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Chiesa di San Blandano
La chiesa di San Blandano prospetta
di fronte alla casa natale dello storico brontese Benedetto
Radice e sull’omonima via ha l’ingresso principale.
Schiacciata ormai inesorabilmente dalle costruzioni adiacenti,
conserva ben poco dell'originaria struttura.
Impostata
su un’alta piattaforma con scalinata in pietra lavica a doppia rampa
contrapposta, ha comunque una struttura lineare e semplice.
Il suo piccolo prospetto evidenzia
il portale in pietra lavica, una finestra, in asse con il portale, ed
un’alta cornice in aggetto che sottolinea la divisione del doppio
ordine sovrapposto.
A coronamento del cornicione, appena accennato sullo spartito
centrale, emerge un piccolo timpano triangolare.
Incerta l'epoca della costruzione della chiesa.
Nel 1582 doveva essere però in
stato di vero abbandono se mons. Ludovico
Torres, arcivescovo di
Monreale dal quale dipendeva Bronte, durante una sua visita
arrivava persino a minacciarne la distruzione se non fosse stata
riparata (" ...che si dirupi se a pasqua di risurreccione
preste Antonino di Vincenzo non l'haverà acconciata et
imbiancata come ha promesso").
La sua vera
storia inizia nella metà del 1695 quando i
padri basiliani dell’Abbazia di Maniace, a causa della malaria e
del terremoto del 1693 che abbattè molte parti del monastero
(distrusse anche la Grangia della Ricchisgia che dipendeva dall'Abbazia, dove, ogni anno, jus padronato, gli Abati
andavano a passare l'inverno),
furono costretti ad abbandonarlo ed a trasferirsi a Bronte.
Quì l’arciprete don Giuseppe Papotto e la "comunìa" dei preti,
cedendo alle vive istanze dell’abate Guglielmo Stancanelli, donavano
loro la cappella di S. Blandano, che già esisteva fin dal 1574, con la facoltà di
fabbricarvi intorno un piccolo monastero, e "l’obbligo d’intonacare
la chiesa a loro spese, riservandosi il diritto di potervi celebrare
messe e seppellirvi i morti".
Pochi anni dopo, nel 1698, l'arcivescovo di Monreale, da cui dipendeva
l'abbazia di Maniace, la Sacra Congregazione ed il Governo davano il
permesso di trasferire in Bronte il monastero, poichè per i monaci
era molto scomodo e anche pericoloso ritornare a Maniace sia per la
malaria, che per le strade impraticabili ed il pericolo dei banditi.
Il trasferimento veniva confermato nel 1708 anche dal Tribunale del Real Patrimonio.
Procurato il denaro per la compra di alcune case,
attigue alla chiesa di S. Blandano, i monaci dettero inizio alla
costruzione del monastero.
L'opera fu costruita in poco tempo,
comoda ed ampia, anche con il contributo dell’abate Guglielmo
Stancanelli.
Nel nuovo monastero i monaci continuarono a chiamarsi di "Santa Maria di
Maniace" e ad avere i loro abati eletti regolarmente (l’ultimo fu fra
Giacomo Cimbali nel 1900-1904).
A Bronte trasportarono i loro oggetti di culto, le loro reliquie e, scrive il
Radice, anche l’icona bizantina di
Santa Maria di Maniace (anche se una iscrizione in latino presente sul
dipinto fa ritenere che quella conservata in San Blandano sia la copia e non l’originale).
Nel 1708 furono completati
gli alloggi attorno alla chiesa e nel
1784 re Ferdinando IV in
seguito alla concessione all'ammiraglio
Horatio Nelson dell’antica abbazia di
Maniace e delle sue proprietà, decretò il trasferimento
definitivo dell’Abbazia.
"Ecclesia Sanctae Mariae de
Maniachio regio diplomate Ferdinandi IV, huc traslata", così
c’informa un’iscrizione nello svolazzo in alto, nell’arco
dell’abside della chiesa.
