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5 . L'itinerario spirituale di Ada Negri
LE RECENSIONI DELL'ITINERARIO…
Il 24.11.1938, ricevuta la prima copia de L'itinerario... la Negri così
scriveva allo Schilirò:
"Grazie per la primissima copia. [...] Sono certa che il
vostro libro non potrà che far del bene a me poeta nei riguardi di tante errate
valutazioni spirituali..."
E l'8 marzo 1939, a proposito dei giudizi comparsi su «La Civiltà Cattolica»
e «La Tribuna», la Negri scriveva allo Schilirò:
"Vidi «La Civiltà Cattolica» e ieri «La Tribuna». Altri
articoli vidi, nel complesso di vera e grande soddisfazione per Voi e di
conseguenza per me. Il vostro lavoro di acuto critico e psicologo mi pare abbia
il premio che merita. Quanto a me, sempre più sento che nei miei riguardi - e
rimanendo fedele a Voi stesso - avete compiuto opera buona, chiarificatrice,
fraterna. Non ve ne sarò mai abbastanza grata".
E il 15 novembre 1939, da Milano, gli scrive fra l'altro:
"Debbo a voi un libro chiaro e coraggioso come l’Itinerario,
che mette tante cose a posto. Voi siete uomo di coscienza pura oltre che
d'autorità letteraria. E la verità è per Voi quello che fu per Nicola
Spedalieri".
L'itinerario spirituale di Ada Negri ha due edizioni: quella del1938 e
quella del 1948 nella quale furono aggiunte alcune lettere della poetessa
lombarda allo Schilirò il quale così si esprime:
Rovistando in mezzo a mucchi di corrispondenza, in cui,
per mia incuria, stanno alla rinfusa lettere di notevole importanza e lettere di
scarso valore, son riuscito a racimolare intorno a centosessanta missive di Ada
Negri; un vero e proprio epistolario, quale, forse, nessun altro possiede.
«Perché non lo pubblichi?» È la domanda che più di un amico mi ha rivolto. No,
non sono propenso a dare in pasto alla curiosità del pubblico la corrispondenza
privata, perché non mi sembra cosa conveniente, e non sempre utile. Ritengo che
(fatta eccezione pel megalomane, il quale, persuaso che ogni suo starnuto
passerà alla storia, si tiene in abito di parata anche quando scrive al sarto o
al salumaio) a nessuna persona superiore possa far piacere che l'umile prosa dei
suoi rapporti familiari o dei suoi sfoghi intimi vada alle stampe; come è pure
evidente che non tutte le lettere private giovano ad illuminare la figura di chi
scrive.
Tuttavia, nei riguardi della Poetessa, mi son deciso a seguire una via di mezzo,
pubblicando qui missive o brani di lettere che fanno luce su particolari stati
d'animo di lei e servono a convalidare quanto son venuto asserendo in questo
libro.
Di entrambe le edizioni ne fece le recensioni su «La Civiltà
Cattolica» padre Mondrone S.J. il quale, nella prima, mette in evidenza
l'intento dell'Autore il quale dice: «Io, di Ada Negri, cerco l'anima» e, in
questa ricerca ripercorre i tre sogni di lei: «la redenzione operaia, la gloria
e l'amore». Nella seconda recensione il noto scrittore del periodico gesuita
sottolinea che le lettere introdotte «destano interesse che, per il lettore
serio, non è una inutile curiosità».
Ecco la critica alla prima edizione dell' opera.
V. Schilirò, L'itinerario spirituale di Ada Negri,
Istituto di Propaganda Libraria, Milano 1938, in 8°, 236 pp., L. 10.
