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Sono particolarmente lieta di questa bella occasione che ci permette di parlare
di un grande siciliano, di un grande italiano, quale fu appunto Enrico Cimbali.
Ringrazio quindi di cuore il presidente che si è fatto promotore di questa
meritoria iniziativa, per avermi invitato e tutti i soci che, in modo così
numeroso, hanno aderito per onorare e ricordare il loro illustre concittadino.
Lo dico con cognizione di causa, da storica e studiosa della cultura siciliana
ed europea, perché per prima cosa va detto, ancora una volta, che questa Sicilia
dell’Ottocento e i prestigiosi figli che ha partorito appartengono alla parte
più fertile e ricca della storia della cultura e della società moderna.
E’ un luogo comune, un’immagine stereotipata e deformata quella che fa della
Sicilia una terra povera ed emarginata, arretrata ed isolata. Terra di cafoni e
di mafia, di arretratezza culturale e sociale; quanto fa comodo questa leggenda
ad una ideologia che ne fa la palla al piede, il fanalino di coda di un’Italia
ricca che altrove, cioè al Nord, ha i suoi prodotti migliori e la sua vera
anima, economica, politica, intellettuale.
Niente di più falso e menzognero, un’immagine strumentale che però ormai fa
parte di uno stereotipo che si è fissato e sedimentato, è diventato un luogo
comune, una distorta caricatura, a volte anche tragica, e sempre penalizzante,
di questa terra straordinaria, definita dagli antichi, non a caso, l’isola
benedetta dagli dei.
Potremmo discutere a lungo dei motivi di questa lettura deformata. Senza dubbio
essa risale a un siciliano illustre quale fu Giovanni Gentile e a un libro, da
lui scritto nel 1916, dal titolo significativo Il tramonto della cultura
siciliana. Gentile, attaccando tutta la cultura positivista e materialista
le cui radici si collocano nell’illuminismo, parlava appunto di una terra che si
era isolata dalle correnti vitali della cultura e della filosofia europea, lo
spiritualismo e l’idealismo.
Egli costruiva il topos dell’isola separata e sequestrata, minoritaria e
subalterna, che, anche in contesti molto diversi, avrebbe poi avuto tanta
fortuna nell’immaginario collettivo.
La moderna storiografia ha fatto giustizia, ormai da qualche decennio, di questa
prospettiva e parlo della grande storiografia meridionale, uno dei cui maestri è
senza dubbio Giuseppe Giarrizzo, che ha giustamente e correttamente studiato la
cultura siciliana sette e ottocentesca, inserendola nel contesto europeo, di cui
essa fu parte attiva ed integrante, dinamica e propulsiva.
Occorre quindi capovolgere la teoria inerente l’arretratezza e la subalternità
dell’isola, evidenziando come, insieme a contraddizioni e ritardi, siano
presenti anche elementi di strutturale e profonda dinamicità. Non quindi la
Sicilia medievale e “immobile”, nei suoi aspetti più retrivi, quale anche
l’inchiesta parlamentare di Franchetti e Sonnino accreditava, ma una terra piena
di fermenti, un vero laboratorio sperimentale dove anche sul piano politico, non
dimentichiamolo, erano nate le condizioni per l’unificazione italiana. E il
siciliano Crispi ben lo aveva capito, spingendo in modo determinante Garibaldi
ad attaccare in Sicilia la monarchia borbonica.
Compiuta l’Unità, la Sicilia era stata ancora una volta protagonista, con i suoi
quadri intellettuali, del profondo rivolgimento politico che aveva portato al
potere la Sinistra, nel 1876, e promotrice, sul piano culturale, di un profondo
rinnovamento, che partecipava dei fermenti del migliore positivismo europeo, nei
settori filosofico, letterario, pedagogico, sociologico e giuridico. |
VERSIONE
IN
La relazione è stata
tenuta nel corso della riunione
conviviale organizzata a Bronte il 2 Aprile 2011 dai soci del
“Circolo di Cultura Enrico Cimbali” nel novantesimo anniversario
dell’intitolazione ad Enrico Cimbali del loro sodalizio, l’antico
Casino di Conversazione de’ Civili. Alla riunione, moderata dal presidente del
sodalizio dott.
Aldo Russo, hanno partecipato moltissimi soci con le rispettive consorti ed
anche rappresentanti di altre associazioni e circoli brontesi per un totale di
quasi 150 persone.
