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Tentazione, singolare femminile
Adamo e Eva, errore e tentazione
Le conseguenze di commettere errori tutti le conoscono e si può
anche dire: chi non ha sbagliato scagli la prima pietra. Ma non
tutti gli errori insegnano a non ripeterli, imparando la
lezione.
L’errore in genere è sempre diverso da quello che lo ha
preceduto ma, se si ripete con le stesse modalità e per le
stesse circostanze, si chiama errore reiterato e, non solo, a
seconda di chi lo commette, cambia la responsabilità.
Per
esempio, se una donna tradisce una sola volta si dice che la
poveretta ha commesso un errore, se invece lo ripete, non si
dice mai che reitera, ma è “bottana”, e per le orecchie
sensibili: una donna poco seria.
Al contrario avviene per
l’uomo, e non avevamo dubbi: quando ripete “l’errore” si dice
che la sua carne è debole e poveretto cade in tentazione.
Ormai
non possiamo fare nulla per cambiare il corso della storia che
ha avuto inizio con Adamo, il primo a cadere in tentazione. E’
vero che Adamo ed Eva sono stati cacciati dall’Eden perché
peccatori in eguale misura, ma Dio, non lo doveva sapere come
sarebbe andata a finire la soap opera? Perché gli ha messo
accanto Eva a tentarlo?
L’ha messo alla prova, dicono le sacre
scritture. Alla prova? E perché? Forse, ma senza voler mancare
di rispetto, nella stanchezza della creazione aveva dimenticato
di mettere ad Adamo il poi diventato famoso pomo? E sarebbe
stata una svista imperdonabile per un dio!
Certo è che questo
pomo, al poveretto, è rimasto in gola ma non è lì per caso. Ha
lo scopo di muoversi in giù e in su per ricordare all’uomo che
la tentazione è sempre in agguato.
E siamo ancora qui a farci domande?
Comunque siano andate le cose nessuno di noi era presente.
E’ sicuro, però, che da quel giorno le donne non
hanno giustizia: i loro, sono errori e quelli degli uomini
tentazioni e soprattutto perfino perdonabili!
Anche le donne
hanno le stesse tentazioni, diciamolo, ma non hanno il pomo di
Adamo che le avverte di non commettere atti impuri e ci “stanno”
come il cacio sui maccheroni!
E menu mari, starà pensando qualcuno!
Febbraio 2026
(La foto rappresenta un'opera catalana del XII secolo che
raffigura Eva insieme ad Adamo (che con la mano destra si
tasta il pomo),
conservata presso il Museo
Diocesano e Comarcale di Solsona, Catalogna).
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Ma picchì non si ndì stanu a casza? Una sera a teatro
Nel giorno in abbonamento pomeridiano al teatro, si attende
l’inizio della rappresentazione di “Un tram che si chiama
desiderio” di Tennessee Williams.
L’età media degli spettatori è di settant’anni. Le signore sono
eleganti, taglio e colore biondino di capelli, dentatura
allineata, trucco sobrio vivacizzato da pennellate di fard rosa
pesca.
Salutano e abbracciano gli amici tenendo per mano il proprio
compagno che le segue di buon passo.
La scenografia del palcoscenico ha un arredamento artificiale, i
proiettori puntati sugli spettatori abbagliano e alcuni,
sentendosi come sotto interrogatorio, lasciano il loro posto
assegnato per uno migliore; altri rimangono seduti composti
anche se insofferenti; qualcuno, di una certa età, si reca alla
toilette. Per carità, quando scappa scappa!
Ma non si sa perché gli incontinenti si siano fatti assegnare i
posti centrali della fila costringendo i loro vicini, con lieve
difficoltà motoria, ad alzarsi rallentando verso la toilette la
corsa che, però, velocizzano lungo la navata laterale.
E’ difficile seguire lo spettacolo, come meriterebbe, perché
distratti dal flebile russare di chi la moglie non scuote per
non disturbarlo o perché abbia abbassato il volume del suo
apparecchio acustico, disinteressata anche lei allo spettacolo.
L’intervallo libera dalla forzata posizione e i commenti
sull’introspettiva del dramma e sull’interpretazione degli
attori non sono gli argomenti di conversazione.
