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Alba (romanzo,
E. Gargano editore, Cesena 1890)
La Fata Morgana (Messina 1.3.1891):
«(…) Con questo lavoro l'A. ha già ottenuto quello che molti desidererebbero
- esso ha sollevato delle discussioni e d'elle polemiche vivaci le quali non
sono giovate, com'è delle vere opere d'ingegno, che a fare risaltare viemaggiormente i pregi del lavoro (…). Una squisita analisi del sentimento,
una delicata e finissima conoscenza del cuore umano, un amore, della verità
che vince e sorpassa ogni illusione riscontrasi in questo romanzo il cui
contenuto, dalla tessitura semplice e senza scene a sensation,
interessa ed avvince il lettore che passa di emozione in emozione, di
diletto in diletto; vivendo delle gioie, delle ebbrezze, dei dolori e delle
passioni dei personaggi.
Quando ci viene offerto tanto tesoro di pregi si dimenticano, quasi, le
severe esigenze della critica, sfuggono le mende più o meno gravi ed
obliando che si legge un libro si crede udire una simpatica voce.»
… Il racconto del Cimbali è «narrato con quella spontaneità e quella
naturalezza che due critici eminenti, Voltaire e Baretti, additano come
egregio magistero di stile.
Un'altra lode che devesi dare al Cimbali è questa, che nel suo romanzo egli
non si abbandona mai alla vaghezza di produrre effetto, alla compiacenza di
popolarizzarsi col rendersi complice delle idee dominanti. – E’ questo, in
tanta mania d'imitazione, è per me, uno dei maggiori pregi del volume.»
Pietro Bianco
Le conversazioni della Domenica, (Milano 10.11.1890):
«A proposito di modernità (impressioni letterarie) - Fra i romanzi italiani da me
ultimamente letti, merita speciale menzione quello dal titolo Alba di
Giuseppe Cimbali - scrittore già favorevolmente noto nella cosidetta repubblica
letteraria per acuti ed interessanti studi scientifici e di critica d'arte,
rivelanti senza dubbio un colto ed intellettuale buongustaio ed un'anima di
artista. (...)» [Giuseppe Benetti]
Gazzetta d’Arte, Roma 15.10.1890:
«Queste cronache letterarie non si
potevano aprire con un nome più simpatico come quello di Giuseppe Cimbali.
L'autore di Alba è molto conosciuto e stimato qui, e, sono appena pochi mesi,
l'annunzio di una sua conferenza su Nicola Spedalieri, bastò a far riempire la
vastissima Aula magna della nostra Università, ciò che suole avvenire
molto di rado.
Il Cimbali appartiene a quella forte schiera di giovani che sembrano nati per la
lotta, che in mezzo alle cure che impone loro la conquista di una posizione
sociale, sanno crearsi un nome nel mondo letterario. Anzi l'attività del
Cimbali, attività veramente sorprendente, si è esplicata doppiamente, nel campo
scientifico e in quello artistico. Queste due strade, che generalmente si
ritengono opposte fra loro, Giuseppe Cimbali le ha battute insieme, e, si può
affermare, con successo. Oggi è un'opera di filosofia del diritto ch'egli manda
fuori, domani è un immenso volume di bozzetti; un giorno fa la biografia di
Nicola Spedalieri – biografia che è un vero monumento innalzato alla memoria del
sommo filosofo siciliano - e un altro scrive un romanzo.
E sempre, gravante sopra la libera produzione dell'ingegno, l'adempimento ai
suoi doveri d'ufficio, la pesante catena burocratica.
Questo interessante tipo di lavoratore è degno dunque di molta attenzione, e la
sua opera va studiata, non dico con indulgénza, perchè proprio non ne ha di
bisogno, ma con grande simpatia.
Alba è il suo primo romanzo; con tutto ciò questo libro non ha niente di quelle
incertezze, di quelle disuguaglianze di che si riscontrano quasi sempre nel
primo esperimento di chi tenta un genere nuovo. Così com'è, il romanzo del
Cimbali dimostra di essere stato scritto con sicurezza, con la coscienza netta e
anticipata delle proprie vedute, dei propri intendimenti, del fine proposto.
