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Benedetto Radice nasce a Bronte il 1° Febbraio 1854 da
Nunzio e Marianna
Longhitano e, secondo l’uso del tempo, è battezzato dal nonno Benedetto e
da Grazia, eius uxor.
Muore a Bronte all'età di 77 anni il 15 Maggio 1931.
La sua famiglia apparteneva, per censo, al ceto dei possidenti
(i cosiddetti “Cappelli”) ed era imparentata con i Cannata, gli Spedalieri,
i Fiorini, i Luca, i Grisley.
Primogenito di quattro figli, frequenta gli studi di "grammatica, umanità e
retorica" nel Real Collegio Capizzi conseguendo la licenza ginnasiale
intorno al 1870.
Successivamente, attorno
al 1872/73, consegue la licenza liceale presso l’Istituto Nicola Spedalieri
di Catania.
Lo stesso anno prosegue gli studi presso la locale Regia Università
laureandosi, diremmo oggi, in Giurisprudenza.
Conseguì, infatti, il "diploma
di causidico" che abilitava alla libera professione forense.
Ma non era questa la sua strada: dopo una breve probabile esperienza di
avvocato preferì dedicarsi allo studio dei classici latini e greci, alla
lettura di testi di storia filosofia e, soprattutto, all’insegnamento, iniziando a
Bronte in una scuola per ragazzi del popolo.
Ma durò poco. Il suo rigore morale ed un carattere franco ed eclettico,
gli fanno assumere
atteggiamenti di severità censoria verso personaggi ed amministratori
locali della cosa pubblica approfittatori ed arruffoni.
In quel tempo dominava ancora la scena la
Ducea Nelson ed il Comune era gestito dalla “longa manus” ducale che faceva
il bello ed il cattivo tempo, nonostante i noti fatti dell’Agosto del
1860.
Il suo modo d’essere “super partes” gli procurò ben presto delle non
simpatie, tali da fargli maturare l’idea di lasciare il natio paese.
Decisione questa che attuerà a fine 1887 o tutt’al più all’inizio
dell’anno successivo.
A Bronte aveva anche imparato che i migliori fra i suoi
concittadini, per emergere, avevano dovuto allontanarsi dal "natio borgo
selvaggio".
«E quanto selvaggio fosse questo paese, egli sapeva dalla
sua infanzia quando, nella insurrezione del 1860, nei contadini e operai
brontesi si scatenò la belva che sta rannicchiata in fondo ad ogni uomo:
ed egli - a sei anni - trascinato da una povera donna, fuggiva piangendo
verso Maletto, portando nelle pupille esterrefatte il baleno degli incendi
e la visione sanguigna dei massacri.
A parte l'amarezza di questo ricordo
che l'accompagnerà nella vita, fino a quando ne avrà consegnato la
narrazione alla storia, egli non volle rassegnarsi a vegetare dentro
l'angustia del nostro orizzonte per insegnare i primi rudimenti nelle
scuole primarie o rifugiarsi in un angolo del municipio a smaltire la noia
sulle ordinarie pratiche d'ufficio.
Compiuti gli studi al Collegio
Capizzi, non poteva, neanche se avesse voluto, recarsi a Monreale a
completare la sua istruzione, dato che Bronte era stato sottratto a quella
diocesi illustre ed aggregato ad un'altra.
Non era ricco, nè poteva sperare aiuto da parenti o mecenati. Tuttavia,
al cheto vivere e al pasto frugale, consumato fra le pareti domestiche,
preferì l'incertezza del domani e la trepidazione dell'avventura.
Si
staccò dai suoi e s'immerse nei grandi centri urbani, alla ricerca dell'ubi
consistam». (L. Margaglio,
Il Ciclope, 19 marzo 1947).
Il suo peregrinare
Lasciatasi alle spalle Bronte, città dei Ciclopi, intorno al
1888 si trasferisce a Roma
sua prima tappa e, successivamente, a Firenze, Sondrio,
Fiesole ed a Empoli, dove insegnò a lungo.
La vitalità del suo ingegno, la vivacità del carattere, l'arguzie con cui abbelliva la conversazione, gli procurarono ben presto simpatie ed
amicizie e gli facilitarono contatti e occupazioni retribuite, dandogli - in pari tempo - modo di erudirsi.
Roma lo sedusse tanto ed impiegava le ore libere nello studio
dell'archeologia romana e cristiana procurandosi da vivere facendo da
cicerone a comitive di turisti.
Conoscendo bene il francese e biascicando pure l’idioma inglese era lieto quando poteva mescolarsi
ai gruppi di turisti per fare sfoggio della sua cultura e spiegar loro con
garbo e disinteresse, il significato d'un rudere, il valore di un
monumento, la bellezza di un'opera d'arte.
