Le carte, i luoghi, la memoria...

Lo storico Benedetto Radice

I personaggi illustri di Bronte, insieme

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Benedetto Radice

Volle sapere tutto della storia del suo paese e, scrivendola, farla conoscere agli altri



Tutte le opere di B. Radice
 Il Radice sconosciuto
Le edizioni delle "Memorie storiche"
La "supplica" al V Duca
Il Professor Benedetto Radice



Uomo dal rigoroso profilo morale, di vasta cultura, storico, Benedetto Radice, è uno dei figli di Bronte degno di memoria, il no­stro cronista per eccellenza.

E’ noto, soprattutto, per averci tramandato una sua lettura storica sull’epica impresa ga­ribaldina che porterà all’Unità d’Italia e, su quanto avvenne a Bronte dal 2 al 5 Ago­sto 1860.

Argomento questo che sarà, provocatoria­mente, ripreso da Flore­stano Van­cini nel suo film a titolo «Bronte, crona­ca di un mas­sacro …» che ha avuto il meri­to di far conoscere il nostro borgo, noto co­me Città del Pistac­chio e della Cultura, e lo stesso Radice in ambito nazionale.

Rigoroso studioso della storia della Città di Bronte, ancora oggi, il suo annoso e sfi­brante lavoro di ricerca minuziosa in archi­vi e biblioteche di tutta Italia rappresenta un fondamentale punto di riferimento (in effetti è l'unico) per la conoscenza del no­stro passato.

Il Radice aveva «della fierezza che non era facile piegare; una sincerità che si sfo­gava in giudizi mordenti; un cuore che in­vec­chiando, bruciava tuttavia di giovanile en­tu­siasmo; un coraggio che sapeva fis­sa­re con freddezza il volto del rischio.

In una stagione, assai luttuosa pel nostro paese, quando l'epidemia colerica s'ab­bat­tè con violenza distruggitrice, facendo il vuo­to nelle famiglie, egli, contro i pavidi che fug­givano il contagio, diede nobilis­si­mo esem­pio di abnegazione e di amore fraterno.

Alla testa di pochi generosi, sostituì il sin­da­co e gli assessori (che avevano messo in salvo il loro carname) organizzando soc­corsi, e apportando l'ordine e il conforto là dove regnava la confusione e l'abbandono.»

(Luigi Margaglio, Il Ciclope, 19 marzo 1947)

La dedizione e l'amore di don Benedetto ver­so il prossimo ebbero anche un signifi­ca­tivo  riconoscimento da parte del Mini­ste­ro degli Interni che gli concesse una meda­glia d'argento con diploma al merito sani­ta­rio.



Casa di Benedetto Radice

Benedetto Radice nacque in questa casa del centro storico di Bronte.
L'abitazione fronteggia, nella via che porta il nome dello scrittore, l'alta scalinata della chie­sa di San Blandano ed è a pochi passi da via Annunziata, dove sorgono le case natali dei fratelli Cimbali e di Nicola Spedalieri, e dalla via Scafiti, la casa del ven. Ignazio Capizzi.

 
Benedetto Radice, disegno di Mario Schilirò

Radice in un disegno di Mario Schilirò


«Con gli occhi della memoria di un ra­gaz­zino delle scuole elementari de­gli ul­ti­mi anni '20 vedo risalire per Via Annunzia­ta, par­ten­do dalla sua abita­zione di fronte alla chie­sa di S. Blan­dano e costeggiando il vec­chio con­vento dei Padri Basiliani, allo­ra sede del Comune ed ora della Biblio­te­ca Comunale e dell'Ufficio del La­voro, don Be­nedetto Radi­ce, il pro­fes­sore, il quale con il suo passo lento e stanco, procede con la sua figura minuta ed ele­gante, carat­teriz­zata dai lunghi baffi bian­chi spio­venti e il suo orolo­gio da taschi­no tradizional­mente aggan­ciato ad una gros­sa catena d'oro passante attra­ver­so l'asola del pan­ciotto, e devia su via Scafiti per rag­giun­gere la piaz­zetta, ora G. Casti­glione e il Circolo "En­rico Cimbali", volgar­mente chia­mato "Casi­no dei Civili", dove si fer­merà a leg­gere il giornale e a chiac­chie­ra­re con qual­che amico per commentare i fat­ti del giorno»....