Oltre alla Prof. P. Fiorentini sono intervenuti anche l’avv. Lucia Pecorino laureatasi in Giurisprudenza con una
tesi su E. Cimbali, che ha tratteggiato alcuni cenni sulla vita e le opere del
giurista brontese, il sindaco di Bronte sen. Pino Firrarello ed il presidente della
Provincia regionale di Catania (nonché socio del Circolo) Giuseppe Castiglione.
Paoladele Fiorentini, docente di Storia moderna presso l'Università di
Catania, ha recentemente
pubblicato “Enrico Cimbali e la funzione sociale dello stato
moderno” (Giuseppe Maimone Editore, Catania 1987) contenente due manoscritti inediti di
E. Cimbali (“La funzione sociale dello Stato moderno” e ”Le prime due fasi dell'azione dello Stato”).
Fra le altre sue opere ricordiamo "Nel regno delle Due Sicilie" - Intellettuali, potere, scienze della società
nella Sicilia borbonica, Edizioni del Prisma, Collana Biblioteca siciliana, 2008,
Pagine: 262, Prezzo: € 32.00; Augustin Thierry:
Storiografia e politica nella Francia della Restaurazione,
Catania, Edizioni Del Prisma, 2003. |
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Era una vera rivoluzione che investiva il diritto, sia civile che penale,
costituzionale, amministrativo ed ecclesiastico, basti citare grandi personalità
come, nella Sicilia occidentale, Scaduto Orlando e Mosca e, in quella orientale,
Giuseppe Vadalà Papale e appunto Enrico Cimbali.
Fu il grande poeta Mario Rapisardi a farsi interprete di questo fermento in una
prolusione accademica del 1879, auspicando che Catania potesse diventare una
capitale della scienza in una società ormai così trasformata e cambiata tanto da
assomigliare ad “un vulcano che minacci eruzione”.
Rapisardi era un convinto fautore dell’evoluzionismo, si faceva paladino di una
concezione laica e materialista, dove la nuova scienza doveva essere applicata
anche al diritto e prioritario gli appariva il problema della questione sociale:
“L’iniqua distribuzione delle ricchezze, il crescente squilibrio tra bisogni e
mezzi di sussistenza, il dissidio tra capitale e lavoro... - egli scriveva-
hanno portato la società a tali strette che una conflagrazione tra le classi
alte, che sono i borghesi tiranneggianti, e le classi infime, che sono le classi
operaie tiranneggiate, potrà essere per ventura ritardata, non evitata”.
Erano queste posizioni e teorie largamente condivise da Enrico Cimbali, che era
diventato uno degli esponenti di punta del socialismo giuridico e si era fatto
portavoce della necessità di riformare profondamente, sul piano del metodo e dei
contenuti, il diritto civile.
Il socialismo giuridico fu un movimento che si sviluppò in Italia nell’ambito
della cultura positivista, collegandosi all’opera scientifica di Anton Menger il
quale, sulla base della teoria del diritto come diretta espressione degli
interessi della classe borghese, sosteneva la necessità di promuovere riforme a
favore delle classi lavoratrici, riforme che ponessero fine alla lotta di classe
e alla cosiddetta “questione sociale”.
Il giurista austriaco, seguace delle teorie di Lassalle, auspicava la nascita di
uno “Stato democratico del lavoro”, che ponesse quale scopo primario
dell’attività dello Stato la conservazione e l’evoluzione dell’esistenza
dell’individuo, la tutela della vita e dell’integrità fisica e psichica e dei
diritti fondamentali di ogni singolo componente della società.
Era stato Achille Loria a coniare l’ossimoro di “socialismo giuridico”,
riconoscendo alla nuova scuola di giuristi il merito di avere sottoposto il
diritto ad una critica rigorosa, pur contestandolo sul piano di un’analisi di
stampo marxista, che propugnava la necessità delle riforme sociali a partire
dalla struttura economica e non da quella giuridica della società. La
definizione di Loria aveva scatenato molte polemiche, da parte di coloro che la
contestavano da posizioni opposte, come, ad esempio, Vidari e D’Aguanno,
riformatori non socialisti, o Claudio Treves, che si faceva critico severo del
movimento sull’organo ufficiale del partito socialista “Critica sociale”.
