I Fatti del 1860

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Antefatti - Decreti di Garibaldi - Situazione locale - I Fatti dal  2 al 9 Agosto - DIBATTITI E RICOSTRUZIONI


L'articolo di Callisto Cosulich, che vi proponiamo integralmente, è stato pubblicato sul settimanale ABC (Anno XIII, n. 35 del Settembre 1972), pochi mesi dopo l'uscita del film di Florestano Mancini "Bronte, cronaca di un massacro che i libri di storia non hanno raccontato". ABC era un periodico di politica, attualità e cronaca edito in Italia negli anni sessanta e settanta del 1900. Fondato a Milano nel 1960 da Gaetano Baldacci, già direttore del quotidiano Il Giorno di Milano, il settimanale, molto diffuso in tutto il periodo degli anni sessanta e in parte anche nei primi anni settanta, aveva una netta linea socialista, anticonformista e anticlericale. Accanto ad articoli di politica, costume e società, pubblicava anche articoli scandalistici, di costume e foto osé per l’epoca. Fra i suoi direttori ebbe anche Ruggero Orlando e Claudio Sabelli Fioretti, fra i suoi collaboratori Antonio Piscitelli, Gianfranco Pintore e Loris Fortuna. Chiude definitivamente dopo il 1981. Con questo reportage il settimanale ha voluto interrogare i figli, i nipoti e i pronipoti di coloro che furono i protagonisti della prima «rivoluzione spontanea» esplosa in Italia scoprendo che 112 anni dopo a Bronte "le cose andavano relativamente peggio di quando la Sicilia stava sotto i Borboni". 



Reportage di Callisto Cosulich

Una pagina di storia che non insegnano nelle scuole

Bronte: 112 anni dopo il massacro

Le cose vanno relativamente peggio di quando la Sicilia stava sotto i Borboni

di Callisto Cosulich

Grazie al film di Florestano Vancini, Bronte è una delle località italiane di cui più si parla. Ma pochi la conoscono; neppure i componenti la «troupe» di Vancini, che per motivi di economia hanno dovuto girare il film in Istria. «ABC» ha voluto interrogare i figli, i nipoti e i pronipoti di coloro che furono i protagonisti della prima «rivoluzione spontanea» esplosa in Italia, e ha scoperto che le cose oggi vanno relativamente peggio di quando la Sicilia stava sotto i Borboni. I brontesi più validi fuggono la miseria emigrando, mentre quelli che sono rimasti, nei sempre più frequenti scatti d’ira, si augurano un nuovo 1860.


Bronte, agosto 1972

Il primo saluto di Bronte, ce lo dà un camionista con l’indice e il medio atteggiati a V, come faceva Churchill, quando andava a visitare i quartieri bombardati di Londra. Tao, il fotografo catanese che mi accompagna in macchina, gli fa cenno di no. Non capisco.
«Chiedeva se dietro a noi viaggia qualche gazzella della polizia», mi fa Tao e da ciò arguisco che i brontesi, e - immagino - anche gli abitanti degli altri comuni abbarbicati lungo le pendici dell’Etna, si sono dati un codice antipoliziesco.

Le gazzelle della « Celere », come centododici anni fa la carrozza di Nino Bixio, penso; solo che i brontesi oggi sono più diffidenti. Allora, invece di darsi alla macchia o di prepararsi gli alibi, gli erano andati incontro festanti; Bixio era il luogotenente di Garibaldi il liberatore, che aveva promesso. ai contadini le terre demaniali. I contadini se l’erano prese da soli, ammazzando qualche «galantuomo».

Da che mondo è mondo sono incidenti inevitabili nelle rivoluzioni. Che cosa poteva venire a fare Bixio, se non a rendere ufficiale la nuova situazione?

Quando s’accorsero, invece, che costui, al posto delle terre, intendeva dare una punizione esemplare, era ormai troppo tardi: Bixio ne aveva messo in catene centocinquanta e cinque ne aveva fatti fucilare dopo processo sommario.

E’ la storia di Bronte: la «cronaca di un massacro che i libri di storia non hanno raccontato», come dice il sottotitolo del film di Florestano Vancini.

La pellicola ha avuto un limitato successo di pubblico, ma ha sollevato numerose polemiche, soprattutto perché scalzava dal piedistallo uno dei miti intoccabili del nostro Risorgimento: Nino Bixio per l’appunto.

Come spesso avviene in simili circostanze, il fatto marginale è divenuto quello centrale. Che cosa fosse in realtà Bixio, se un combattente per la libertà o un forcaiolo, se il generale di un esercito del popolo o un progenitore dei comandanti delle SS, ha un’importanza relativa.

Sarebbe stato più interessante disputare sui protagonisti dell’altra parte della barricata, sui brontesi insomma. Ma questo non è stato fatto.