La storia è semplicissima, come sono semplici in generale le storie umanamente
vere. Un uomo, un giovane che nell'oscurità e nell'umiltà del proprio stato si
sostiene e si conforta col pensiero di ciò che sarà un giorno (…)» [Ferdinando
De Giorgi] |
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La Volontà Umana
L’Imparziale, indicatore
politico commerciale, Anno XII, n. 217, Messina, Giovedì 19.9.1889:
«Quel che si stampa
Giuseppe Cimbali e la nuova opera “La volontà Umana in rapporto
all’organismo naturale, sociale, giuridico”
L'egregio avv. G. Cimbali, dopo pochi mesi dalla pubblicazione della sua più
bella opera "Nicola Spedalieri" frutto di dieci lunghi anni di sudori, dava
alla luce un altro lavoro artistico "Dormiveglia". Si poteva credere, senza
tema d’andare errati, che il valoroso scrittore avrebbe fatto trascorrere un
pò di tempo per impiegarlo a raggranellare delle altre idee, coordinarle e
sistemarle, pria di far leggere il suo nome in testa ad altri nuovi volumi.
Niente di tutto ciò: Dopo tre mesi dalla pubblicazione del "Dormiveglia"
ecco che vien fuori ora con una nuova opera scientifica "La Volontà umana in
rapporto all'organizzazione naturale, sociale, giuridica.”. E’ inconcepibile
come mai un'intelligenza, per quanto vasta, sia capace di dare frutti cosi
abbondanti e in alcun tempo cosi squisiti...
[...] Chi più meritevole di colui, il quale si sacrifica e sgobba pel bene dell'umanità?
Pregi però ne ha il libro del Cimbali, e ne ha molti, che se tutti li
volessi enumerare, anche di volo, andrei per le lunghe e stancherei, certo,
la pazienza dei lettori.
Mi riservo solo far notare che in quell'opera l'autore delle "Confessioni
d'un disilluso" e dei "Giorni solitari" ci si presenta severamente ravvolto
nella veste del filosofo, mentre, negli altri suoi scritti, si è mostrato
artista e pensatore insieme. Ci ha voluto dimostrare tacitamente che a fare
un pò di filosofia netta e cruda, scompagnata dall'arte, ci vuol poco per
lui, e che anche lui sa dilettare in un lavoro serio senza ricorrere agli
slanci sublimi, ai coloriti penetranti, propri dei poeti, e dei quali è
artisticamente prodigo nelle altre sue opere. [...]» (Rosario Reganati di
Dom.)
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Il diritto del più forte
(Saggio di scienza sociale e giuridica, 1892, L. Roux e C. Editori)
Il Popolo romano (anno XX, n. 254, Roma
14 Settembre 1892):
«In questo libro di speculazione filosofico-giuridica l'autore interpreta la
parola forza nel senso di capacità e ne stabilisce una
ragionevole proporzione col diritto. Pare a lui che tutta la critica
astratta fatta in ogni tempo alla struttura della umana società, scaturisca
dal falso metodo di non tenere in verun conto, negli studi sociali e
giuridici, l'importanza fondamentale di questa proporzione. Egli trova
giusto, insomma, che nel mondo abbia chi più dà, che sia più considerato chi
rappresenta qualcosa più degli altri, e che abbia maggiori diritti chi ha
una maggiore forza o capacità fisica, morale, intellettuale, economica,
civile e politica. Da questo punto di vista l'autore giustifica le profonde
disuguaglianze sociali, come quelle che hanno fondamento nella natura e
quindi nel diritto.»
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Venere capitolina (Romanzo)
In questa recensione il libro di Giuseppe Cimbali viene accusato d’essere
immorale, “inquinato, qua e là, di pornografia” e che, pieno di ciarpame zoliano, sarà messo
“all'indice dalle mamme e dai mariti gelosi delle loro figliuole e delle
loro mogli”.
