, non per il
nostro particolare orgoglio. Cantare dobbiamo, se siamo poeti; ma non
per la lode immediata delle gazzette, ma perché i cuori ci ascoltino,
nel tempo che non ha fine,"
e lo Schilirò, nella risposta dell'11.6.1936 ne
dà la prima notizia con le seguenti parole: «mi ha fatto nascere il
desiderio di dissipare, con apposita pubblicazione, il su
accennato malinteso».
Al che la Negri, in data 5.8.1936, gli risponde con queste frasi:
"Non so come dirLe la mia riconoscenza per lo
studio spirituale che intende scrivere sulla mia opera complessiva. Lo
so che, appunto per il profondo senso di comprensione e di giustizia
che La guida, il lavoro Le riuscirà arduo".
Il resto è detto ufficialmente nel testo del saggio pubblicato
nel 1938 dove, in una specie di introduzione, Vincenzo Schilirò fa sapere «come
nacque il saggio» e racconta che fin da ragazzo aveva amato «l'impetuoso
lirismo» delle prime opere della Negri, ma principalmente «l'ansia indomita di
giustizia sociale» da cui erano pervase.
Ma, poiché vedeva che la poetessa era «una ansiosa ed instancabile ricercatrice
di sé», preferiva «aspettare l'inquieta pellegrina più vicino alla meta» per
parlarne.
Vespertina e, principalmente, Il dono gli fecero vedere «la Negri
molto avanti sulla via di Emmaus» e ciò scrisse in un «articolo compendioso»,
comparso su «La Tradizione», IX, 148, manifestando tutta la sua «fiducia nel
vittorioso epilogo».
L'articolo piacque alla Negri la quale, nella lettera del 19.5.1936, citata
sopra, ringraziandone l'autore, aggiungeva:
«Lei penetra e rende benissimo il
mio dramma [...] e, dovendo io stessa parlare di me, non avrei detto
diversamente».
Nel luglio seguente, dopo aver visitato, a Milano, l'amato amico Pietro Mignosi,
e con questi il comune amico Francesco Casnati, a Como, si parlò a lungo anche
della Negri per cui il Mignosi invogliò lo Schilirò a scrivere di lei «non
solo - egli diceva - perché conosci meglio degli altri la Poetessa e i
filoni spirituali della sua arte».
Lo Schilirò rispose all'amico che ci avrebbe pensato e il 20 luglio,
nell'incontro a Pavia con la Negri, Le disse:
«Non vi nascondo che dare uno sguardo complessivo alla
evoluzione della vostra arte sulla scorta del vostro itinerario spirituale è
un'idea che comincia a lusingarmi». |


Ada Negri nel 1927
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Al che la Negri, «sorpresa e dubbiosa», rispose:
«Che vogliate occuparvi della mia attività letteraria è cosa che lusinga anche
me, perché Voi non siete uno dei soliti critici: ma temo che non vi sia
possibile rifare il mio difficile cammino interiore».
Lo Schilirò le rispose, a sua volta, «mi proverò» e fu così che nacque il
saggio, "il quale vuole essere una dimostrazione pratica del
correlativo graduarsi, nella Negri, della spiritualità e della poesia [...] e
nel quale la fraterna amicizia che mi legava alla Poetessa non ha fatto velo al
mio giudizio".
LETTERE DELLO SCHILIRO' AD ADA NEGRI
Leggiamo ora alcune
lettere dello Schilirò alla Poetessa lombarda. La lettera dell'11.6.1936, la n.
91, parla de Il dono (sete di Dio) e dell' accoglienza che ne fece la
stampa «equanime e dignitosa» cioè sia la «acattolica (o laica) non settaria,
sia la cattolica non fanatica e non mortificata dal chiuso delle sagrestie. Di
codesta stampa Ella può essere contenta».
