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7 . "La Tradizione[1]
Abbiamo citato spesso questa rivista la cui fondazione
nel 1928 da parte di Pietro Mignosi determinò, secondo me, l'abbandono
dell'insegnamento a Bronte e il trasferimento dello Schilirò a Catania
per continuare, intensificare e diffondere meglio la sua libera
produzione letteraria. Ma ora, credo, sia opportuno parlarne un pò
sistematicamente per vederne meglio l’impegno in essa profuso dal
Nostro.
Nei primi anni vediamo Vincenzo Schilirò come componente della
redazione siciliana (le
altre due redazioni erano quella napoletana e quella romana), mentre dal
fascicolo del gennaio-febbraio 1933 vediamo il suo articolo su
Catania e la sua Santa (in cui compare anche
una recensione di Pietro Bargellini su San Bernardino da Siena
di F. Bruno).
Nel 1935 notiamo che la rivista adotta la doppia direzione: al settore
Storia, Filosofia e Cultura resta il fondatore Pietro Mignosi, mentre
al settore Letteratura viene delegato Vincenzo Schilirò il quale
introduce il suo nuovo incarico con un articolo intitolato
Perché?.. che riproponiamo.
Perché?
...
M'è stato domandato più d'una volta: perché «Tradizione» non s'ingegna
a diventare più varia e allettevole, più accessibile e redditizia?...
Ho risposto: «Perché nacque discretamente fornita d'idee ma del tutto
povera di attrattive: e, ad imbellirla non servono trucchi e matite.
Se di essa qualcosa vale, vale il suo viso schietto.
Bisogna dunque compatirla.
Chi nel bere alla luce e al caldo del sole un bicchiere d'acqua
limpida, non sarebbe disposto a compatire gli umili e volenterosi
terrazzieri che nelle viscere della terra sudarono tanto per
rintracciare, nel buio fangoso, la fresca polla?
«La Tradizione» nacque precisamente per scavare nei meandri oscuri
della verità, dove il tormento dell'anima è peggio del buio. Poi, a
convogliare le sorgive, provvedono i tecnici in blusa pulita, e
abbastanza presentabili. Lavoro più appariscente, ma di secondo tempo.
Qualche altro m'ha detto che la rivista pare come tagliata dalla vita
pratica e realizzatrice. «La vita sociale e politica vi ha scarsa
risonanza; i problemi corporativistici, per esempio, non vi sono
affrontati...»
I miopi son fatti così. Han bisogno di vedere e di toccare con la
punta del naso. Se invece potessero guardare da più lontano, si
accorgerebbero che, pei moderni transatlantici della vita, noi ci
preoccupiamo della rotta, non dell'organizzazione tecnica e
finanziaria; e saprebbero già che i cattolici, fedeli alle
encicliche leoniane e alla scuola sociale cristiana, non possono
essere che per la collaborazione di classe e pel corporativismo.
Del resto (ripetiamo) questa rassegna non nacque per un lavoro di
superficie, ma per smuovere il terreno inesplorato, per scavare in
profondità, per rinvenire rigagnoli nuovi e dissetanti; fatica modesta
e di scarsa appariscenza, ma indubbiamente atta a migliorare il clima
delle anime.
Abbiamo la certezza che oggi, nel trambusto o nel marasma che fa
soffrire la maggior parte dei popoli civili, e nel magnifico sforzo
dell'Italia che oppone una sana concezione sociale ai ripieghi
fallimentari del liberalismo e al bacato esperimento sovietico, più
d'ogni equilibrismo o servilismo ipocrita e accattatore giovi il
silenzioso lavoro dei cattolici, che della disciplina, dell'ordine e
della gerarchia possiedono il convincimento e il culto: giacché sono
essi che, agli ordinamenti sempre evolventisi della società, si
cooperano a dare un'anima e un cemento insostituibile: la fede
religiosa e la parola della fraternità cristiana. Solo dove è Dio si
rischiara la vita dei popoli; senza solidarietà cristianamente intesa,
non si concepisce un pacifico e laborioso aggregato sociale.
