LE CARTE, LE PERSONE,  LA MEMORIA...

I fratelli Cimbali, Giuseppe

I personaggi illustri di Bronte, insieme

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Tutti gli scritti di Giuseppe Cimbali


Libri vari

G. Cimbali, funzionario ministerialeConfessioni d‘un disilluso, Roma, Bocca Editore, 1882

Giorni solitari, Roma, Tipografia A. Paolini, 1884

La mia stanza al Ministero, Roma, Tipografia Centenari, 1886

Terra di fuoco - Leggende siciliane, Roma, Ed. Molino, 1887. Terra di fuoco è stato recentemente ristampato in una seconda edizione curata da Giorgio Pannunzio.

Donne in calzoni ed uomini in gonnella, Roma, Ed. Molino, 1887

Dormiveglia, Parma, Battei, 1889

Alba, Cesena, E. Gargano Ed., 1890

Treccie di donna, Roma, Ed. Perino, 1890

Libro Nuziale (150 copie f. c.), Roma 1890

Venere Capitolina, Roma, E. Perino Editore, 1895

L’agonia del secolo, Roma, Casa Editrice Italiana, 1899 (1902 2a ediz. - 1907 3° ediz.)

Gonnelle, Roma, Ed. Voghera, 1905

Infanzia e giovinezza di illustri italiani contemporanei, voll.3, Firenze 1910

L’Anticristo, Roma, Tip. Nazionale, 1912

L’Amicizia, (1880 – 83) manoscritto inedito

Una lettera inedita di N. Spedalieri, Roma, Tip. A. Paolini, 1885

Lettere di Placido De Luca ad A. Cimbali, Roma, Tip. Centenari, 1897

Ricordi d’infanzia e di giovinezza, Roma, Tipografica Editrice 1913

Baruffe Chiozote, (lettera al prof. Francesco Schupfer da Chioggia), Roma, Tip. Miliani e figli, 1899

Agli elettori del Collegio di Bronte, Catania, tip. S. Di Mattei & C., 1913

Psicologia di una diffamazione, Catania, Ed. Giannotta, 1914

Per le prossime elezioni generali politiche, Roma, Tip. Centenari, 1908


Scritti su N. Spedalieri

N. Spedalieri pubblicista del secolo XVIII, Voll. 2, Città di Castello, Lapi, 1888

L’anti Spedalieri, ossia despoti e clericali contro la dottrina rivoluzionaria di N. Spedalieri, documenti e frammenti raccolti, Torino, Ed. U.T.E., 1909

La Corte di Roma e N. Spedalieri nella rivoluzione francese, Firenze, Ed. Ademollo, 1883

Il monumento di N. Spedalieri in Roma ed il suo significato politico, Roma., Ed. Loescher, 1903

L'arte di governare di Nicola Spedalieri, con prefazione (S. Lapi Editore, Città di Castello, 1886,

N. Spedalieri e la sua influenza nel trionfo della moderna democrazia, Bologna, Ed. Fava, 1891

Per un monumento a N. Spedalieri in Bronte, Adernò, Tip. Longhitano, 1889

Inaugurandosi un busto di N. Spedalieri, Roma, Tip. A. Paolini, 1886

La Sicilia e il monumento a N. Spedalieri in Roma, Palermo, Ed. Remo Sandron, 1901

N. Spedalieri propugnatore e martire della sovranità del popolo, Roma, Unione Coop. Editrice, 1903

Spedalieri (discorso di G. C. tenuto a Bronte il 13 ottobre 1878), Napoli, Ed. De Angelis, 1879

Agli albori della rivoluzione italiana – Un libro contro Spedalieri condannato al rogo dai rivoluzionari torinesi nel 1800, Roma, Off. Poligrafica Editrice, 1907

Attorno a Spedalieri, (topo di biblioteca), Roma, Tip. Tiberina, 1899

N. Spedalieri: I diritti dell’uomo, Torino-Roma, Ed. Roux, 1903

 

Nelle foto sopra, il tesserino N. 820 del «Regio Sot­to Ispet­tore delle Stra­de Ferrate Italiane sig. Cim­bali avv. Giu­sep­pe».

Giuseppe Cimbali riuscì a con­ciliare be­nis­simo l'atti­vità di pro­fes­sore univer­si­ta­rio (insegnò Filoso­fia del Diritto alla Sa­pienza di Roma)  e di instancabile scrit­tore e pub­blici­sta fecondo con l'at­tività burocra­tica.
Fu, infatti, anche un alto funzio­nario del Ministero dei Lavori Pub­blici, dove diede prova delle sue capacità buro­cra­tiche ed am­mi­ni­strative con pro­poste rivolu­zio­na­rie e di­ver­si saggi critici sulle Ferrovie (ci­tiamo "Tecni­cismo ed ammi­nistra­zio­ne", del 1902, e "Per l’istitu­zio­ne del Mini­stero del­le Ferrovie o dei trasporti", del 1912 do­ve si propu­gnava l’istitu­zione di un Mi­nistero che si occu­pas­se in via esclu­siva delle Ferrovie).

