L'OPINIONE DI ...

RIFLESSIONI al FEMMINILE

a cura di Laura Castiglione

OGNI TANTO UNO SGUARDO AL FEMMINILE AL MONDO CHE CI CIRCONDA

Ti trovi in:  Home-> Brontesi nel Mondo-> L'opinione di...-> Gli sguardi di Laura 1/17

Ma picchì non si ndì stanu a casza?

Una sera a teatro

Il Teatro comunale di Bronte (anni 1950-60)Nel giorno in abbonamento pomeridiano al teatro, si attende l’inizio della rappresen­tazione di “Un tram che si chiama desiderio” di Tennessee Williams.

L’età media degli spettatori è di settant’anni. Le signore sono eleganti, taglio e colore biondino di capelli, dentatura allineata, trucco sobrio vivacizzato da pennellate di fard rosa pesca. Salutano e abbracciano gli amici tenendo per mano il proprio compagno che le segue di buon passo.

La scenografia del palcoscenico ha un arredamento artificiale, i proiettori puntati sugli spettatori abbagliano e alcuni, sentendosi come sotto interrogatorio, lasciano il loro posto assegnato per uno migliore; altri rimangono seduti composti anche se insofferenti; qualcuno, di una certa età, si reca alla toilette. Per carità, quando scappa scappa! Ma non si sa perché gli incontinenti si siano fatti assegnare i posti centrali della fila costringendo i loro vicini, con lieve difficoltà motoria, ad alzarsi rallentando verso la toilette la corsa che, però, velocizzano lungo la navata laterale.

E’ difficile seguire lo spettacolo, come meriterebbe, perché distratti dal flebile russare di chi la moglie non scuote per non disturbarlo o perché abbia abbassato il volume del suo apparecchio acustico, disinteressata anche lei allo spettacolo.

L’intervallo libera dalla forzata posizione e i commenti sull’introspettiva del dramma e sull’interpretazione degli attori non sono gli argomenti di conversazione.

Nel dopo pausa un signore, certamente, perché le signore controllano meglio il loro sussurrato sonoro, esordisce con inconfon­dibili bassi e acuti in scala di "do maggiore" dove acustica migliore non potrebbero trovare.

La rappresentazione volge alla fine e gli applausi gratificano gli attori con diverse chiamate. Non c’è spettacolo migliore che vedere come ad una certa età alcuni salgono sul tram del desiderio per socializzare, con la loro bellezza sfiorita ma viva anche se incontinente, dormiente, sonora e divertente.

La battuta ironica viene spontanea: ma cu stu frìddu picchì non si ndì stanu a casza?

E anche la risposta: perché i figli regalano loro i biglietti, vòrunu chi si divèttunu e… non stònanu a testa!

Gennaio 2026

Perché cuoco e non cuoca?

C’è o no parità?

Fin dal mattino, accesa la tv, c’è un cuoco che dice come, quando e cosa cucinare. Esercita una professione ma il mestiere è antico di oltre duemila anni.

Nella Roma arcaica era il pater familias che si occupava di “fare la spesa” ma era la mater familias che la cucinava. Nei secoli è l’uomo che prende il sopravvento in cucina e si dà il titolo: cocum, da coquere, cuocere. In Francia prese il nome monsieur, signore, che i napoletani storpiarono in monsù.

Il cuoco nasce nella Magna Grecia ma è in Sicilia che Federico II creò una scuola gastronomica che diffuse nel suo impero e scrisse libri di ricette. Il cuoco entra anche nei monasteri ortodossi, dove per distinguersi dai confratelli col copricapo nero, ne indossò uno bianco e divenne l’emblema dei cuochi.

Anche le monache cucinavano e non cambiarono il velo bianco.

Sarà il Rinascimento a dare i nomi dei primi grandi cuochi e le ricette che raccolsero in manuali come veri trattati.

Dopo questa lunga premessa sorge la domanda: perché il cuoco e non la cuoca ha avuto una così riconosciuta visibilità da offuscare un diritto della donna già acquisito e col nome di cuciniera?

Forse perché l’uomo apriva i ristoranti che si chiamavano taverne e osterie, frequentate solo da uomini da cui la donna doveva stare lontana e nascosta ru funnu, ru fucuni, ra cucìna a lligna, ra maìlla e ru scanatùri? L’uomo non cucinava, indossava il cappello, serviva a tavola e si prendeva i meriti. Se le cose si sanno fare: tanto di cappello!

Oggi la cuoca ha visibilità, non dovrebbe calzare il basco, tipico dell’uomo, come se non fosse capace di inventarsi un cappello con nastrini e fiorellini.

La cuoca deve capire che non c’è solo la parità ma la diversità dei diritti e per vincere le battaglie bisogna puntare l’uomo con armi che non ha. Quali? L’elenco è lungo.