Alla fine della recensione, la redazione però prende le distanze dall'autore
dell'articolo e tiene a
precisare che « ...pur lasciando piena libertà di apprezzamento ai nostri
cooperatori, avvertiamo che gli scrupoli, manifestati dall'autore di
quest'articolo intorno a un'opera d'arte come Venere Capitolina, non
sono punto nostri»
fece urlare allo scandalo tutto il
coté prude della nuova Roma: e difatti con questo romanzo il Cimbali si
è spinto al più alto e pericoloso punto del così detto naturalismo, fino a
toccare le scabrose vette del décolleté. Editore ne fu Edoardo Perino,
che ne ricevette la sua parte di rimproveri. Il Cimbali ripiegò da quella
strada così selvaggia ed aspra e forte, e tornò nel sereno golfo della
filosofia
Pensiero ed Arte, rivista quindicinale di lettere, arti, teatri e sport,
Anno II, n. 1 Roma 4 Aprile 1895:
«Romanzo romano contemporaneo di Giuseppe Cibali - Roma, E. Perino Editore,
1895, Vol. di pagine 272, L. 1,50.
Il nuovo libro di Giuseppe Cimbali, edito dal Perino di Roma, s'intitola
audacemente: Venere Capitolina - Romanzo romano contemporaneo.
Contemporaneo?
Con quello stupendo titolo, che ci fa apparire la dolce
visione della più seducente deità pagana e rievoca le forme bellissime della
più perfetta statua di donna dell'antichità? Cosi è. Benchè il romanzo del
geniale autore di Alba si svolga nei nostri tempi e si riferisca a
Roma odierna, pure il piacevolissimo tema può dirsi pagano; proprio.
É un buon libro d'arte, inquinato, però, qua e là, di pornografia. Per molti
non sarà difettoso e quei molti considereranno il lavoro facendo astrazione
dai danni che può recare alla gioventù la scoperta delle nudità afrodisiache
di cui sembra si compiaccia l'autore (e la macchietta di Don Sebastiano
Cavallo vagheggiante i sergentini d'artiglieria n'è una prova eloquente).
Per pochi, invece, (e tra quei pochi mi metto anch'io, ossequente ai miei
puri ideali artistici) Venere Capitolina è un libro immorale, non in
tutte le pagine e non per il fine a cui tende, ma specialmente per la forma
un pò rude, uscente dai limiti della convenienza, della decenza. Ammesso
anche il tipo di Don Prospero, reso fedelmente dal Cimbali ma, forse,
riuscito un pò troppo filosofo e un pò meno uomo di quello che
avrebbe dovuto essere, non credo che i pregi di un buon romanzo consistano
nell'indugiarsi alquanto nella descrizione minuta di sensazioni prodotte
dalla vista e dal tatto eccitati dalla concupiscenza.
V'era, proprio, bisogno, nella scena di seduzione, in cui Augusta si rivela
in tutta la sua nefandezza, che lo scrittore, pur accennando alla lotta
sostenuta da Don Prospero recalcitrante alla voluttà, facesse constatare dal
suo protagonista casto le prove manifeste della sua innocenza?
Ah, che l'ombra benefica di Nicola Spedalieri a te cara, te la perdoni, mio
buon Beppino!
Tu hai voluto presentarci un uomo che, a grado a grado, procede alla lenta
conquista intellettuale della donna e che fugge le tentazioni femminili e
poi, immedesimato come tu sei nel tuo eroe, adoperi uno stile che fa a pugni
con le altre pagine del tuo romanzo pieno di buone e di belle cose. Confessa
che tu sei stato vinto dalle false attrattive della cosiddetta «scuola
verista ». Non è vero che l'arte, l'arte vera, debba presentare con bella
forma il brutto ed il laido. Perdonami l'aggressione e, se il Perino
ristamperà la tua Venere Capitolina - il che io auguro a te,
all'editore ed ai lettori -spogliala del suo ciarpame zoliano e mostrala nuda, come tutti l'ammirano, fra
i capolavori della scultura, nelle splendide sale del magnifico Museo
Romano.