Nel 1824 la chiesa fu quasi
rifatta dalle fondamenta per opera dell’abate D. Giuseppe Auriti, come ancora si
legge sull’architrave della porta: "Santa Maria a fundamentis quasi aedificata,
anno Dmi 1824").
Per un periodo di tempo, come risulta
da alcuni documenti della fine del
18° secolo, la chiesa risulta dedicata anche a San Basilio.
Il monastero basiliano scomparve alla fine alla fine del XVIII
secolo: fu soppresso in seguito
alle leggi del 1886 che sancirono l'alienazione dei beni ecclesiastici
(insieme ad esso fu cancellato anche il Monastero di Santa Scolastica di
clausura femminile adiacente alla chiesa di San
Silvestro).
Il vecchio stabile dei monaci fu demolito e trasformato, per un
breve periodo, in Casa comunale.
Successivamente cambiando radicalmente il contesto urbano nel
quale sorgeva la chiesa venne costruito l'attuale palazzone che
ospita la Caserma dei Carabinieri ed altri uffici pubblici.
Oggi, quindi, nulla è
rimasto o è più visibile dell'antico monastero se non piccolissime tracce.
L'unica testimonianza rimasta dell'antico insediamento dei padri Basiliani è il vecchio nome di una via adiacente ("Via Orto Basiliani").
Alcuni decenni fà anche questo nome rischiava di scomparire: si
è salvato dalla cancellazione per le proteste che gli abitanti
fecero contro una barbara iniziativa che all'epoca rinominava molte tradizionali denominazioni delle strade di Bronte. L’interno della chiesa, a navata unica
rettangolare, è segnato in alto da una grande cornice che partendo dalla
cantoria, sopra l’atrio di ingresso, si conclude sopra l’altare maggiore
riproponendo il motivo del timpano della facciata.
L'organo della chiesa, posto nella cantoria, è stato realizzato nel
1762 ed è tra i più antichi della provincia.
È stato restaurato nel 2012 dal maestro Francesco Oliveri. La
chiesa era originariamente adorna di cinque altari; i quattro laterali
sono stati abbattuti alcuni anni fa, allo scopo di allargare la
chiesa, sono rimaste, però alle pareti quattro nicchie archivoltate appena accennate per i quattro
altari minori. Sul primo altare a destra si trova il quadro raffigurante San Giovanni Damasceno (rappresentato con tre braccia, due nell'atto di pregare ed il
terzo per scrivere) e, su quello di sinistra, il quadro di San Lorenzo da Frazzanò,
entrambi del 1827 opera del pittore brontese Giuseppe Dinaro (1795 – 1848). Sul secondo altare a destra, dedicato alla Madonna Addolorata, è
posta una teca di legno con vetri dove si conservano le ossa di tre martiri: al
centro è collocato S.
Costanzo, il cui cranio ha una larga ferita, a destra Sant'Innocenzo e a destra S. Blandino, donati dal 1748 al 1751 al Monastero e
provenienti dal cimitero di Santa Priscilla.
Nel quadro dell’Addolorata, per il Radice copia dell’originale di
Agostino Caracciolo, attorno alla Vergine che tiene il Cristo morto sulle ginocchia
sono effigiati in vari atteggiamenti tre martiri: |
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La scritta incisa sull'architrave nel 1824
quando la chiesa fu quasi rifatta dalle fondamenta: "Santa Maria a fundamentis
quasi aedificata, anno Dmi 1824". |
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La Chiesa ha resistito più volte a demolizioni e
tra-sformazioni legate particolar-mente alla costruzione della
vicina casa comunale (il progetto di riforma del Convento in Casa
comunale è del 1888 e portava la firma del Sindaco
Antonino Cimbali).

Poi nella seconda metà dello scorso secolo, con uno scempio che
cambiava profondamente il contesto urbano, San Blandano è rimasta
schiacciata da una nuova costruzione in cemento armato edificata in
aderenza, su molti piani, sulla sinistra della chiesa. |
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