La Ducea dell'ammiraglio H. Nelson
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L'interno della chiesa->

Chiesa di Santa Maria di Maniace

La Chiesa di Santa Maria di Maniace, tipica chiesa basilicale, è inglobata nelle volumetrie del complesso della Ducea Nelson.
Sorse unitamente all'Abbazia benedettina intorno al 1173 sulle rovine di una preesistente costruzione basiliana, per volontà della Regina Margherita, per durevole memoria della battaglia vinta da Giorgio Maniace contro i Saraceni. Come si usava all’epoca, l'abbazia e la chiesa vennero dotati di castello o torre difensiva.

Si accede alla chiesa da un piccolo cortile intercluso fra la facciata principale e la porzione porticata della Ducea.
Esternamente è visibile soltanto il prospetto sinistro nella parte mediana del perimetro.
I prospetti laterali sono caratterizzati da finestre ogivali con strombatura modellata in laterizio e da una smensolatura di elementi lavorati in pietra lavica.
Sul prospetto posteriore sono visibili gli archi ogivali di collegamento con le parti absidali.
La chiesa è uno slendido esempio di architettura normanna, con un prezioso portale in calcare e tre navate sorrette da poderosi pilastri in pietra lavica.
All’interno contiene quadri di grande valore, tra i quali un trittico gotico.

La testimonianza più completa di come dovesse essere la chiesa fino al secolo XVII è di Giovanni Angelo De Cocchis che visitò il monastero intorno al 1741 e riprese alcune testimonianze fatte da altri visitatori nel 1579 prima del terribile terremoto del 1693.
Fra l'altro scrisse che «fu detto tempio fabbricato ad ister di quello di Monreale e teneva un magnifico cappellone col suo coro e sacrestia a latere attaccata col detto cappellone una torre dalla parte dell'Oriente.
Le fabbriche del monastero incominciavano dall'arco maggiore (...).
In detto arco v'era situato l'altare maggiore colli suoi gradini di pietra (...) col quadro alla greca, piramidale, è pittura dentro alla latina, e dietro di esso in alberato il SS. Crocifisso...».

Il monastero aveva una grande torre ad oriente attaccata all’abside della chiesa.
All’interno un transetto dava origine ad un grande arco al centro e a due più piccoli in corrispondenza delle due navate secondarie.

Il devastante terremoto del 1693 colpì specialmente la struttura del monastero posta ad oriente.
Fece rovinare la grande torre di difesa attaccata all’abside della chiesa e l’abside stessa (i cui resti sono oggi visibili, portati alla luce dagli scavi effettuati all’interno del granaio).

Dal 1693 fino ai primi anni dell’ottocento, quando fu ristrutturata e profondamente trasformata dagli eredi di Nelson, la chiesa rimase allo stato di rovina.

Il mirabile portale ogivale

Degno di essere definito monumento nazionale, il portale di Santa Maria è opera di grande valore artistico risalente probabilmente ai primi anni della fondazione dell’abbazia.
La volumetria rientrata ogivale segue la nervosa modulazione dei piedritti su cui è impostata.
La cornice è adornata di vari condoni, grossi e piccoli, vagamente sagomati e sporgenti.
Tre delle modanature centrali riproducono grosse gomene marine.
Due gruppi di colonnine laterali lisce e rotonde, costruite con pietra arenaria, marmo e granito, sorreggono il grande arco.
I capitelli che raccordano la struttura hanno un modulo stilistico che rimanda ad analoghe opere eseguite a Monreale, sede della giurisdizione vescovile.
Le figure scolpite sono piccole cariatidi poggianti su splendidi catini ornati di foglie d’acanto lavorate a ricamo.
Raffigurano scene della creazione del mondo, ma anche scene la cui interpretazione rimane molto misteriosa (come i corpi di donna intrecciati con esseri mostruosi), malgrado la precisa descrizione che ne fece Benedetto Radice. Sculture simili si ritrovano nelle chiese e nei monasteri benedettini sorti nel XII secolo in Sicilia.