(Nicola Lupo, "Benedetto Radice, storico di Bronte (1854-1931) nel 150° anniversario della nascita", La Forbice n. 119, Aprile 2004, Castellana-Grotte)



 

L'edizione completa delle
 Memorie storiche di Bronte
Ve la offriamo in formato
 (raccoglie le 16 monografie pubblicate per articoli e raccolte in due volumi editi rispettivamente nel 1926 e nel 1928; 529 pagine corredate da numerose foto;
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B. Radice, Memorie storiche di Bronte, vol. II

I due volumi delle memorie storiche di Bron­te, pubblicati dallo Stabilimento Tipogra­fico So­ciale nel 1928 e nel 1936.

Il secondo volu­me, conte­nente le ultime 6 mono­grafie del Radice, fu stampato nello stesso anno del primo ma pub­blicato postumo dal figlio Renato, cinque anni dopo la morte del Radice.



Copertina de "Il Radice sconosciuto"

Benedetto Radice nasce a Bronte il 1° Febbraio 1854 da Nunzio e Marianna Longhitano e, secondo l’uso del tempo, è battezzato dal nonno Benedetto e da Grazia, eius uxor.

Muore a Bronte all'età di 77 anni il 15 Maggio 1931. La sua fami­glia apparteneva, per censo, al ceto dei possidenti (i cosiddetti “Cappelli”) ed era imparentata con i Cannata, gli Spedalieri, i Fiorini, i Luca, i Grisley.

Primogenito di quattro figli, frequenta gli studi di "grammatica, umanità e retorica" nel Real Collegio Capizzi conseguendo la licenza ginnasiale intorno al 1870.

Successivamente, attorno al 1872/73, consegue la licenza liceale presso l’Istituto Nicola Spedalieri di Catania. Lo stesso anno pro­segue gli studi presso la locale Regia Univer­sità laurean­dosi, diremmo oggi, in Giurisprudenza. Conseguì, infatti, il "diploma di causidico" che abilitava alla libera profes­sione forense.

A 30 anni, nel febbraio 1884, come risulta dall’Archivio storico dei Nelson, chiese di essere assunto alla Ducea. Ma, diremmo fortu­na­tamente, Alexander Nelson Hood, figlio di Lord Bridport, IV Duca di Bronte, non lo volle fra i suoi impiegati.

E non era questa infatti la sua strada: dopo una breve probabile esperienza di avvocato preferì dedicarsi allo studio dei classici latini e greci, alla lettura di testi di storia filosofia e, soprattutto, all’insegnamento, iniziando a Bronte in una scuola per ragazzi del popolo.

Ma anche questo durò poco. Il suo rigore morale ed un carattere franco ed eclettico, gli fanno assumere atteggiamenti di severità censoria verso personaggi ed amministratori locali della cosa pubblica approfit­tatori ed arruffoni.

In quel tempo dominava ancora la scena la Ducea Nelson ed il Comune era gestito dalla “longa manus” ducale che faceva il bello ed il cattivo tempo, nonostante i noti fatti dell’Agosto del 1860.

Il suo modo d’essere “super partes” gli procurò ben presto delle non simpatie, tali da fargli maturare l’idea di lasciare il natio paese. Decisione questa che attuerà a fine 1887 o tutt’al più all’inizio dell’anno successivo.

A Bronte aveva anche imparato che i migliori fra i suoi concittadini, per emergere, avevano dovuto allontanarsi dal "natio borgo selvaggio".

«E quanto selvaggio fosse questo paese, - scrive L. Margaglio - egli sapeva dalla sua infanzia quando, nella insurrezione del 1860, nei contadini e operai brontesi si scatenò la belva che sta rannicchiata in fondo ad ogni uomo: ed egli - a sei anni - trascinato da una povera donna, fuggiva piangendo verso Maletto, portando nelle pupille esterrefatte il baleno degli incendi e la visione sanguigna dei massacri.

