Come può vivere, mi domando, una cittadina collegata al resto del mondo con una strada in tali condizioni? Difatti, vedrò subito che non può vivere, anche se, lì per lì, al nostro arrivo, Bronte sembra pervasa da qualche fremito di animazione. Sulla via principale stanno allestendo le luminarie per la festa di San Biagio, il patrono. Le macchine sono parecchie e non ci è facile posteggiare la nostra. Nei caffè risultano bene in vista le locandine del «Ciclope» e dell’«Etna Garden», i due ritrovi notturni della zona (chiamarli nights ci parrebbe improprio). L’«Etna Garden» annuncia il «Veglionissimo di Ferragosto» con la partecipazione de «Le Antilopi». «Sempre loro, sempre gli stessi e ancora loro», aggiunge la locandina, da cui si evince che la scelta dei complessini in questi paraggi deve essere piuttosto limitata. «Non sarà eletta nessuna miss», precisa ancora la locandina, «ma soltanto danze e balli (salvo le soste)». Venti anni per rovesciare il dominio della Democrazia cristiana
Danze e balli, con o senza soste, sono patrimonio prevalente della gioventù e, infatti, i ragazzi non mancano a Bronte. Girano e corrono lungo le erte scoscese della cittadina, la cui espansione si è verificata in prevalenza sulla verticale. Qualche ragazza sfoggia anche la minigonna, ma ciò non significa affatto libertà sessuale, tiene a precisare la studentessa che ci accompagna. La premessa all’emancipazione dei costumi sta nel lavoro e qui non lavorano né gli uomini né, tanto meno, le donne. Le uniche libertà sessuali conosciute da queste parti sono quelle che nel secolo scorso i «galantuomini» si concedevano con le ragazze del popolo. Ha scritto Leonardo Sciascia in proposito che nel 1853 c’erano a Bronte 38 balie comunali, «nutrici dei bastardi di ruota». Accanto ai ragazzi, ancor più numerosi i vecchi. Ne vediamo un buon numero seduto con aria assente dinanzi alla sede della UIL. «A zappare la terra sono rimasti soltanto loro - ci dice l’ex-sindaco di Bronte, l’avvocato socialista Castiglione -, gli altri se ne sono andati, chi nel Norditalia, chi all’estero. Non ce la facevano più a dannarsi l’anima sul pistacchio che è in fondo l’unica vera risorsa agricola del paese ».
Il pistacchio selvatico o «terebinto» — ma qui lo chiamano comunemente «scornabecco» — cresce tra le maestose e nere colate laviche dell’Etna, le cosiddette sciare. Su una produzione siciliana di 25 mila quintali, il solo territorio di Bronte ne dà 20 mila. Ma la concorrenza degli israeliani e dei turchi che sono venuti fin qui ad apprenderne la coltura, è ormai un fatto compiuto e spietato sul piano dei costi. L’avvocato Castiglione, come ho già detto, è socialista ed è stato sindaco della città. Anche l’attuale sindaco è socialista: regge una giunta di centro-sinistra ove le sinistre collaborano con una fetta della Democrazia cristiana, che si presenta spaccata in due. Siamo cioè in un regime di quelli che al centro vengono chiamati «degli equilibri più avanzati». Gli domando come si è giunti a una situazione del genere. «Dopo la guerra, alle prime elezioni, questo era un paese dominato dai preti - ci risponde l’avvocato -, del resto si guardi in giro e vedrà la bellezza di quindici chiese in pochi metri quadrati. Fare il giro dei sepolcri al Venerdì Santo non costituisce certo un problema. Ebbene alle prime elezioni la DC ottenne novemila voti contro gli ottocento delle sinistre unite nel Blocco del Popolo. Evidentemente abbiamo fatto un buon lavoro se alle ultime elezioni noi socialisti abbiamo totalizzato milleseicento voti, i comunisti milleottocento e la DC è scesa a quattromila». «E i missini?». «Non hanno ottenuto più di novecento voti». «Nonostante l’enorme dispiego di mezzi profusi nella campagna elettorale», aggiungono Vincenzo Lupo e Nunzio Pafumi, due militanti comunisti che gentilmente