Sono in modo particolare le inquietanti figure rappresentate nei capitelli di sinistra (per chi guarda) a porre l’interrogativo del significato complessivo di questa rappresentazione scultorea.

Alcune vedute della chiesa di Santa Maria di Maniace. Nella foto sopra si nota chiaramente l'assenza della parte absidale distrutta dal terremoto del 1693.
Il De Cocchis che la visitò nel 1741 prima del terremoto scrisse che la chiesa fu "fabbricata ad ister di quella di Monreale".

Il prospetto ed il portale della chiesa di Santa Maria ed il chiostro del primo cortile interno.

Ispirate ai "bestiari" medievali le figure descrivono esseri mostruosi, deformi, forse simboli dei vizi del genere umano. Narrano storie di lussuria viste attraverso l’intreccio del corpo femminile con satiri, dal ventre gonfio e dalle zampe pelose di grifo, e con serpenti avvolti alle membra.
Scene disperate di dannati e scene raccapriccianti di corpi e volti deformi e d’ogni altra mostruosità fisica.

Le figure di capitelli di destra, simbolicamente composte, narrano invece le vicende del genere umano a partire dalla cacciata dal Paradiso Terrestre e dall’uccisione di Abele.
Ogni capitello svolge un tema diverso: il lavoro dei campi, la caccia, la guerra.
Mentre i capitelli di destra raccontano, quelli di sinistra ne sono la logica contraddizione, la negazione di qualsiasi narrazione e della Storia stessa, l’allegoria del genere umano travolto dalle tentazioni e dal peccato.

Così lo storico B. Radice descrive il portale nelle sue Memorie storiche di Bronte: «Mirabile è il portale della chiesa il cui arco a sesto acuto adorno di vari cordoni grossi e piccini, sporgenti nella cornice ogivale, è sorretto da dieci colonnine: cinque per ogni lato, delle quali tre di marmo e una di porfido, e le altre di pietra arenaria giallognola, di media grossezza.
Le colonne non sono nè scanalate, nè a spirale, (...) ma lisce e rotonde.
Le basi delle colonne sono tagliate e modellate e somigliano allo stile di transizione in Inghilterra.
Tre delle modanature, ora sfaldate, riproducono la gomena normanna. Bellissimi e variati i capitelli di carattere nordico, o meglio romanico dei neo-campani, la cui cimasa, ornata di foglie di acanto e di figure, ricorda alcuni dei più vecchi capitelli delle colonne del sontuoso chiostro di S. Maria Nova in Monreale.
Nei capitelli, a sinistra dello spettatore, sono scolpite figure di uomini, di animali, di uccelli con volti di scimmia, un serpente che si attorciglia e snoda e morde la bocca a un mascherone: sono piccole cariatidi che sostengono l’arco ogivale. Le foglie dei cinque capitelli delle colonne di destra sono un lavoro di fine ricamo. Una figura di donna, fra due uccelli, è riprodotta nei primi due capitelli.
Negli altri è rappresentata la prima storia umana: L’angelo espelle Adamo ed Eva dal paradiso terrestre. Il lavoro è simboleggiato da una filatrice, da uno zappatore e da due opere, che abbicano covoni di grano.
Nel capitello centrale è scolpita la seminagione: un uomo sparge la semente, un altro colla zappa la copre e spiana le porche.
Nei due seguenti capitelli abbinati è la caccia, figurata da uno che suona il corno, da un cinghiale atterrato, mentre un altro cinghiale salta addosso a una donna. Due guerrieri imbraccianti lo scudo, scolpiti nell’ultimo capitello, simboleggiano la guerra, l’eterna guerra del genere umano.
L’insieme delle sagome, delle cimase, della cornice ogivale, con i capitelli variamente scolpiti, dà un aspetto solenne al nordico portale e alla facciata.
Reputo essere l’opera della fine del secolo XII, coeva del famoso tempio e chiostro di Monreale.»