Giuseppe Cimbali (firma)

Per un monumento nazionale a N. Spedalieri in Roma – le adesioni, Roma, Tip. U.C.E., 1903

N. Spedalieri e le riforme ecclesiastiche – civili, Catania, Giannotta, 1905

La dottrina penale di N. Spedalieri e la moderna scuola positiva, (estratto), Torino, Ed. U.T.E., 1905

La vita e le opere di Enrico Cimbali nella critica italiana e straniera e nei ricordi di amici e discepoli, Utet, Torino 1916)


Scritti filosofici – giuridici - amministrativi

Il diritto civile ed il proletariato, (Rassegna, Ed. Naz. 1894)

Lotta di classe e civiltà, (estratto da Idea Liberale), 1895

Per l’insegnamento della filosofia del diritto in Italia, (Rivista italiana di filosofia, 1897),

Per l’insegnamento della filosofia del diritto in Italia, battaglie e voti, Roma, Tip. Di Giovanni Balbi, 1897

Determinazione scientifica del diritto naturale, Roma, F.lli Bocca editori

Democrazia e Regione di Stato, (prolusione) Roma, Ed. La Sintesi, 1921

Guerra e Democrazia, (prolusione), Roma, Tip. Polizzi e Valentini, 1911 – 1917 (seconda edizione arricchita di tre appendici), Campobasso, G. Colitti e F..

Divorzio politico e divorzio domestico, (prolusione) Roma, Tip. F. Centenari, 1905

Il mondo naturale e il mondo sociale, (estratto) Bologna, Tip. Zamorani e A., 1902

Un’intesa scientifica internazionale, (prolusione) Roma, Ed. Mantegozzo, 1915

Dall’anarchia internazionale alla dichiarazione dei diritti dei Popoli, Firenze, Bemporad, 1920

Ragione e Libertà - Nuovi saggi di filosofia sociale e giuridica, Torino. U. T. E., 1912

Le scienze naturali e politiche, il loro metodo ed i loro risultati, Torino-Roma, Ed. Roux, 1893

La volontà umana in rapporto all'organismo naturale, sociale e giuridico, (2 ediz.) Roma, Ed. F. Bocca, 1898

La morale e il diritto nell’esigenza teorica e nella realtà pratica, Roma, Ed. F. Bocca, 1898

Saggi di filosofia sociale e giuridica, Roma, Ed. F. Bocca, 1903

Per la storia del Socialismo Italiano, (estr.) Roma,Tip. F. Centenari, 1905

Il contributo della filosofia del diritto, Torino, Ed. U.T.E., 1912

La conscienza del diritto in conspetto del secolo XX, (prolusione) Torino, Ed. F. Bocca, 1903

Gli insegnamenti della guerra per la fede nella democrazia internazionale, (prolusione) Roma, ed. dalla rivista "Sapientia", 1915 - Campobasso, G. Colitti, 1916

Prime linee d’una criminologia internazionale, (prolusione) Torino, Ed. U.T.E., 1913

Guerra, rivoluzione interna e rivoluzione internazionale, Roma, Ed. La Sintesi, 1920

G. Mazzini e la filosofia del dovere, (prolusione) Roma, Rivista Popolare, 1906-1912 - Tip. F. Centenari

Il diritto del più forte, Torino – Roma - Napoli, Ed. Roux e C., 1891 (tradotto anche in lingua spagnola)

Gli istituti di Magistero femminile di Roma e di Firenze, Firenze, Tip. Flori, 1897

Tecnicismo ed Amministrazione, Roma 1903

Tecnicismo ed Amministrazione, Torino Unione Tipografica Editrice, 1912

Una dottrina italiana del contratto sociale, (prolusione) Catania, Tip. Giannotta, 1904

La Città terrena, Roma, Casa Ed. Nazionale, 1906 – Torino, Roux e Viarengo, 1907 (tradotto anche in lingua spagnola)

Il riordinamento amministrativo delle Ferrovie Italiane (Un ministero delle Ferrovie?), Roma, Tip. La Speranza, 1906

Il Ministero delle Ferrovie nelle ultime discussioni parlamentari, Tip. dell'Unione Arti Grafiche, Città di Castello, 1911

Ancora contro l’autonomia ferroviaria e per l’istituzione del Ministero delle Ferrovie, Tip. Athenaeum, 1920

Per l’istituzione del Ministero delle ferrovie e dei trasporti, Torino, Tip. F. Pallotta, 1915

La soppressione del servizio legale delle Ferrovie dello Stato, proposta dalla Commissione Parlamentare e le critiche del Senatore Carlo Ferrars, (estratto) Città di Castello, Tip. U.A.G., 1918


Libri di Giuseppe Cimbali (tradotti in altre lingue)Libri di G. Cimbali pubblicati all'estero

Los Derechos de los Pueblos, (vers. Pedro Umbert) Talleres Artes Graficas, Barcelona, ed. Henrich Y. Comp, 1917

El Derecho del màs fuerte (due tomi), Barcelona, ed. Henrich Y. Comp, 1906

La Ciudad Terrenal, (vers. di Miguel Demenge Mir) Barcelona, ed. Henrich Y. Comp, 1910


Riviste fondate e dirette

Lo Spedalieri”, rassegna trimestrale di scienze sociali e giuridiche, Roma 1891 – 1892

”I diritti dei Popoli”, rivista trimestrale, Roma 1918 - 1919




libri di G. Cimbali nelle recensioni dell'epoca

Alba

(romanzo, E. Gargano editore, Cesena 1890)