Novembre 2025
Leggi anche "L'uomo in cucina" (Il monsù e la prova del cuoco)

“Pensare”, un lusso di pochi

Il ‘900 è passato, ha lasciato i ricordi di quando si viveva ‘nda rruga, dal francese rue, via o quartiere che riuniva i vicini di casa per chiacchierare e spettegolare, condividere i dolori e le gioie, sorvegliare i propri figli e quelli degli altri. La saggia nonna dava le regole del buon senso, consigliava nelle liti a smorzare i toni, a riconoscere i propri torti, insegnava a capire gli altri e a perdonarli: bbasta chi cc’era a paci!
I cambiamenti sono stati radicali, ‘a ruga non esiste più, non si chiacchiera ma si litiga col vicino di casa, il passante, l’amico e l’amico dell’amico e perfino con chi non apre bocca.
Non si riconosce a nessuno il diritto di pensare ragionando, si apre il conflitto e non ci si sforza di evitarlo.

Cosa fare? Andare a scuola di buona educazione o rinunciare alle proprie convinzioni per avere un po’ di pace? Anche la pace ha subìto un’inflazione, i contendenti non sanno come gestirla e si ostinano a non ascoltare le diverse ragioni, giuste o sbagliate, nel rispetto reciproco.

Ci si deve rassegnare o “accettare di vedere l’altro nella sua limitatezza?”

Agosto 2025

Sopportare? No!

Accettare ma con l’accetta

Nella nostra complessa lingua italiana, molti sostantivi e aggettivi restano legati a un singolo significato finché morte non li separi, altri invece, si prestano alle avventure, non perché siano infedeli ma dipendenti o schiavi del gergo comune e del dialetto.

Il verbo “accettare”, ha diverse applicazioni e, come questa rubrica vuole evidenziare, ha delle sfumature che sembrano sottigliezze, ma hanno un loro peso.  La sfumatura di “accettare” è quando si riferisce sia a un regalo o un invito, sia a un dolore o una sconfitta. Un’altra è quando si “accettano” i pregi di una persona, ma se questi sono superati dai difetti, sarebbe meglio usare il verbo “supputtàri”.

In riferimento a questi ultimi anni “travagliati”, alcuni politici hanno mostrato i loro difetti nel proporre e imporre alcune persone per la carica da presidente. Poi, senza consultarsi fra i componenti del loro partito, li hanno abbandonati come fossero burattini giustificandosi che in Italia è difficile trovare uomini e donne degni di assurgere a questa carica.

E non è proprio questo il messaggio che gli italiani hanno colto e soprattutto chi, avendo una valenza affettiva per i politici del passato che avevano altra cultura, altre competenze e molto altro ancora, si sente deluso e frastornato dinanzi a tanto opportunismo, sete di potere, arroganza e disprezzo in un momento così difficile per gli italiani.

Questi signori, oggi, si devono supputtàri o accittàri?

Non è questo il problema!

I due verbi sono fatti l’uno per l’altro, ne dividono il destino, senza sfumature o sottigliezze cerebrali in un irrinunciabile rapporto a due, in questa vita e nell’altra, sotto lo stesso tetto e nella stessa frase.

Non si devono sopportare ma accettare a colpi di accetta e cu ttuttu ‘u cori!

Giugno 2025

Il figlio di mezzo, il mediano, insomma ...

“U minzanu”

Nasce solo... per fare compagnia

La cicogna, consegna per caso un bambino alla prima famiglia che trova lungo il suo volo. Su tre fratelli finiti per caso nella stessa famiglia e ricevuto uguale educazione, uno solo di loro, il secondo, detto 'u minzanu, sarà trascurato.

Quando una coppia aspetta il primo figlio, è in grande eccitazione e ha curiosità di sapere come sarà il “figlio dell’amore”, se somiglierà alla madre o al padre, se sarà bruno o biondo, con gli occhi scuri o azzurri.
Quando nasce è il più bel bambino della terra e si vizia come fosse un tesoro.

Trascorsi un paio di anni la coppia pensa che non sia giusto lasciarlo solo e chiama la cicogna. Si spera che il sesso del secondo figlio sia diverso ma non importa purché faccia compagnia al primo nei giochi e nella vita.

Il progetto funziona, anche se, qualche piccola gelosia del primo figlio per il nuovo arrivato si manifesta. I genitori dei due bambini pensando di avere la famiglia perfetta, si rilassano e dimenticando le dovute precauzioni, dopo qualche anno incappano in un imprevisto incidente e si vedono consegnare dalla cicogna un altro fagottino.

Caspita! Non ci voleva!

I vestiti e le scarpe dei fratelli non gli entrano, la culla e il passeggino l’avevano regalato, bisogna comprare tutto nuovo e ricominciare daccapo.
Per fortuna c’é il fratello più grande che gli farà da padre, giocherà con lui, lo proteggerà perché è il piccolino di casa. Ma un momento! Il primo è il figlio dell’amore; il terzo, nato per sbaglio, è il piccolino; il menzano, nato per fare compagnia è quello trascurato che nuota in una macedonia di bocconi amari?

Se si vuole fare un secondo figlio, sarebbe meglio rinunciarvi e, per evitare che si senta trascurato, si chieda alla cicogna di non consegnare il secondo e saltare direttamente al terzo.

Febbraio 2025

 

Pagina 1 di 17

 PAGINA SUCCESSIVA  ULTIMA PAGINA

  Indice

Di Laura Castiglione leggi
Il pane e altro, Artigiani a Bronte, Le donne al Collegio, Ciccio e Ciccina

Libri & Altro su Bronte Insieme

Piccolo vocabolario brontese di N. Lupo           

HOME PAGEPowered by DLC - Associazione Bronte Insieme