Difatti la lotta che si sta combattendo con ampiezza di mezzi e di
strategia nel vecchio e nel nuovo mondo (dalla Spagna alla Russia, dal
Messico alla Germania) è soprattutto guerra interiore fra tendenze
irriducibili; amore ed egoismo, fede e miscredenza, sacrificio
virtuoso e brutalità d'istinti.
Negare o affermare Dio, equilibratore della vita: è questo l'ultimo
significato delle umane rappresaglie. Riconoscere all'uomo il diritto
e la possibilità di ascendere, ovvero inchiodarlo alla terra, nel più
amaro sbigottimento o nella più forsennata ambizione, perché si
sbrandelli inutilmente dentro lo spinaio dell'odio, delle contese e
del disinganno. Segno di perenne contraddizione, Dio è la sola Realtà
che concentra e assolve tutte le realtà, e che nessuna forza, nessuna
legge, e nessuna umana conquista potrà mai soppiantare.
Ebbene: questa rassegna lavora e soffre e gioisce intorno a quel segno
di contraddizione, lasciandosene del tutto dominare.
È perciò che, mentre tutte le pubblicazioni a principio del nuovo anno
si agghindano, s'imbellettano e si offrono con maggiore o minore
vantaggio, essa è lieta di rimanere al suo posto di fatica: già, nel
buio, a cercare l'acqua perennemente viva. |

[1] Questa denominazione è tutto un programma: fedeltà alla
"tradizione" cristiana nel contesto della situazione socio-culturale
del tempo (anni 1928-1939), contro l'idealismo di Gentile e di Croce,
con l'occhio teso al problema sociale, in sintonia con l'indirizzo
dell'Enciclica di Leone XIII Rerum Novarum, come viene ribadito
nei due articoli di Vincenzo Schilirò Perché? ...e Anno 1937
«Tradizione», che riportiamo di seguito.
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Nel 1937, per la malattia del Mignosi e il trasferimento della
Direzione a Catania, lo Schilirò ne assume la direzione unica che manterrà fino
alla cessazione della pubblicazione nel 1939 (nelle pagine di questo numero
della Tradizione c'è anche un Avvertimento in cui vengono comunicati i nuovi
incarichi e i nuovi indirizzi anche per quanto riguarda Tradizione Editrice).
Nello stesso anno 1937 lo Schilirò pubblica un altro articolo in cui fa il punto
nel momento in cui avviene il cambio della guardia alla direzione della rivista
con il trasferimento a Catania della stessa.
Eccone il testo.
Anno 1937 «Tradizione»
Un ciclo essa ha chiuso sul versante tirrenico e un altro ne apre su quello
jonico.
Questa povera bandiera di carta limosinata non si ammaina ancora: che i suoi
fedeli sentono e credono di poter portare qualche altro contributo al comune
patrimonio della cultura.
La rassegna siciliana non ha salvato il mondo e non ha compiuto miracoli, ma
saremmo ipocritamente modesti se non rivelassimo che inutile non è stata.
Nata in un tempo che il pensiero italiano era permeato di idealismo e gli
scrittori cattolici, sospettati di modernismo o sedotti dalle audacie
rosminiane, patirono l'isolamento, essa riuscì ad innestarsi sul tronco
ancora vivo del movimento democratico-cristiano dell'isola, dove il fervore
delle opere sociali (stampa, casse, cooperative, associazioni, circoli di
studio) aveva acuito maggiormente il bisogno di una nuova formazione spirituale
e dove l'attualismo gentiliano aveva combattuto con fortuna le sue prime
battaglie; ma, per fare opera di penetrazione, essa superando (senza mai
tradirlo) lo stretto ambito del confessionalismo, prese decisamente contatto con
le più oneste correnti intellettuali della penisola, suscitando importanti
dibattiti e discutendo a porte aperte.