Bronte è rimasta pressoché assente dalla contesa, così come era stata esclusa dalla lavorazione del film che, per accordi di coproduzione e motivi di economicità, venne girato in Istria, cioè in territorio sotto amministrazione jugoslava.


Una strada costruita dai vituperati Borboni. E' ancora quella

Ebbene, noi abbiamo voluto tornare alle origini: vedere Bronte, parlare coi brontesi, riscoprire le tracce della sanguinosa rivolta di centododici anni fa, riverificarne le ragioni e confrontarle con la situazione attuale.

Dico noi per dire me e i miei accompagnatori: il fotografo e una studentessa, collaboratrice catanese de «L’Ora», che sta preparando la tesi di laurea sui fatti di Bronte; partiti un mattino di metà agosto da Catania per raggiungere la cittadina, distante circa cinquanta chilometri dal capoluogo.

La strada è sempre la stessa percorsa centododici anni fa dal generale garibaldino: una strada costruita dai vituperati Borboni e che l’Italia unita, regno e poi repubblica, ha saputo soltanto asfaltare; una strada che a quel tempo sarà stata senz’altro motivo d’orgoglio per il Regno delle due Sicilie, ma che oggi, con le sue gobbe, le schegge di lava che perforano l’asfalto e riducono il suo manto come un colabrodo, fa semplicemente pena. Né l’impressione muta all’apparire inaspettato di un cartello che inserisce questo percorso impossibile nell’«itinerario romantico di Grazia».

Anzi il cartello sembra quasi avere un significato allusivo, derisorio.

Mesi fa la strada fu percorsa anche dai ciclisti del Giro d’Italia. E pure loro debbono averla contestata se, nonostante le curve, le rampe e i dislivelli da superare, la tappa si concluse con un volatone generale.

Callisto Cosulich, triestino, nato il 7 luglio 1922  e morto a Roma il 6 Giugno 2015, è stato una delle prime e più prestigiose firme della critica cinematografica, un fine e curioso intellettuale appassionato di tutti i generi afferenti al cinema e, proprio per questo, testimone prezioso dello sviluppo e dei cambiamenti che nel tempo e nei luoghi hanno agito all’interno del magico mondo della celluloide.

Per diffondere il più possibile la cultura cinematografica ha pubblicato migliaia di recensioni e articoli diventando un punto di riferimento per il pubblico e gli addetti ai lavori. In particolare ha analizzato come il cinema italiano abbia affrontato la parte oscura e le contraddizioni del Risorgi­mento rispetto alla vulgata ufficiale.

Si è occupato in vari articoli della trasposi­zione cinemato­gra­fica della storia italiana e del Risorgimento, ricollegandosi anche all’opera e ai film dedicati ai drammatici fatti di Bronte in cui la repressione ordinata da Nino Bixio portò a esecuzioni sommarie.

Con il suo stile colto ma pulito si è sempre rivolto diretta­men­te al pubblico come in questo reportage da lui fatto “112 anni dopo il massacro” a Bronte ad Agosto 1972 alcuni mesi dopo l’uscita del film di Vancini sul “massacro che i libri di storia non hanno raccontato”.

Cosulich è voluto tornare alle origini: venire e vedere Bronte, parlare coi brontesi, riscoprire le tracce della sanguinosa rivolta, riverificarne le ragioni e confrontarle con la situazione attuale. E lo ha fatto rispecchiando fedelmente con lucidità e verismo la vita socio-politica della cittadina etnea di quegli anni. Un reportage che si rivela chiara testimonianza storica che vi proponiamo integralmente

Come può vivere, mi domando, una cittadina collegata al resto del mondo con una strada in tali condizioni? Difatti, vedrò subito che non può vivere, anche se, lì per lì, al nostro arrivo, Bronte sembra pervasa da qualche fremito di animazione.

Sulla via principale stanno allestendo le luminarie per la festa di San Biagio, il patrono.

Le macchine sono parecchie e non ci è facile posteggiare la nostra. Nei caffè risultano bene in vista le locandine del «Ciclope» e dell’«Etna Garden», i due ritrovi notturni della zona (chiamarli nights ci parrebbe improprio). L’«Etna Garden» annuncia il «Veglionis­simo di Ferragosto» con la partecipazione de «Le Antilopi». «Sempre loro, sempre gli stessi e ancora loro», aggiunge la locandina, da cui si evince che la scelta dei complessini in questi paraggi deve essere piuttosto limitata. «Non sarà eletta nessuna miss», precisa ancora la locandina, «ma soltanto danze e balli (salvo le soste)».


Venti anni per rovesciare il dominio della Democrazia cristiana

Danze e balli, con o senza soste, sono patrimonio prevalente della gioventù e, infatti, i ragazzi non mancano a Bronte. Girano e corrono lungo le erte scoscese della cittadina, la cui espansione si è verificata in prevalenza sulla verticale. Qualche ragazza sfoggia anche la minigonna, ma ciò non significa affatto libertà sessuale, tiene a precisare la studentessa che ci accompagna.