si sono prestati a guidarci nel giro della città. Pafumi fa di mestiere l’ebanista. Fa l’artigiano insomma e nessuno meglio di lui può conoscere la progressiva decadenza dell’artigianato brontese che sta languendo come l’agricoltura. Lupo ci fa notare i risultati dei successivi censimenti, che denotano la torpida stasi in cui è caduta la cittadina. «Nel 1898 eravamo in 21.405 - ci dice -, oggi siamo in 22.165. Non siamo cresciuti affatto perché oltre seimila brontesi hanno preso nel dopoguerra la via dell’emigrazione. Quasi un terzo dell’intera popolazione. Se poi consideriamo soltanto la popolazione attiva, il rapporto diviene spaventoso. Il paese vive praticamente sulle pensioni e sulle rimesse degli emigrati. L’industria non esiste. Sì un tempo c’era una discreta fabbrica di laterizi. Ora, però, è in stato comatoso». L’unico paese della Sicilia che nel 1943 sparò sui tedeschi
Gli chiedo se nella popolazione è vivo il ricordo dei fatti del 1860 e se il film lo ha alimentato. «Tanto per cominciare - ci risponde il signor Lupo -, il film a Bronte non è stato neppure proiettato. Per quanto riguarda la rivolta, poi, dovrei dire che la si ricorda poco. Sì, ogni tanto qualcuno negli scatti d’ira, grida che dovremmo fare di nuovo il sessanta. Ma tutto finisce lì. Con questo non voglio concludere che Bronte sia una città calma e i brontesi degli uomini pacifici. Sembrano tali, ma, quando c’è la scintilla, s’accendono. Lo hanno dimostrato nelle lotte per la riforma agraria e ancor prima contro i tedeschi. Bronte è stato uno dei pochi paesi siciliani dove i tedeschi, ritirandosi, hanno dovuto uccidere. Perché i brontesi non gli permettevano che portassero via il bestiame e decisero di difenderlo ».
«Io sono il pronipote di uno dei protagonisti della rivolta di Bronte - mi fa l’ebanista Pafumi -; si chiamava Gorgone e scontò molti anni di carcere a Catania. La mamma mi diceva sempre: ‘‘Attento di non fare la fine di tuo nonno!”». E i discendenti di Rosario Aidala, il muratore che si considera il vero capo della rivolta? Ce ne sono tanti di Aidala, muratori anch’essi. Hanno poca voglia di ricordare il loro antenato. E l’avvocato Nicola Lombardo, l’amico degli insorti che cercò di pacificare gli animi e c’era anche riuscito senza che questo suo merito distogliesse Bixio dal mandarlo dinanzi al plotone di esecuzione? Quello, poi, non era nemmeno sposato, non aveva figli. In definitiva, l’unico che senta ancora sulla propria pelle quei lontani avvenimenti, è l'avvocato Renato Radice, figlio di Benedetto, lo storico cui si deve la cronaca più esatta e politicamente più onesta della rivolta del sessanta. Senza Nino Bixio a Bronte di Benedetto Radice, oggi di quei fatti si avrebbero soltanto idee vaghe e distorte. Non se ne parlerebbe nemmeno e non esisterebbe il film. Renato Radice, sebbene stia a Bronte, ha visto il film e non lo ama svisceratamente. «Né Bronte né i brontesi si riconoscerebbero in quel povero villaggio ove il film è stato ambientato e in quei ceffi di sottosviluppati che vi si agitano come comparse. Bronte non è un villaggio di zingari, ma una cittadina che ha dato insigni figli alla Sicilia e all’Italia.» «Le sue tradizioni sono illustri. Non posso credere in un film che parte da premesse ambientali e antropologiche così smaccatamente false. E non posso amare un film che è stato girato in Jugoslavia mentre, se fosse stato girato qui, avrebbe portato un po’ di lavoro e un po’ di ossigeno a chi ne ha veramente bisogno. Ma è destino di Bronte l’essere tagliata fuori da ogni rivolo sia pure provvisorio di benessere. Solo la TV è venuta qui per girare un servizio per Boomerang. Ma il servizio non è mai uscito. Si vede che disturbava politicamente. Come, del resto, il film che la TV ha prodotto ma poi s’è limitata a presentarlo nei cinematografi».