Adesso che il fascismo ha orientato la vita della Nazione verso la civiltà
cristiana e cattolica, e si contano sulle dita i pensatori e gli artisti che
fingono di ignorare i valori religiosi dello spirito, torna assai comodo ai
borbottoni disutili affermare che la rivista nei suoi primi anni non fu né carne
né pesce, asilo com'era di tutte le firme e tribuna delle più disparate
asserzioni. Angustia farisaica, insensibile al cristiano proselitismo.
Ma i fatti sono quelli che sono.
Questa male incoraggiata insegna, tipograficamente sciatta e di irregolare
periodicità, ha resistito onorevolmente a parecchi scontri e a molte lusinghe,
pigliandosi con rassegnazione le botte degli avversari e le intemerate degli
amici: discretamente soddisfatta del suo bilancio.
Nell'incalzare fino agli estremi confini i sottilizzamenti idealistici si è
creduto talora che «Tradizione» platoneggiasse un po' troppo e, nel seguire i
farneticamenti del pensiero moderno, si scostasse dalla via diritta; ma sanno i
critici onesti che non c'è strategia la quale presuma di disciplinare
l'inseguimento del nemico come in piazza d'armi; e sanno pure che lo
scolasticismo è il mallo transitorio della filosofia perenne. Fatto è che la
rivista non ha mai perduta la sua polarizzazione tomistica, fra i due eccessi
del fenomenismo sperimentale e del sonnambulismo dialettico.
Altro suo merito innegabile è l'avere contestato agli idealisti il monopolio
del pensiero estetico, e l'avere sufficientemente chiarito che meglio della
filosofia hegeliana o baumgartiana, il sano concetto dell'arte armonizza con
le tradizioni del pensiero italiano e cattolico. E non è necessario
ricordare che l motivi estetici dell'arte d'annunziana (1917) e gli
Appunti di estetica (Arte = Vita) di V. Schilirò, Saggio sull'arte
creatrice (1919) di G.A. Cesareo, Alle fonti della bellezza (1928) di
P. Maltese e Arte e Rivelazione di P. Mignosi sono libri siciliani, le
cui disamine la rivista ha con larga risonanza animato e messo in gara.
Altra battaglia combattuta e stravinta è stata quella impegnata contro il
vaniloquio ed il calligrafismo letterario onde dare o far riconoscere uno
scopo e una dignità alla poesia e all'arte in genere: tanto che non fa più
specie (ora che il terreno è sgombro di tutti i paladini dello stilismo
infecondo e liberaleggiante) vedere periodici e almanacchi che fanno chiassose
professioni di antiletteratura.
E potremmo anche rammentare la posizione assunta dalla rivista nel dibattito
di problemi educativi e le sue non difficili previsioni sul graduale
delimitarsi e sulla portata storica dei contrasti ideologici e sociali; ma
andremmo troppo per le lunghe, e, al postutto, non dimostreremmo altro che
essa è venuta attingendo direttamente e con larghezza dal tesoro inesausto della
verità cristiana: la quale non è somma di astrazioni o vernice di
confessionalismo ma rettitudine di vita, coscienza del dovere fino al
sacrificio, carità in atto e certezza del regno di Dio.
Dicevamo che non è ancora esaurito il programma di «Tradizione». Pensiamo
che, in realtà, le umane vicende siano delle filosofie in cammino, anche se
truccate fino alla irriconoscibilità. E la nostra vocazione è quella di seguire
la logica segreta ed infrangibile degli avvenimenti, che né sofismi di consessi
diplomatici né illusioni di masse riescono a modificare o a corrompere.
Non presumiamo, no, di pesare sulla imponente bilancia delle forze che si
contendono in questi anni fortunosi la signoria del mondo; né con semplicismo
fatuo ci volgiamo a sistemi, a formule, a ricettari. Ma, convinti che gli
eccessi e l'instabilità degli attuali ordinamenti derivano dal dilungarsi degli
uomini dalla legge etica e dalla concezione religiosa della vita (tanto di fatto
oscillano a destra il contratto sociale di Rousseau e l'ateismo di Voltaire
quanto si sbandano a sinistra l'economia politica di Marx e il misticismo
materialistico di Lenin) non ci stancheremo d'insistere sulla via mediana
dell'insegnamento cattolico, che non polverizza gli aggregati sociali
isolando ed emancipando l'individuo, e non immola la realtà individua alla
vanità degli aggregati astratti.