A parte l'amarezza di questo ricordo che l'accompagnerà nella vita, fino a quando ne avrà consegnato la narrazione alla storia, egli non volle rassegnarsi a vegetare dentro l'angustia del nostro orizzonte per insegnare i primi rudimenti nelle scuole primarie o rifugiarsi in un angolo del municipio a smaltire la noia sulle ordinarie pratiche d'ufficio.

Compiuti gli studi al Collegio Capizzi, non poteva, neanche se avesse voluto, recarsi a Monreale a completare la sua istruzione, dato che Bronte era stato sottratto a quella diocesi illustre ed aggregato ad un'altra.

Non era ricco, nè poteva sperare aiuto da parenti o mecenati. Tuttavia, al cheto vivere e al pasto frugale, consumato fra le pareti domestiche, preferì l'incertezza del domani e la trepidazione dell'avven­tura. Si staccò dai suoi e s'immerse nei grandi centri urbani, alla ricerca dell'ubi consistam».

(L. Margaglio, Il Ciclope, 19 marzo 1947).


Il suo peregrinare

Lasciatasi alle spalle Bronte, città dei Ciclopi, intorno al 1888 si trasferisce a Roma sua prima tappa e, successivamente, a Firenze, Sondrio, Fiesole ed a Empoli, dove insegnò a lungo.

La vitalità del suo ingegno, la vivacità del carattere, l'arguzie con cui abbelliva la conversazione, gli procurarono ben presto simpatie ed amicizie e gli facilitarono contatti e occupazioni retribuite, dandogli - in pari tempo - modo di erudirsi.

Roma lo sedusse tanto ed impiegava le ore libere nello studio dell'archeologia romana e cristiana procu­randosi da vivere facendo da cicerone a comitive di turisti. Conoscendo bene il francese e biascicando pure l’idioma inglese era lieto quando poteva mescolarsi ai gruppi di turisti per fare sfoggio della sua cultura e spiegar loro con garbo e disinteresse, il significato d'un rudere, il valore di un monumento, la bellezza di un'opera d'arte.

Furono questi contatti con gli stranieri che fecero nascere in lui il desiderio di approfondire la conoscenza delle loro lingue e visitare i loro paesi.

Superato il concorso è abilitato all’insegnamento della lingua francese e dal 1889 lo ritroviamo a Ceccano (provincia di Frosinone) insegnare presso il Collegio Berardi.

Non ritornando più a Bronte nel periodo delle vacanze estive, Benedetto Radice, viaggiò moltissimo, a cominciare dalla Francia, per acquistare la perfetta conoscenza della lingua di cui era divenuto insegnante, fino all'Inghilterra, al Belgio, all'Olanda e perfino alla Danimarca.

«Viaggiare, viaggiare, oh! la bella cosa il viaggiare! La vita non è stata rassomigliata a un viaggio? e allora, invece di stare tappati in un caffeuccio, tra l'odore acre del fumo e il vano pettegolezzo, non è meglio gironzolare?» Così don Benedetto scriveva in una recensione al libro di T. Catani “Al paese verde”, pubblicata l'11 Giugno 1899 da “Il Pensiero di Sanremo”. (Vedi "Il Radice sconosciuto", pag. 86)

E, continua in "Ricordando" (pag. 127), «... fui sbalzato al confine, a Sondrio; e di là ad un altro confine, a Ventimiglia. Poi presi l'aire e corsi mezzo mondo: a Parigi, a Berlino, a Londra, a Vienna, nella Svizzera, nel Belgio fino a Copenaghen, fino a Cristiania; Nansen II, con una matta voglia di essere sempre in moto, aspettando ogni anno a gloria le vacanze per andare a scoprire un terzo polo...».

Benedetto Radice (Foto conservata nella Biblioteca Riccardiana - Firenze)Lasciata Roma, nel 1892, il Radice si trasferisce in Toscana, culla della lingua italiana, molto probabil­mente prima a Fiesole presso la Scuola-Convento degli Scolopi e, dopo ad Empoli, dove pubblica la traduzione in italiano de "Le favole di La Fontaine" che dedica ai vecchi genitori "sor Nunzio e sora Marianna" che non vede da più anni e ormai divenuti nonni.