Chiuso il libro, al termine d'una lettura che si sostiene quasi tutta di un
fiato, se ne riporta l'impressione dominante d'aver seguito uno studio sereno e
coscienzioso. «Io, di Ada Negri, cerco l'anima. E, per trovarla, ripercorro le
sue strade, erte, sassose, logoranti, strinate ora dal gelo ora dalla canicola,
più spesso ammalinconite dalle ombre che sorrise dalla festosa giocondità del
sole. Ma ho la certezza che, raggiungendo la sua anima, io scoprirò senza fatica
le latenti vene della sua poesia». Per questa ricerca, l'A. si giova quasi
unicamente dello studio diretto della opera di Ada Negri, e di qualche incontro
personale con la medesima.
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Ada Negri |
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Egli si rifà naturalmente da Stella mattutina, che è il libro chiave, per
cogliere nel suo primo formarsi l'anima di Dinin, e discernervi quei germi di
rancori e di sogni, che daranno presto i loro frutti. Si nota subito, però, come
le esasperazioni, attraverso le quali è venuta su l'adolescente poetessa, e la
religiosa serenità finalmente raggiunta negli anni maturi hanno disposto l'animo
dello Schilirò a un'indulgentissima comprensione di tutta la vita e dell'opera
della Negri.
L'Autore distingue, dunque, nel curriculum interiore della poetessa tre
ottimi punti di riferimento, o meglio, tre aspetti dominanti, attraverso i quali
si rivela l'anima della Negri. Tre sogni - la redenzione operaia, la
gloria e l'amore - che al risveglio vanno a infrangersi in
altrettante delusioni. Così, l'esplorazione che, nell'abbondanza del materiale
documentario, poteva divenir facilmente un affastellio di dati, risulta invece
chiara, organica e serrata. E dall'aver così bene determinata e documentata
questa triplice passione, risulta provata non solo la sincerità dello stato
d'animo poetico della Negri, ma ne vengono illustrati pure i motivi veramente
caratteristici.
«Pensate - dice lo Schilirò - a un corso d'acqua, che, nato
modesto nella chiara sublimità di un monte, si muti, scendendo per dorsali e per
valli, in torrente impetuoso e torbido, e poi, via via, raccogliendo altre acque
affluenti, divenga fiume, più placido e riposato in pianura, sino ad illimpidirsi in meravigliosi specchi verdazzurri: è l'immagine che meglio vi
rappresenta gli sviluppi spirituali e l'elevazione artistica della Negri.
Impetuosa nei primi divallamenti, per quel naturale impeto che gli sdegni le
imprimevano, e torbida a causa di quella passionalità che sommuove i fondacci
dell'uomo- animale, l'arte della Negri che si è venuta acquetando e schiarendo
via via che, lasciati i salti e le irruenze con cui scavava e travagliava il suo
percorso, si è pacificata con la terra e s'è lasciata molcere e affascinare
dall'azzurrità del cielo».[1]
Siamo con l'A., vorremmo dire in tutto, meno però in quella severità alquanto
soverchia con cui giudica i critici che scrissero della Negri. Se egli stesso
osserva, ed è verissimo, che l'arte della poetessa si è schiarita via via che la
sua anima si quietava nel contatto crescente col divino, evidentemente il
critico di oggi beneficia d'una posizione di favore rispetto a quelli della
tempestosa maestrina proletaria. Ma il merito principale di Vincenzo
Schilirò sta forse in questo: nell'aver dimostrato in maniera persuasiva che,
col sedarsi delle tempeste e dei patemi provocati dalle varie delusioni, non
solo non si è affievolito nella Negri lo stato d'animo poetico, ma si è
perfezionato, attingendo le sue commozioni dai sentimenti nuovi pullulati in
lei, di mano in mano che «si lasciava affascinare dall'azzurrità del cielo». (P.
Mondrone)
La lettera del 19 febbraio 1938, la n. 85,
parla di Incontri in cui lo Schilirò vede «la spirituale conciliazione di
un apparente contrasto tra la vecchia generazione sentimentale e laboriosa e
questa d'oggi (di allora), tutta ansie, audacia e ribollimenti».