La Fata Morgana (Messina 1.3.1891): «(…) Con questo lavoro l'A. ha già ottenuto quello che molti desidererebbero - esso ha sollevato delle discussioni e d'elle polemiche vivaci le quali non sono giovate, com'è delle vere opere d'ingegno, che a fare risaltare viemaggiormente i pregi del lavoro (…). Una squisita analisi del sentimento, una delicata e finissima conoscenza del cuore umano, un amore, della verità che vince e sorpassa ogni illusione riscontrasi in questo romanzo il cui contenuto, dalla tessitura semplice e senza scene a sensation, interessa ed avvince il lettore che passa di emozione in emozione, di diletto in diletto; vivendo delle gioie, delle ebbrezze, dei dolori e delle passioni dei personaggi..
Quando ci viene offerto tanto tesoro di pregi si dimenticano, quasi, le severe esigenze della critica, sfuggono le mende più o meno gravi ed obliando che si legge un libro si crede udire una simpatica voce.»
… Il racconto del Cimbali è «narrato con quella spontaneità e quella naturalezza che due critici eminenti, Voltaire e Baretti, additano come egregio magistero di stile.
Un'altra lode che devesi dare al Cimbali è questa, che nel suo romanzo egli non si abbandona mai alla vaghezza di produrre effetto, alla compiacenza di popolarizzarsi col rendersi complice delle idee dominanti. – E’ questo, in tanta mania d'imitazione, è per me, uno dei maggiori pregi del volume.» Pietro Biancoo

Le conversazioni della Domenica, (Milano 10.11.1890): «A proposito di modernità (impressioni letterarie) - Fra i romanzi italiani da me ultimamente letti, merita speciale menzione quello dal titolo Alba di Giuseppe Cimbali - scrittore già favorevolmente noto nella cosidetta repubblica letteraria per acuti ed interessanti studi scientifici e di critica d'arte, rivelanti senza dubbio un colto ed intellettuale buongustaio ed un'anima di artista. (...)» [Giuseppe Benetti]

Gazzetta d’Arte, Roma 15.10.1890: «Queste cronache letterarie non si potevano aprire con un nome più simpatico come quello di Giuseppe Cimbali. L'autore di Alba è molto conosciuto e stimato qui, e, sono appena pochi mesi, l'annunzio di una sua conferenza su Nicola Spedalieri, bastò a far riempire la vastissima Aula magna della nostra Università, ciò che suole avvenire molto di rado.
Il Cimbali appartiene a quella forte schiera di giovani che sembrano nati per la lotta, che in mezzo alle cure che impone loro la conquista di una posizione sociale, sanno crearsi un nome nel mondo letterario. Anzi l'attività del Cimbali, attività veramente sorprendente, si è esplicata doppiamente, nel campo scientifico e in quello artistico. Queste due strade, che generalmente si ritengono opposte fra loro, Giuseppe Cimbali le ha battute insieme, e, si può affermare, con successo. Oggi è un'opera di filosofia del diritto ch'egli manda fuori, domani è un immenso volume di bozzetti; un giorno fa la biografia di Nicola Spedalieri – biografia che è un vero monumento innalzato alla memoria del sommo filosofo siciliano - e un altro scrive un romanzo. E sempre, gravante sopra la libera produzione dell'ingegno, l'adempimento ai suoi doveri d'ufficio, la pesante catena burocratica.
Questo interessante tipo di lavoratore è degno dunque di molta attenzione, e la sua opera va studiata, non dico con indulgénza, perchè proprio non ne ha di bisogno, ma con grande simpatia.
Alba è il suo primo romanzo; con tutto ciò questo libro non ha niente di quelle incertezze, di quelle disuguaglianze di che si riscontrano quasi sempre nel primo esperimento di chi tenta un genere nuovo. Così com'è, il romanzo del Cimbali dimostra di essere stato scritto con sicurezza, con la coscienza netta e anticipata delle proprie vedute, dei propri intendimenti, del fine proposto.
La storia è semplicissima, come sono semplici in generale le storie umanamente vere. Un uomo, un giovane che nell'oscurità e nell'umiltà del proprio stato si sostiene e si conforta col pensiero di ciò che sarà un giorno (…)» [Ferdinando De Giorgi]

La Volontà Umana

L’Imparziale, indicatore politico commerciale, Anno XII, n. 217, Messina, Giovedì 19.9.1889:
«Quel che si stampa
Giuseppe Cimbali e la nuova opera “La volontà Umana in rapporto all’organismo naturale, sociale, giuridico”
L'egregio avv. G. Cimbali, dopo pochi mesi dalla pubblicazione della sua più bella opera "Nicola Spedalieri" frutto di dieci lunghi anni di sudori, dava alla luce un altro lavoro artistico "Dormiveglia". Si poteva credere, senza tema d’andare errati, che il valoroso scrittore avrebbe fatto trascorrere un pò di tempo per impiegarlo a raggranellare delle altre idee, coordinarle e sistemarle, pria di far leggere il suo nome in testa ad altri nuovi volumi. Niente di tutto ciò: Dopo tre mesi dalla pubblicazione del "Dormiveglia" ecco che vien fuori ora con una nuova opera scientifica "La Volontà umana in rapporto all'organizzazione naturale, sociale, giuridica.”. E’ inconcepibile come mai un'intelligenza, per quanto vasta, sia capace di dare frutti cosi abbondanti e in alcun tempo cosi squisiti...
[...] Chi più meritevole di colui, il quale si sacrifica e sgobba pel bene dell'umanità? Pregi però ne ha il libro del Cimbali, e ne ha molti, che se tutti li volessi enumerare, anche di volo, andrei per le lunghe e stancherei, certo, la pazienza dei lettori.
Mi riservo solo far notare che in quell'opera l'autore delle "Confessioni d'un disilluso" e dei "Giorni solitari" ci si presenta severamente ravvolto nella veste del filosofo, mentre, negli altri suoi scritti, si è mostrato artista e pensatore insieme. Ci ha voluto dimostrare tacitamente che a fare un pò di filosofia netta e cruda, scompagnata dall'arte, ci vuol poco per lui, e che anche lui sa dilettare in un lavoro serio senza ricorrere agli slanci sublimi, ai coloriti penetranti, propri dei poeti, e dei quali è artisticamente prodigo nelle altre sue opere. [...]» (Rosario Reganati di Dom.)