Fuori dell'ambito romano e cristiano, il duello impegnato dalle varie
correnti politiche mondiali si determina appunto nell'amorale liberismo sassone
e commercialista che ha dominato questa agonizzante età agnostica, e nell'utopia
anarcoide e rossa, che tenta di cancellare l'individualismo umano inquadrando i
popoli come greggi al pascolo e riducendo la vita pubblica ad una clausura fra
schiavista e conventuale.
Nel grande organismo umano il fenomeno spagnolo non è che un'esplosione
sporadica del pus dottrinario che vi circola da secoli, combattuto coi soliti
cerotti e coi soliti pannicelli caldi; e avremo modo di venir constatando che
i popoli non possono trovare riposo lontano dal Vangelo, secondo cui il
dramma della vita è dramma di individui singolarmente responsabili, ma
indissolubilmente legati fra loro, da vincoli di fratellanza e di amore.
E non perderemo di vista né l'altalena del pensiero che, vergognoso del suo
delirare neo-kantiano, tende a un neo-positivismo di dubbio significato né certa
sospetta tenerezza per la scienza, alla quale si tenta spesso di affidare
l'indecoroso ruolo di mezzana.
Ci ingegneremo di rendere la rivista più interessante ed accessibile: che
è come dire più adatta a questo clima etneo. Cosa naturalissima per
«Tradizione», la quale da Palermo (città di santa Rosalia, eroina dello speco)
passa a Catania, stadio aperto della martire Agata.
Ma, più o meno speculazione, più o meno poesia, che cosa importa?
Nonostante gli abiti mutevoli delle stagioni, la rivista conserverà immutati
il suo volto e la sua anima.
In una immaginaria, credo,
lettera ad un amico, intitolata A
un'anima in travaglio, lo Schilirò parla del «tormento» che si prova di
fronte a «qualche problema fondamentale dello spirito e della vita», tormento
che «si dissimula [...] a questo ambiente torbido, mercantesco, rissoso, e
talora eroico, in cui viviamo».
Dice delle «giovanili illusioni di una vita protesa verso un eden di materiale
benessere e di fraterna uguaglianza» illusioni trasformate in «un
groviglio di geroglifici, passioni oscure che agitano uomo contro uomo,
interessi larvati o manifesti che armano nazioni contro nazioni, ideologie
complicate che [...] orientano e rimenano i popoli verso le selve
preistoriche». E ne prova delusione, ponendosi gli eterni interrogativi: «Che
siamo? a che la vita? dove e quale la verità?» E dalle considerazioni
pessimistiche passa al «problema indeclinabile della personalità».
Hai purtroppo toccato con mano - dice all'amico (se
stesso?) - quale significato abbiano, nel libro della storia, le parole
diritto, legge, uguaglianza, filantropia ecc. per concludere con parole di
condanna della tirannia e di sfiducia nella democrazia.
Hai la piena convinzione - continua - che la struttura sociale a carattere
essenzialmente materialistico e contenzioso non offre speranze di verace e
duraturo incivilimento.
Per gli onesti non resta,
quindi, che il «dilemma: ribellarsi o rassegnarsi. [...] La fede in una
vita che valga la pena di essere vissuta, la fede in una Civiltà (con la C
maiuscola) che degli uomini disseminati nel mondo avrebbero fatto un'unica
famiglia, intesa all'equità e all'amore, e vittoriosa dei malanni del corpo e
dello spirito» ha vacillato provocando delusione e amarezza e la vita ti
appare «una goffa commedia senza perché».