Prende, quindi, atto della promessa della Negri di collaborare alla rivista «La
Tradizione».[2]
In questa lettera, di cui diamo ancora la trascrizione integrale, notiamo la
diversa intestazione, dopo la morte del Mignosi, e con l'assunzione della
direzione unica dello Schilirò, e il trasferimento della sede a Catania.
Catania, 19.2.1938
Gentilissima Amica,
ho spedito al Troni [?], sebbene non lo conosca neppure di nome, le
pubblicazioni da Lei indicatemi. Non si sa mai... Capita sovente che gli oscuri
dicano cose più sensate che non gli illustri.
Ho letto Incontri, non solo col piacere che mi dà immancabilmente la sua
bella prosa, ma con un interesse particolare. Voglio dire che, prima ancora di
giungere alle considerazioni della chiusa, intravedo da me - nelle due figure
così maestrevolmente abbozzate - la spirituale conciliazione di un apparente
contrasto tra la vecchia generazione sentimentale e laboriosa e questa d'oggi,
tutta ansie, audacia e ribollimenti.
Piglio atto della Sua promessa di collaborare alla Rivista. Gliene resterò
obbligatissimo. Ora che la croce amministrativa se l'è addossata un giovane
editore, volenteroso molto ma che non ha denaro da buttare e mi prega di badare
alle firme, sentirei dello scrupolo a non rendere “Tradizione” più interessante.
Ella quindi mi perdonerà se La prego di mandarmi qualche paginetta con cui
aprire il fascicolo di marzo-aprile: anche un saluto alla rivista, che rimanendo
con l'anima in Sicilia, ha trasferito le sue tende a Milano (segno evidente del
suo antico giornalismo); o meglio ancora, qualche considerazione su ciò che ha
rappresentato e rappresenta questa creatura di Mignosi in questi
travagliatissimi tempi, che son già al bivio: o una decisiva virata spirituale o
il suicidio. Ma - è superfluo aggiungerlo - gradirò qualunque cosa vorrà
regalarmi.
Con devoto affetto, Suo
V. Schilirò
P. S.: Condivido il suo giudizio su M. Signorile; ma quel libro non è recente, e
recensendolo sembreremmo molto arretrati, non è vero?
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[1] “La Civiltà Cattolica”, 18.2.39
[2] A proposito di questa rivista la Negri, il 17.2.1937, scriveva
allo Schilirò: «Stavo lavorando di lima a certi versi per la Sua
rivista (alla "Tradizione" vorrei mandare una lirica proprio bella)» (Preghiera).
E quindi il 29.10.1939, aggiungeva, in una domanda quasi retorica: «Ma
davvero credete che "La Tradizione" dovrà sospendere le sue
pubblicazioni? È purtroppo la sorte odierna di molte riviste. Speriamo
in tempi migliori. L'Enciclica del Papa [Pio XII] dovrebbe far
cospargere a molti il capo di cenere». E nell'Epifania del 1940,
amaramente aggiungeva: «Leggo le vostre nobili parole di congedo nella
prima parte dell'ultimo numero della "Tradizione". Patisco di questa
morte: quasi come della morte del povero Mignosi, che creò con tanta
fede la bella e battagliera rivista. E non valse che voi con
altrettanto coraggio e fede gli foste successo [...]. Il mio pensiero
è con Voi silenziosamente». |
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Antos così giudica L'Itinerario... nei suoi appunti
inediti del 1943:
L'itinerario spirituale di Ada Negri
Ada Negri vanta una bibliografia, che - se mai - la cede solo ai nostri più
grandi scrittori; intorno a lei scrissero i critici di maggiore competenza e si
esercitarono i soliti critici delle terze pagine e delle rivistuole. Tutti. Si
capisce perciò com'ella ne uscisse «segno d'immensa invidia e di pietà
profonda»; ma, anche per questo, come fosse necessario non parlarne più; ché la
fama della Poetessa poteva ormai ritenersi, a diritto o a torto, consolidata. E
che poteva dirsene di più?
