L'Abbazia
La Storia di Bronte, insieme, nel web

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L'Abbazia di Maniace


Fino a tempi recentissimi un’importante parte del territorio di Bronte (fra cui una vasta, fertile, vallata nelle immediate vicinanze del torrente Saraceno sulla riva orientale attorniata da secolari alberi, denominata Contrada Maniace, dal 1961 Comune autonomo) fu proprietà degli eredi di Horatio Nelson, l’eroe della battaglia di Trafalgar.
Anticamente sul posto sorgeva un villaggio ben popolato da Arabi ed indigeni, con imponente castello, conosciuto col nome di Ghiran-‘ad-Daquid (le grotte della farina) e un eremo o grangia basiliana.
Una comunità araba si era stabilita sul luogo già nei primi anni del secolo XI, quando il primitivo nome, Simeto, era stato trasformato in quello arabo Ghiran-‘ad-Daqiq.
Sappiamo (per bocca di Idrisi, geografo arabo, viaggiatore per conto della Corte normanna di Sicilia), che nel secolo XII Maniace rimase un prospero villaggio, in pianura, con mercato e mercanti, terre fertili e opulenza per ogni dove:
«Questo, che si chiama altresì Ghiran-‘Ad Daqiq è villaggio in pianura, ben popolato, ed ha un mercato e dei mercatanti; (territorio) ferace e abbondanza d’ogni maniera», (Il libro di Ruggero).
La dominazione araba coincise infatti con una brillante ripresa economica della zona grazie ad innovazioni originali e decisive nel campo dell’agricoltura.

Nel complesso, la dominazione araba può considerarsi una delle più felici nella nostra storia. A Bronte, nell’arido ed ostile terreno sciaroso, gli Arabi, buoni agricoltori, trapiantarono il pistacchio che, ancora oggi, rappresenta la voce di maggior peso nell’economia locale.

Nel 1040 la vallata fu teatro di un avvenimento bellico di grandi proporzioni che, insieme ad altri, determinò la cacciata degli arabi dalla Sicilia: lo scontro tra i Saraceni ed i soldati Normanno-Bizantini, comandati dal generale Giorgio Maniace, spedito da Bisanzio.
Gesualdo De Luca, nel suo "Storia della Città di Bronte, del 1883, narra che "… scagliossi con tal impeto il cristiano esercito contro il nemico, che di Saraceni ne rimasero uccisi cinquanta mila; e rotti in fuga tutti gli altri, essi ne toccarono solenne disfatta, e felicissima vittoria ne conseguì il cristiano esercito."
La leggenda racconta che il torrente adiacente al castello, durante la battaglia, si tinse di rosso del sangue delle migliaia di vittime saracene e che da qual giorno fu chiamato Saracena.

A ricordo della sanguinosa, vittoriosa battaglia il luogo in suo onore fu chiamato Maniace e, nel luogo della battaglia, fu eretta una chiesetta alla quale fu dato il nome di Santa Maria di Maniace e sorse un piccolo monastero, successivamente distrutto da un terremoto.

Nel secolo successivo, nell’anno 1174, i Normanni divenuti padroni della Sicilia si preoccuparono della riorganizzazione politico-amministrativa e religiosa dell’intero territorio conquistato contribuendo in tal modo alla costruzione di chiese e monasteri.
Fu così che Guglielmo II° il Buono, per espresso desiderio della madre la regina Margherita di Navarra, fece costruire, sulle rovine del vecchio eremo, negli stessi anni in cui era costruita quella di Monreale, una Abbazia dedicata a Maria Santissima affidata, nei secoli successivi, a Benedettini e Basiliani.
La regina, non sappiamo precisamente per quale ragione, volle anche che i monaci e tutta la zona circostante, compresa Bronte, passassero dalla giurisdizione di Messina a quella dell'arcivescovo di Monreale.
«Nicolò I, arcivescovo di Messina, - scrive il Radice - nella cui diocesi trovavasi il territorio di Maniace, avendo la regina sottoposto il monastero a quello di Monreale, nel 1 marzo del 1174, a preghiera di lei, cedeva la sua giurisdizione sul nascente cenobio e colla giurisdizione i beni appartenenti alle chiese e le decime ecclesiastiche.
Questa cessione veniva confermata da papa Alessandro III nel 30 dicembre 1174, da Lucio III nel 16 novembre 1184, da Clemente III nel 28 ottobre del 1188». «Così si crearono i titoli di proprietà e Bronte fu di fatto e di dritto infeudato al monastero e i cittadini divenuti vassalli e l’abate si disse Abas Maniaci et Brontis
Il primo Abate del monastero benedettino fu il francese Guglielmo di Blois, poeta latino e uomo al suo tempo famoso ovunque per la sua grande e raffinata cultura.