Furono questi contatti con gli
stranieri che fecero nascere in lui il desiderio di approfondire la
conoscenza delle loro
lingue e visitare i loro paesi.
Superato il concorso è abilitato
all’insegnamento della lingua francese e dal 1889 lo ritroviamo
a Ceccano (provincia di Frosinone) insegnare presso il Collegio
Berardi.
Non ritornando più a Bronte nel periodo delle vacanze estive, Benedetto Radice, viaggiò moltissimo, a
cominciare dalla Francia, per acquistare la perfetta conoscenza della lingua di cui era divenuto insegnante, fino
all'Inghilterra, al Belgio, all'Olanda e perfino alla Danimarca.
«Viaggiare, viaggiare, oh! la bella cosa il viaggiare! La vita non è stata
rassomigliata a un viaggio? e allora, invece di stare tappati in un
caffeuccio, tra l'odore acre del fumo e il vano pettegolezzo, non è meglio
gironzolare?» Così don Benedetto scriveva in una recensione al libro di T. Catani
“Al paese
verde”, pubblicata l'11 Giugno 1899 da “Il Pensiero di
Sanremo”. (Vedi "Il
Radice sconosciuto", pag. 86)
E, continua in "Ricordando" (pag. 127), «... fui
sbalzato al confine, a Sondrio; e di là ad un altro confine, a
Ventimiglia. Poi presi l'aire e corsi mezzo mondo: a Parigi, a
Berlino, a Londra, a Vienna, nella Svizzera, nel Belgio fino a
Copenaghen, fino a Cristiania; Nansen II, con una matta voglia di
essere sempre in moto, aspettando ogni anno a gloria le vacanze per
andare a scoprire un terzo polo...».
Lasciata Roma, nel 1892, il Radice si trasferisce in
Toscana, culla della lingua italiana, molto probabilmente prima
a Fiesole
presso la Scuola-Convento degli Scolopi e, dopo ad Empoli, dove
pubblica la traduzione in italiano de "Le favole di La Fontaine" che dedica ai
vecchi genitori "sor Nunzio e sora Marianna" che non vede da più anni e ormai
divenuti nonni.
Ha modo anche di conoscere colui che doveva divenire il suo grande
amico: Renato Fucini, all'epoca
regio ispettore scolastico e scrittore, che fu suo consigliere e
protettore.
Un'amicizia duratura che la distanza e gli anni, più che
affievolire, rafforzeranno, estrinsecandosi in una fitta
corrispondenza ed in doni reciproci e nell'imposizione del nome
(Renato) al suo unico figliolo.
Ad Empoli, dove continuò l'insegnamento, fondò
anche una cooperativa
contadina e pubblicò studi su "L'Italia e il Papato" e " Gli Inglesi nel
risorgimento italiano.
Quì ebbe, come collega,
Ettore Romagnoli, allora giovanissimo, che doveva, poi,
rivelarsi il più grande traduttore di Aristofane e dei tragici greci e
frequentò anche Ferdinando Martini, Olindo
Guerrini, Giosuè Carducci.
Nel 1893 insegna a Sondrio e, due anni dopo,
a Varese dove, nei
ritagli di tempo libero trova modo di scrivere numerose monografie a
tema storico, collabora a numerose riviste (Journal de
Bordighera, La Squilla, Galleria letteraria illustrata, Cordelia, Il pensiero di Sanremo, L'Esare, ecc.),
e durante le vacanze estive gira l’Europa arrivando fino a
Capo Nord.
Il ritorno in Sicilia
Nel 1903, ottenuto il trasferimento, torna in Sicilia,
a Palermo, dove
insegna per sette anni al "Meli" e successivamente al Regio Liceo Ginnasio Umberto I
(lingua francese, corso "A"), ivi rimanendo
sicuramente fino al 1924.
A Palermo continuò la sua intensa attività di pubblicista (scrisse anche per il
giornale "L'Ora") ed ebbe rapporti personali con la grande cultura siciliana del primo
‘900 (Verga, Gentile, Pirandello, Capuana,
Giuseppe Lombardo Radice, al quale era legato anche da
vincoli di parentela).
Già maturo di anni e stanco di viaggiare, cominciò ad indagare ed a
spulciare e rovistare biblioteche ed archivi cercando riscontri e
notizie sulla storia di Bronte e del territorio vicino.
Inizia le sue ricerche presso archivi di stato, biblioteche,
conservatorie notarili, consulta proclami, bandi dispacci, riveli,
raccoglie testimonianze di sopravvissuti e quant’altro ritiene
d’interesse per la pubblicazione che ha in mente e che da qualche
tempo vagheggia. L’intenso lavoro protrattosi per un ventennio - "Memorie
storiche di Bronte" -, sarà pubblicato rispettivamente nel 1928 e,
postumo, nel 1936.