Nel primo capitolo del tuo romanzo, specialmente, ed in altri tre o quattro,
io riconosco la tua valentia di letterato colto e gentile. Perchè non ci hai
regalato altre pagine auree come quelle traboccanti di satira mordace
dell'amena adunanza degli Arcadi morituri nel Bosco Parrasio; come quelle
rilevanti la tua conquista intellettuale di Roma antica; come quelle piene
di verità sulle serie difficoltà della vita sociale nella Capitale d'Italia?
Perchè hai voluto insozzare, con tre o quattro pennellate di fango, il tuo
quadro che splendeva di luce vivida nei colori smaglianti sapientemente da
te adoperati e scelti dalla tua ricca tavolozza? A te non manca
l'immaginazione fervida che per lo più è deficiente nei novellieri e nei
romanzieri odierni ed hai ottime qualità di osservatore profondo e di
psicologo punto noioso e di filosofo non mediocre; ma, credilo, le pagine, a
cui ho accennato e con rincrescimento, guastano l'economia del tuo lavoro
più che tu non lo pensi e lo faranno mettere all'indice dalle mamme e dai
mariti gelosi delle loro figliuole e delle loro mogli.
E l'interessamento che tu fai nascere nel lettore con le bellezze sparse a
piene mani nel tuo romanzo, acuito anche dalle indiscrezioni commesse a
danno od a favore di alcuni uomini noti a chi dimora nella Capitale e da te
celati sotto i facili pseudonimi di Monsignor Grecolini, Curiazio Barocchi,
Libero Giocondi, il senatore Mattoni, l'ingegnere Balsamo, lo scultore
Salvato Biagetti, ecc., non viene compensato che in parte dalla cattiva
impressione prodotta da quei periodi lubrici usciti dalla tua penna forse
senza che tu, nella foga dello scrivere, abbia abbastanza compreso quanto
stonino nell'armonia geniale del tuo romanzo, ricco di episodi
attraentissimi ma troppo pagano in quei punti, per essere veramente
contemporaneo.
Onorato Roux»
Quest'altro critico, invece, più liberale, pur giudicando "Venere capitolina"
«forse un po' troppo audace in alcune pagine» sostiene che ciò «gli
alienerà molti animi, ma che (quelle pagine) non tolgono il pregio al romanzo».
Opinione liberale, del 10 Maggio 1895:
«Dal titolo un po' audace e che può recar qualche danno alla fortuna del
libro, si ha una preventiva sensazione del romanzo tutta diversa da quella
che si prova poi realmente. Infatti il lettore rimane sorpreso dal nuovo
ambiente, dall'originalità dei tipi, dalla eccentricità dell'azione,
dall'insieme di tutto il romanzo che si discosta di gran lunga dall'andazzo
dei modernissimi scrittori. Eppure il Cimbali si è assoggettato alle leggi
imperanti della scuola psicologica e verista, senza mostrarsene altero
seguace; ha analizzato minutamente, seguendolo passo per passo, il carattere
di un uomo che, ingolfato fino alla gola di pratiche e teorie religiose,
slanciato nel mondo, dopo una terribile e disastrosa lotta con lui, rimane
vinto e torna alla portata degli altri uomini. Forse il carattere dell'avv.
Spaccaforno è un po' troppo esagerato nelle linee generali e nelle
particolarità; ma, dato quel tipo, dato quell'ambiente in cui visse, lo
svolgersi degli avvenimenti vien naturale e consentaneo alle esigenze del
vero.
Una schietta vena di umorismo profuso a piene mani in tutto il libro
rinfranca l'anima del lettore annebbiata ed abbuiata dai truci drammi dei
romanzi e della scena, e stancata dagli studi interminabilmente psicologici
che s'imbastiscono giornalmente.
Pagine splendide ha il libro del Cimbali, laddove descrive con finissima
satira un'adunanza arcadica nel Bosco Parrasio, l'arte antica ed i
sentimenti che agitano l'animo nostro avanti alle più belle manifestazioni
di essa, dove vivacemente descrive l'ambiente di Roma moderna, l'interno
d'una famigliuola che strappa appena la vita con gli avanzi di una mensa
ducale, ed alcuni tipi, celati sotto immaginari nomi, e che io, come molti,
hanno conosciuto o sentito dire.