La premessa all’emancipazione dei costumi sta nel lavoro e qui non lavorano né gli uomini né, tanto meno, le donne. Le uniche libertà sessuali conosciute da queste parti sono quelle che nel secolo scorso i «galantuomini» si concedevano con le ragazze del popolo. Ha scritto Leonardo Sciascia in proposito che nel 1853 c’erano a Bronte 38 balie comunali, «nutrici dei bastardi di ruota».

Accanto ai ragazzi, ancor più numerosi i vecchi. Ne vediamo un buon numero seduto con aria assente dinanzi alla sede della UIL.

Vincenzo Castiglione, sindaco di Bronte, nel 1972 «A zappare la terra sono rimasti soltanto loro - ci dice l’ex-sindaco di Bronte, l’avvocato socialista Castiglione -, gli altri se ne sono andati, chi nel Norditalia, chi all’estero. Non ce la facevano più a dannarsi l’anima sul pistacchio che è in fondo l’unica vera risorsa agricola del paese ».

Il pistacchio selvatico o «terebinto» — ma qui lo chiamano comunemente «scornabecco» — cresce tra le maestose e nere colate laviche dell’Etna, le cosiddette sciare. Su una produzione siciliana di 25 mila quintali, il solo territorio di Bronte ne dà 20 mila. Ma la concorrenza degli israeliani e dei turchi che sono venuti fin qui ad apprenderne la coltura, è ormai un fatto compiuto e spietato sul piano dei costi.

L’avvocato Castiglione, come ho già detto, è socialista ed è stato sindaco della città. Anche l’attuale sindaco è socialista: regge una giunta di centro-sinistra ove le sinistre collaborano con una fetta della Democrazia cristiana, che si presenta spaccata in due. Siamo cioè in un regime di quelli che al centro vengono chiamati «degli equilibri più avanzati».

Gli domando come si è giunti a una situazione del genere. «Dopo la guerra, alle prime elezioni, questo era un paese dominato dai preti - ci risponde l’avvocato -, del resto si guardi in giro e vedrà la bellezza di quindici chiese in pochi metri quadrati. Fare il giro dei sepolcri al Venerdì Santo non costituisce certo un problema. Ebbene alle prime elezioni la DC ottenne novemila voti contro gli ottocento delle sinistre unite nel Blocco del Popolo. Evidentemente abbiamo fatto un buon lavoro se alle ultime elezioni noi socialisti abbiamo totalizzato milleseicento voti, i comunisti milleottocento e la DC è scesa a quattromila».

«E i missini?». «Non hanno ottenuto più di novecento voti». «Nonostante l’enorme dispiego di mezzi profusi nella campagna elettorale», aggiungono Vincenzo Lupo e Nunzio Pafumi, due militanti comunisti che gentilmente si sono prestati a guidarci nel giro della città.

Pafumi fa di mestiere l’ebanista. Fa l’artigiano insomma e nessuno meglio di lui può conoscere la progressiva decadenza dell’artigia­nato brontese che sta languendo come l’agricoltura. Lupo ci fa notare i risultati dei successivi censimenti, che denotano la torpida stasi in cui è caduta la cittadina.

«Nel 1898 eravamo in 21.405 - ci dice -, oggi siamo in 22.165. Non siamo cresciuti affatto perché oltre seimila brontesi hanno preso nel dopoguerra la via dell’emigrazione. Quasi un terzo dell’intera popolazione. Se poi consideriamo soltanto la popolazione attiva, il rapporto diviene spaventoso. Il paese vive praticamente sulle pensioni e sulle rimesse degli emigrati. L’industria non esiste. Sì un tempo c’era una discreta fabbrica di laterizi. Ora, però, è in stato comatoso».


L’unico paese della Sicilia che nel 1943 sparò sui tedeschi

Gli chiedo se nella popolazione è vivo il ricordo dei fatti del 1860 e se il film lo ha alimentato.

Vito Lupo (segretario sezione PCI di Bronte, 1960)«Tanto per cominciare - ci risponde il signor Lupo -, il film a Bronte non è stato neppure proiettato. Per quanto riguarda la rivolta, poi, dovrei dire che la si ricorda poco. Sì, ogni tanto qualcuno negli scatti d’ira, grida che dovremmo fare di nuovo il sessanta. Ma tutto finisce lì.
Con questo non voglio concludere che Bronte sia una città calma e i brontesi degli uomini pacifici. Sembrano tali, ma, quando c’è la scintilla, s’accendono. Lo hanno dimostrato nelle lotte per la riforma agraria e ancor prima contro i tedeschi. Bronte è stato uno dei pochi paesi siciliani dove i tedeschi, ritirandosi, hanno dovuto uccidere. Perché i brontesi non gli permettevano che portassero via il bestiame e decisero di difenderlo ».