Benedice la crisi dell'amico perché «vedevo che con essa si iniziava la salutare
reazione del tuo spirito», che scorge non il bivio della ribellione o della
rassegnazione, ma una terza via «più erta e costosa, ma che mena assai in alto»
dove «il problema della personalità si pone, a quella quota, sotto migliore luce
e nella sua interezza».
E così si «risolve il problema di Dio» e si ha «un concetto passabile della
Divinità», senza Dio non si spiega nulla ma in Lui «questa nostra esistenza
trova la sua legittima spiegazione».
«Ma chi presumerebbe di conoscere Dio?» chiede (e si chiede) Vincenzo Schilirò.
Dio non si può conoscere, ma solo «sentire [...] è con l'umile aderenza alla
volontà di Lui che essa può meritare la grazia di non venir delusa nelle sue
naturali aspirazioni».
Entrati così «nel labirinto metafisico» complicato dal «problema morale» si ha
bisogno di «un filo d'Arianna per rinvenire la certezza, base della
religione positiva» che «è il cattolicesimo».
«Quel filo d'Arianna, da noi cattolici, chiamato Grazia, lo dà Iddio». Ma tra
l'uomo e Dio c'è una sconfinata distanza che «bisogna ammettere vinta, affinché
si possa parlare di veritiera religione positiva». Ma «poiché l'uomo (è)
limitato nei suoi mezzi conoscitivi [...] è ovvio che, a rivelarsi alla nostra
anima, debba essere Dio. Ma come? come?» sembra chiedere l'amico «in travaglio»
con un grido straziante.
Con le «rivelazioni divine del cattolicesimo» incentrate «nel fatto stupendo
della Redenzione», Cristo «ha varcato la infinita distanza fra il Creatore e le
creature».
La vita non avrebbe senso né ombra di giustizia se
staccata dalla promessa evangelica.
Ignorare Cristo, arcano anello di congiunzione fra la terra e il cielo, è
tagliarsi la strada d'accesso alla Verità.
Poi ritorna ancora sulla Grazia «segno foriero della
redenzione» e «dono gratuito e fecondo, reattivo che dissolve le umane miserie,
coefficiente di spirituale integrazione, lume che capovolge l'estimo della
terrenità».
Alla «luce della Grazia le beatitudini predicate da Gesù sulla montagna,
diventano, non solo intelligibili ma addirittura basilari nel regno della
Verità».
Tu, per la tua finezza interiore, hai già subito il gran
fascino di Cristo. Di ciò mi dà la conferma quel nano culto che hai per
l'amore: base, fine, essenza della religione cristiana.
Ma non nascondi di non saper dar credito alla Chiesa, perché la vita dei suoi
membri ti appare ben diversa da quella che Cristo vuole, in alto, in basso, fra
chierici e laici, nei singoli e nella collettività.[2]
Alla tua domanda: «Ma, dopo saziato il ventre e placate le esigenze della
mondanità, si sarà anche tacitata l’aspirazione più profonda dell'anima umana?»,
è questo il cardine del tuo «travaglio».
Accettare la parola di Cristo significa inchinarsi in umiltà di spirito alla
Verità [...] e chiedere con risoluta prontezza: «Che vuoi, Signore, ch'io
faccia? |
[2] Negli ultimi due capoversi si vede uno dei due aspetti del suo
Modernismo, oltre quello sociale. |
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In uno dei numeri de «La
Tradizione» che ho potuto visionare ho trovato un pregevole saggio sul
dolce stil novo, in cui lo Schilirò, partendo dal canto XXIV del
Purgatorio, vv. 35-63, che parla dei golosi e al v. 55 Bonagiunta
Orbiciani da Lucca, a proposito «del suo falso orientamento estetico»
dice: «issa (ora) veggio (vedo) il nodo» afferma nodo
«che [...] impastoiò [...] quasi tutti i lirici del duecento» e perfino
Dante, il quale poi «si distrigò da quel nodo per via di
genialità istintiva, non per illuminato ragionamento estetico».