Di questo parere doveva essere - io credo - anche lo Schilirò, se nel numero (?)
di Tradizione..., volendo pur lui dire qualcosa della Negri, le consacrò un
breve articolo, dove ribadiva le sue giovanili simpatie alla Poetessa di
Fatalità e Tempesta, la quale si preparava a dare alle stampe Il
Dono. Non voleva essere più di questo, quell'articolo. Fu, invece,
l'occasione d'uno scambio epistolare tra la Poetessa e lo Schilirò, il quale
fini con un viaggetto fino a Pavia per una conoscenza personale, nel luglio del
'36.
Frutto di codesto semplice antefatto fu l'idea dello Schilirò di voler rivedere
perché critici grandi e critici piccoli avevano cercato - la più parte - di
demolire l'arte e la fama della Negri; e, con (26.8-7.9.1943) la genialità tutta
sua, per non ripetere le cose tante volte ripetute, fa un lavoro, che a nessuno
era venuto mai in mente: L'itinerario spirituale di Ada Negri,
Milano, Istituto di propaganda libraria, 1928 [Qui Antos scrive 1928 anziché
1938!].
«Io - dice l'Aut. - di Ada Negri, cerco l'anima: la Regina in incognito. E
per trovarla, ripercorro le sue strade, erte, sassose, logoranti, strinate ora
dal gelo ora dalla canicola, più spesso ammalinconite dalle ombre che sorrise
dalle festose giocondità del sole» (p. 7.). Questa Regina in incognito è
quella di Stella mattutina, che resterà, credo, il libro fondamentale
della letteratura della Negri; ed è quella, che si prepara, s'agita, s'evolve e
si perfeziona nelle precedenti e nelle posteriori opere. A questo han guardato
tutti i critici e tutti i lettori, che sono stati poi sinceri ammiratori della
Negri, pur non riuscendo mai a cogliere quell'itinerario, che alla mente dello
Schilirò si snoda con una lucidità portentosa. Errò, quindi, facilmente la
critica idealistica, che, attaccata a quell'eterno Io impersonale, che si
confonde con l'eterno universale, non seppe scendere a scrutar le corde di
quell'anima canora e, quando poi cercò si scendervi, ora urtò in un pregiudizio
ora in un altro. E, senza avvedersi, si trovò in contraddizione. Benedetto Croce
è il tipo di questa critica, che ha avversato la fama della Negri; e, in
Germania, fu Carlo Voyler a riecheggiare il detto del Croce.
La Negri è quella di Stella mattutina. Chi volesse non tener conto di
quest'opera, non potrebbe mai riuscire a comprendere la Poetessa. Qui ella non
solo si confessa, tanto da poter dire all'Autore «libro tutto vero», ma anche fa
- senza pur volerlo - la genesi e il miglior commento alle varie fasi della sua
arte. E, se fosse il caso d'insistervi, quel libro può - in fondo - considerarsi
come la poetica della Negri; a quanto pare, sta qui la ragione, per cui il Croce
e la sua scuola non han potuto serenamente dar un giusto giusto ["giusto" sta
per giudizio]; e il Croce avrebbe dovuto correggersi, perché la sua ripresa è
del '35, posteriore alla pubblicazione di Stella mattutina.
Lo Schilirò invece parte da questo punto. E perciò ben vede e comprende il
mondo sociale, che visse nell'anima di Dinin e fu oggetto di Fatalità e
Tempeste. Dite pure che la forma è ancora imperfetta: ognuno lo vede; ma
la visione è vera, il sentimento è sincero e profondo, e la stessa forma, pur
nella sua imperfezione, è adeguata; e, se mai fosse perfetta, stonerebbe con
quella visione e con quel sentimento ancora giovanili. E sinceri furono I tre
sogni della Negri: umanità e giustizia, gloria e amore. Dal primo nacque la
intima adesione al socialismo; dal secondo e dal terzo son pervase tutte le
opere fino alla maturità; da tutte e tre i sogni l'esperienza della vita e il
continuo ascendere delle loro idealità traggono le ultime opere, specie
Vespertina e Il dono. Qui la vecchiaia della Poetessa corresse tutte
le intemperanze e le imperfezioni della giovinezza e diede il capolavoro.