Dei letterati cattolici dice, che "non seguono con amorosa penetrazione gli sviluppi e le
evoluzioni dell'arte che non ha militato al loro fianco [motivo per cui] mi ha
fatto nascere il desiderio di dissipare, con apposita pubblicazione,
[sarà L'Itinerario spirituale di Ada Negri], il su accennato malinteso.
Ma per far ciò, ho bisogno del suo aiuto. Ne riparleremo.
A cinquantatré anni, se non fosse per la vigoria del mio spirito, mi potrei dir
vecchio".
Preannunzia, quindi, l'invio dei suoi libri: Il Carroccio, Santo Francesco
e Il Venerabile Ignazio Capizzi.
Ma leggiamo la trascrizione integrale della lettera:
Catania (?), 11.6.1936
Mia ottima amica,
grazie cordiali per la lettera ricevuta e per l'altra che mi promette. Passi di
fiducia e di mutua comprensione che gioveranno, spero, alla causa comune.
Del successo del Dono non dubitavo. Ho, in questa materia, un intuito
sicuro. Il libro sarebbe sembrato fuori luogo nel miasmatico anteguerra; ma
adesso che le anime sono in crisi (auguriamoci che sia crisi che porta alla
convalescenza) nulla di più naturale che la sete di Dio.
Parlando di stampa equanime e dignitosa, mi riferivo alla stampa
in genere: alla acattolica non settaria e alla cattolica non
fanatica e non mortificata dal chiuso delle sagrestie. Di codesta stampa Ella
può essere contenta.
Che fra i letterati cattolici sussista nei Suoi riguardi un certo malinteso, non
lo metto in dubbio. Molti di essi non seguono con amorosa penetrazione gli
sviluppi e le evoluzioni dell'arte che non ha militato al loro fianco. Ed è
stato questo uno dei motivi che ci ha fatto (a noi Siciliani) alzare con fortuna
la voce contro taluni gruppi, specie il toscano, che presumevano ancora di avere
il monopolio della letteratura nostra. Ed è ancora il motivo che mi ha fatto
nascere il desiderio di dissipare, con apposita pubblicazione, il su accennato
malinteso. Ma, per far ciò. ho bisogno del Suo aiuto. Ne riparleremo.
Che dirLe di me? Sono anch'io stanco e malandato in salute. Non si lavora con
tanta intensità e disordine, come io ho fatto, senza subirne le conseguenze.
A cinquantatré anni, se non fosse la vigoria del mio spirito, mi potrei dir
vecchio. Mi consigliano Montecatini, Chianciano, riposo sui monti. Non ci ho
fiducia. Ma poiché gli amici del continente insistono perché intervenga al
Congresso degli scrittori cattolici (Napoli, 28.29 giugno), non è impossibile
che ci vada. Di là sarebbe forse più facile decidermi per Montecatini o altro
sito di cura. E allora, ottima amica, non sarebbe il caso di incontrarci?
Ad ogni buon fine, e dato che mi spingessi fino in Toscana, voglia comunicarmi
al più presto il Suo programma di luglio con relativo itinerario.
Grazie delle buone parole avute pei miei libri. Gliene mando qualche altro,
perché Ella possa conoscere meglio questo povero amico Suo, che all'arte,
amatissima, non ha potuto dedicare che ritagli di tempo. Scelgo Il Carroccio,
dramma della Sua Milano, Santo Francesco, ispirazione della dolce
Umbria, e i brevi cenni sul Ven. Capizzi, mio conterraneo.
Li scorra quando può e mi compatisca. Suo dev.mo e aff.mo
V. Schilirò |

Una
lettera dello Schilirò ad Ada Negri. Questa è su carta intestata de
"La Tradizione" |
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Nella lettera n. 35 (senza data, e luogo di invio incerto), ma
sicuramente del 1936, Vincenzo Schilirò si definisce «il nemico più irriducibile
della critica letteraria [...] perché essa non legge nelle pieghe della vita», e
quindi «non può intendere, e molto meno giudicare, le opere d'arte».