«Io sono il pronipote di uno dei protagonisti della rivolta di Bronte - mi fa l’ebanista Pafumi -; si chiamava Gorgone e scontò molti anni di carcere a Catania. La mamma mi diceva sempre: ‘‘Attento di non fare la fine di tuo nonno!”».

E i discendenti di Rosario Aidala, il muratore che si considera il vero capo della rivolta? Ce ne sono tanti di Aidala, muratori anch’essi. Hanno poca voglia di ricordare il loro antenato.

E l’avvocato Nicola Lombardo, l’amico degli insorti che cercò di pacificare gli animi e c’era anche riuscito senza che questo suo merito distogliesse Bixio dal mandarlo dinanzi al plotone di esecuzione? Quello, poi, non era nemmeno sposato, non aveva figli.

In definitiva, l’unico che senta ancora sulla propria pelle quei lontani avvenimenti, è l'avvocato Renato Radice, figlio di Benedetto, lo storico cui si deve la cronaca più esatta e politicamente più onesta della rivolta del sessanta. Senza Nino Bixio a Bronte di Benedetto Radice, oggi di quei fatti si avrebbero soltanto idee vaghe e distorte. Non se ne parlerebbe nemmeno e non esisterebbe il film.

Renato Radice, sebbene stia a Bronte, ha visto il film e non lo ama svisceratamente. «Né Bronte né i brontesi si riconoscerebbero in quel povero villaggio ove il film è stato ambientato e in quei ceffi di sottosviluppati che vi si agitano come comparse. Bronte non è un villaggio di zingari, ma una cittadina che ha dato insigni figli alla Sicilia e all’Italia.»

«Le sue tradizioni sono illustri. Non posso credere in un film che parte da premesse ambientali e antropologiche così smaccatamente false. E non posso amare un film che è stato girato in Jugoslavia mentre, se fosse stato girato qui, avrebbe portato un po’ di lavoro e un po’ di ossigeno a chi ne ha veramente bisogno. Ma è destino di Bronte l’essere tagliata fuori da ogni rivolo sia pure provvisorio di benessere. Solo la TV è venuta qui per girare un servizio per Boomerang. Ma il servizio non è mai uscito. Si vede che disturbava politicamente. Come, del resto, il film che la TV ha prodotto ma poi s’è limitata a presentarlo nei cinematografi».

«Lei, avvocato, critica il film per la sua scarsa aderenza alla verità ambientale e antropologica. Ma sulla verità storica che ha da dire?».

«Be’, il film fa propria la tesi delle sinistre: che la Sicilia è passata da una dominazione all’altra, rimanendo sempre schiava di qualcuno. Ragionando col senno di poi, la tesi è giusta».

«E la figura di Nino Bixio?»

«Su quello che ha fatto si potrebbe discutere all’infinito. Io, come mio padre, del resto, sono convinto che Bixio non ha agito di sua sola iniziativa. C’era evidentemente un ordine di Garibaldi e, dietro Garibaldi, premevano gli inglesi della Ducea di Nelson, che temevano di far le spese della rivolta. E Garibaldi, non dimentichiamolo, ci teneva all’amicizia degli inglesi che avevano sostenuto la spedizione dei Mille e, in più occasioni, proclamato la loro ostilità ai Borboni. Che il regno borbonico fosse ‘‘la negazione di Dio” era una frase coniata da loro. Dunque, Bixio può darsi che non fosse il principale responsabile della repressione, che lui stesso definì una ‘‘missione maledetta” nella famosa lettera alla moglie. Ciò non modifica, però, i fatti che andarono come appunto li descrisse mio padre.

«Lo zelo di Bixio: fu in primo luogo inutile, perché, quando lui arrivò a Bronte, gli animi s’erano già calmati e la gran parte dei contadini era tornata al lavoro. Questa è la verità e non si può negarla. Bastava rintracciare i responsabili degli eccidi dei ‘‘galantuomini’’ e perseguirli attraverso un regolare processo. Dirò di più: se egli fosse giunto tre giorni prima, quando i contadini giravano assetati di sangue per “farsi”, come dicevano, ‘‘una lepre”, avrebbe avuto il dovere di ammazzarne non cinque, ma il doppio e anche il triplo; arrivando, quando arrivò, sarebbe stato meglio non ne ammazzasse più nessuno ».

Renato Radice, che ci ha ricevuto nel suo ufficio alla Procura di Bronte, è un uomo all’antica, un conservatore convinto, che si dice fuori della politica, ma che ragiona suppergiù come l’ala più moderata e legalitaria della destra nazionale.

Tuttavia, la radiografia, che egli ci fa dei mali di Bronte, non si discosta tanto da quella dei militanti di sinistra. E’ lui, per esempio, che mi ha avvertito a non prendere sul serio quel po’ di animazione rilevata in città.