Questa l'interpretazione che delle figure scolpite nei capitelli del portale dava nel 1923 B. Radice. Ma il Radice era uno storico e certamente non un esperto d'arte medievale. Nella descrizione andò incontro quindi a qualche inesattezza. Recentemente è uscito un articolo estremamente interessante dal titolo "Sculture medioevali a Bronte" di Ada Aragona e Claudio Saporetti (quest'ultimo docente di Assiriologia che si è occupato anche di arte medioevale, di Ciprominoico e di Archeologia greca) nel quale gli autori correggono gli errori del Radice e “svelano” con dovizia di argomentazioni e di particolari un altro significato di alcune raffigurazioni dei capitelli del portale la cui interpretazione, pero, malgrado le varie ipotesi, rimane ancora molto misteriosa.

«Benedetto Radice - scrivono Ada Aragona e Claudio Saporetti (Foglio d’Arte, a. VII, n. 1 Gennaio 1984, pagg. 19-24) – ha descritto la scena dei capitelli facendo numerosi e ingenui errori.
Nei capitelli di sinistra vede uomini, animali ed uccelli con volto di scimmia, ed un serpente che si attorciglia e snoda, e che morde la bocca a un mascherone, come figure che fungono da piccolo cariatidi.
Non riconosce dunque la presenza di figure femminili, non sottolinea il fatto che gli animali sono ibridi, non nota che gli uccelli con volto di scimmia sono in realtà dei “dragoni”, né che il serpente, invece di mordere la bocca del “mascherone”, in realtà ne esce.
Nel primo capitello a destra, la donna è “tra due uccelli” , e dunque non evidenzia che sono antropocefali. Il resto delle scene della strombatura è anch’esso frainteso: pur riconoscendo esattamente la “cacciata”, vede in Adamo ed Eva condannati alla fatica una generica scena rappresentante il lavoro; di conseguenza l’offerta di Caino e Abele non è altro che una scena che raffigura due persone che “abbicano covoni di grano”.
La scena dell’uccisione di Abele è poi la rappresentazione della seminagione: un uomo sparge la semente (in realtà è Caino che colpisce) un altro con la zappa (sic!) la copre e “spiana le porche”, cioè i solchi.
Dal fatto che la scena non è stata compresa, possiamo dedurre che la rottura di parte delle due figure è avvenuta prima del 1923.
Le due scene successive rappresenterebbero la caccia (con un cinghiale atterrato, mentre un altro salta addosso ad una donna) e la guerra. L’interpretazione è dunque errata almeno nella prima parte (l’animale non è un cinghiale, ma probabilmente un cane e non è affatto atterrato).
Purtroppo i numerosi errori tolgono alle parole del Radice la necessaria credibilità riguardo alla seconda parte, che ci è poco visibile dalla fotografia.
Un altro accenno al portale è in G. Di Stefano, ma per l’interpretazione delle figure abbiamo solo l’ipotesi che “il capitello coi pennuti dal volto umano” possa essere una satira anticlericale.
La stessa idea (“la lunga tradizione guelfa della storiografia locale ha voluto vedere allusioni anticlericali, di spirito ghibellino”) è in S. Bottari.»

«L'interpretazione delle sculture del portale di Maniace - scrive Salvo Nibali ne Il Castello Nelson -  deve comunque ancora essere oggetto di studi più completi ed accurati. Gli storici dell'arte non dovrebbero continuare a trascurare questa magnifica testimonianza della scultura medievale in Sicilia».

Santa Maria di Maniace, rilievi di sinistra del portale normanno
Santa Maria di Maniace, rilievi di destra del portale normanno



SCULTURE MEDIOEVALI A BRONTE
di Ada Aragona e Claudio Saporetti

«I bassorilievi romanici della chiesa di Santa Maria di Maniace, - scrivono Ada Aragona e Claudio Saporetti (Foglio d’Arte, Gennaio 1984, pagg. 19-24) – scolpiti nei capitelli delle strombature del portale di accesso, presentano due teorie di raffigurazioni particolarmente interessanti.

Da una parte l’insieme di figure, che non possono essere rapportate ad alcuna tematica di tipo narrativo (storico o biblico o fabulistico), denuncia chiaramente un significato simbolico. Dall’altra le scene bibliche facil­mente interpretabili (Genesi) si risolvono poi in un altro tipo di raffigu­razione di difficile interpretazione, forse collegabile con la prima teoria.