Vincenzo Schilirò è contro «il luogo comune crociano» e rimprovera il Momigliano
perché «ricanta agli studenti [...] le parole de La critica su Ada
Negri».[1]
Bolla, ancora, l'Idealismo del Croce e difende la continuità
dell'io della poetessa che non sconfessa mai i suoi sogni giovanili, come
Egli «non sconfessa il socialismo della prima famiglia apostolica, quando
contrariamente alle illusioni giovanili, lo vede socialmente irrealizzabile».
Chiede quindi «informazione sul tempo e le circostanze che Le svelarono
l'infondatezza delle teorie socialistiche».
Ecco la trascrizione della lettera:
[s. d., ma 1936]
Gentilissima Amica,
ho ricevuto i periodici. Scorrerò tutto, coscienziosamente. Ma sono, e rimango,
il nemico più irriducibile della critica letteraria. Appunto perché essa non
legge nelle pieghe della vita, non può intendere, e molto meno giudicare, le
opere d'arte.
Vede? Anche i più onesti sono infetti di formalismo e scivolano nel banalissimo
e ingiustificatissimo luogo comune crociano. Lo stesso Poderzani [?] ripete il
vieto ritornello: «Il canto che voleva essere universale, di fratellanza,
si fa già più intimo, l'anima già si rivolge in sé medesima».
E il Momigliano ricanta agli studenti (Storia della letteratura italiana, vol.
III, p. 234) le parole de La Critica: «La lirica della Negri interessa
come Storia di uno svolgimento psicologico e tecnico [...] il quale predomina su
quello poetico»; svolgimento che poi non è interessante perché «dovunque
rimangono macchie di prosa e perturbatrici influenze di grandi maestri».
E’, come vede, un ripetere piattamente la più incoerente scempiaggine del Croce,
campata sulla ridicola distinzione fra io privato e io universale
(o idealistico, che fa tutt'uno).
A suo tempo rivedrò parecchie bucce.
Intanto, per me, il Suo io delle prime liriche rimane quello di oggi: con
le sue logiche evoluzioni, ma senza rotture, senza soste, senza rinnegamenti.
Accorgersi che i sogni allettevoli della prima età, saggiati su quella pietra di
paragone che è la vita, si riducano a belle utopie, non significa affatto
sconfessarli: come non sconfesso io il socialismo della prima famiglia
apostolica, quando, contrariamente alle illusioni giovanili, lo vedo socialmente
irrealizzabile.
Purtroppo non si pensa, dalle talpe della critica agnostica, che,
malgrado la caduta di certi ideali, la nostalgia e il culto di essi restano
perennemente vivi, aroma delle anime superiori.
Mi preme tuttavia che Ella mi dia qualche breve informazione sul tempo e le
circostanze che Le svelarono l'infondatezza delle teorie socialistiche. Sia
paziente con me, perché a vanvera, mia cara amica, io non voglio parlare.
Con affetto e devozione,
suo V. Schilirò |
[1] Nell'impari confronto con Benedetto Croce,
Vincenzo Schilirò, il quale non è riuscito a diventare il Davide della
situazione, mentre il Golia è rimasto l'esponente dell'Idealismo
nostrano, resta la coraggiosa testimonianza di quella corrente
letteraria cattolica siciliana che cercò di contrastare
dignitosamente, ma energicamente, l'Idealismo e la corrente liberale
della critica del primo Novecento. |
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La lettera di Vincenzo Schilirò alla Negri, dell'1.8.1936 è
praticamente il ringraziamento per l'accoglienza ricevuta a Pavia, la conferma
delle loro «affinità elettive» e l'impegno a scrivere un saggio su di Lei.
Perciò le chiede alcune delle opere che mancano nella sua biblioteca.
Anticipa anche che, nel suo giudizio, «avrà molto peso il periodo ansioso delle
rivendicazioni sociali».
A piè pagina di detta lettera compaiono le annotazioni della Negri sui libri
spediti o da spedire.