Perfetta l'inquadratura del romanzo, a cui francamente toglierei alcune
pagine che nuocciono al libro. Forse il Cimbali è un po' troppo audace in
alcune pagine; il che gli alienerà molti animi, ma che non tolgono il pregio
al romanzo.
La parola, la frase scorre facile, un po’ troppo abbondante forse; ma che ha
il gran merito di esprimere giustamente un'idea, di darci tutta la
vivacissima fantasia dell'autore.
Nell'insieme è questo libro un'opera d'arte che afferma ed accresce la fama
del Cimbali, da cui molto attendiamo ancora nella speranza, in gran parte
realizzata, di un perfezionamento più intenso, più fine, più supremamente
artistico, giacchè egli possiede tutte le qualità, d'eccellente scrittore.»
Ancora nel 1899, il Caffaro, quotidiano romano, così
scriveva sul romanzo di Giuseppe Cimbali
«...
Venere Capitolina, fece urlare allo scandalo tutto il
coté prude della nuova Roma: e difatti con questo romanzo il Cimbali si
è spinto al più alto e pericoloso punto del così detto naturalismo, fino a
toccare le scabrose vette del décolleté. Editore ne fu Edoardo Perino,
che ne ricevette la sua parte di rimproveri. Il Cimbali ripiegò da quella
strada così selvaggia ed aspra e forte, e tornò nel sereno golfo della
filosofia, ...» |
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L’agonia
del secolo
(Roma, Casa editrice Italiana, 1899)
L’Avanti (Roma, 4 Luglio 1899):
«… Io non mi intendo di agonie, tanto meno
di agonie di secoli e non so che dire del contenuto di questo libro. Osservo
solo che il libro si fa leggere, e non malvolentieri, per isconfortanti che
siano le cose dette in esso. Ma il lettore pensa che il diavolo non è tanto
brutto quanto si dice, e tira avanti. Come critico, una sola cosa mi
permetto di appuntare: la forma non tanto elegantemente Italiana. Il Cimbali
non se n'abbia a male, ma il suo fraseggiare è un po' troppo secentista. […]»
Caffaro, Roma, 24 luglio.
Il Quarto Potere a Roma. Giuseppe Cimbali.
Giuseppe Cimbali ha dato alla luce un nuovo, ma non ultimo volume:
L'agonia del secolo.
E' una lunga e dotta disquisizione su questo secolo che se ne va, secolo
della nevrastenia, della carta stampata e di quella bollata; ed è una
disquisizione gravida di osservazioni acute ed argute, vera sintesi morale
di questo secolo che muore.
Il Cimbali esordì con un volume di filosofiche osservazioni «Confessioni di
un disilluso», che mostravano già la meta alla quale lo scrittore sarebbe
arrivato. Poi vennero Giorni solitari, Terra di fuoco, Dormiveglia, Alba
Fedeli, Il libro nuziale.
Tentò la novella con due o tre non felici ma fortunati volumi; e con un
romanzo, Venere Capitolina, fece urlare allo scandalo tutto il
coté prude della nuova Roma: e difatti con questo romanzo il Cimbali si
è spinto al più alto e pericoloso punto del così detto naturalismo, fino a
toccare le scabrose vette del décolleté. Editore ne fu Edoardo Perino,
che ne ricevette la sua parte di rimproveri. Il Cimbali ripiegò da quella
strada così selvaggia ed aspra e forte, e tornò nel sereno golfo della
filosofia, facendosi apostolo fervente dello Spedalieri, e combattendo
giorno per giorno perchè al filosofo di Bronte fosse elevato un monumento
degno di colui che ha dettato i Diritti dell'uomo.
Anche in quest'ultimo volume L'agonia del secolo, non manca
l'obbligatoria invocazione allo Spedalieri, anima dell'anima sua, e il colpo
di freccia al Lombroso e alla sua scuola, della quale il Cimbali è un
avversario convinto.