«L’agosto è un mese atipico - mi ha spiegato -; molte delle automobili che ha viste sulle strade, hanno la targa straniera: sono le macchine degli emigrati che vengono a passare le ferie in famiglia.»

Dove, invece, egli diverge profondamente dagli altri interlocutori è nelle soluzioni che propone. Radice vagheggia ancora un ritorno all’antico amore per la terra che la riforma agraria, a suo avviso, ha distrutto. «In fondo - egli dice -, i contadini che nel 1860 si erano sollevati per spartirsi le terre demaniali, queste terre, finalmente le hanno avute. Ma che cosa ne hanno fatto? Le hanno abbandonate per emigrare, oppure le hanno rivendute ai tortoriciani che sono ancora più poveri di loro e hanno quindi maggiore spirito di sacrificio».


Un latifondo di 6.400 ettari. Gliene hanno lasciati mille: i migliori

«L’avvocato se la prende con la riforma agraria in quanto tale - mi dirà più tardi il mio accompagnatore Lupo -, il guaio, invece, è stato determinato dal modo in cui la riforma ha preso corpo.

I contadini hanno avuto la terra ma non hanno ricevuto i mezzi tecnici per coltivarla e farla rendere. Eppoi, quale terra hanno avuto? La parte migliore se la sono tenuta gli inglesi della Ducea».

«La Ducea possedeva originariamente 6.400 ettari di terreno - mi spiega l’insegnante elementare Vittorio Cutrona -; la riforma agraria gliene ha tolti 5.300. 3.500 li ha assegnati a coloro che già la lavoravano e a qualche coltivatore diretto che è riuscito a fare valere i propri diritti; gli altri sono stati destinati al rimboschimento. Agli inglesi sono rimasti poco più di mille ettari: i migliori, naturalmente».

«Comunque non si può ritornare indietro – insistono Lupo e Pafumi -; Radice deve rendersi conto che la gente oggi non è più disposta a vivere come viveva un tempo. Se oggi a Bronte ci si lamenta della scarsezza dell’acqua, bisogna anche dire che con la costruzione delle fognature e la installazione dell’acqua corrente, la gente si lava di più e consuma di più. Se giriamo per i vicoli di Bronte non veniamo più assaliti dal terribile lezzo di cui parla Carlo Levi ne Le parole sono pietre.

«Sono scomparse anche le case coi tetti di canne, come i tucul. In assoluto la miseria è diminuita, insomma, e nessuno è disposto a rifare certi sacrifici inumani. E’ cresciuto, invece, il dislivello tra le zone depresse, come la nostra, e quelle che hanno potuto beneficiare dell’industrializzazione. Questo è il punto cruciale: l’industrializzazione. Non si può ritrasformare l’Italia in un Paese a economia prevalentemente agricola, come vorrebbe Radice».

«Ma ci sono le premesse per fare di Bronte un centro industriale?».

«Sì, perché Bronte è un importante centro petrolifero -. Me lo dice un altro Lupo, di nome Mario, ingegnere chimico -. Il petrolio di Bronte è stato il mio primo amore - mi confida l’ingegnere -, un amore che risale agli anni venti, quando, da ragazzo, osservavo le fiamme che si sprigionavano dal suolo, nei pressi del torrente San Nicola. Allora pensavamo che sotto ci stesse l’inferno o, comunque, una manifestazione a distanza dell’attività eruttiva dell’Etna. Ma più tardi, all’Istituto di chimica industriale del Politecnico di Milano, mi tornarono a mente i fuochi di San Nicola e chiesi gli strumenti per prelevare il gas, qualora ne avessi trovato. L’Istituto me li concesse e io tornai con dei campioni di gas naturali che testimoniavano la presenza a Bronte di giacimenti metaniferi e forse anche di giacimenti petroliferi, visto che il gas da me prelevato aveva un forte tasso di umidità. Eravamo nel 1929. Da allora iniziai una battaglia che si concluse appena negli anni sessanta».

Lupo, così dicendo, ci indica in fondo alla valle gli impianti che prelevano il gas e lo trasportano attraverso gli oleodotti ai luoghi cui è destinato.

Tra questi luoghi, però, manca Bronte. Bronte si vede passare il metano sotto il naso, ma non ne trae beneficio. Altrove, invece, per esempio a Gagliano, che dista da Bronte venti chilometri in linea d’aria, grazie al metano è sorta una fabbrica della Lebole che dà lavoro a 600 persone. E’ il paese visitato da Mattei, poche ore prima della sua morte: lo si vede nel film di Francesco Rosi.

«Io avevo scritto a Mattei - ci rivela l’ingegnere Lupo -, e conservo ancora la sua confortante risposta. Purtroppo la tragedia di Bascapé ha avuto negativi riflessi anche su di noi. D’altra parte gli abitanti di Gagliano si sono battuti in maniera rude per ottenere l’industria, cosa che a Bronte, invece, non si è fatta. Basterebbe un’industria con mille posti di lavoro, per risolvere tutti i nostri problemi».