Il socialismo giuridico fu un movimento composito, non una scuola dal carattere
unitario, aveva al suo interno molte anime, la cui caratteristica principale non
era certo rivoluzionaria, ma riformatrice. Esso fu, come nota bene Paolo Grossi,
più una presenza culturale, una tendenza politico-ideologica che attraversò
scuole e momenti diversi della riflessione giuridica.
I suoi esponenti, per lo più, distinguendosi dalla linea di ortodossia marxista
e socialista, non miravano alla rifondazione di una nuova società, ma avevano
come obiettivo di riparare ai mali del sistema capitalista, modificando, secondo
le nuove istanze scientifiche, le istituzioni giuridiche, modernizzandole e
meglio adattandole alle nuove istanze poste dalle classi lavoratrici e dai
soggetti sociali più deboli e meno tutelati.
Quando queste polemiche scoppiavano negli anni ‘90 Cimbali era già morto, ma era
stato lui, giovanissimo docente, nel 1881, a Roma, nella prolusione ad un Corso
libero di Diritto civile, a proclamare per primo la necessità del cambiamento,
della “rivoluzione”, tanto nei contenuti che nel metodo, del diritto civile.
A questa prima presa di posizione del giovane giurista, che aveva creato molto
scalpore nel mondo accademico, erano seguite, nell’ambito della civilistica, le
prolusioni di Chironi e di Cogliolo, gli scritti di Gianturco e di Vadalà
Papale.
Nell’ambito del diritto penale era stato invece Enrico Ferri, nella celebre
prolusione bolognese del 1880, a farsi promotore della riforma, auspicando
l’applicazione del nuovo metodo sperimentale “allo studio dei delitti e delle
pene”.
La necessità della riforma propugnata da Cimbali e dagli altri aderenti al
movimento si radicava nella consapevolezza che il diritto civile doveva essere
lo specchio in divenire, ma vivo e congruo, di una società in profonda
trasformazione, concetto che si poneva in aperta polemica con la scuola
esegetica formalista, ove era totale la dipendenza dal modello romano, che
determinava la struttura di un codice asfittico, vincolato alla tutela
dell’utilità del singolo - jus privatum est quod ad singulorum utilitatem
spectat - , dove però il singolo risulta essere un modello astratto, del
tutto fuori dal contesto sociale e storico in cui opera e vive.
I civilisti richiamavano l’attenzione verso la necessità di una riforma che
tenesse conto delle scienze che analizzano l’uomo e la società, proprio al fine
di procedere ad una riforma della legislazione che, partendo da una base
scientifica e sistematica, fosse organica ed integrale.
Era dunque un atteggiamento nuovo e fecondo, teso a comprendere la complessità
della realtà sociale e a fornire risposte adeguate alle nuove domande ed ai
nuovi bisogni in essa emergenti. I vecchi codici precedenti, nel regolare gli
istituti di diritto privato, avevano messo in secondo piano i problemi delle
classi lavoratrici e si erano fatti portavoce soltanto dell’interesse delle
classi abbienti, producendo profonde lacerazioni, che diventava improrogabile,
sotto l’urto della questione sociale, ricomporre, tenendo conto di un contesto
economico e sociale ormai profondamente mutato.
La società che aveva basato la propria economia sul settore agrario nel XIX
secolo aveva conosciuto trasformazioni radicali e irreversibili, la realtà era
diventata sempre più complessa e articolata, segnata dallo sviluppo della grande
industria, del commercio, del credito e delle nuove tecnologie. I soggetti del
diritto si erano di conseguenza modificati e moltiplicati, mutando la loro
posizione e il loro ruolo sociale.
La questione sociale diveniva perciò uno dei campi di indagine preferito del
dibattito civilistico, soprattutto per l’esigenza della nascita di un codice
privato-sociale, che potesse superare il confine tra il diritto pubblico e
quello privato, rompendo la chiusura astratta e negativa di una codificazione
rivolta al singolo per conquistare un piano più ampio ed integrale, collettivo
e, appunto, sociale.
L’attenzione verso il diritto al lavoro e alle classi che di esse sono
portatrici faceva emergere il problema del lavoro femminile, e più in generale
della riforma del diritto di famiglia, all’insegna di un’emancipazione della
donna che vedeva la difesa dei suoi diritti e della sua libertà.