Il diritto del più forte

(Saggio di scienza sociale e giuridica, 1892, L. Roux e C. Editori)

Il Popolo romano (anno XX, n. 254, Roma 14 Settembre 1892): «In questo libro di speculazione filosofico-giuridica l'autore interpreta la parola forza nel senso di capacità e ne stabilisce una ragionevole proporzione col diritto. Pare a lui che tutta la critica astratta fatta in ogni tempo alla struttura della umana società, scaturisca dal falso metodo di non tenere in verun conto, negli studi sociali e giuridici, l'importanza fondamentale di questa proporzione. Egli trova giusto, insomma, che nel mondo abbia chi più dà, che sia più considerato chi rappresenta qualcosa più degli altri, e che abbia maggiori diritti chi ha una maggiore forza o capacità fisica, morale, intellettuale, economica, civile e politica. Da questo punto di vista l'autore giustifica le profonde disuguaglianze sociali, come quelle che hanno fondamento nella natura e quindi nel diritto.»

Venere capitolina

(Romanzo)

In questa recensione il libro di Giuseppe Cimbali viene accusato d’essere immorale, “inquinato, qua e là, di pornografia” e che, pieno di ciarpame zoliano, sarà messo “all'indice dalle mamme e dai mariti gelosi delle loro figliuole e delle loro mogli”. Alla fine della recensione, la redazione però prende le distanze dall'autore dell'articolo e tiene a precisare che « ...pur lasciando piena libertà di apprezzamento ai nostri cooperatori, avvertiamo che gli scrupoli, manifestati dall'autore di quest'articolo intorno a un'opera d'arte come Venere Capitolina, non sono punto nostri».

Fece urlare allo scandalo tutto il coté prude della nuova Roma: e difatti con questo romanzo il Cimbali si è spinto al più alto e pericoloso punto del così detto naturalismo, fino a toccare le scabrose vette del décolleté. Editore ne fu Edoardo Perino, che ne ricevette la sua parte di rimproveri. Il Cimbali ripiegò da quella strada così selvaggia ed aspra e forte, e tornò nel sereno golfo della filosofia