Nodo che si riduceva «alla lusinga o alla credenza che a fare arte
giovi l'indirizzo o la ricetta».
Lo Schilirò, quindi, fa la cronistoria della nostra lirica che, «fatta
eccezione per qualche canto siciliano d'amore e per gli slanci mistici
del Poverello di Dio, è versaiuolismo d'imitazione». Vedi la
letteratura cavalleresca e la poesia amorosa dei Provenzali.
Il primo intoppo alla nostra lirica bambina -
continua lo Schilirò - è stato precisamente un assillo di coscienza:
la inconciliabilità tra fede e sentimento.
[Ma] dalla dotta Bologna, centro di studi filosofici e teologici,
partì l'indirizzo pacificatore e tranquillizzante. Guido Guinizelli
domandò all'etica cristiana, stupendamente coordinata dall'Aquinate
(S. Tommaso), la soluzione del tormento poetico.
L'amore, nella morale cattolica, non era condannato, ma voleva essere
onesto, beatificante, orientato verso l'amore divino. [...]
La canzone A cor gentil ripara sempre Amore, sta come una
pietra miliare. L'amore può disimpegnarsi dalle vecchie tradizioni,
sia pagane che cavalleresche, e andare di conserva con la fede
religiosa. [...]
E Cino da Pistoia, Guido Cavalcanti e l'Alighieri - che «salutò il
bolognese (Guinizelli) come padre suo e degli altri suoi - si
pongono senz'altro sulla nuova via [...] e trovano mirabilmente logica
la sublimazione dell'amore e la conciliazione della poesia con la
fede».
E a proposito di Dante, «il maggiore e più
autorevole rappresentante del dolce stil novo» dice:
Al di sopra di tutti egli era poeta. E se
anche a lui la preoccupazione filosofico-teologica riesce provvisorio
impedimento, non è meno vero che principalmente a lui offre il mezzo
di tagliare i ponti con gli artifici di marca forestiera e di porsi
sulla via della sincerità, via
maestra dell'arte. (Il canone dell'estetica di Vincenzo
Schilirò).
Propone, quindi, lo Schilirò la rilettura del sonetto dantesco della
Vita Nuova, Tanto gentile e tanto onesta pare nel quale,
dice, ci troverete compendiosamente espressi la mistica concezione
amorosa del Poeta, la migliore personalità di Beatrice e «lo stile
della sua loda».
E conclude:
Il dolce stil nuovo appare in questo modo un preludio
(minore ma significativo) di quel poema grandioso che sarà l'immortale
arte italiana. Stile di sincerità che canta integralmente la vita:
cosciente dei bisogni temporali e ansiosa dell'eterno.
Nei
successivi numeri de «La Tradizione» ho trovato anche tre
poesie del Nostro, intitolate: In cerca di me stesso, Il
mio destino e
S'aspetti il sole.
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| La prima è intrisa di dolente pessimismo e di ansiosa ricerca, culminanti
nell'ultima strofa: |
In cerca di me stesso
E quando? Quando
s'estinguerà la mia sete?
quando, sparsa la cenere, di questa
soma, al vento, potrò spedito andare
e ritrovare me stesso?
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|
| Anche la seconda, dopo un inizio
sfiduciato, in parte mitigato dal paragone con Gesù-uomo, conclude con una amara
constatazione e con un interrogativo: |
Il mio destino
Andare, andare sempre
è il mio destino:
ma verso quale mèta,
spellandomi le piante
e tutto insanguinato,
mi trascino?
---
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Solo
l'ultima, che riporto
a destra, pur macabra nell'inizio, termina
con un verso di fiduciosa speranza:
«Non intristire, no! Risorgerai». |
S'aspetti il sole...
Un morto se ne va ch'è notte gelida.
Oh, com'è duro uscir di casa al buio
e al lugubre stupore delle stelle!
Ed è sì lungo e sì penoso il viaggio,
che non s'arriva mai al camposanto...