I problemi che si presentano sono dunque di due tipi:
1. Quale è il significato di quelle figure non rapportabili a sene bibliche?
2. Le due teorie costituiscono un tutto omogeneo, o sono invece ciascuna motivo a sé, separato ed indipendente?

Nel tentativo di dare una risposta, sia pure necessariamente ipotetica a queste domande, sarà bene descrivere brevemente le scene, incomin­ciando da quella di sinistra, perché, nell’ipotesi che sia possibile una lettura in chiave di omogeneità dei rilievi, è più probabile che questa lettura vada cercata sulla falsariga di quella di un libro, cioè appunto da sinistra a destra. La scena a sinistra è costituita da gruppi, quasi sempre legati l’uno all’altro, aventi come centro delle figure femminili. (…)ULTIMA PAGINA

Per ulteriori notizie vedi
 "L'abbazia di Santa Maria di Maniace" di Benedetto Radice
"Sculture medioevali a Bronte" di Ada Aragona e Claudio Saporetti


 

Ipotesi di ricostruzione

Se dell’intero monastero è possibile evocare solo uno schema funzionale e compositivo, della chiesa è possibile avanzare mediante analisi tipologiche e sulla scorta dei resti architettonici, una più consistente ipotesi di ricostruzione.
Gli elementi in arenaria presenti sulla parete di fondo della chiesa (i montanti della navata centrale e l’arco ogivale sulla navata di destra) i resti delle absidi messi in luce durante i restauri (in grigio nella mappa a destra), la memoria dei due corpi antistanti la chiesa, di cui oggi rimane solo il destro, tracce di un probabile portico antistante, individuano l’architettura della chiesa di Santa Maria di Maniace come chiara opera di scuola benedettina, introdotta in Sicilia nel periodo normanno dai monaci di Cluny.
La chiesa, col corpo longitudinale basilicale a tre navate, copertura lignea, alto presbiterio triabsidato rivolto a oriente, transetto poco profondo e nartece composto da due torri che affiancavano il prospetto, aveva quasi il doppio della profondità attuale ed era caratterizzata come si può vedere dal superstite corpo basilicale dalla bicromia tra i conci in pietra lavica dei tozzi pilastri di forma esagonale e rotondi, poggianti su base cubica e la forma degli archi a sesto acuto, unica traccia di derivazione orientale.
L’incrocio doveva essere coperto con torre lanterna quadrata, in quanto la dimensione dei pilastri cruciformi in conci di arenaria gialla non giustifica l’esistenza di una cupola.
L’alto presbiterio e la notevole lunghezza dell’edificio conferivano verosimilmente grande maestosità allo spazio, che doveva essere caratterizzato anche da una sensazione di grande rusticità, non essendo state rinvenute tracce, interne od esterne, di decorazioni o rivestimenti.
Risultano evidenti le affinità spaziali di Santa Maria di Maniace con la cattedrale di Cefalù, eretta dal 1131 al 1148, e con il contemporaneo Duomo di Monreale, eretto nel 1174 da Guglielmo II.