Giuseppe Cimbali, in un disegno apparso sul Caffaro del 26/27 Luglio 1899Pensiero ed Arte, rivista quindicinale di lettere, arti, teatri e sport, Anno II, n. 1 Roma 4 Aprile 1895:
«Romanzo romano contemporaneo di Giuseppe Cibali - Roma, E. Perino Editore, 1895, Vol. di pagine 272, L. 1,50.
Il nuovo libro di Giuseppe Cimbali, edito dal Perino di Roma, s'intitola audacemente: Venere Capitolina - Romanzo romano contemporaneo. Contemporaneo?
Con quello stupendo titolo, che ci fa apparire la dolce visione della più seducente deità pagana e rievoca le forme bellissime della più perfetta statua di donna dell'antichità? Cosi è. Benchè il romanzo del geniale autore di Alba si svolga nei nostri tempi e si riferisca a Roma odierna, pure il piacevolissimo tema può dirsi pagano; proprio.
É un buon libro d'arte, inquinato, però, qua e là, di pornografia. Per molti non sarà difettoso e quei molti considereranno il lavoro facendo astrazione dai danni che può recare alla gioventù la scoperta delle nudità afrodisiache di cui sembra si compiaccia l'autore (e la macchietta di Don Sebastiano Cavallo vagheggiante i sergentini d'artiglieria n'è una prova eloquente). Per pochi, invece, (e tra quei pochi mi metto anch'io, ossequente ai miei puri ideali artistici) Venere Capitolina è un libro immorale, non in tutte le pagine e non per il fine a cui tende, ma specialmente per la forma un pò rude, uscente dai limiti della convenienza, della decenza. Ammesso anche il tipo di Don Prospero, reso fedelmente dal Cimbali ma, forse, riuscito un pò troppo filosofo e un pò meno uomo di quello che avrebbe dovuto essere, non credo che i pregi di un buon romanzo consistano nell'indugiarsi alquanto nella descrizione minuta di sensazioni prodotte dalla vista e dal tatto eccitati dalla concupiscenza.
V'era, proprio, bisogno, nella scena di seduzione, in cui Augusta si rivela in tutta la sua nefandezza, che lo scrittore, pur accennando alla lotta sostenuta da Don Prospero recalcitrante alla voluttà, facesse constatare dal suo protagonista casto le prove manifeste della sua innocenza?
Ah, che l'ombra benefica di Nicola Spedalieri a te cara, te la perdoni, mio buon Beppino!
Tu hai voluto presentarci un uomo che, a grado a grado, procede alla lenta conquista intellettuale della donna e che fugge le tentazioni femminili e poi, immedesimato come tu sei nel tuo eroe, adoperi uno stile che fa a pugni con le altre pagine del tuo romanzo pieno di buone e di belle cose. Confessa che tu sei stato vinto dalle false attrattive della cosiddetta «scuola verista ». Non è vero che l'arte, l'arte vera, debba presentare con bella forma il brutto ed il laido. Perdonami l'aggressione e, se il Perino ristamperà la tua Venere Capitolina - il che io auguro a te, all'editore ed ai lettori -spogliala del suo ciarpame zoliano e mostrala nuda, come tutti l'ammirano, fra i capolavori della scultura, nelle splendide sale del magnifico Museo Romano.
Nel primo capitolo del tuo romanzo, specialmente, ed in altri tre o quattro, io riconosco la tua valentia di letterato colto e gentile. Perchè non ci hai regalato altre pagine auree come quelle traboccanti di satira mordace dell'amena adunanza degli Arcadi morituri nel Bosco Parrasio; come quelle rilevanti la tua conquista intellettuale di Roma antica; come quelle piene di verità sulle serie difficoltà della vita sociale nella Capitale d'Italia?
Perchè hai voluto insozzare, con tre o quattro pennellate di fango, il tuo quadro che splendeva di luce vivida nei colori smaglianti sapientemente da te adoperati e scelti dalla tua ricca tavolozza? A te non manca l'immaginazione fervida che per lo più è deficiente nei novellieri e nei romanzieri odierni ed hai ottime qualità di osservatore profondo e di psicologo punto noioso e di filosofo non mediocre; ma, credilo, le pagine, a cui ho accennato e con rincrescimento, guastano l'economia del tuo lavoro più che tu non lo pensi e lo faranno mettere all'indice dalle mamme e dai mariti gelosi delle loro figliuole e delle loro mogli.
E l'interessamento che tu fai nascere nel lettore con le bellezze sparse a piene mani nel tuo romanzo, acuito anche dalle indiscrezioni commesse a danno od a favore di alcuni uomini noti a chi dimora nella Capitale e da te celati sotto i facili pseudonimi di Monsignor Grecolini, Curiazio Barocchi, Libero Giocondi, il senatore Mattoni, l'ingegnere Balsamo, lo scultore Salvato Biagetti, ecc., non viene compensato che in parte dalla cattiva impressione prodotta da quei periodi lubrici usciti dalla tua penna forse senza che tu, nella foga dello scrivere, abbia abbastanza compreso quanto stonino nell'armonia geniale del tuo romanzo, ricco di episodi attraentissimi ma troppo pagano in quei punti, per essere veramente contemporaneo. Onorato Roux»

Quest'altro critico, invece, più liberale, pur giudicando "Venere capitolina" «forse un po' troppo audace in alcune pagine» sostiene che ciò «gli alienerà molti animi, ma che (quelle pagine) non tolgono il pregio al romanzo».

Opinione liberale, del 10 Maggio 1895: «Dal titolo un po' audace e che può recar qualche danno alla fortuna del libro, si ha una preventiva sensazione del romanzo tutta diversa da quella che si prova poi realmente. Infatti il lettore rimane sorpreso dal nuovo ambiente, dall'originalità dei tipi, dalla eccentricità dell'azione, dall'insieme di tutto il romanzo che si discosta di gran lunga dall'andazzo dei modernissimi scrittori. Eppure il Cimbali si è assoggettato alle leggi imperanti della scuola psicologica e verista, senza mostrarsene altero seguace; ha analizzato minutamente, seguendolo passo per passo, il carattere di un uomo che, ingolfato fino alla gola di pratiche e teorie religiose, slanciato nel mondo, dopo una terribile e disastrosa lotta con lui, rimane vinto e torna alla portata degli altri uomini. Forse il carattere dell'avv. Spaccaforno è un po' troppo esagerato nelle linee generali e nelle particolarità; ma, dato quel tipo, dato quell'ambiente in cui visse, lo svolgersi degli avvenimenti vien naturale e consentaneo alle esigenze del vero.
Una schietta vena di umorismo profuso a piene mani in tutto il libro rinfranca l'anima del lettore annebbiata ed abbuiata dai truci drammi dei romanzi e della scena, e stancata dagli studi interminabilmente psicologici che s'imbastiscono giornalmente.
Pagine splendide ha il libro del Cimbali, laddove descrive con finissima satira un'adunanza arcadica nel Bosco Parrasio, l'arte antica ed i sentimenti che agitano l'animo nostro avanti alle più belle manifestazioni di essa, dove vivacemente descrive l'ambiente di Roma moderna, l'interno d'una famigliuola che strappa appena la vita con gli avanzi di una mensa ducale, ed alcuni tipi, celati sotto immaginari nomi, e che io, come molti, hanno conosciuto o sentito dire.
Perfetta l'inquadratura del romanzo, a cui francamente toglierei alcune pagine che nuocciono al libro. Forse il Cimbali è un po' troppo audace in alcune pagine; il che gli alienerà molti animi, ma che non tolgono il pregio al romanzo. La parola, la frase scorre facile, un po’ troppo abbondante forse; ma che ha il gran merito di esprimere giustamente un'idea, di darci tutta la vivacissima fantasia dell'autore.
Nell'insieme è questo libro un'opera d'arte che afferma ed accresce la fama del Cimbali, da cui molto attendiamo ancora nella speranza, in gran parte realizzata, di un perfezionamento più intenso, più fine, più supremamente artistico, giacchè egli possiede tutte le qualità, d'eccellente scrittore.»