Nel dopo pausa un signore, certamente, perché le signore
controllano meglio il loro sussurrato sonoro, esordisce con
inconfondibili bassi e acuti in scala di "do maggiore" dove
acustica migliore non potrebbero trovare.
La rappresentazione volge alla fine e gli applausi gratificano
gli attori con diverse chiamate. Non c’è spettacolo migliore che
vedere come ad una certa età alcuni salgono sul tram del
desiderio per socializzare, con la loro bellezza sfiorita ma
viva anche se incontinente, dormiente, sonora e divertente.
La battuta ironica viene spontanea: ma cu stu frìddu picchì non si ndì
stanu a casza?
E anche la risposta: perché i figli regalano loro i
biglietti, vòrunu chi si divèttunu e… non stònanu a testa!
Gennaio 2026
(nella foto il Teatro comunale
di Bronte) |
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Perché cuoco e non cuoca?
C’è o no parità?
Fin
dal mattino, accesa la tv, c’è un cuoco che dice come, quando e
cosa cucinare. Esercita una professione ma il mestiere è antico
di oltre duemila anni.
Nella Roma arcaica era il pater familias che si
occupava di “fare la spesa” ma era la mater familias che la
cucinava. Nei secoli è l’uomo che prende il sopravvento in
cucina e si dà il titolo: cocum, da coquere,
cuocere. In Francia prese il nome monsieur, signore, che
i napoletani storpiarono in monsù.
Il cuoco nasce nella Magna Grecia ma è in Sicilia che
Federico II creò una scuola gastronomica che diffuse nel suo
impero e scrisse libri di ricette. Il cuoco entra anche nei
monasteri ortodossi, dove per distinguersi dai confratelli col
copricapo nero, ne indossò uno bianco e divenne l’emblema dei
cuochi.
Anche le monache cucinavano e non cambiarono il velo bianco.
Sarà il Rinascimento a dare i nomi dei primi grandi cuochi e
le ricette che raccolsero in manuali come veri trattati.
Dopo questa lunga premessa sorge la domanda: perché il cuoco
e non la cuoca ha avuto una così riconosciuta visibilità da
offuscare un diritto della donna già acquisito e col nome di
cuciniera?
Forse perché l’uomo apriva i ristoranti che si
chiamavano taverne e osterie, frequentate solo da uomini da cui
la donna doveva stare lontana e nascosta ru funnu, ru fucuni,
ra cucìna a lligna, ra maìlla e ru scanatùri? L’uomo non cucinava, indossava il cappello, serviva a tavola
e si prendeva i meriti. Se le cose si sanno fare: tanto di
cappello!
Oggi la cuoca ha visibilità, non dovrebbe calzare il basco,
tipico dell’uomo, come se non fosse capace di inventarsi un
cappello con nastrini e fiorellini.
La cuoca deve capire che non c’è solo la parità ma la
diversità dei diritti e per vincere le battaglie bisogna puntare
l’uomo con armi che non ha. Quali? L’elenco è lungo.
Novembre 2025
Leggi anche "L'uomo in cucina" (Il
monsù e la prova del cuoco)
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“Pensare”, un lusso di
pochi Il ‘900 è passato, ha lasciato i ricordi di quando si viveva
‘nda rruga, dal francese rue, via o quartiere che riuniva
i vicini di casa per chiacchierare e spettegolare, condividere i
dolori e le gioie, sorvegliare i propri figli e quelli degli
altri. La saggia nonna dava le regole del buon senso,
consigliava nelle liti a smorzare i toni, a riconoscere i propri
torti, insegnava a capire gli altri e a perdonarli: bbasta
chi cc’era a paci!
I cambiamenti sono stati radicali, ‘a ruga non esiste
più, non si chiacchiera ma si litiga col vicino di casa, il
passante, l’amico e l’amico dell’amico e perfino con chi non
apre bocca.
Non si riconosce a nessuno il diritto di pensare ragionando, si
apre il conflitto e non ci si sforza di evitarlo. Cosa fare? Andare a scuola di buona educazione o rinunciare alle
proprie convinzioni per avere un po’ di pace? Anche la pace ha
subìto un’inflazione, i contendenti non sanno come gestirla e si
ostinano a non ascoltare le diverse ragioni, giuste o sbagliate,
nel rispetto reciproco. Ci si deve rassegnare o “accettare di vedere l’altro nella sua
limitatezza?” Agosto 2025 |
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Sopportare? No!