Ha modo anche di conoscere colui che doveva divenire il suo grande amico: Renato Fucini, all'epoca regio ispettore scolastico e scrittore, che fu suo consigliere e protettore.
In una foto inviata al Fucini (riportata a sinistra), conservata nella Biblioteca Riccardiana di Firenze, lo stesso Radice allora trentot­tenne, così ne scriveva la dedica: “Benedetto Radice al suo bene­fattore, Renato Fucini”. Benefattore ma anche amico e di un'ami­cizia duratura che la distan­za e gli anni, più che affievolire, raffor­zeranno, estrinse­can­dosi in una fitta corrispondenza ed in doni reciproci e nell'im­posizione del nome (Renato) al suo unico figliolo.

Ad Empoli, dove continuò l'insegnamento, Benedetto Radice fondò anche una cooperativa contadina e pubblicò studi su "L'Italia e il Papato" e " Gli Inglesi nel risorgimento italiano.

Quì ebbe, come collega, Ettore Romagnoli, allora giovanissimo, che doveva, poi, rivelarsi il più grande traduttore di Aristofane e dei tragici greci e frequentò anche Ferdinando Martini, Olindo Guerrini, Giosuè Carducci.

Nel 1893 insegna a Sondrio e, due anni dopo, a Varese dove, nei ritagli di tempo libero trova modo di scrivere numerose monografie a tema storico, collabora a numerose riviste (Journal de Bordighera, La Squilla, Galleria letteraria illustrata, Cordelia, Il pensiero di Sanremo, L'Esare, ecc.), e durante le vacanze estive gira l’Europa arrivando fino a Capo Nord.


Il ritorno in Sicilia

Nel 1903, ottenuto il trasferimento, torna in Sicilia, a Palermo, dove  insegna per sette anni al "Meli" e successivamente al Regio Liceo Ginnasio Umberto I (lingua francese, corso "A"), ivi rimanendo sicuramente fino al 1924.

A Palermo continuò la sua intensa attività di pubblicista (scrisse anche per il giornale "L'Ora") ed ebbe rapporti personali con la grande cultura siciliana del primo ‘900 (Verga, Gentile, Pirandello, Capuana, Giuseppe Lombardo Radice, al quale era legato anche da vincoli di parentela).

Già maturo di anni e stanco di viaggiare, cominciò ad indagare ed a spulciare e rovistare biblioteche ed archivi cercando riscontri e notizie sulla storia di Bronte e del territorio vicino.

Inizia le sue ricerche presso archivi di stato, biblioteche, conservatorie notarili, consulta proclami, bandi dispacci, riveli, raccoglie testimonianze di sopravvissuti e quant’altro ritiene d’interesse per la pubblica­zione che ha in mente e che da qualche tempo vagheggia.

L’intenso lavoro protrattosi per un ventennio - "Memorie storiche di Bronte" -,  sarà pubblicato rispetti­vamente nel 1928 e, postumo, nel 1936.

A Bronte, nel gennaio del 1908, sposa in seconde nozze la cognata Giuseppina Spitaleri, vedova di suo fratello Antonino deceduto anni prima, e nel maggio del 1910 ebbe il tanto desiderato figlio maschio al quale, in onore del caro amico Fucini, verranno imposti i nomi di: Renato, Nunzio, Francesco e Antonino.

Nel 1923 pubblica "La Sagra degli Umili Eroi" a ricordo dei caduti brontesi della I° Guerra Mondiale.

Sua l'idea dell'erezione del Monumento posto un tempo in Piazza Spedalieri, sorto grazie al contributo spontaneo del popolo e dei brontesi residenti in America ed inaugurato solennemente il 20 Settembre del 1922.

Sua l'epigrafe commemorativa, posta alla base dello stesso, che recita: "Bronte orgogliosa e benedicente ricorda i suoi figli morti combattendo per la Patria 1915-1918".