Il 1860 a Bronte, dunque, potrebbe ripetersi non per la terra ma per il sottoterra: nel nome del metano e anche del petrolio, anche se quest’ultimo ancora non s’è trovato in quantità apprezzabile. Altrimenti l’unica industria a Bronte rimarrà quella della valigia per emigrare. E il fatto di avere una valigia di cuoio anziché di cartone, non sarà motivo di consolazione.


È misterioso l’attaccamento degli inglesi a questo lembo di terra siciliana

Prima di ripartire per Catania, facciamo una capatina alla famigerata Ducea che si trova a una decina di chilometri da Bronte. Vera e propria oasi in un paesaggio feroce, esteticamente bellissimo ma disumano, essa ospita dei marziani di cui i brontesi, ricchi e poveri, manco conoscono il nome.

Il distacco tra il castello e il circondario è totale, come nemmeno il feudalesimo ha conosciuto. Ed è misterioso anche l’attaccamento degli inglesi a questo lembo di terra: perché lo preferiscono al velluto erboso dei loro prati?

Sull’ingresso della tenuta hanno messo un cartello ove si può leggere: «Proprietà privata; si prega di non disturbare». Difatti nessuno li ha disturbati, se si eccettua Mussolini in tempo di guerra. Ma fu cosa breve e condotta con molto tatto.

Tutto questo è molto chic. Ciò non toglie che a dieci metri dall’ingresso si possa scorgere una grossa ruspa ribaltata vicino a un torrente di cui sistemava il letto in vista delle alluvioni autunnali.

La ruspa, ribaltandosi la sera prima, aveva messo sotto il ragazzo che la usava, riducendogli la testa a uno spessore di pochi centimetri. Forse non è un «omicidio bianco». Ma qualcosa di simile e, soprattutto, di molto siculo.

Callisto Cosulich, Agosto 1972







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L’epilogo dell’impresa dei Mille in Sicilia è amaro e la cittadina catanese lo ricorda ancora: il nome di Nino Bixio è stato cancellato dalla toponomastica

Bronte, la strage insensata

I MILLE A BRONTE NELL'ILLUSTRAZIONE DI GIANNI ALLEGRAL’accusa: Il fedelissimo del generale accusò i brontesi di lesa umanità. E l’insulto dicono in paese che brucia ancora - Lo storico: Nessuno oggi avrebbe interesse a riesumare quei fatti. Nemmeno la scuola

Niente si è saputo a Bronte del proces­so a Bixio celebrato il 5 febbraio dell’anno scorso a Milano, trent’anni dopo quello tenuto al collegio Capizzi.

Padre Giuseppe Zingale (già rettore dell’istituto nel quale il luogotenente di Garibaldi avrebbe pernottato), costretto a 97 anni su una sedia a rotelle, ama lasciarsi condurre, unico inquilino, tra i lunghissimi corridoi ormai semideserti e sempre torna a sostare nel vasto audi­torium che rivede gremito come nell’ot­tobre 1985, quando una giuria di storici e giuristi assolse Bixio del massacro di cinque rivoltosi, così come un anno fa ha sentenziato l’altrettanto autorevole tribunale milanese.

Non poteva finire diversamente: nell’una e nell’altra assise l’imputato è stato quello sbagliato, perché Bixio non applicò che il codice di guerra e non obbedì che a una precisa disposizione.

Il vero accusato avrebbe dovuto essere semmai Garibaldi, che l’ordine di una punizione immediata ed esemplare impartì senza scrupoli ubbidendo a sua volta a una perentoria imposizione del consolato inglese cui si rivolsero i proprietari della britannica Ducea di Nelson nel timore che le terre rivendicate dai “villici” fossero anche le loro.

Don Zingale ricorda bene i giorni del “processo”, che fu appassionato, clamoroso e dagli echi nazionali.

A ricordarglielo dopotutto, all’ingresso dell’auditorium, campeggiano ancora i poster a muro dell’evento insieme con l’avviso e il proclama che Bixio fece affiggere in paese e i cui originali biancheggiano a bella vista nella Biblioteca borbonica annessa al collegio.

Se non bastassero, troneggia anche un pezzo unico in Sicilia: il ritratto gigante di Ferdinando II che mani sicuramente borboniche portarono da Palermo a Bronte e che qualche anno fa seguaci duosiciliani sono venuti religiosamente a visitare celebrando pure un rito.

«Tanta gente ci fu allora qua dentro» ricorda don Zingale. La stessa gente che in verità, se processo doveva essere, non poteva che salire essa stessa sul banco degli imputati raggiungendo Garibaldi, perché fu il notabilato di Bronte a consegnare a Bixio i capi della rivolta, né supposti né sospettati, ma scelti tra i reprobi, fra cui l’avvocato liberale Nicolò Lombardo e lo scemo del paese, reo di dileggiare tutti, galantuomini compresi.