Da qui le proposte caldeggiate da Cimbali, e poi anche da molti altri,
favorevoli all’istituzione del divorzio, e quindi alla relativa trasformazione
dell’istituzione matrimoniale in un contratto di natura civile e favorevoli ad
una riforma della divisione dei beni, e all’annullamento dell’impossibilità
della ricerca della paternità naturale, che penalizzava pesantemente la
maternità femminile al di fuori del matrimonio, garantendo al contempo
l’impunità per i maschi dei ceti più abbienti.
Erano dunque sul tappeto questioni fondamentali di carattere teorico e pratico,
che implicavano una capacità di analisi e di individuazione dei problemi, sia
sul piano storico che su quello più strettamente giuridico, oltreché notevoli
capacità di sintesi. Tutte qualità che Cimbali dimostrava di possedere alla
grande già nel 1881, con la prolusione romana cui prima accennavo, che aveva i
significativo titolo Lo studio del Diritto Civile negli Stati moderni e
che ebbe un effetto dirompente nel mondo accademico italiano e che diede al suo
giovane autore poco più che venticinquenne, fama nazionale, accendendo un
dibattito che, per tutta la seconda metà del secolo avrebbe dominato la cultura
italiana.
Cimbali si era laureato da appena cinque anni e a Napoli, sotto i magistero di
Monsignor Mirabelli aveva approfondito gli studi filosofici, giuridici e
letterari, e si era avviato alla professione dell’avvocatura presso lo studio di
Luigi Landolfi.
Il suo primo libro, che aveva dedicato al padre dal titolo “Del possesso per
acquistare i frutti” gli aveva già guadagnato fama di dotto cultore del
diritto civile, del diritto romano e della filosofia del diritto. Di solo
quattro anni successiva è la pubblicazione del saggio, nel 1885, “La nuova
fase del Diritto civile”, scritto in occasione del concorso per la Cattedra
di Diritto civile dell’Università di Torino, che Cimbali non riuscì ad ottenere,
anche per la portata eccessivamente innovativa delle sue concezioni ma che
comunque consolidò la sua fama anche sul piano internazionale.
In Spagna, dove si stava elaborando la stesura di un nuovo codice civile,
l’avvocato Giovann Crespo Herrero gli chiese l’autorizzazione alla traduzione e
le opere di Cimbali ebbero vasta diffusione nel mondo spagnolo, oltre che in
quello francese.
Cimbali auspicava e teorizzava la necessità di dare vita ad un codice privato-
sociale che correlasse la vita civile con quella commerciale, all’interno di una
piena accettazione dell’evoluzionismo che gli permetteva una ricostruzione a
tutto campo delle dinamiche dello sviluppo umano, che egli tripartiva in “tre
età del codice sociale”, direttamente collegate al diverso grado di sviluppo di
tre periodi storici differenti: quello romano, quello medievale e infine quello
moderno.
Pur attingendo e comparando con vasta dottrina e grande capacità di analisi le
varie esperienze degli altri stati europei, con particolare attenzione al
modello francese e a quello tedesco, Cimbali perveniva ad una concezione
autonoma ed originale, dove il sistema del diritto avrebbe dovuto essere
costruito come lo specchio di una “visione unitaria e fisiologica della società
data dalle scienze sociali”. Egli elaborava quindi una via italiana e nazionale
che conducesse ad un ordine sistematico in grado di ricondurre ad unità, tramite
l’impiego di rigorosi criteri metodologici, le norme giuridiche, dove il diritto
veniva ad essere come un tessuto connettivo, col fine specifico di riunire in un
compiuto organismo tutti i singoli istituti giuridici, garantendo l’armonia e la
sintesi delle parti.
Sono questi i grandi temi della riflessione cimbaliana e anche i due
manoscritti, da me rinvenuti nella biblioteca del collegio “Capizzi”, grazie
alla competenza e all’aiuto del dott. Franco Cimbali, che ancora qui ringrazio,
si inseriscono a pieno titolo in questo quadro. I due manoscritti risalgono
proprio a quel 1881, che tanto fu demarcante e importante nella vita del nostro
giurista e furono da lui consegnati per la pubblicazione su una prestigiosa
rivista fiorentina la “Rassegna settimanale di politica, scienze, lettere ed
arti”, pubblicazione che poi non avvenne per le vicende editoriali del
periodico, che fu trasformato in un giornale politico quotidiano.