A Bronte, nel gennaio del 1908, sposa in seconde nozze la
cognata Giuseppina Spitaleri, vedova di suo fratello Antonino deceduto
anni prima, e nel
maggio del 1910 ebbe il tanto desiderato figlio
maschio al quale, in onore del caro amico Fucini, verranno imposti i nomi
di: Renato, Nunzio, Francesco e Antonino.
Nel 1923 pubblica "La Sagra degli Umili Eroi" a ricordo dei
caduti brontesi della I° Guerra Mondiale. Sua l'idea dell'erezione del Monumento posto
un tempo in Piazza Spedalieri, sorto
grazie al contributo spontaneo del popolo e dei brontesi residenti in America ed
inaugurato solennemente il 20 Settembre del 1922.
Sua l'epigrafe commemorativa, posta alla base dello stesso, che
recita: "Bronte orgogliosa e benedicente ricorda i suoi figli morti
combattendo per la Patria 1915-1918". Altro suo desiderio che però rimarrà inappagato,
era la creazione di un
“Parco delle Rimembranze" nei cui viali, «alla stessa maniera degli
antichi greci, fossero piantate alberi, vivi monumenti perenni, uno
per ogni caduto e riportanti targhe con il nome degli Eroi morti per
la Patria». (Vedi “Il Radice
sconosciuto”, pag. 187)
Rientrato definitivamente nel suo paese natale, nel 1924, dopo un’assenza protrattasi per quasi trentasette anni,
sebbene incurvato dal peso degli anni, sorreggendo la stanca persona
col bastone, non smise mai di “tirar sassi alle piante” spinto sempre
da connaturati principii e da integrità morale. E, come ebbe a dire
lui stesso: “tiro avanti la carretta, malgrado le peculiari
condizioni di mia malferma salute”.
Le Memorie storiche di Bronte
Al suo paese natale dedicò molti saggi
storici che, nel campo della storia patria, costituiscono una base di
notizie fondamentale e assolutamente indispensabile.
Fiero della città d’origine, da grande studioso, si accinse (come lui
stesso scrisse) «con ardore a frugare archivi e
documenti, a percorrere le campagne, rovistare, indagare, interrogare
rovine, tombe, monete» per oltre quindici anni.
Volle sapere tutto della storia del suo paese e, scrivendola, farla
conoscere agli altri.
Scrisse monografie, descrivendo le vicende più salienti, che vanno
dalle origini di Bronte, con le nove eruzioni dell'Etna, alle notizie
sui casali e feudi che unificati costituirono l'antica città, sulle
chiese e conventi e gli edifici pubblici.
La documentazione più importante è quella che verte sull'ammiraglio
Nelson e la Ducea, sul Collegio Capizzi, sui moti rivoluzionari del
1820, sulle agitazioni del '48 e '49 e, sopratutto, sul l'insurrezione
del 1860 e la dura repressione fatta da Nino Bixio.
Non solo. Sulle tracce di Giuseppe Cimbali (che, nel primo dei due
volumi su Nicola Spedalieri, aveva scritto sommariamente su alcuni
cittadini brontesi) volle scrivere delle compiute biografie, sui
fratelli Placido e Saverio De Luca, Arcangelo Spedalieri, Monsignor
Saitta, Biagio Caruso. Non ebbe il tempo di scrivere le biografie su Enrico e Giuseppe
Cimbali. Sconfinando poi dal campo storico, fece qualche capatina
anche in quello letterario.
Il frutto della sua infaticabile opera furono le
"Memorie storiche di Bronte"
(una raccolta sistematica di 16 monografie pubblicate per articoli e
raccolte in due volumi editi rispettivamente nel 1926 e nel 1928).
In quest'opera Benedetto Radice mise in luce ed analizzò i momenti
nodali del nostro passato ripercorrendo per primo tutta la
storia moderna e contemporanea del paese attraverso serie ed
accurate ricerche di archivio.
La proprietà letteraria fu donata dallo stesso Radice a beneficio del
locale Ospedale Civico, in
quell'epoca ancora in fase di ultimazione.
Fra gli altri tantissimi libri da lui
scritti, si ricordano in particolare "Nino Bixio a Bronte", "Bronte
nella rivoluzione del 1820" (Palermo, 1906), "Il Casale e l’Abbazia di
Santa Maria di Maniace" (Palermo, 1909), "Biografia di Arcangelo
Spedalieri" (Palermo, 1914), "L’Etna: eruzioni miti e leggende" (Roma,
1925), "Due glorie siciliane – I fratelli De Luca" (Bronte, 1926).