«Lei, avvocato, critica il film per la sua scarsa aderenza alla verità ambientale e antropologica. Ma sulla verità storica che ha da dire?». «Be’, il film fa propria la tesi delle sinistre: che la Sicilia è passata da una dominazione all’altra, rimanendo sempre schiava di qualcuno. Ragionando col senno di poi, la tesi è giusta». «E la figura di Nino Bixio?» «Su quello che ha fatto si potrebbe discutere all’infinito. Io, come mio padre, del resto, sono convinto che Bixio non ha agito di sua sola iniziativa. C’era evidentemente un ordine di Garibaldi e, dietro Garibaldi, premevano gli inglesi della Ducea di Nelson, che temevano di far le spese della rivolta. E Garibaldi, non dimentichiamolo, ci teneva all’amicizia degli inglesi che avevano sostenuto la spedizione dei Mille e, in più occasioni, proclamato la loro ostilità ai Borboni. Che il regno borbonico fosse ‘‘la negazione di Dio” era una frase coniata da loro. Dunque, Bixio può darsi che non fosse il principale responsabile della repressione, che lui stesso definì una ‘‘missione maledetta” nella famosa lettera alla moglie. Ciò non modifica, però, i fatti che andarono come appunto li descrisse mio padre. «Lo zelo di Bixio: fu in primo luogo inutile, perché, quando lui arrivò a Bronte, gli animi s’erano già calmati e la gran parte dei contadini era tornata al lavoro. Questa è la verità e non si può negarla. Bastava rintracciare i responsabili degli eccidi dei ‘‘galantuomini’’ e perseguirli attraverso un regolare processo. Dirò di più: se egli fosse giunto tre giorni prima, quando i contadini giravano assetati di sangue per “farsi”, come dicevano, ‘‘una lepre”, avrebbe avuto il dovere di ammazzarne non cinque, ma il doppio e anche il triplo; arrivando, quando arrivò, sarebbe stato meglio non ne ammazzasse più nessuno ». Renato Radice, che ci ha ricevuto nel suo ufficio alla Procura di Bronte, è un uomo all’antica, un conservatore convinto, che si dice fuori della politica, ma che ragiona suppergiù come l’ala più moderata e legalitaria della destra nazionale. Tuttavia, la radiografia, che egli ci fa dei mali di Bronte, non si discosta tanto da quella dei militanti di sinistra. E’ lui, per esempio, che mi ha avvertito a non prendere sul serio quel po’ di animazione rilevata in città. «L’agosto è un mese atipico - mi ha spiegato -; molte delle automobili che ha viste sulle strade, hanno la targa straniera: sono le macchine degli emigrati che vengono a passare le ferie in famiglia.» Dove, invece, egli diverge profondamente dagli altri interlocutori è nelle soluzioni che propone. Radice vagheggia ancora un ritorno all’antico amore per la terra che la riforma agraria, a suo avviso, ha distrutto. «In fondo - egli dice -, i contadini che nel 1860 si erano sollevati per spartirsi le terre demaniali, queste terre, finalmente le hanno avute. Ma che cosa ne hanno fatto? Le hanno abbandonate per emigrare, oppure le hanno rivendute ai tortoriciani che sono ancora più poveri di loro e hanno quindi maggiore spirito di sacrificio». Un latifondo di 6.400 ettari. Gliene hanno lasciati mille: i migliori
«L’avvocato se la prende con la riforma agraria in quanto tale - mi dirà più tardi il mio accompagnatore Lupo -, il guaio, invece, è stato determinato dal modo in cui la riforma ha preso corpo.