La decadenza della abbazia di Maniace inizia attorno al 1392 con gli Abati commendatari nominati dai vari Re del tempo: l'amministrazione dell'Abbazia veniva tolta dalle mani dei monaci ed affidata all'Abate commendatario che disponeva di tutte le proprietà dell'abbazia e forniva ai monaci solo una piccola rendita annua per il loro sostentamento.

L’ultimo abate "commendatario" (dal 1471 al 1491) fu il cardinale Roderico Borgia (il futuro papa Alessandro VI) che, senza averne alcun titolo essendo i commendatari puri usufruttuari, donò  l'abbazia di Maniace a Innocenzo VIII, il quale, a sua volta, generosamente, l’8 luglio 1491 diede l'Abbazia in dotazione all’Ospedale Grande e Nuovo di Palermo.

I vari commendatari avevano dilapidato il patrimonio del monastero e lasciate in abbandono le fabbriche divenute quasi spelonca di ladri.
I nuovi proprietari, i rettori dell'Ospedale, non furono da meno pensavano solo a ricavarne quanto più possibile ed ad assottigliare le spese di mantenimento degli otto monaci che erano rimasti a servizio del culto. Per circa un secolo ridussero il monastero ad un albergo, una casa a pigione.
Chiesero ai papi di potervi tenere preti o frati regolari di qualunque ordine e allora sfrattavano ora questi ora quelli secondo la maggiore o minore spesa pel loro mantenimento. Così vediamo passare rapidamente preti e frati d’ogni religione: Nel 1585 cacciati via i Benedettini, il monastero fu affidato ai Basiliani; espulsi questi, nel 1586 vi entrarono i frati Eremiti di S. Agostino, che nel 1589 furono surrogati dai frati conventuali di San Francesco. Nel 1592 la chiesa fu officiata da sacerdoti secolari ma, non compiuto l’anno, fu concessa ai frati Paolini. Nel 1593 ritornarono di nuovo i Basiliani.

Nel 1601 papa Clemente VIII volendo porre riparo a questi repentini mutamenti, pensò di aggregare il monastero al clero di Bronte, ma nel 1692 i Rettori dell’Ospedale vi fecero ritornare i frati conventuali di S. Francesco. Fatti sgomberare questi, nel 1603 il monastero fu affidato ad altri sacerdoti; dato lo sfratto a quest'ultimi, nel 1604 venne affidato a sacerdoti secolari di Cesarò e poi nel 1609 a sacerdoti palermitani; finalmente nel 1611 in virtù del diritto di unione dei due monasteri vi tornarono i Basiliani.
Furono gli ultimi ad abitare l’abbazia: l'11 gennaio 1693, un terremoto buttò giù le già cadenti fabbriche della chiesa e del monastero, alla cui riparazione i pii Rettori dell’Ospedale non avevano mai provveduto, e i Basiliani furono costretti a trasferirsi nella vicina Bronte, vicino alla chiesa di San Blandano, dove eressero un nuovo piccolo monastero e dove vissero ed operarono fino alla loro soppressione (1866).

Nel 1799 l’abazia di Maniace, con tutto il suo territorio ed insieme con la città di Bronte e il mero e misto impero, fu donata da Ferdinando III all’ammiraglio Orazio Nelson come premio della soffocata Repubblica partenopea e per avergli salvato la poltrona di re.

L'abbazia di Maniace
La Maniace medievale
di Ennio Igor Mineo

La storia di Maniace è legata intimamente a quella della Chiesa di Santa Maria fondata nel periodo della Reggenza di Margherita di Navarra
(1166 - 1171)

Ennio Igor Mineo è professore associato di Storia medievale presso l'Università di Palermo

 

La vallata di Maniace
La vallata di Maniace ai piedi dei Nebrodi.
Il Portico
Il chiostro, parte dell'antico Monastero, antistante la chiesa di Santa Maria di Maniace. Sotto, una veduta dal torrente Saracena del complesso dell'Abbazia, oggi denominato Castello Nelson.
Abbazia di Maniace
 

La grande lite
Le vicende di Bronte e del suo territorio, passati nel corso dei secoli da un padrone all'altro, sono strettamente legate alla storia dell'Abbazia benedettina di Maniace.