Ciò che costituisce il maggiore interesse dei due scritti è il loro oggetto
specifico, in quanto essi focalizzano l’analisi sull’azione e sui compiti dello
Stato moderno. Nel contesto di uno schema interpretativo di carattere
evoluzionista, secondo una concezione ottimista, lineare e progressiva e
rigorosamente organicista dello sviluppo, l’individuo da un lato e lo Stato
dall’altro rappresentano “i termini essenziali nei quali si sostanzia e si
integra il concetto completo dell’umanità”.
Cimbali costruisce una teoria che analizza l’umana evoluzione storica a partire
dal mondo antico, individuando la contrapposizione tra la società fondata
sull’accentramento e sull’organizzazione militare, tipica appunto del mondo
antico, e l’altra, individualista e fondata sulle arti della pace, quale si è
progressivamente manifestata nel mondo moderno.
Questa contrapposizione, che, come è noto, comportava l’esaltazione del moderno
rispetto all’antico, aveva caratterizzato la cultura liberale francese ed era
alla base delle teorie liberali e liberiste di Constant, in piena sintonia con
l’affermazione della borghesia nell’età della Restaurazione. Ma, riprendendola,
Cimbali ne faceva il punto di partenza per un attacco frontale alle tesi del
liberalismo classico. L’esaltazione dell’individuo, tipica dell’età moderna, ha
comportato infatti la concezione di uno Stato visto solo come “mutua
associazione di diritti e di interessi legati insieme dalla libertà e
dall’arbitrio”, sviluppando una teoria di tipo contrattualistico, che si
compendia nel celebre motto del Laissez faire laissez passer, la cui
ultima conseguenza è quella di “lasciar passare l’arbitrio, l’ignoranza,
l’immoralità e la miseria”.
Cimbali dunque si oppone e contesta con fermezza e ampiezza di argomenti la
funzione puramente negativa dello Stato, ridotto a spettatore neutrale ed
impotente nella lotta spietata degli interessi, che ha, come inevitabile
conseguenza, non solo la sconfitta dei più deboli, ma anche la crescita
esponenziale dell’arbitrio dei vincitori, che si fanno “arbitri altresì dei
poteri e delle sorti dello Stato medesimo”.
L’aprirsi di una nuova fase storica, legata allo sviluppo inarrestabile del
capitalismo e delle tecnologie, implica necessariamente la necessità
dell’armonizzazione di individuo e Stato, in cui “senza negarsi il valore e la
libera iniziativa dell’uno, possa esercitarsi provvidamente l’azione
moderatrice, integratrice e civilizzatrice dell’altro”. Nel mondo moderno,
segnato da inarrestabili ed epocali cambiamenti, è quindi imprescindibile
trovare e realizzare nuove risposte ai problemi posti dall’industrializzazione e
dall’organizzazione capitalistica ed è all’azione dello Stato che, proprio per
questo, deve essere data la massima rilevanza, nelle forme giuridiche più
opportune, per la migliore organizzazione ed il progressivo miglioramento della
società nel suo complesso.
Non credo ci sia bisogno di sottolineare quanto questa posizione fosse
innovativa allora, sull’onda delle teorie più avanzate delle scienze giuridiche
e sociali europee, e quanto sia più che mai attuale oggi, giacchè indica una
strada obbligata eppure ancor disattesa, dove moltissimo resta ancora da fare.
Cimbali e con lui tutta la sua generazione, dopo la nascita dell’Italia unita,
assunsero il compito di costruire una società giusta e moderna, civile e
progredita.
Voglio concludere queste mie riflessioni rimarcando non solo la grandezza di
questi intellettuali siciliani, ma anche la loro appartenenza a prestigiose
famiglie della migliore borghesia che in provincia, in taluni casi, diedero vita
a vere e proprie “dinastie intellettuali” (è questa la definizione di Giuseppe
Giarrizzo a proposito dei Majorana). E’ così per Salvatore Majorana Calatabiano
e per il padre di Cimbali che crearono le basi di una crescita e di una
formazione intellettuale dei loro figli che li ha resi protagonisti, veri
maitres à penser della cultura italiana.
E’ la Militello dei Majorana, è la Bronte dei Cimbali (e mi corre qui l’obbligo
di citare il libro, curato dall’amico e collega Saitta, sui “Ricordi e lettere
ai figli” del padre di Enrico Cimbali). E’ una grande lezione di etica, di
sprone verso la realizzazioni di mete alte, fondate sullo studio, sulla
dedizione ad una missione nel mondo che è portatrice dei più nobili valori
umani, politici e sociali.