Accettare ma con l’accetta
Nella nostra complessa lingua italiana, molti sostantivi e
aggettivi restano legati a un singolo significato finché morte
non li separi, altri invece, si prestano alle avventure, non
perché siano infedeli ma dipendenti o schiavi del gergo comune e
del dialetto. Il verbo “accettare”, ha diverse applicazioni e, come questa
rubrica vuole evidenziare, ha delle sfumature che sembrano
sottigliezze, ma hanno un loro peso.
La sfumatura di “accettare” è quando si riferisce sia a un
regalo o un invito, sia a un dolore o una sconfitta. Un’altra è quando si “accettano” i pregi di una persona, ma se
questi sono superati dai difetti, sarebbe meglio usare il verbo
“supputtàri”.
In riferimento a questi ultimi anni “travagliati”, alcuni
politici hanno mostrato i loro difetti nel proporre e imporre
alcune persone per la carica da presidente. Poi, senza
consultarsi fra i componenti del loro partito, li hanno
abbandonati come fossero burattini giustificandosi che in Italia
è difficile trovare uomini e donne degni di assurgere a questa
carica. E non è proprio questo il messaggio che gli italiani
hanno colto e soprattutto chi, avendo una valenza affettiva per
i politici del passato che avevano altra cultura, altre
competenze e molto altro ancora, si sente deluso e frastornato
dinanzi a tanto opportunismo, sete di potere, arroganza e
disprezzo in un momento così difficile per gli italiani. Questi signori, oggi, si devono supputtàri o accittàri? Non è questo il problema! I due verbi sono fatti l’uno per l’altro, ne dividono il
destino, senza sfumature o sottigliezze cerebrali in un
irrinunciabile rapporto a due, in questa vita e nell’altra,
sotto lo stesso tetto e nella stessa frase. Non si devono sopportare ma accettare a colpi di accetta e cu
ttuttu ‘u cori!
Giugno 2025 |
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Il figlio di mezzo, il mediano, insomma ...
“U minzanu”
Nasce solo... per fare compagnia
La cicogna, consegna per caso un bambino alla prima famiglia
che trova lungo il suo volo. Su tre fratelli finiti per caso
nella stessa famiglia e ricevuto uguale educazione, uno solo di
loro, il secondo, detto 'u minzanu, sarà trascurato.
Quando una coppia aspetta il primo figlio, è in grande
eccitazione e ha curiosità di sapere come sarà il “figlio
dell’amore”, se somiglierà alla madre o al padre, se sarà bruno
o biondo, con gli occhi scuri o azzurri.
Quando nasce è il più bel bambino della terra e si vizia come
fosse un tesoro.
Trascorsi un paio di anni la coppia pensa che non sia giusto
lasciarlo solo e chiama la cicogna. Si spera che il sesso del
secondo figlio sia diverso ma non importa purché faccia
compagnia al primo nei giochi e nella vita.
Il progetto funziona, anche se, qualche piccola gelosia del
primo figlio per il nuovo arrivato si manifesta. I genitori dei
due bambini pensando di avere la famiglia perfetta, si rilassano
e dimenticando le dovute precauzioni, dopo qualche anno
incappano in un imprevisto incidente e si vedono consegnare
dalla cicogna un altro fagottino.
Caspita! Non ci voleva!
I vestiti e le scarpe dei fratelli non gli entrano, la culla e
il passeggino l’avevano regalato, bisogna comprare tutto nuovo e
ricominciare daccapo.
Per fortuna c’é il fratello più grande che gli farà da padre,
giocherà con lui, lo proteggerà perché è il piccolino di casa.
Ma un momento! Il primo è il figlio dell’amore; il terzo, nato
per sbaglio, è il piccolino; il menzano, nato per fare compagnia
è quello trascurato che nuota in una macedonia di bocconi amari?
Se si vuole fare un secondo figlio, sarebbe meglio rinunciarvi
e, per evitare che si senta trascurato, si chieda alla cicogna
di non consegnare il secondo e saltare direttamente al terzo.
Febbraio 2025 |
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