Altro suo desiderio che però rimarrà inappagato, era la creazione di un “Parco delle Rimembranze" nei cui viali, «alla stessa maniera degli antichi greci, fossero piantate alberi, vivi monumenti perenni, uno per ogni caduto e riportanti targhe con il nome degli Eroi morti per la Patria». (Vedi “Il Radice sconosciuto”, pag. 187).

Rientrato definitivamente nel suo paese natale, nel 1924, dopo un’assenza protrattasi per quasi trenta­sette anni, sebbene incurvato dal peso degli anni, sorreggendo la stanca persona col bastone, non smise mai di “tirar sassi alle piante” spinto sempre da connaturati principii e da integrità morale.

E, come ebbe a dire lui stesso: “tiro avanti la carretta, malgrado le peculiari condizioni di mia malferma salute”.


Le Memorie storiche di Bronte

Al suo paese natale dedicò molti saggi storici che, nel campo della storia patria, costituiscono una base di notizie fondamentale e assolutamente indispensabile.

Fiero della città d’origine, da grande studioso, si accinse (come lui stesso scrisse) «con ardore a frugare archivi e documenti, a percorrere le campagne, rovistare, indagare, interrogare rovine, tombe, monete» per oltre quindici anni.

Un solo archivio restò inspiegabilmente chiuso ed inaccessibile: quello dei Nelson. «Raccoglie testimonian­ze, - scrive V. Pappalardo - fruga ogni archivio, da quelli che non si aprono nel castello dei Nelson, a quelli di Catania che gli spalancano la tragedia umana che si rappresentò nel processo del ‘63. Uno sforzo di ricerca e documentazione enorme, lontanissimo dalle farneticanti ricostru­zioni del frate Gesualdo e dalle lenti deformanti con cui la passione e le preclusioni del cappuccino avevano storpiato la storia di Bronte».

Ebbe peraltro difficoltà di accesso anche alla biblioteca del Real Collegio Capizzi, e gli rimasero scono­sciute molte interessanti carte là conservate, tra l'altro anche la documentazione della Vicaria Foranea di Bronte e dell’annessa Corte Spirituale.

Benedetto Radice volle sapere tutto della storia del suo paese e, sopratutto, farla conoscere agli altri. Scrisse monografie, descrivendo le vicende più salienti, che vanno dalle origini di Bronte, con le nove eruzioni dell'Etna, alle notizie sui casali e feudi che unificati costituirono l'antica città, sulle chiese e conventi e gli edifici pubblici.

La documentazione più importante è quella che verte sull'ammiraglio Nelson e la Ducea, sul Collegio Capizzi, sui moti rivoluzionari del 1820, sulle agitazioni del '48 e '49 e, sopratutto, sul l'insurrezione del 1860 e la dura repressione fatta da Nino Bixio.

A proposito di quest'ultima monografia, Franco Antonicelli, critico, saggista, poeta e parlamentare di sinistra nel recensire una ristampa di Nino Bixio a Bronte curata da Leonardo Sciascia, definì il Radice come «uno di quegli studiosi di storia locale ricchi di amor patrio e di pazienza erudita: ... un cittadino di Bronte di molto acume, che sapeva ricercare e vagliare documenti a stampa e testimonianze orali, avendo a cuore un convincimento, questo che la famosa repressione operata nel suo paese da Nino Bixio, nell’agosto del 1860, era stata una necessità feroce oltre il giusto, fuori del legale e cieca di vera comprensione sociale e umana.»

Il frutto di questo suo infaticabile lavoro durato decenni furono le "Memorie storiche di Bronte" (una raccolta sistematica di 16 monografie pubblicate per articoli e raccolte in due volumi editi rispettivamente nel 1928 e nel 1936). Un'opera indispensabile per chi vuol conoscere la storia di Bronte, «il capolavoro dell’autocoscienza storica della città», la definita V. Pappalardo.

In quest'opera Benedetto Radice mise in luce ed analizzò i momenti nodali  del nostro passato ripercor­rendo per primo tutta la storia moderna e contemporanea del paese attraverso serie ed accurate ricerche di archivio. La proprietà letteraria fu donata dallo stesso Radice a beneficio del locale Ospedale Civico, in quell'epoca ancora in fase di ultimazione.