Ma ecco la trascrizione della lettera di V. Schilirò alla Negri, datata Bronte,
1° agosto 1936:
Gentilissima Signora Ada,
avrei voluto, dopo il nostro incontro, ringraziarla subito dell'affettuosa
accoglienza e del godimento che il colloquio di Pavia mi ha dato; ma la ricaduta
di una mia sorella, sofferente di cuore, mi ha fatto ritornare precipitosamente
in questo mio paese natale e trascurare per più giorni la corrispondenza. Ora
che il pericolo sembra scongiurato, mi affretto a riparare.
Non le dirò come i motivi della mia simpatia per la sua persona e per la sua
arte si siano rafforzati. Ella, indubbiamente, se n'è accorta: tanto sono
affini, anzi identiche, le nostre aspirazioni!
Cosicché il mio desiderio di scrivere di Lei è diventato proposito. Se Iddio mi
darà salute, è un compito che assolverò.
Passando da Catania ho dato uno sguardo ai miei scaffali di libri, e delle Sue
opere non ho rintracciato che queste: Fatalità, Le solitarie, Libro di Mara,
Sorelle, Canti dell'isola, Le strade, Vespertina, e Il dono.
Se può, mi faccia avere le mancanti, che devo per necessità rileggere; e
così pure quel materiale bio-bibliografico che a Lei sembra di notevole
importanza.
Voglia poi tener presente questo: che nel mio giudizio avrà molto peso il
periodo ansioso delle rivendicazioni sociali. Quelle ansie, che suonano
diminutio per gli altri, per me son luce, sia pure torbida, che illumina, e
fuoco che accende.
Mi ha commosso il giro benefico di quella imitazione, e avrei
voluto ricopiare quelle brevi dediche e dare un'occhiata alle pagine segnate: ma
il tempo volava tanto rapido! Se crede, mi spedisca raccomandato il volumetto a
Bronte (Catania), Glielo restituirei subito con lo stesso mezzo postale.
Coi saluti più affettuosi e calorosi mi abbia Suo dev.mo
V. Schilirò
Sotto le ultime frasi della lettera compare
un appunto della Negri, che dice:
mancano 2 Di giorno in giorno (mandati oggi)
2 Finestre alte (mandati oggi)
da spedire: 2 Tempeste, Esilio, Maternità, Dal profondo, Orazioni, Stella
Mattutina. |

Lettera del 1° Agosto 1936 con in calce le annotazioni della Negri
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La lettera del 12.9.1936, la n. 34, parla della salute di Pietro
Mignosi e del "trasloco" di «La Tradizione» da Palermo o a Milano o a Catania.
Ma con «l'attuale Direzione sarà rivista tipica per coraggio,
indipendenza e originalità».
Parla, inoltre, del poeta cubano Godoy [2] del quale la stampa cattolica è
diffidente più che di quella della poetessa lombarda.
Vincenzo Schilirò ha risposto alle accuse di antropomorfismo e di
panteismo di «Frontespizio», cosa che gli ha procurato consensi e
congratulazioni. Ma spera «di fare qualcosa di meglio per lei [Ada Negri] e di
potere dissipare le ultime ombre ingiuste».
Per la documentazione richiesta, domanda solo «le notizie positive che
illuminano la sua (della Negri) vita e la sua formazione». Ha «bisogno di
maggior luce sul primo periodo creativo: quello rosso» in cui lo Schilirò scorge
«filoni che con piacere Ella vedrà rilevati».
Ma vediamone la trascrizione integrale:
12.9.1936
Mia ottima amica.
la Sua lettera e la Sua cartolina son venute a raggiungermi in campagna. dove un
relativo miglioramento di mia sorella mi sta concedendo qualche settimana di
tregua, dopo un logorante mese di trepidazione che aveva peggiorate le
condizioni del mio stomaco.