La stampa s'è interessata molto di questo lavoro dello Schilirò e, più o meno, è
stata unanime a questo breve giudizio del «Corriere della Sera» (15.1.1939);
«L'itinerario spirituale di Ada Negri ha voluto seguire Vincenzo Schilirò
attraverso l'opera e la vita della poetessa sino a raggiungerne l'anima e
scoprire quindi le latenti vene della sua poesia. Lo Schilirò ha
pubblicato ora questo studio presso l’Istituto di Propaganda libraria; ed è uno
studio acuto, originale, molto interessante».
Agli occhi di qualcuno risulta non gradito il fatto che lo studio è animato pur
da uno spirito amico e, quindi, troppo interessato. Quest'interesse non può
disconoscersi; e n'è spia il tono e il calore oratorio di parecchie pagine, che
passano come lievi nubi sul cielo cristallino dell' opera, concepita con una
lineare lindura e precisione dialettica, per cui s'imporrà decisamente nelle
pagine, che la storia letteraria consacrerà alla Negri. (7.9.1943. M.)
Nel numero di maggio-agosto 1938 «La Tradizione» pubblica una reclame (?)
dell’'Istituto di Propaganda Libraria di Milano che preannunzia la pubblicazione
del saggio di Vincenzo Schilirò L'itinerario spirituale di Ada Negri
con queste parole:
Si tratta di un saggio critico di molto interesse. Lo
Schilirò, che, come amico e come letterato, conosce a puntino l'attività della
grande Poetessa italiana, offre, intorno all'evoluzione spirituale e artistica
di Lei, il giudizio più informato e sicuro.
Nel numero successivo del settembre-dicembre del 1938 annunzia l'avvenuta
pubblicazione così:
Nessuno che s'interessi all'arte della più grande Poetessa
italiana potrà fare a meno di questo saggio, che ne segue il graduale sviluppo
sulla scorta delle più veritiere illuminazioni psicologiche. Storia d'un'anima
che attrae come un romanzo. |

Una lettera dello Schilirò alla poetessa Ada Negri del 7 Settembre 1939 |
Nel numero di maggio-giugno 1939 riporta, invece, i seguenti
brani di recensioni:
L'io della scrittrice è per lo Schilirò la sorgiva
diretta, il quid virtuale della sua arte; la graduale rivelazione di codesta
ricerca della sua anima è ciò che secondo l'Autore può chiamarsi Poesia. [«Il
libro italiano», Roma dicembre 1938]
Una cosa appare chiara dalla critica dello Schilirò, che l'arte della Negri fu
sempre aderente alla vita e che anche nei suoi disorientamenti ideologici, nei
momenti più scabrosi della vita, nelle torture dell'animo, mai la Poetessa
smentì l'altezza e la sincerità delle sue aspirazioni. Lo Schilirò procede
agile, chiaro, senza le involuzioni ideologiche che deturpano e appesantiscono
la critica dell'oggi. Io mi congratulo con lui e lo ringrazio di avermi fatto
conoscere quale vertice d'arte e di fervore religioso abbia raggiunto l'insigne
Poetessa. [E. Bizzarri, «Nuovo Cittadino», Genova 21.01.1939]
Il libro dello Schilirò è davvero notevole perché segue, illumina e chiarisce
tutte le tappe creative della Poetessa: e come tale va additato. [P. Apostoliti,
«La Tribuna», Roma 03.03.1939]
Lo Schilirò dà al pubblico dei lettori e degli studiosi un lavoro assai notevole
sull'opera letteraria e sull'ascesa spirituale di Ada Negri. Conoscere questo
«itinerario» nelle sue tappe e nel suo punto di arrivo è un dovere per chi vuol
tenersi al corrente della vita letteraria che anima la nostra Nazione. [A. S.,
«La Gazzetta di Messina», 25.03.1939]
Lettore sagace e intenditore di buon gusto, non privo di quella che il De
Sanctis chiama «una specie di seconda vita», mediante la quale il critico deve