Dunque non s'è trovato per quel morto
un buco - nella casa che fu sua -
dove fargli passare meno tetra
la prima notte del riposo eterno?
lo ho paura del buio e del freddo
notturno. E imploro che, quando la Morte
m'avrà mozzato l'ultimo respiro,
s'abbia di me pietà. Si aspetti il sole
pria di scacciarmi dalla casa mia
ospite inviso. Solamente il sole
risveglia la natura, perché dia
un estremo saluto a chi si parte;
ed insegna la via del camposanto
e suggerisce ai queruli cipressi
di dar conforto e bisbigliare all'ospite
nuovo, già diaccio e sfatto e difformato:
«Non intristire, no! Risorgerai ».
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Dopo aver tracciato e documentato la dodicenne vita de «La Tradizione» e aver
visto Vincenzo Schilirò nelle sue diverse funzioni di redattore, di condirettore
per la sezione Letteratura e poi di direttore unico, e nel suo ruolo di storico,
di filosofo della religione, di modernista, di critico letterario ed estetico,
siamo arrivati alla sua natura primigenia di poeta.
E chiudiamo, riportando il suo «congedo» per la cessazione delle pubblicazioni
della Rivista, nel quale esprime il suo «rammarico per il bene che essa avrebbe
potuto continuare a fare», fiducioso, però, nella «Provvidenza».
Accennando, quindi, alle «condizioni di isolamento degli scrittori cattolici e
alla diffidenza della cultura laica nei loro riguardi» afferma che la Rivista
«ha avuto uno scopo e può vantare dei notevoli successi» che saranno perseguiti
dai «tanti gregari che da essa hanno attinto energia e spirito di solidarietà»;
Auspica aiuti dal Cielo più che dagli uomini» perseguibili con la preghiera,
augurandosi il sorgere di «altra iniziativa di intellettuale apostolato [...]
per la grandezza della patria e della civiltà cristiana».
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LA TRADIZIONE
RIVISTA DI ARTE E DI CULTURA
ANNO XII - NOVEMBRE-DICEMBRE 1939-XVIII
Con questo numero LA TRADIZIONE cessa le sue pubblicazioni. Ciò
consigliano la gravità del momento storico ed altri specialissimi
motivi.
Dandone l'annunzio non nascondiamo il nostro rammarico.. Sebbene
persuasi che dodici anni di vita, ora più ora meno intensa, non
sono pochi per una Rivista quale Pietro Mignosi l'aveva creata,
riteniamo che essa avrebbe potuto continuare a far del bene. Ma
noi, più soldati che scrittori, siamo abituati a far tacere i
nostri sentimentalismi e a metter da canto le nostre vedute, onde
regger meglio nei segni immancabili della Provvidenza.
Per chi rammenti quali fossero, dopo la guerra europea, le
condizioni d'isolamento degli scrittori cattolici e la diffidenza
della cultura laica nei loro riguardi, questa Rivista, elemento di
coesione e simpatico mezzo di approccio, ha avuto uno scopo e può
vantare dei notevoli successi: i quali potrebbero avere benefica
ripercussione sopra un non lontano avvenire. Chè, se questo
vessillo di culturale indipendenza si ammaina, tanti suoi gregari,
che da esso hanno attinto energIa e spirito di solidarietà,
rimangono in piedi, pronti ad altre battaglie.
Questo, senza dubbio, è un periodo in cui, più che dagli uomini,
bisogna attendere dal Cielo gli aiuti; e quindi alle parole
scritte (che pochi leggono e purtroppo con insufficiente serenità) son da preferirsi il raccoglimento e la preghiera. Poi, quando il
Signore concederà agli orizzonti europei una buona e duratura
schiarita, sarà nuovamente il caso, come è nostro augurio, che
sull'esempio di TRADIZIONE sorga qualche altra iniziativa
d'intellettuale apostolato, intorno a cui gli studiosi siciliani
possano più stabilmente riunirsi, per collaborare, nella misura
che la loro invidiabile capacità consente, alla grandezza della
patria e della civiltà cristiana. V. S. |
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