«Che buone lane fossero i frati maniacesi - scrive lo storico brontese Benedetto Radice - i documenti ci han conservato di loro preziose notizie; ribelli alla volontà dei re e dei papi, usurpatori dei beni finitimi del monastero, di S. Filippo di Fragalà; litiganti, congiuratori e mezzo briganti. In varii tempi bisognò mandarvi abati per infrenare il mal costume e purificare il convento.
Potevano quei pii monaci avere scrupolo d’invadere i beni di poveri rustici ignoranti? Fu dunque facile a loro l’opera d’usurpazione, profittando della fede, dell'ignoranza, delle moltitudini sparse nelle masse.

I monaci ingordi, non bastando loro i beni assegnati, agognavano l’altrui, e crediamo che abbian potuto, con la complicità di mal nati cittadini, usurpare le terre comuni, concedendole a loro in enfiteusi a nome del monastero; il qual sistema fu poi seguito dall’Ospedale Grande e Nuovo di Palermo, che varie volte dovette restituire al Comune, per sentenza, i mal tolti beni concessi ad altri.»

I Brontesi manifestarono le prime lagnanze contro gli Abati di Maniace, divenuti nel tempo non meno avidi e usurpatori dei funzionari fiscali di Randazzo.

Nel 1471 l'abbazia di Maniace era in piena decadenza e Re Giovanni la affidò, con tutto il suo territorio e quello limitrofo di San Filippo di Fragalà, al Cardinale Roderico Lenzuoli Borgia, nominandolo abate commendatario dell'Abbazia. Il Borgia, divenuto poi Papa Alessandro VI ("di nefanda ed infausta memoria" scrive B. Radice nelle sue Memorie), considerava Bronte con tutti i Casali del suo territorio possedimento dell'Abbazia e fu la causa prima di questa lotta gigantesca che dovette sostenere la popolazione brontese per oltre tre secoli.

Alcuni anni prima, infatti, nel 1431, a Palermo sotto gli auspici del re Alfonso, del beato Giuliano Maiali e del Senato della Città, era sorto il Nuovo e Grande Ospedale al quale furono aggregati altri sette ospedali.
Per accrescerne le rendite il Senato palermitano mise gli occhi sui beni delle due ricche abbazie di S. Maria di Maniace e di S. Filippo di Fragalà e brigò per tale cessione. Il Cardinal Borgia, senza alcun diritto poichè i commendatari non erano che puri usufruttuari, donò (meglio vendette, perchè si riservò per sè «vita durante» 700 fiorini d’oro, che successivamente mercanteggiò per duemila scudi d’oro) il patrimonio dei due monasteri a papa Innocenzo VIII, il quale, generosamente, a sua volta, con bolla dell’8 luglio 1491 diede l'Abbazia in dotazione all’Ospedale Grande e Nuovo di Palermo, a titolo gratuito.

Scrive Vincenzo Pappalardo che con la donazione «secoli, millenni di fattiva operosità, di partecipazione ai riti di Bisanzio, di vivacità agricola e commerciale arabe, di dinamismo costruttivo e militare normanno si spengono nella gestione oppressiva dell’ospedale palermitano. Il territorio comunale viene requisito e fagocitato nella riserva feudale, i contadini perdono i tradizionali usi civici e si immiseriscono ad una dimensione di vita e di economia primordiale.» (Un destino feudale, Postfazione  di Vincenzo Pappalardo in La Ducea di Bronte di A. Nelson Hood, Bronte, 2005)

«Carità inconsulta, spoliatrice del Pontefice, - scrive il Radice - consumata a danno di Bronte, il quale, venuto meno Maniace, per la emigrazione dei Maniacesi e la loro fusione coi Brontesi, avea visto crescere il suo patrimonio comunale e cittadino! Donazione fatale!
Da essa si originò la gran lite che per la sua libertà sostenne il Comune contro le prepotenze feudali dell’Ospedale che, sotto velo di difendere l’opera pia tramava insidie alla sua libertà per avvincerlo con le doppie catene feudali del mero e misto impero, farsi padrone della vita, della libertà e dei beni dei cittadini. Lotta durata 350 anni dal 1523 al 1861, e per cui i migliori cittadini e giudici e capitani soffrirono carcere ed esilio; finita poi colla diminuizione del suo territorio e colla susseguente miseria dei suoi abitanti; miseria sempre più aumentata dall’ira devastatrice del formidabile vulcano.»

L’usurpazione segnò l’inizio di un lungo periodo di crisi durante il quale Bronte, fino a quel momento feudo locale, passò sotto il dominio dei Palermitani, la cui unica preoccupazione fu solo il profitto e lo sfruttamento della popolazione e del territorio.
Gli abitanti, che dai vasti territori di Maniace (gli unici fertili, gli altri erano solo sciara) ricavavano per gran parte il loro sostentamento, furono così defraudati ed impoveriti ancora di più.
Di fronte alla palese usurpazione, l’autorità comunale, a nome proprio e dei contadini del luogo, intraprese una causa legale contro l’Ospedale, volta a riavere la restituzione dei feudi comunali e finanche il diritto di fare legna e di pascolare nei propri boschi.