esaminare che un'opera esca dalla schiera volgare, senza fermarsi alle prime
impressioni, ma entrando nella parte interiore, nel caratteristico d'un lavoro,
per cogliere la concezione nei suoi momenti essenziali e metterla in rilievo nel
suo giudizio. Vincenzo Schilirò ha seguito passo passo l'attività letteraria
della Negri, rifacendo proprio - come dice il titolo del volume, migliore e più
indicato del quale non si sarebbe potuto trovare - l'«itinerario spirituale»
della donna poetessa. [U. De Franco, «La voce di Mantova», 04.04.1939]
Vincenzo Schilirò, critico apprezzatissimo, ha tracciato in questo libro la
«storia dell'anima» della nostra maggiore poetessa, riuscendo a porre in luce
quel filone d'oro del suo sentimento religioso che, presente fin nella sua prima
infanzia e non interrompendosi mai pur tra gli errori e gli sbandamenti della
sua giovinezza, è riemerso luminoso e forte in questa sua virile maturità d'arte
e di fede in cui la sua poesia si è espressa in forme altissime e non periture.
Il saggio, ricco di riferimenti estetici e biografici, è pervaso tutto da
un'onda calda di entusiasmo e di simpatia. [G. P., «Ai nostri amici», marzo
1939]
Esegeta sottile e attento lo Schilirò se non ha sempre saputo tacere
l'ammirazione per la poetessa, ha però delineato con felicità di sintesi il
processo spirituale che portò la Negri a uno stato di profonda religiosità. [F.
Colutta, «Credere», 12.02.1939]
L'esame delle singole opere è condotto con acutezza, e la comprensione della
psicologia della poetessa è sempre piena e profonda [...]. Lo Schilirò non si è
proposto di darci uno studio sugli elementi puramente estetici della produzione
della Negri, considerati in se stessi, ma di mettere in piena luce la
scaturigine più profonda della poesia stessa, l'umanità della scrittrice: e c'è
riuscito mirabilmente. [C. Cassone, «Azione Fucina», 19.09.1939]
Piace e commuove nello Schilirò questa ricerca ansiosa della progressiva
influenza della Grazia nell'anima della Negri, questo rintracciare fatti,
episodi, questo sviscerare passi, sia della prosa che dei versi, dove attraverso
corsi e ricorsi di un'anima che vive la sua vita, egli scopre, osserva, nota l'estollersi
fulgente del tempio del Signore nel cuore della sua creatura. Il lavoro dello
Schilirò è onesto e coscienzioso: sempre controllato. Tutto egli ha letto e
riletto della Negri, fisso l'occhio della mente e del cuore a trovarvi il filone
aureo della rampollante e progrediente fede e facendo nel contempo buone e
proficue osservazioni anche dal lato estetico, con giudizi netti, taglienti e
quadrati, che vogliono essere e sono rivendicazioni e messe a punto. [A.
Maglioli, «Popolo biellese», 03.04.1939]
E nel numero di
maggio-giugno 1939 inserisce il seguente giudizio di P. Domenichelli del «Popolo
d'Italia»:
Che noi si sappia, è questa la prima volta che uno
scrittore o interprete fedele affronta il problema di una sintesi coordinatrice
dell'opera della nostra Poetessa, risalendo alle origini per ripercorrere tappa
per tappa l'arduo, travagliato, ascendente «itinerario». Dobbiamo essere grati a
Vincenzo Schilirò che lo ha fatto con consapevolezza letteraria e umana pari
alla fede che egli ha della «materia» complessa e profonda, già carica di tanto
cruccio «sociale», poi veemente, drammatica d'amore, e oggi, sopra il rifiammeggiare dell'interiore fuoco, trasfigurata nella mistica cristiana del
tutto spiritualizzatrice.