Giuseppe Cimbali ha scritto qua e là in varii giornali, ma sempre, o quasi,
di cose gravi. La Venere Capitolina fu una parentesi, che il Cimbali
presto rinchiuse: e fece bene. Egli ha mostrato di ricordarsi che non
bisogna abusare di tre cose: Bacco, tabacco e venere... capitolina. [Mario
De’ Fiori]
La Cassazione unica (Roma, 24 gennaio 1900):
«Una corsa interessante ed istruttiva attraverso tutto il campo della
sociologia contemporanea, un riassunto di tutte le principali questioni che
hanno affaticata la mente umana in questo secolo, una requisitoria in veste
poetica contro la società moderna, ecco la sintesi di questo elegante
volume, che si fa leggere con diletto (…)».
La Scintilla (Catania, anno VII n. 16 del 15 Agosto 1900):
«L'Agonia del secolo è il migliore documento umano del clinamen di
uno scrittore. Giuseppe Cimbali nel silenzio del suo studiolo, nella casa
paterna della natia Bronte, o a Napoli, seduto forse al tavolino dove pur sedeva
il fratello Enrico, il compianto giurista innovatore, svolgeva, addottrinandolo,
il temperamento dei suoi conterranei, specialmente di quel Nicolò Spedalieri che
in lui ha trovato il commentatore, come Kant in Fiche …». [A. Fr. Sorrentino]
Una recensione di Luigi Capuana:
La Tribuna (Roma, Martedì 19 Settembre 1899):
«Quarta lettera all’assente
Carissima amica,
Mi pare di vedervi e di sentirvi ancora, come la mattina dopo che v' avevo
portato a leggere l'Agonia del secolo di Giuseppe Cimbali. La vostra
diffidenza per certi libri mi aveva fatto sorridere; non li leggete volentieri o
non ci è verso d’indurvi a leggerli perchè, voi dite, mortificano il vostro amor
proprio quando non li intendete compiutamente. Troppo elevati per la nostra
cultura femminile, voi li buttate, tagliati qua e là, nel piano inferiore di
quel leggiadro mobiletto di bambù, il cui primo piano è riserbato ai libri che
hanno la fortuna di piacervi; ed io, entrando nel vostro salottino, capisco
subito, con un'occhiata, se il volume dàtovi a leggere è fra i fortunati o no.
Quella mattina mi accorsi anche che il libro del Cimbali era stato buttato là
con mala grazia, con sdegno. Ne fui meravigliato e non vi nascosi la mia
meraviglia.
Scattaste. Raramente vi ho visto così indignata e, scusate, così ingiusta.
Avevate scorso poche pagine, a metà e verso la fine del volume, e questo era
bastato per spingervi a fare la furiosa requisitoria, che mi risuona ancora
negli orecchi e mi mette di buon umore, come tutte le scappate brillanti e piene
di spirito di cui voi avete il segreto.
Quella volta, per eccezione, io avevo letto il volume prima di voi, e per ciò
potei rispondervi, e farvi osservare che, per lo. meno, esageravate. Credevo di
avervi un po' convinta, vedendo che stavate ad ascoltarmi, quantunque le vostre
mani irrequiete tormentassero la catena Cyrano de Bergerac (si chiama
così?) a cui era appeso il ventaglino, e la punta di uno dei vostri piedini si
agitasse frequente appena affacciata all'orlo della ampia vestaglia color crema.
Invece voi meditavate la replica con cui investirmi e farmi tacere. Tacqui
infatti, quasi vinto più che da altro, dal vostro intuito. Le poche pagine lette
erano state sufficienti per farvi comprendere l'insieme di quel libro e
quest'insieme v'indispettivava. Oh, voi siete modernista a tutt'oltranza.