In questo romitorio montano l'articolo della Costa Gorini non ho potuto vederlo;
lo rintraccerò a Catania, se Ella me ne indica la data.
Non dubito affatto del Suo desiderio di giovare alla moglie del mio povero
Pietro; ma purtroppo non tutto quello che ci sta a cuore possiamo fare.
Intorno al trasloco di «La Tradizione» non abbiamo ancora deciso nulla. Fino a
dicembre si continua a pubblicarlo a Palermo; poi o a Milano o a Catania. Di
certo c'è questo: che, fino a quando conserverà l'attuale direzione, sarà
rivista tipica, per coraggio, indipendenza e originalità.
Ha dato un'occhiata al mio articolo su Godoy? Il poeta cubano incontra, più di
Lei, la diffidenza di certa stampa cattolica (nell'ultimo numero di
«Frontespizio» lo si è tacciato di antropomorfismo e di panteismo):
ed io credo di aver messo le cose a posto, tanto che mi giungono molte
congratulazioni e consensi. Spero di fare qualcosa di meglio per Lei e di poter
dissipare le ultime ombre ingiuste.
Nel mandarmi la documentazione non si preoccupi tanto delle chiacchiere
critiche, quanto delle notizie positive che illuminano la Sua vita e la sua
formazione. Per esempio, ho bisogno di maggior luce sul primo periodo creativo:
quello rosso: ché dove altri (e forse un po' anche Lei) trovano motivi di
facile condanna, io scorgo filoni che con piacere Ella vedrà rilevati.
L'avverto che di Le Solitarie posseggo l'edizione Treves.
Per tutto questo mese indirizzi pure a Bronte. Voglia conservarmi il Suo affetto
e coi più cordiali saluti mi abbia suo dev.mo
V. Schilirò
Presentiamo la lettera alla Negri, datata Catania 22.6.1937, in
cui lo Schilirò dà notizia del suo saggio (L'Itinerario...) dicendo che
Mondadori ha rifiutato di pubblicarlo, ma che sarà pubblicato ugualmente e sarà
anche diffuso come merita.
Eccone il testo integrale:
Gentilissima Amica,
la risposta di Mondadori non mi sorprende. E mi sarà certamente facile trovare
chi mi pubblichi il saggio.
Per la diffusione? Faremo di tutto perché il lavoro – che ritengo molto utile ed
opportuno - l'abbia. Intanto quello che mi preme è di condurre al termine lo
scritto. È andato a rilento perché devo accudire a tante cose. Comunque il più è
già fatto.
Quanto mi scrive di Gianguido mi rincresce vivamente. E formulo i migliori voti
affinché il clima marino gli ridia florida la salute.
Dati i miei guai di famiglia, io non so se e quando mi sarà possibile fare una
scappata per costassù. Mi piacerebbe tanto rivederla! anche per tranquillarmi su
qualche punto del mio scritto prima di passarlo alle stampe.
Ad ogni buon fine non trascuri di darmi, quando può, sue notizie e di tenermi
informato sui suoi cambiamenti di sede.
Avrà ricevuto, immagino, la rivista e si sarà accorta che, a proposito del
Cesareo, ho eliminato quell'inopportuno e falso accenno.
Con devoto affetto suo
V. Schilirò |
[2]
Sotto il nome Godoy, poeta cubano, lo Schilirò parla
effettivamente della poetessa cilena Gabriela Mistral (pseudonimo di
Lucilla Gòdoy Alcayaga, nata nel 1889 a Vicuila) per ingannare la
censura fascista. La Mistral, sorella spirituale di Ada Negri,
insegnante per minatori, socialista e cristiana, ha cantato il dolore
che innalza e l'amore che vince l'ostacolo della morte. Sue opere sono
Sonetos de la Muerte, premiati nel 1915 a Santiago, e
Desolacion del 1922. Nel 1945 ottenne il premio Nobel per la
letteratura. Fu diplomatica cilena sia in Italia che in Spagna. |
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