I contadini hanno avuto la terra ma non hanno ricevuto i mezzi tecnici per coltivarla e farla rendere. Eppoi, quale terra hanno avuto? La parte migliore se la sono tenuta gli inglesi della Ducea». «La Ducea possedeva originariamente 6.400 ettari di terreno - mi spiega l’insegnante elementare Vittorio Cutrona -; la riforma agraria gliene ha tolti 5.300. 3.500 li ha assegnati a coloro che già la lavoravano e a qualche coltivatore diretto che è riuscito a fare valere i propri diritti; gli altri sono stati destinati al rimboschimento. Agli inglesi sono rimasti poco più di mille ettari: i migliori, naturalmente». «Comunque non si può ritornare indietro – insistono Lupo e Pafumi -; Radice deve rendersi conto che la gente oggi non è più disposta a vivere come viveva un tempo. Se oggi a Bronte ci si lamenta della scarsezza dell’acqua, bisogna anche dire che con la costruzione delle fognature e la installazione dell’acqua corrente, la gente si lava di più e consuma di più. Se giriamo per i vicoli di Bronte non veniamo più assaliti dal terribile lezzo di cui parla Carlo Levi ne Le parole sono pietre. «Sono scomparse anche le case coi tetti di canne, come i tucul. In assoluto la miseria è diminuita, insomma, e nessuno è disposto a rifare certi sacrifici inumani. E’ cresciuto, invece, il dislivello tra le zone depresse, come la nostra, e quelle che hanno potuto beneficiare dell’industrializzazione. Questo è il punto cruciale: l’industrializzazione. Non si può ritrasformare l’Italia in un Paese a economia prevalentemente agricola, come vorrebbe Radice». «Ma ci sono le premesse per fare di Bronte un centro industriale?». «Sì, perché Bronte è un importante centro petrolifero -. Me lo dice un altro Lupo, di nome Mario, ingegnere chimico -. Il petrolio di Bronte è stato il mio primo amore - mi confida l’ingegnere -, un amore che risale agli anni venti, quando, da ragazzo, osservavo le fiamme che si sprigionavano dal suolo, nei pressi del torrente San Nicola. Allora pensavamo che sotto ci stesse l’inferno o, comunque, una manifestazione a distanza dell’attività eruttiva dell’Etna. Ma più tardi, all’Istituto di chimica industriale del Politecnico di Milano, mi tornarono a mente i fuochi di San Nicola e chiesi gli strumenti per prelevare il gas, qualora ne avessi trovato. L’Istituto me li concesse e io tornai con dei campioni di gas naturali che testimoniavano la presenza a Bronte di giacimenti metaniferi e forse anche di giacimenti petroliferi, visto che il gas da me prelevato aveva un forte tasso di umidità. Eravamo nel 1929. Da allora iniziai una battaglia che si concluse appena negli anni sessanta». Lupo, così dicendo, ci indica in fondo alla valle gli impianti che prelevano il gas e lo trasportano attraverso gli oleodotti ai luoghi cui è destinato.
Tra questi luoghi, però, manca Bronte. Bronte si vede passare il metano sotto il naso, ma non ne trae beneficio. Altrove, invece, per esempio a Gagliano, che dista da Bronte venti chilometri in linea d’aria, grazie al metano è sorta una fabbrica della Lebole che dà lavoro a 600 persone. E’ il paese visitato da Mattei, poche ore prima della sua morte: lo si vede nel film di Francesco Rosi. «Io avevo scritto a Mattei - ci rivela l’ingegnere Lupo -, e conservo ancora la sua confortante risposta. Purtroppo la tragedia di Bascapé ha avuto negativi riflessi anche su di noi. D’altra parte gli abitanti di Gagliano si sono battuti in maniera rude per ottenere l’industria, cosa che a Bronte, invece, non si è fatta. Basterebbe un’industria con mille posti di lavoro, per risolvere tutti i nostri problemi». Il 1860 a Bronte, dunque, potrebbe ripetersi non per la terra ma per il sottoterra: nel nome del metano e anche del petrolio, anche se quest’ultimo ancora non s’è trovato in quantità apprezzabile. Altrimenti l’unica industria a Bronte rimarrà quella della valigia per emigrare. E il fatto di avere una valigia di cuoio anziché di cartone, non sarà motivo di consolazione. È misterioso l’attaccamento degli inglesi a questo lembo di terra siciliana
Prima di ripartire per Catania, facciamo una capatina alla famigerata Ducea che si trova a una decina di chilometri da Bronte. Vera e propria oasi in un paesaggio feroce, esteticamente bellissimo ma disumano, essa ospita dei marziani di cui i brontesi, ricchi e poveri, manco conoscono il nome. Il distacco tra il castello e il circondario è totale, come nemmeno il feudalesimo ha conosciuto. Ed è misterioso anche l’attaccamento degli inglesi a questo lembo di terra: perché lo preferiscono al velluto erboso dei loro prati? Sull’ingresso della tenuta hanno messo un cartello ove si può leggere: «Proprietà privata; si prega di non disturbare». Difatti nessuno li ha disturbati, se si eccettua Mussolini in tempo di guerra. Ma fu cosa breve e condotta con molto tatto. Tutto questo è molto chic. Ciò non toglie che a dieci metri dall’ingresso si possa scorgere una grossa ruspa ribaltata vicino a un torrente di cui sistemava il letto in vista delle alluvioni autunnali. La ruspa, ribaltandosi la sera prima, aveva messo sotto il ragazzo che la usava, riducendogli la testa a uno spessore di pochi centimetri. Forse non è un «omicidio bianco». Ma qualcosa di simile e, soprattutto, di molto siculo. Callisto Cosulich, Agosto 1972 |