Il secolo XIX, per voi, è il migliore dei secoli che sono stati finora, e non
soffrite che se ne dica male, pur riconoscendone i grandi difetti. (…)
Del resto, sappiate, cara amica, che il Cimbali ha fatto, a modo suo, quel che
tant'altri, in Francia, in Germania, in Inghilterra, in America, sui giornali
quotidiani, nelle riviste, in volumi, hanno già fatto e continuano a fare
intorno al nostro secolo in fine di vita. Tutti sono attorno al suo letto di
morte, tutti gli rivedono i conti addosso, assistendo quasi con gioia ai rantoli
della sua agonia. Non veggono l'ora che tiri l'ultimo respiro. (…)
…voi siete stata eccessiva ed ingiusta verso il libro del Cimbali. Vi è sfuggita
la sua caratteristica. E' quel che i francesi chiamano une boutade,
nient'altro; un pretesto di conversazione, di umore (non sempre spontaneo e ben
riuscito) una manciata di verità e di esagerazioni lanciata attorno, come
una manciata di grano sui solchi, che fa riflettere, fa sorridere, e qualche
volta anche alzare le spalle, come le alzate voi quando certe cose non vi vanno.
(…)
Luigi Capuana»
Gran Mondo, settimanale illustrato, anno II, n. 22 Roma 1°
Giugno 1899:
« ...libro denso di dottrina e degno
del forte ed originale ingegno dell'autore. È vero, dunque, il secolo muore,
lentamente, ed ogni volta che il sole tramonta, è un giorno di vita che
passa per questo vecchio decrepito, che si spegne senza destare alcun
rimpianto.
Non un'urna cineraria niellata d'oro si prepara per questo vecchio
agonizzante, che si adagierà nella fossa non rivestito nemmeno di quel
rutilante peplo materiato di sangue, di cui pure si rivesti il suo grande
predecessore, nell'estrema ora.
Quali sono le sublimi glorie di questo vegliardo morente, quali le supreme
infamie?
Il chiaro scrittore siciliano col suo ingegno arguto e profondo, qualche
volta anche paradossale, ha voluto contro l'agonizzante pronunziare una
fiera requisitoria e col suo occhio di filosofo serenamente pessimista, ha
indagato tutti i più ardui problemi politici e sociologici che agitano la
coscienza moderna, in questa tumultuosa fine di secolo. (…)
Queste sono le principali quistioni che Giuseppe Cimbali sfiora, in questo
suo libro originale che riesce tanto dilettevole a leggersi, malgrado la
serietà della sostanza, per la forma sempre fosforoscente, per l'arguzia
della frase, per l'ironia versata a piene mani, ironia che talvolta arriva
anche al sarcasmo violento e forse ingiustificato come quando parla della
nuova scuola criminale positiva, tante verità dalla quale sono ormai
state accettate da tutti gli scienziati (…)
Francesco Carbone» |
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La Città terrena, Casa Editrice Nazionale Roux e
Viarengo, 1906, pagg. 400, L. 5
La Tribuna (anno XIII, n. 356, Roma 23.12.1905,): «Essa,come il titolo stesso annunzia, dovrebbe essere l’antitesi della Città
di Dio di S. Agostino; e , come questa sintetizzò lo spirito medioevale, -
così quella dovrebbe essere la massima espressione dello spirito moderno.
Inoltre, tenderebbe ad essere il contrapposto di tutte le utopie antiche e
moderne, dalla Città del Sole, di Campanella, all’Utopia Moderna del Wells.»
Ampi stralci del libro furono pubblicati dai principali giornali italiani
con i titoli che seguono:
La Patria (Roma 10.2.1906, n. 41): “L’utopia religiosa”
Dibattimenti – polemiche della vita odierna (Roma 18.2.1906 n. 7): “La
dannazione de’ potenti ed il conforto degli umili”)
La Gazzetta di Venezia (25.2.1906): “Il mondo sta bene come sta”
L’Idea Liberale (rivista settimanale di politica, sociologia ed arte,
n. 8 del 18.2.1906, Milano: “Del fare il male legalmente…”
Il Ventesimo (Genova 18.3.1906, anno V, N. 10): “L’estetica delle
irregolarità”
L’Ora (Palermo 12.2.1906, anno VII n. 43): “La necessità delle guerre”.
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Vasta eco ebbe sulla stampa nazionale la prolusione che,
mentre dilagava la guerra in Europa, Giuseppe Cimbali, tenne nel Dicembre 1914 inaugurando il suo corso di filosofia del Diritto
nell'Università la Sapienza di Roma.