L'Itinerario di Vincenzo Schilirò procede speditamente, organico,
preciso, esauriente, nel commento chiarissimo e giusto, negli appunti come nella
fervorosa adesione, nel ritrovamento dello «spirituale» in una parola, per cui
scava in profondità e può risalire legittimamente alla affermazione sentita e
categorica della limpida e alta «moralità», di questa poesia. [Piero
Domenichelli, «Popolo d'Italia», 14.04.1939]
Infine proponiamo la recensione comparsa sulla «Rivista Rosminiana» dell'aprile-giugno 1940 di cui scrive lo Schilirò alla Negri l'8
luglio 1940:
Questo libro (L'itinerario spirituale di Ada Negri,
Milano, Istituto di propaganda libraria, 1938) di Vincenzo Schilirò è una guida
sicura per comprendere il vero significato dell'opera della maggiore poetessa
italiana del tempo moderno. Stavo per dire che è una guida necessaria: giacché
la maggior parte dei critici e dei lettori in Italia e fuori si sono fermati per
lo più a ciò che nella poesia della Negri è più appariscente, più superficiale,
trascurando di cogliere il nucleo centrale, il vero filone dell'ispirazione
negriana che è stata profondamente umana, costantemente umana, e perciò estranea
e superiore a qualunque agitazione settaria.
Vincenzo Schilirò appartiene a quella schiera di uomini, non certo molto
numerosa, che nella poesia cerca l'uomo. Gran cosa il poeta; ma noi vogliamo
trovare l'uomo nel poeta. Anche perché solamente allora l'arte ha un costrutto
organico, veramente umano e perciò immortale. Gli istrioni possono avere la voce
delle più seducenti sirene; ma, che volete farci? non ci piacciono, non li
cerchiamo.
Lo Schilirò inizia il suo libro con queste parole: «Io, di Ada Negri, cerco
l'anima». E veramente tutto il volume, tutta la ricerca veggente e appassionata
del valente critico vibra dell'anima profonda della poetessa lombarda. Anima
costantemente uguale, costantemente desiderosa del bene dei fratelli umani,
costantemente scontenta delle condizioni che all'uomo crea prepotentemente la
storia, ma costantemente bruciata dal desio e speranzosa di evadere da queste
desolate vie della terra. Cosi l'arte della Negri è veramente espressione della
sua vita profonda. Attraverso a mille esperienze si solleva la vita della Negri,
e si solleva anche il tono del suo canto. Poche volte arte e vita si sono
adeguate così perfettamente come in questa possente poetessa. E l'ascensione è
costante. Vita ed arte salgono come una cosa sola. Dio si rivela gradualmente
alla creatura desiosa, come luce di ordine, di pace, di bellezza, d'amore e la
poesia ritrae e rende i miraggi di questa rivelazione in una luce di immagini e
d'impeti che rapiscono. E lo Schilirò che ha seguito tutta la vita della grande
donna, ha potuto ora facilmente, esaminando tutta l'opera sua, rivelare questo
processo di elevazione che, iniziato nei primi canti di Tempesta, ha
trovato il suo pieno sviluppo nelle ultime pubblicazioni che culminano ne Il
dono.