Ma il coraggioso (e ingenuo) tentativo fu inutile; le legittime aspirazioni della comunità brontese, priva di sostegni e protezioni, risultavano sempre perdenti ed inappagate. Incredibilmente, nelle condizioni di estremo vassallaggio della popolazione, questa grande lite si protrasse di fronte i tribunali, senza interruzione, per ben tre secoli trascinandosi fino agli ultimi anni del 1700, per poi però proseguire, cambiando questa volta avversario, fino oltre la metà del 1900.

Tribunali e Corti in parte, ora affermavano, ora negavano, ora differivano, lasciando sempre il paese in miseria ed in grande agitazione.
Solo nel 1774, dopo tre secoli, l’Università di Bronte riusciva ad affrancarsi finalmente dall’Ospedale Grande e Nuovo di Palermo e metteva finalmente fine alla propria condizione di feudalità dallo stesso.
O almeno così credeva.

L'emancipazione della comunità brontese durava infatti solo pochi decenni. Nel Dicembre 1798 un secondo illecito trasferimento degli stessi beni (questa volta sotto forma di donativo regale) fu compiuto ad opera del sovrano borbonico del momento, re Ferdinando I, che, per ricambiare la devozione ed i servizi resigli dall'ammiraglio Nelson nel salvargli la vita e riconquistato il trono, gli concesse in perpetuo il territorio e la città di Bronte.
Per altro con la beffa di tener in nessun conto l’affrancamento dall’Ospedale del 1774 e l’acquisto del "mero e misto impero" del 1638, raggiunti con incredibili sacrifici dai brontesi.

L'antica Abbazia, diventata la casa signorile di Nelson e dei suoi eredi, prese il nome di Ducea di Bronte e, ancora una volta, diventò la spina nel fianco dei brontesi ed uno dei due grandi mali (oltre all'Etna con le sue devastanti eruzioni) del piccolo comune etneo.
La sostituzione del nuovo feudatario all'Ospedale dava infatti inizio a innumerevoli liti giudiziarie ed anche ad una nuova fase della storia di Bronte, le cui condizioni di vassallaggio, triste eredità dei secoli precedenti, erano destinate a protrarsi ed a dissanguare la popolazione ancora per molto. Ed «il popolo - scrive il Radice - imprecava al mare che con una tempesta non aveva inghiottita la nave ammiraglia; se la pigliava con la Sicilia che non aveva proclamata la Repubblica come Napoli, e in ogni rivoluzione cercava pretesti e subbugli per spartire la ducea».

Il feudo donato a Nelson dal Borbone, nella sua originaria estensione (in giallo ciò che rimase al piccolo Comune, uno spicchio di Etna ed un mare di sciara; in grigio il territorio di Maletto). Praticamente, tolti i due Feudi di Foresta Vecchia e del Cattaino (del marchese delle Favare) e quello della Placa (del duca di Carcaci) tutto il restante territorio fertile o arabile (quasi 15.000 ettari) era stato donato, compresi gli abitanti di Bronte (i vassalli dell'epoca).
Seguendo quanto aveva già fatto il Papa Innocenzo VII nel 1491, il Borbone aveva graziosamente regalato «… in perpetuo la terra e la stessa città di Bronte, … con tutte le sue tenute e i distretti, insieme ai feudi, alle marche, alle fortificazioni, ai cittadini vassalli, ai redditi dei vassalli, ai censi, ai servizi, alle servitù, alle gabelle …».

La Ducea di Bronte ed i Fatti del 1860
La Ducea «maledetta»
di Michele Pantaleone (1983)

«A Bronte non fu una guerra contro i Borboni ma era una lotta degli oppressi contro gli oppressori e gli oppressori, grandi e piccoli, erano i notabili paesani al servizio della Ducea "maledetta"»

Intervento di Michele Pantaleone al convegno sul film di Florestano Vancini "Bronte, cronaca di un massacro che i libri di storia non hanno raccontato" (Bronte, 1983)