L’Idea Democratica, anno II, n. 49,
Roma 5 Dicembre 1914:
«Gli insegnamenti della guerra e la Democrazia internazionale
«Abbiamo sott'occhio il testo della prolusione al suo corso di Filosofia
del diritto nella Università di Roma che il prof. Giuseppe Cimbali dirà il 5
dicembre.
L'egregio professore rileva come in quest'ora tragica della storia si vada
affermando che ha fatto completo naufragio il Diritto internazionale, mentre
invece non solo egli conserva intatta la fede in un avvenire migliore per il
genere umano, ma crede che certi sintomi della conflagrazione stessa che si
sta svolgendo, siano elementi sicuri a sostegno di quella fede. […]
Eppure dall’attuale sconvolgimento sorgono voci rivelatrici e come nelle più
disumane esplosioni della tirannide interna veniva germinando la libertà
degli uomini, così nel baratro della presente conflagrazione internazionale
viene trovando il suo «humus» fecondatore la indipendenza dei popoli. La
coscienza dei popoli ci viene, attraverso gridi di dolore, manifestando
bisogni fondamentali che dovranno essere elevati a dignità di diritti: come
raccogliendo i gridi di dolore degli uomini oppressi potè concepirsi,
proclamarsi, tradursi in legge il Diritto interno, così, raccogliendo i
gridi di dolore dei popoli debellati e conquistati, dovrà concepirsi,
proclamarsi, tradursi in legge il Diritto internazionale. […]
Ormai la conflagrazione presente deve ammonirci che nulla valgono i
diritti degli uomini senza il riconoscimento dei diritti dei popoli; che
nulla vale la giustizia interna la finchè può essere facile preda del
brigantaggio internazionale; che nulla vale la Democrazia fra gli individui
senza costituire la Democrazia fra i popoli. L'Assemblea nazionale della
Prima Repubblica Francese pensò ad una dichiarazione dei Diritti dei popoli
ma non la tradusse in atto; si deve ora diffondere la persuasione che il
disconoscimento dei Diritti dei popoli non può che tradursi nel
disconoscimento dei Diritti degli uomini. […]»
Il Messaggero,
Roma 7 Dicembre 1914: "Diritti
degli uomini e diritti dei popoli"
La Vittoria, anno I, N. 141, Roma 8
Dicembre 1914: "Le Università e la guerra"
Corriere di Catania, 6 Dicembre
1814: "Gli insegnamenti della guerra, per la fede nella Democrazia
internazionale" (il giornale catanese pubblica un ampio sunto del "magistrale
discorso pronunziato dal professore Cimbali nella sala IV dell'Università di
Roma")
Dibattimenti, anno XVIII, n. 3,
Roma 15 Febbraio 1915: "Bancarotta del diritto delle genti?" |
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Ragione e Libertà, Athenaeum - Roma, 1916
«E' una nuova raccolta di saggi che, tra un libro organico ed un altro, il
valente insegnante dell'Università di Roma lancia al pubblico. Non si deve
credere però che frammentaria ed inorganica sia questa nuova collana di scritti,
cementata ed avvivata, come è, da un'unica idea animatrice. Nell'eterno
contrasto di idee tra il materialismo e l'idealismo, che rappresentano i due
poli opposti, tra i quali ha oscillato sempre il pensiero umano, il
Cimbali prende una posizione sua, non per conciliare ecletticamente
l'inconciliabile ma per arrivare ad una sintesi superiore. Secondo il Cimbali,
l'ideale è solo nell’uomo, la cui vita è tutta un’ideologia - benefica o
malefica - realizzata. L’ideale, invece, non è nè può essere nell'universo, che
è puro meccanismo. L’uomo si serve della materia per attuare i suoi ideali, e la
civiltà è fatta di coscienza e di libertà: sopprimere uno di questi suoi
elementi costitutivi significherebbe distruggerla. A queste idee è ispirato il
presente libro scritto in una forma limpida e viva.»
(Il Secolo, anno LI, n. 18041, Milano 24 Luglio 1916) | |