Ma lo Schilirò non è stato il primo né tanto meno il solo a rilevarlo. Io
parlai, sotto questo aspetto, della Negri or sono 34 anni nel 1906 in un mio
volumetto: Il cristianesimo nella poesia italiana contemporanea, stampato
a Palermo presso lo stabilimento tipo Giannitrapani, via Monteleone, nel quale
facevo notare come gli atteggiamenti che allora venivano giudicati socialistoidi
nella poetessa lombarda erano rivelazioni di un'anima che era cristiana forse
senza accorgersene completamente. Io scrivevo: «Molti vollero trovare nella
poesia della Negri elementi di socialismo, ed asserirono decisamente la Negri
essere una socialistoide. lo credo che ciò sia errato, poiché dei postulati
principali del socialismo mai non fa parola la Negri, e reputo all'incontro che
il suo pensiero sia molto vicino al cristianesimo e spesso sia puramente
cristiano». Poi nel 1914 pubblicai un altro studio sulla Negri: L'infanzia
nella poesia di Ada Negri, dopo avere parlato parecchie volte della poetessa
lombarda sull'«Ateneo» di Roma. E ciò ricordando, io non intendo già affermare
di aver fatto una grande scoperta: elementi di Cristianesimo si trovano in tutti
gli scrittori che sono venuti dopo il Cristo per quella notoria trascendente
forza di penetrazione che possiede la Religione divina di Gesù. Notavo infatti
nel mio studio del 1906 che elementi di cristianesimo si trovano nel Pascoli,
nel Graf, in tutti i contemporanei, ed affermavo che anche i nemici più decisi
del Cristianesimo si rivelano spesso penetrati dai suoi principii, e che spesso
le armi che impugnano per combatterlo sono state rapite ad esso.
Giulio Salvadori avea luminosamente illustrato questa verità e l'avea cantata in
quella robusta ode che è forse la più bella che fosse composta per la morte di
Victor Hugo: «Ma il grido di desio che tu levasti,/ onde venia non sai?/ ben
altro grido è in ogni cor sopito./ Quel che il Giusto gittò, tu l'obliasti:/
pure immemore, n'hai/ reso, nel canto tuo l'eco smarrito».
Ma la penetrazione dei principi del Cristianesimo avviene in forme più o meno
larghe e profonde secondo l'indole dello spirito che ne è penetrato. Ada Negri è
uno di quegli spiriti naturalmente cristiani dei quali parla Tertulliano, ed
essa, anche quando non avesse ricevuto nella prima infanzia, dalla bocca della
pallida madre la conoscenza della Religione di Gesù, l'avrebbe rivelata nella
vita e nell'opera sua pel fenomeno che abbiamo accennato.
Questo Cristianesimo naturale ed i principi positivi ricevuti dalla Negri nella
prima infanzia sono venuti ormai in pieno sviluppo nella vita e nell'arte sua.
Ma quello che io intuivo nell'anima agitata della grande lombarda attraverso
Fatalità e Tempeste, ora risplende in luce meridiana nelle ultime
pubblicazioni, espressione luminosa delle grandi conquiste che la poetessa ha
fatte nell'itinerario suo spirituale.
Vincenzo Schilirò ha fatto questo rilievo, da par suo, con questo magnifico
libro che viene già considerato come uno dei migliori pilastri della nostra
critica nell'anno 1938, cosi ricco di affermazioni nel campo dell'attività
culturale dei cattolici in Italia.
E noi gliene sappiamo altissimo grado
[Pietro Maltese, Ada Negri in «Rivista Rosminiana», aprile- giugno 1940,
pp. 91-93]
In questa recensione si devono rilevare due
cose: primo la tardività della sua pubblicazione rispetto all'uscita del saggio
dello Schilirò, e poi il fatto che nella seconda parte dell'articolo il Maltese
rivendica a sé la primogenitura della valutazione della poesia iniziale della
Negri contestandone il socialismo che fa risalire al «Cristianesimo naturale»,
assorbito dalla madre nell'infanzia, e anticipando in senso religioso quanto
avrebbe detto nel 1942 Benedetto Croce, in senso storicistico, nel suo scritto
intitolato Perché non possiamo non dirci cristiani.
Lo Schilirò, scrivendo alla Negri, cerca di provocarne una qualche reazione,
e la poetessa gli risponde da Marsciano (PG) in data 15 luglio, ma non parla
affatto della recensione, apparsa a fine giugno nel 1940 sulla «Rivista
Rosminiana» a firma Pietro Maltese, non sappiamo perché; forse «per una
stanchezza invincibile» dovuta al «correggere bozze di ristampe, (che, aggiunge)
non è vero lavoro per me: vorrei scrivere versi e prose nuove». |
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