La chiesa nel castello
Storie e proposte a Maniace
di Alvise Spadaro
Ciò che resta del monastero, dopo il terremoto del 1693, si trova attualmente sepolto sotto il palazzo e le fabbriche della Ducea di Nelson, (cosiddetta in quanto il 10 ottobre 1799 fu donata da Ferdinando III insieme al titolo di Duca di Bronte all’ammiraglio Orazio Nelson per ricompensarlo dell’aiuto fornitogli nella repressione dei moti di Napoli), ma la chiesa rimasta in elevazione, sembrava mancare della sola parte absidale, fino a quando, in seguito ad operazioni di rilevamento eseguite dallo scrivente, non furono riscontrate alcune tracce che preludevano alla mancanza di tutta la parte presbiteriale: uno studio, per quanto possibile dettagliato, assieme ad un prudente tentativo di ricostruzione planimetrica del tempio normanno, fu pubblicato su «Foglio d’Arte» nel gennaio 1984 ed il lavoro ebbe una certa risonanza poiché nel mese successivo, fu fatto oggetto di interesse dal quotidiano «La Sicilia».
Nel corso di un sopralluogo eseguito nei mesi scorsi lungo la perimetrazione dell’abitato, sotto il muro del granaio retrostante la chiesa si è potuta rilevare la parte terminale della base dell’abside centrale.
Il fortunato ritrovamento consente di riproporre l’ipotesi, qui pubblicata per la prima volta, con l’aggiunta del nuovo elemento il quale, se non altro, consente di definire, questa volta in modo certo, la lunghezza originaria del tempio normanno cha così risulta essere stato di dimensione quasi doppia rispetto la parte esistente in elevazione.
Certamente tale definizione non è di esclusivo interesse architettonico in quanto, la contemporaneità di realizzazione in Sicilia orientale della grande chiesa di Santa Maria di Maniace (1173) e nella Sicilia occidentale di Santa Maria Nuova (1173) duomo di Monreale, in tutti e due i casi con annessa abazia benedettina ed i cui nuclei monastici provenivano inizialmente dal cenobio di Cava dei Tirreni, potrebbe fornire ai medievisti spunti diversi per lo studio dei rapporti tra l’Isola e la Penisola e per una messa a punto dei vari aspetti del periodo normanno in Sicilia durante il quale l’Isola assurse al ruolo di riferimento culturale, politico, economico e sociale nell’ambito europeo.
Alvise Spadaro
(Storie e proposte a Maniace in Il Girasole, Ottobre 1987, p. 6.)

Alvise Spadaro, architetto, ispettore onorario ai beni culturali, storico dell’arte, oltre che di restauro dei monumenti si è occupato anche della storia e della scrittura al tempo delle prime dinastie dell’Antico Egitto ed ha scritto numerosi contributi sulla storia e la cultura siciliana. Autore anche di racconti ed opere di narrativa ha pubblicato tra l’altro “Settecento Calatino” (Catania 2000); Caravaggio in Sicilia (Catania 2005); Caravaggio in Sicilia - il percorso smarrito (Acireale-Roma 2008); Il mistero del Caravaggio rubato e la sua copia catanese (Acireale-Roma 2010) e, da ultimo, Le Travestite - donne nella storia (Acireale-Roma 2011).

I  due disegni in b/n ed il testo sono tratti da una serigrafia turistica affissa al Castello Nelson (testo e grafica: Giovanni Longhitano)

SANTA MARIA DI MANIACE, RESTI DELL'ANTICA ABSIDE
Recenti scavi hanno portato alla luce la parte terminale della base dell’abside centrale sotto il pavimento dell'antico granaio retrostante la chiesa.

Ipotesi di ricostruzione planimetrica (in tratteggio) della chiesa di Santa Maria di Maniace (1174) fatta dall’arch. Alvise Spadaro nel 1987.
Alvise Spadaro nel 1984 ha partecipato al progetto del restauro (primo stralcio) e, in occasione del rilevamento dell’odierna Chiesa, aveva scoperto le tracce superficiali di un antico prolungamento sella struttura (scoperta allora totalmente inedita perché non appariva in nessuna fonte) semplicemente sulla scorta della modularità.
Aveva evidenziato la contemporaneità cronologica con il duomo di Monreale ed ipotizzato che la costruzione doveva essere ben più lunga e l’abside si sarebbe dovuta trovare ben oltre l’attuale granaio.
Lo studio, con la riproduzione della pianta della chiesa così come doveva essere originariamente fu pubblicato su Foglio d’Arte, a. VIII (1984) n. 1 pp. 10-16, La chiesa nel castello: Santa Maria di Maniace

In un sopralluogo successivo alla pubblicazione, Alvise Spadaro ha ritrovato tracce dell’abside a solo a qualche metro da quanto aveva precedentemente ipotizzato sulla semplice scorta della modularità, pubblicando la scoperta e la nuova ricostruzione su Il Girasole, Ottobre 1987 p. 6, Storie e proposte a Maniace che per gentile concessione dell’Autore vi riproponiamo.

L'interno della chiesa

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