Grazie a loro, a perpetuo monito contro nuove jacquerie, venne intestata a Bixio una via, non a caso proprio di fronte la chiesa di San Vito, sul cui piano i presunti rivoltosi furono fucilati. Naturalmente anche Garibaldi ebbe la sua via, ben più centrale, nonché re Umberto che intitola addirittura il corso principale.

Una parte di Bronte scagionò dunque Bixio già 125 anni prima che venisse sottoposto al giudizio della storia.

Ma l’altra metà lo ha ritenuto, a ragione, colpevole quantomeno di lesa umanità, la stes­sa accusa che Bixio mosse al paese e che «brucia ancora», a dire del giovane presidente della Proloco Dario Longhitano, per il quale il processo a Bixio non è mai finito.

Un po’ anche per questo, permanendo la divisione delle coscienze, via Nino Bixio - isti­tuita per puntiglio proprio lì, nel luogo del martirio e della sepoltura in via Campo dei fiori - non poteva durare.

E così quattro anni fa l’allora sindaco Pino Firra­rello l’ha fatta rinomi­nare (ancorché nella zona venga ancora chiamata come prima) mettendo fine a un af­fronto diretto anche al monumento in ferro inaugurato nel 1985 in concomitanza del “processo” e posto ai piedi della collina di San Vito, in faccia alla via stretta e famigerata.

Opera dell’artista locale Domenico Girbino, il mo­nu­mento raffigura in uno stato di totale abban­dono, di ruggine e in mezzo alle erbacce, un uomo cadente appena fucilato, chiuso in una gabbia di cerchi, metafora della libertà mancata.

Libertà è una parola chiave a Bronte.

Nel film del 1972 di Vancini “Bronte, Cronaca di un massacro”, l’avvocato Lombardo spiega a un ufficiale garibaldino che in Sicilia è sinonimo di pane e di giustizia: «Quando voi “dite di portare la libertà, la gente intende la terra».

In nome della terra promessa da Garibaldi i brontesi massacrarono infatti sedici “sorci”: pensarono di ribellarsi ai loro oppressori e di meritare senz’altro l’elogio del dittatore, ma non capirono che, al pari della libertà, anche il concetto di oppressione si prestava a significati divergenti, come quello di rivoluzione.

Furono certamente le interpretazioni date alle parole a segnare “i fatti di Bronte”, delibera­ta­mente mai meglio definiti perché rimanessero nel generico.

L’equivoco non è cessato. La vecchia via Bixio è stata infatti capziosa­mente chiamata “via Libertà”: a perpetuo fraintendimento dunque - come del resto suonano le epigrafi del monumento ferreo e delle lapidi murate nel 2010 a San Vito.

In una delle due i nomi di “cappelli” e “berretti” sono riportati insieme perché riconosciuti tutti «vittime del cruento eccidio», dando perciò pure alla parola “eccidio” un ulteriore duplice riferimento: salvo nell’altra lapide specificare che «vittime di una giustizia som­maria, applicata in guerra in nome di una presunta ragione di Stato», furono i cinque brontesi fucilati.

Che in sovrappiù sono ricordati nel cippo monumentale con parole altret­tanto ambigue ed enigmatiche: «Ad perpetuam rei memoriam, che nel­l’agosto 1860 donò di cittadini brontesi la vita in olocausto».

Parole dettate dall’intento di non irritare la vecchia classe “ducale” con­trapposta a quella detta “comunista”, le due anime storiche di una città che ha avuto allo stesso tempo vittime e carnefici con i cui spettri non ha smesso di confrontarsi.

Ma per Franco Cimbali, storico del Risorgimento e ultimo erede di una cospicua famiglia di fede regia, «nessuno oggi ha interesse a riesumare quei fatti. Nemmeno la scuola».

Se ne è occupato invece uno studioso revisionista catanese, Placido Altimari, che quest’anno ha pubblicato un libro, Bronte, dove riconduce “i fatti” alle multireiterate ragioni di una crudele guerra di sopraffazione della Sicilia.

Per un altro aspetto se ne è occupato anche Leonardo Sciascia che ha letto in una nuova luce la novella intitolata in maniera antifrastica giustappunto “Libertà” di Giovanni Verga.

Lo scrittore etneo spacciò lo scemo passato per le armi per un nano e ignorò del tutto Nicolò Lombardo: due colpe gravi, secondo Sciascia, mistificazioni intenzionali montate a tutto vantaggio del suo ceto di appartenenza, perché parlare di nano e non di pazzo significava, «dissimulando in una menomazione fisica una menomazione mentale», incolpare un «essere pieno di malizia e di cattiveria» e non chi è «investito di sacertà» e perché tacere di Lombardo significava tenere all’oscuro i catanesi che ben lo conoscevano come fervente antiborbonico, a differenza dei suoi delatori tutti legati ai nemici di Garibaldi.