Ancora nel 1899, il Caffaro, quotidiano romano, così scriveva sul romanzo di Giuseppe Cimbali: «... Venere Capitolina, fece urlare allo scandalo tutto il coté prude della nuova Roma: e difatti con questo romanzo il Cimbali si è spinto al più alto e pericoloso punto del così detto naturalismo, fino a toccare le scabrose vette del décolleté. Editore ne fu Edoardo Perino, che ne ricevette la sua parte di rimproveri. Il Cimbali ripiegò da quella strada così selvaggia ed aspra e forte, e tornò nel sereno golfo della filosofia, ...»

L’agonia del secolo

(Roma, Casa editrice Italiana, 1899)

L’Avanti (Roma, 4 Luglio 1899): «… Io non mi intendo di agonie, tanto meno di agonie di secoli e non so che dire del contenuto di questo libro. Osservo solo che il libro si fa leggere, e non malvolentieri, per isconfortanti che siano le cose dette in esso. Ma il lettore pensa che il diavolo non è tanto brutto quanto si dice, e tira avanti. Come critico, una sola cosa mi permetto di appuntare: la forma non tanto elegantemente Italiana. Il Cimbali non se n'abbia a male, ma il suo fraseggiare è un po' troppo secentista. […]»

Caffaro, Roma, 24 luglio: Il Quarto Potere a Roma. Giuseppe Cimbali.
Giuseppe Cimbali ha dato alla luce un nuovo, ma non ultimo volume: L'agonia del secolo.
E' una lunga e dotta disquisizione su questo secolo che se ne va, secolo della nevrastenia, della carta stampata e di quella bollata; ed è una disquisizione gravida di osservazioni acute ed argute, vera sintesi morale di questo secolo che muore. Il Cimbali esordì con un volume di filosofiche osservazioni «Confessioni di un disilluso», che mostravano già la meta alla quale lo scrittore sarebbe arrivato. Poi vennero Giorni solitari, Terra di fuoco, Dormiveglia, Alba Fedeli, Il libro nuziale. Tentò la novella con due o tre non felici ma fortunati volumi; e con un romanzo, Venere Capitolina, fece urlare allo scandalo tutto il coté prude della nuova Roma: e difatti con questo romanzo il Cimbali si è spinto al più alto e pericoloso punto del così detto naturalismo, fino a toccare le scabrose vette del décolleté. Editore ne fu Edoardo Perino, che ne ricevette la sua parte di rimproveri. Il Cimbali ripiegò da quella strada così selvaggia ed aspra e forte, e tornò nel sereno golfo della filosofia, facendosi apostolo fervente dello Spedalieri, e combattendo giorno per giorno perchè al filosofo di Bronte fosse elevato un monumento degno di colui che ha dettato i Diritti dell'uomo..
Anche in quest'ultimo volume L'agonia del secolo, non manca l'obbligatoria invocazione allo Spedalieri, anima dell'anima sua, e il colpo di freccia al Lombroso e alla sua scuola, della quale il Cimbali è un avversario convinto.
Giuseppe Cimbali ha scritto qua e là in varii giornali, ma sempre, o quasi, di cose gravi. La Venere Capitolina fu una parentesi, che il Cimbali presto rinchiuse: e fece bene. Egli ha mostrato di ricordarsi che non bisogna abusare di tre cose: Bacco, tabacco e venere... capitolina. [Mario De’ Fiori]

La Cassazione unica (Roma, 24 gennaio 1900): «Una corsa interessante ed istruttiva attraverso tutto il campo della sociologia contemporanea, un riassunto di tutte le principali questioni che hanno affaticata la mente umana in questo secolo, una requisitoria in veste poetica contro la società moderna, ecco la sintesi di questo elegante volume, che si fa leggere con diletto (…)».

La Scintilla (Catania, anno VII n. 16 del 15 Agosto 1900): «L'Agonia del secolo è il migliore documento umano del clinamen di uno scrittore. Giuseppe Cimbali nel silenzio del suo studiolo, nella casa paterna della natia Bronte, o a Napoli, seduto forse al tavolino dove pur sedeva il fratello Enrico, il compianto giurista innovatore, svolgeva, addottrinandolo, il temperamento dei suoi conterranei, specialmente di quel Nicolò Spedalieri che in lui ha trovato il commentatore, come Kant in Fiche …». [A. Fr. Sorrentino]

Una recensione di Luigi Capuana:

La Tribuna (Roma, Martedì 19 Settembre 1899):
«Quarta lettera all’assente
Carissima amica,
Mi pare di vedervi e di sentirvi ancora, come la mattina dopo che v' avevo portato a leggere l'Agonia del secolo di Giuseppe Cimbali. La vostra diffidenza per certi libri mi aveva fatto sorridere; non li leggete volentieri o non ci è verso d’indurvi a leggerli perchè, voi dite, mortificano il vostro amor proprio quando non li intendete compiutamente. Troppo elevati per la nostra cultura femminile, voi li buttate, tagliati qua e là, nel piano inferiore di quel leggiadro mobiletto di bambù, il cui primo piano è riserbato ai libri che hanno la fortuna di piacervi; ed io, entrando nel vostro salottino, capisco subito, con un'occhiata, se il volume dàtovi a leggere è fra i fortunati o no.
Quella mattina mi accorsi anche che il libro del Cimbali era stato buttato là con mala grazia, con sdegno. Ne fui meravigliato e non vi nascosi la mia meraviglia. Scattaste. Raramente vi ho visto così indignata e, scusate, così ingiusta. Avevate scorso poche pagine, a metà e verso la fine del volume, e questo era bastato per spingervi a fare la furiosa requisitoria, che mi risuona ancora negli orecchi e mi mette di buon umore, come tutte le scappate brillanti e piene di spirito di cui voi avete il segreto.
Quella volta, per eccezione, io avevo letto il volume prima di voi, e per ciò potei rispondervi, e farvi osservare che, per lo meno, esageravate. Credevo di avervi un po' convinta, vedendo che stavate ad ascoltarmi, quantunque le vostre mani irrequiete tormentassero la catena Cyrano de Bergerac (si chiama così?) a cui era appeso il ventaglino, e la punta di uno dei vostri piedini si agitasse frequente appena affacciata all'orlo della ampia vestaglia color crema.
Invece voi meditavate la replica con cui investirmi e farmi tacere. Tacqui infatti, quasi vinto più che da altro, dal vostro intuito. Le poche pagine lette erano state sufficienti per farvi comprendere l'insieme di quel libro e quest'insieme v'indispettivava. Oh, voi siete modernista a tutt'oltranza. Il secolo XIX, per voi, è il migliore dei secoli che sono stati finora, e non soffrite che se ne dica male, pur riconoscendone i grandi difetti. (…)
Del resto, sappiate, cara amica, che il Cimbali ha fatto, a modo suo, quel che tant'altri, in Francia, in Germania, in Inghilterra, in America, sui giornali quotidiani, nelle riviste, in volumi, hanno già fatto e continuano a fare intorno al nostro secolo in fine di vita. Tutti sono attorno al suo letto di morte, tutti gli rivedono i conti addosso, assistendo quasi con gioia ai rantoli della sua agonia. Non veggono l'ora che tiri l'ultimo respiro. (…)
…voi siete stata eccessiva ed ingiusta verso il libro del Cimbali. Vi è sfuggita la sua caratteristica. E' quel che i francesi chiamano une boutade, nient'altro; un pretesto di conversazione, di umore (non sempre spontaneo e ben riuscito) una manciata di verità e di esagerazioni lanciata attorno, come una manciata di grano sui solchi, che fa riflettere, fa sorridere, e qualche volta anche alzare le spalle, come le alzate voi quando certe cose non vi vanno. (…)» (Luigi Capuana)

Gran Mondo, settimanale illustrato, anno II, n. 22 Roma 1° Giugno 1899: « ...libro denso di dottrina e degno del forte ed originale ingegno dell'autore. È vero, dunque, il secolo muore, lentamente, ed ogni volta che il sole tramonta, è un giorno di vita che passa per questo vecchio decrepito, che si spegne senza destare alcun rimpianto. Non un'urna cineraria niellata d'oro si prepara per questo vecchio agonizzante, che si adagierà nella fossa non rivestito nemmeno di quel rutilante peplo materiato di sangue, di cui pure si rivesti il suo grande predecessore, nell'estrema ora.
Quali sono le sublimi glorie di questo vegliardo morente, quali le supreme infamie? Il chiaro scrittore siciliano col suo ingegno arguto e profondo, qualche volta anche paradossale, ha voluto contro l'agonizzante pronunziare una fiera requisitoria e col suo occhio di filosofo serenamente pessimista, ha indagato tutti i più ardui problemi politici e sociologici che agitano la coscienza moderna, in questa tumultuosa fine di secolo. (…)
Queste sono le principali quistioni che Giuseppe Cimbali sfiora, in questo suo libro originale che riesce tanto dilettevole a leggersi, malgrado la serietà della sostanza, per la forma sempre fosforoscente, per l'arguzia della frase, per l'ironia versata a piene mani, ironia che talvolta arriva anche al sarcasmo violento e forse ingiustificato come quando parla della nuova scuola criminale positiva, tante verità dalla quale sono ormai state accettate da tutti gli scienziati (…) Francesco Carbone»

Anche Benedetto Radice ha voluto recensire "L'agonia del secolo" di G. Cimbali con un articolo pubblicato l'11 Gennaio 1900 dal giornale politico, amministrativo, letterario "Il Pensiero di Sanremo" (anno XIII numero 3). Vedi su Il Radice sconosciuto, nostra edizione digitale (), pag. 71.