L'attuale Duca di BronteIl 4 Settembre 1981, l’ultimo erede dell’Ammiraglio Nelson, il VII Duca, Alexander Nelson Hood visconte Bridport, ha venduto al Comune di Bronte tutto il complesso architettonico comprendente l'antica Abbazia.
La Ducea Nelson con la  Chiesa di Santa Maria di Maniace, gli appartamenti signorili dei Nelson (oggi trasformati nel Museo Nelson), l’antica Abbazia benedettina, ed il Parco(con lo straordinario Museo di scultura all'aperto) sono diventati un centro di grande attrattiva turistica di particolare interesse.
L'immenso feudo, dopo la legge di riforma agraria promulgata nel '50 dalla Regione Siciliana (e per oltre dieci anni mai applicata a Maniace), ed una dura lotta dei contadini, solo negli anni '63 - '65 era stato quotizzato ed assegnato ai contadini di Bronte, Maniace, Maletto e Tortorici, segnando così la fine della Ducea graziosamente donata dal Borbone ad Horatio Nelson.

Croce celtica in onore di Nelson eretta nel cortile della DuceaNel giugno 1861, dopo 350 anni che avevano travagliato ed immiserito Comune e popolo,  cogliendo l'occasione di una delle tante sommosse, quella sanguinosa dell'agosto 1860, Antonino Cimbali, di grande autorità presso il popolo, concluse con William Thovez governatore della Ducea una transazione generale che riappacificò gli animi.
«Ma, - scriveva il Radice nel 1920 - se fu troncata la secolare lite, rimasero però degli appiccagnoli; e come da un albero annoso, nonostante la pota, vengon su nuovi polloni, cosi dal vecchio tronco della lite secolare ne nacquero altre delle quali, attore principale ai nostri giorni è stato il duca Alessandro Bridporth Lord Nelson, pronipote del grande Ammiraglio.»

Per sostenere la lite «un tempo, la Ducea doveva mantenere cinque avvocati a Catania, due a Palermo, uno a Messina, uno a Roma, uno a Tortorici, oltre ad un notaio a Bronte», scriveva nel 1924 il V° Duca Alexander Nelson nel suo "memoriale per la famiglia", The Duchy of Bronte". E, nello stesso libro, il poeta scozzese William Sharp, ospite del Duca così descriveva il popolo brontese: «Il suono della campana nel grande cortile mi informa che è tempo di partire per il lungo viaggio alla volta di Bronte, dove il mio ospite dovrà presenziare ad una delle sue eterne cause legali, poiché in questo immobile paese solo parzialmente civilizzato, tormentato dalla mafia, infestato dai briganti, la gente, sul piano individuale, comunale e regionale è straordinariamente combattiva, sia nell’aggredire che nel difendersi da soprusi reali o immaginari». L'unica cosa che Sharp concede a Bronte è che i soprusi potrebbero essere reali.

Fatto sta che l’immensa Ducea continuò ad essere al centro di rivendicazioni e di dure lotte contadine ancora per lungo tempo («il più assurdo anacronismo storico», lo definì Carlo Levi nel 1952). Nemmeno la legge di riforma agraria promulgata dalla Regione siciliana nel 1952 riuscì a scalfire il dominio inglese; il duca riuscì a ancora una volta a calpestare la legge e a tenersi il feudo.

Solo negli anni 1963 - 65 le terre ducali furono assegnate ai contadini ed il Comune di Bronte, che già a seguito della costituzione del 1812 aveva ottenuto l’emancipazione dal vassallaggio ducale, ottenne la reintegra di quasi tutti i suoi beni. Nel 1981 l’odiata Ducea inglese del "boia di Caracciolo" (così Benedetto Radice definì l’ammiraglio Nelson*) cessò di esistere. Il VII duca, Alexander Nelson Hood, che nei dodici anni di "regno" aveva provveduto a vendere tutte le proprietà rimaste, ha venduto al Comune anche il complesso dell'antica abbazia. Il piccolo cimitero inglese sito a pochi passi dalla Ducea rappresenta oggi l'unica proprietà che gli eredi dei Nelson continuano a possedere a Bronte.
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(*) Anche lo scrittore inglese D. H. Lawrence (1885-1930), che nel mese di aprile del 1920 fu ospite a Maniace del Duca Alexander Nelson-Hood,  in una lettera del 7 maggio 1920 inviata a Lady Cinthia Asquith, si esprimeva in termini consimili: «…Avete mai sentito parlare di un certo Duca di Bronte – Mr Nelson Hood - discendente di Lord Nelson (Horatio) che i Napoletani fecero Duca di Bronte perché aveva impiccato alcuni di loro – Bene, Bronte si trova alla base dell’Etna e questo Mr Nelson-Hood possiede lì – la sua Ducea...»

 La Ducea inglese ai piedi dell'Etna
 

         Horatio Nelson, duca di Bronte

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