Dopo 156 anni rimane dell’eccidio l’opinione condivisa che, conquistata ormai la Sicilia e sul punto di lasciarla, Garibaldi avrebbe ben potuto mostrarsi indulgente con i siciliani non solo di Bronte ma di molti altri Comuni etnei che si erano sollevati usando i suoi mezzi e confidando sui suoi decreti.

Quando due anni dopo il generale tornerà in Sicilia, il processo ai veri rivoltosi (che diede apertamente al primo il senso di una decimazione) sarà in pieno svolgimento e si concluderà l’anno dopo con 37 condanne anche all’ergastolo.

Naturalmente Garibaldi si guarderà bene dal passare da Bronte e dagli altri paesi normalizzati dà Bixio, forse perché consapevole o forse no di aver posto la sua firma alla prima strage di Stato della nuova Italia.

 

GIANNI BONINAL'articolo a firma del giornalista e scrit­tore Gianni Bonina (Adrano, 1953), è tratto dal quo­tidiano La Re­pubblica (Palermo, do­me­nica 11 Set­tembre 2016).

Gianni Bonina, autore di libri-inchiesta, testi teatrali, roman­zi e sag­gi letterari, è stato colla­bo­ratore di diver­se testate regionali e nazio­nali, oggi scrive su “La Repub­blica” di Palermo.

Vive a Catania; per la sua attività di giorna­li­sta è stato insignito di numerosi riconoscimenti.

 

La storia
Quel processo sommario e l’altro volto del dittatore

Allo sbarco dei Mille la popolazione di Bronte era di­vi­sa in due fazioni: da un lato i “Comu­nisti” o Comu­nali (capeggiati dall’avvocato Ni­colò Lom­bar­do), dall’altro i i «Civili» o Ducali amici del Duca Nelson e difensori delle sue prerogative.

Con decreto del 2 giugno Garibaldi aveva pro­mes­so la divisione delle terre, il 14 Maggio aveva ordinato lo scioglimento e la ricostitu­zione dei Consigli civici e la formazione della Guardia Na­zionale e con un altro de­creto del 17 giugno esclu­deva dai consigli tutti i favo­reg­giatori diretti e indiretti della restau­razione borbonica.

Speranze deluse e malcontenti antichi e nuovi si era­no accumulati senza sosta e si trasforma­vano ora in in­gre­dienti esplosivi, pronti a pro­durre defla­gra­zioni e guasti. I contadini, male inter­pretando lo spirito che ani­ma­va la spedi­zione garibaldina in Sicilia, sce­sero in piazza ar­mati fomentando disordini e creando un cli­ma di terrore per diversi giorni.
Sedici le vittime della rivolta.

Tra il 4 e il 5 agosto arri­varono a Bronte i mili­tari della Guardia nazionale e un battaglione di artiglie­ria. Gli animi si placarono.

Il 6 agosto vi giunse Nino Bixio, inviato da Ga­ri­bal­di, che diede vita a un processo sommario per il quale vennero condan­nati a morte Nicolò Lombar­do, Nun­zio Spitaleri Nunno, Nunzio Sam­peri Spiri­dione, Nun­zio Lon­ghi­tano Longi e Nunzio Ciraldo Fraiunco addi­tati come i pro­vo­catori dei saccheggi e delle uccisioni.

La sentenza di morte venne eseguita all’alba del 10 agosto 1860: i cinque venivano fucilati in pre­senza di tutta la popolazione nella piaz­zet­ta anti­stante la Chiesa di San Vito.

 

I Fatti di Bronte
Dopo il 1848 il Comune non distribuì le terre

L'opinione dello storico Salvatore Lupo

La mancata distri­buzione delle terre portò ad un'enorme ac­centuazione di ten­sioni sociali che esplosero nel 1860 quan­do con lo sbar­co di Garibaldi in Sicilia la restaura­zione bor­bonica finisce.

Salvatore Lupo (Siena, 7 luglio 1951), professore ordi­na­rio di storia con­tem­poranea all'Università di Palermo e pre­ce­den­temente docen­te di Storia contempo­ranea presso la Facoltà di Scienze politiche dell'Univer­sità di Catania, è tra i maggiori sto­rici attuali. E' presi­dente del­l’IMES, vice­diret­tore della rivi­sta Meridiana, nonché autore di nume­rose pub­bli­cazioni sul feno­meno crimi­noso e di storia contemporanea.

 

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PROPOSTE DI LETTURA

  "Risorgimento perduto,origini antiche del malessere nazionale", una scrupolosa analisi storica di A. Radice (in Pdf)

  I fatti di Bronte nel risorgimento italiano, di M. Sofia Messana Virga

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Cenni storici su Bronte

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