Non è il successo come meta immediata di poveri appetiti individuali, ma la
conquista di obiettivi di realizzazione e di perfezionamento delle proprie
qualità migliori, messe in atto non per il proprio banale e immediato profitto,
ma per il bene della collettività, fonte di progresso comune, culturale e
civile.
Mi piace rimarcarlo, per rendere onore a Bronte, che in Italia e nel mondo è
giusto che non sia nota solo per i suoi pistacchi, e onore ad Enrico Cimbali e a
tutta una generazione di intellettuali che, dopo l’unificazione dell’Italia, si
è adoperata con generosità e slancio, straordinaria capacità e intelligenza, e
assoluta onestà per costruirne le fondamenta e renderla migliore.
Per questo mi sembra più che opportuno chiudere questa relazione citando la
lettera aperta che Enrico Cimbali inviò ad un altro grande siciliano, che egli
molto ammirava e stimava, Francesco Crispi, sul tema de “I partiti politici in
Italia”.
In essa si evidenziano il disprezzo e la polemica nei confronti di una politica
povera e asfittica, chiusa nella deludente ed esecrabile prassi del
trasformismo. “Quello che avrebbe dovuto essere un giorno di rigenerazione
sostanziale per la sinistra ha aggravato i suoi mali che oggi l’hanno ridotta a
sepolcro... - scriveva il giovane Cimbali - Il governo è sfuggito dalle mani
della Sinistra, senza che sia passato decisamente nelle mani della Destra...
Forse giammai come oggi si è avvertito urgente il bisogno d’imprimere un novello
indirizzo più conforme al prestigio della nazione, nella politica dello
Stato...”
Non è quella di Enrico una rinuncia di stampo qualunquistico anzi egli esprime
l’esigenza di un avvicinamento alla politica “per studiarla e quindi
professarla”, ma lucidamente, nel valutare quei primi decenni di vita del
Parlamento italiano, egli non può non denunciare “che la fede non ho saputo
trovarmela, o meglio non ho sentito di poter legare la mia mente a nessuna delle
due Chiese militanti che si contendono la direzione dello Stato... Per me il
quadro, qualunque siano i suoi colori, può dirsi completo: dissoluzione a
Destra, dissoluzione a Sinistra, eclissi al centro”.
Eppure non demordeva, si faceva paladino dell’allargamento del suffragio, nel
dichiarato intento di colmare il divario tra paese legale e paese reale, ai fini
di dare un nuovo impulso alla politica ed alla rigenerazione dei partiti. Nei
fatti la riforma elettorale era stata varata con criteri contradditori e
disordinati, favorendo gli interessi dei grandi elettori e dei comitati locali.
Dopo aver vinto la cattedra a Messina, con un’altra opera mirabile “Sulla
capacità di contrattare secondo il Codice Civile e di Commercio”, nel 1886
Cimbali ribadiva, in merito alla sua candidatura nel secondo seggio di Catania,
a seguito della morte di Romeo, ancora una volta un rifiuto che si radicava in
una concezione alta e nobile della politica. Egli si era fatto paladino della
necessità dell’unione e della coesione, in nome dei bisogni reali del paese,
denunciandone appunto la corruzione e la divisione.
“Fu vana illusione la mia - scriveva nella lettera Agli amici del secondo
collegio di Catania -” aggiungendo ancora “cresce la certezza che nulla di
sano vi sia e che coloro che concorrono all’onere della rappresentanza
nazionale, siano tutti indistintamente guidati dal pungolo di soddisfare una
volgare ambizione...”.
Parole profetiche, parole amare, eppure nate da una forza, da una nobiltà di
intenti, da una capacità progettuale che ci addita ancor oggi, e forse, oggi più
che mai, la strada giusta da percorrere.
Enrico Cimbali è per me l’emblema di tutta una generazione, le cui generose
illusioni ancora possono e devono nutrire la parte migliore dell’Italia.
Guardare indietro ai grandi maestri, e Cimbali lo è stato - e la sua morte
precoce lo ha ancor di più, se possibile, consegnato alla storia -, guardare
indietro, dicevo, è talora il modo migliore per guardare avanti, attingendo
dalla lezione del passato la forza e la speranza di costruire il nostro futuro.
Paoladele Fiorentini |