La Città terrena

Casa Editrice Nazionale Roux e Viarengo, 1906, pagg. 400, L. 5

La Tribuna (anno XIII, n. 356, Roma 23.12.1905,): «Essa,come il titolo stesso annunzia, dovrebbe essere l’antitesi della Città di Dio di S. Agostino; e , come questa sintetizzò lo spirito medioevale, - così quella dovrebbe essere la massima espressione dello spirito moderno. Inoltre, tenderebbe ad essere il contrapposto di tutte le utopie antiche e moderne, dalla Città del Sole, di Campanella, all’Utopia Moderna del Wells.»
Ampi stralci del libro furono pubblicati dai principali giornali italiani con i titoli che seguono:

La Patria (Roma 10.2.1906, n. 41): “L’utopia religiosa”

Dibattimenti – polemiche della vita odierna (Roma 18.2.1906 n. 7): “La dannazione de’ potenti ed il conforto degli umili”)

La Gazzetta di Venezia (25.2.1906): “Il mondo sta bene come sta”

L’Idea Liberale (rivista settimanale di politica, sociologia ed arte, n. 8 del 18.2.1906, Milano: “Del fare il male legalmente…”

Il Ventesimo (Genova 18.3.1906, anno V, N. 10): “L’estetica delle irregolarità”

L’Ora (Palermo 12.2.1906, anno VII n. 43): “La necessità delle guerre”.

Vasta eco ebbe sulla stampa nazionale la prolusione che, mentre dilagava la guerra in Europa, Giuseppe Cimbali, tenne nel Dicembre 1914 inaugurando il suo corso di filosofia del Diritto nell'Università la Sapienza di Roma.

L’Idea Democratica, anno II, n. 49, Roma 5 Dicembre 1914:

«Gli insegnamenti della guerra e la Democrazia internazionale

«Abbiamo sott'occhio il testo della prolusione al suo corso di Filosofia del diritto nella Università di Roma che il prof. Giuseppe Cimbali dirà il 5 dicembre.
L'egregio professore rileva come in quest'ora tragica della storia si vada affermando che ha fatto completo naufragio il Diritto internazionale, mentre invece non solo egli conserva intatta la fede in un avvenire migliore per il genere umano, ma crede che certi sintomi della conflagrazione stessa che si sta svolgendo, siano elementi sicuri a sostegno di quella fede. […]

Eppure dall’attuale sconvolgimento sorgono voci rivelatrici e come nelle più disumane esplosioni della tirannide interna veniva germinando la libertà degli uomini, così nel baratro della presente conflagrazione internazionale viene trovando il suo «humus» fecondatore la indipendenza dei popoli. La coscienza dei popoli ci viene, attraverso gridi di dolore, manifestando bisogni fondamentali che dovranno essere elevati a dignità di diritti: come raccogliendo i gridi di dolore degli uomini oppressi potè concepirsi, proclamarsi, tradursi in legge il Diritto interno, così, raccogliendo i gridi di dolore dei popoli debellati e conquistati, dovrà concepirsi, proclamarsi, tradursi in legge il Diritto internazionale. […]

Ormai la conflagrazione presente deve ammonirci che nulla valgono i diritti degli uomini senza il riconoscimento dei diritti dei popoli; che nulla vale la giustizia interna la finchè può essere facile preda del brigantaggio internazionale; che nulla vale la Democrazia fra gli individui senza costituire la Democrazia fra i popoli. L'Assemblea nazionale della Prima Repubblica Francese pensò ad una dichiarazione dei Diritti dei popoli ma non la tradusse in atto; si deve ora diffondere la persuasione che il disconoscimento dei Diritti dei popoli non può che tradursi nel disconoscimento dei Diritti degli uomini. […]»

Il Messaggero, Roma 7 Dicembre 1914: "Diritti degli uomini e diritti dei popoli"

La Vittoria, anno I, N. 141, Roma 8 Dicembre 1914: "Le Università e la guerra"

Corriere di Catania, 6 Dicembre 1814: "Gli insegnamenti della guerra, per la fede nella Democrazia internazionale" (il giornale catanese pubblica un ampio sunto del "magistrale discorso pronunziato dal professore Cimbali nella sala IV dell'Università di Roma")

Dibattimenti, anno XVIII, n. 3, Roma 15 Febbraio 1915: "Bancarotta del diritto delle genti?"

Ragione e Libertà

Athenaeum - Roma, 1916
«E' una nuova raccolta di saggi che, tra un libro organico ed un altro, il valente insegnante dell'Università di Roma lancia al pubblico. Non si deve credere però che frammentaria ed inorganica sia questa nuova collana di scritti, cementata ed avvivata, come è, da un'unica idea animatrice.
Nell'eterno contrasto di idee tra il materialismo e l'idealismo, che rappresentano i due poli opposti, tra i quali ha oscillato sempre il pensiero umano, il Cimbali prende una posizione sua, non per conciliare ecletticamente l'inconciliabile ma per arrivare ad una sintesi superiore.
Secondo il Cimbali, l'ideale è solo nell’uomo, la cui vita è tutta un’ideologia - benefica o malefica - realizzata. L’ideale, invece, non è nè può essere nell'universo, che è puro meccanismo. L’uomo si serve della materia per attuare i suoi ideali, e la civiltà è fatta di coscienza e di libertà: sopprimere uno di questi suoi elementi costitutivi significherebbe distruggerla. A queste idee è ispirato il presente libro scritto in una forma limpida e viva.» (Il Secolo, anno LI, n. 18041, Milano 24 Luglio 1916)



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