Non solo. Sulle tracce di Giuseppe Cimbali (che, nel primo dei due volumi su Nicola Spedalieri, aveva scritto sommariamente su alcuni cittadini brontesi) volle scrivere delle compiute biografie, sui fratelli Placido e Saverio De Luca, Arcangelo Spedalieri, Monsignor Saitta, Biagio Caruso.

Non ebbe il tempo di scrivere le biografie su Enrico e Giuseppe Cimbali. Sconfinando poi dal campo storico, fece qualche capatina anche in quello letterario.

Fra gli altri tantissimi libri da lui scritti, si ricordano in particolare "Nino Bixio a Bronte", "Bronte nella rivoluzione del 1820" (Palermo, 1906), "Il Casale e l’Abbazia di Santa Maria di Maniace" (Palermo, 1909),  "Biografia di Arcangelo Spedalieri" (Palermo, 1914), "L’Etna: eruzioni miti e leggende" (Roma, 1925), "Due glorie siciliane – I fratelli De Luca" (Bronte, 1926).
Pubblicò anche una traduzione delle favole di La Fontaine e studi su "L’unità d'Italia e il papato" (Venti­miglia, 1895) e "Gli inglesi nel Risorgimento Italiano" (Livorno, 1901).
«Le Favole - scrive Daniela Giusto - diventano lo strumento ideale per diffondere l’idioma gentile tra i banchi di scuola e il libro, arricchito da note linguistiche, chiose e commenti non tradisce le proprie intenzioni profondamente didattiche. Inversamente, qualche anno più tardi, Radice tradurrà una novella di Renato Fucini, L’eredità di Vermutte, dall’italiano in francese, o meglio dalla toscana alla gallica lingua, operazione se possibile ancor più ardua della prima, data la disparità di risorse tra il vernacolo toscano e il francese standard.»

Benedetto Radice morì a Bronte la notte del 15 Maggio 1931 all'età di 77 anni mentre lavorava ancora ai suoi scritti già pubblicati e in fase di pubblicazione.

Le "Memorie storiche di Bronte", ed altri scritti del Radice, indispensabili a chi vuol conoscere la nostra storia, che oggi noi vi offriamo in formato digitale, erano state ristampate nel 1984 a cura della Banca Mutua Popolare di Bronte (l'antica Cassa Agraria di Mutuo, oggi scomparsa) con una lusinghiera prefazione di Leonardo Sciascia che, fra l'altro, così scriveva di lui:

«La vita di Benedetto Radice è stata quella di un uomo colto, di studi severi e di indipendente giudizio […] per stabilire sul piano della storia una verità - su cui menzogne e retorica si erano accumulate a nasconderla - già appresa, indubbiamente, negli anni dell’infanzia, sul piano dei sentimenti, dei rapporti umani, dei ricordi delle persone a lui vicine. La verità su quelli che furono detti “i fatti di Bronte “, gli atroci fatti corsi nell’estate del 1860 nel povero paese etneo che gli aveva dato i natali.
Partendo da questi fatti, a cercarne le lontane ragioni, Benedetto Radice si trovò a ripercorrere tutta la storia moderna e contemporanea del paese attraverso serie e accurate ricerche d’archivio. […] egli si diede a mettere in luce e analizzare i momenti nodali della storia di Bronte, delle istituzioni e dei personaggi più rappresentativi. […]
Bronte gli deve molto. E anche la cultura italiana, per una più esatta visione e giudizio dei fatti risorgi­mentali, gli deve riconoscenza. Non ha detto male di Garibaldi, ma ha detto male di Nino Bixio. Che è già qualcosa.»

Altri scritti di Benedetto Radice (racconti, novelle, commemorazioni, epigrafi,...), alcuni da lui pubblicati su molti giornali e riviste dell'epoca, altri inediti, sono stati recuperati e raccolti dalla nostra Associazione in un libro al quale abbiamo voluto dare il titolo "Il Radice sconosciuto" (Collana Editori in proprio, settembre 2008, ISBN 978-88-902110-5-8).

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