Pubblicò anche una traduzione delle favole di La Fontaine e studi su
"L’unità d'Italia e il papato" (Ventimiglia, 1895) e "Gli inglesi nel
Risorgimento Italiano" (Livorno, 1901).
Benedetto Radice morì a Bronte la notte del 15 Maggio 1931 all'età di 77 anni mentre lavorava ancora ai suoi scritti già pubblicati e in fase di
pubblicazione. |

Uomo dal rigoroso profilo morale, di vasta
cultura, storico, Benedetto Radice, è uno dei figli di
Bronte degno di memoria, il nostro cronista per eccellenza.
E’ noto, soprattutto, per averci tramandato una sua lettura
storica sull’epica impresa garibaldina che porterà all’Unità
d’Italia e, su quanto avvenne a Bronte dal 2 al 5 Agosto
1860. Argomento questo che sarà, provocatoriamente, ripreso
da Florestano Vancini nel suo film a titolo «Bronte,
cronaca di un massacro …» che ha avuto il merito di far
conoscere il nostro borgo, noto come Città del Pistacchio e
della Cultura, e lo stesso Radice in ambito nazionale. |
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Benedetto
Radice nacque in questa casa del centro storico di Bronte.
Rigoroso studioso della storia della Città di Bronte,
ancora oggi, il suo annoso e sfibrante lavoro di ricerca
minuziosa in archivi e biblioteche di tutta Italia rappresenta un fondamentale punto di riferimento
(in effetti è l'unico) per la
conoscenza del nostro passato.
L'abitazione fronteggia, nella via che porta il nome dello scrittore,
l'alta scalinata della chiesa di
San
Blandano ed è a pochi passi da via Annunziata, dove sorgono
le case natali dei
fratelli
Cimbali e di Nicola Spedalieri, e
dalla via Scafiti, la casa del ven. Ignazio
Capizzi.
Il Radice, «aveva
della fierezza che non era facile piegare; una sincerità che si sfogava
in giudizi mordenti; un cuore che invecchiando, bruciava tuttavia di
giovanile entusiasmo; un coraggio che sapeva fissare con freddezza il
volto del rischio.
In una stagione, assai luttuosa pel nostro paese, quando l'epidemia
colerica s'abbattè con violenza distruggitrice, facendo il vuoto
nelle famiglie, egli, contro i pavidi che fuggivano il contagio, diede
nobilissimo esempio di abnegazione e di amore fraterno.
Alla testa di pochi generosi, sostituì il sindaco e gli assessori (che
avevano messo in salvo il loro carname) organizzando soccorsi, e
apportando l'ordine e il conforto là dove regnava la confusione e
l'abbandono.»
(Luigi Margaglio, Il Ciclope, 19 marzo 1947)
La dedizione e l'amore di don Benedetto verso il prossimo ebbero anche un significativo
riconoscimento da parte del Ministero degli Interni che gli concesse una
medaglia d'argento con diploma al merito sanitario. |
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«Con gli occhi della memoria di un ragazzino delle scuole
elementari degli ultimi anni '20 vedo risalire per Via Annunziata,
partendo dalla sua abitazione di fronte alla chiesa di S. Blandano
e costeggiando il vecchio convento dei Padri Basiliani, allora
sede del Comune ed ora della Biblioteca Comunale e dell'Ufficio
del Lavoro, don Benedetto Radice, il professore, il quale con il
suo passo lento e stanco, procede con la sua figura minuta ed
elegante, caratterizzata dai lunghi baffi bianchi spioventi e il
suo orologio da taschino tradizionalmente agganciato ad una grossa
catena d'oro passante attraverso l'asola del panciotto, e devia su
via Scafiti per raggiungere la piazzetta, ora G. Castiglione e il
Circolo "Enrico Cimbali", volgarmente chiamato "Casino dei
Civili", dove si fermerà a leggere il giornale e a chiacchierare
con qualche amico per commentare i fatti del giorno»....
(Nicola Lupo, "Benedetto
Radice, storico di Bronte (1854-1931) nel 150° anniversario della
nascita", La Forbice n. 119, Aprile 2004, Castellana-Grotte) |
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Benedetto Radice in un disegno di Mario Schilirò |
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L'edizione completa delle
Memorie storiche di Bronte
Ve la offriamo in formato
(raccoglie le 16 monografie pubblicate per articoli e raccolte in due
volumi editi rispettivamente nel 1926 e nel 1928; 529 pagine corredate da
numerose foto;
9.158 Kb)
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I due volumi delle memorie storiche di Bronte, pubblicati dallo
Stab. Tipografico Sociale nel 1928 e nel 1936. Il secondo
volume,
contenente le ultime 6 monografie del Radice, fu
stampato nello stesso anno del primo ma pubblicato postumo dal
figlio Renato,
cinque anni dopo la morte del Radice. |
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