Antonino Cairone
I personaggi illustri di Bronte, insieme  

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Antonino Cairone
Umile difensore dei diritti del comune, patì ingiurie e calunnie di ogni genere, il carcere e morì in miseria per le sue idee

E’ stata una lotta gigantesca ed impari quella che i cittadini brontesi intrapresero per riavere i beni ed i diritti dei quali erano stati spossessati una prima volta nel 1491 dalla fatale donazione che Papa Innocenzo VIII aveva fatto dell'Abbazia di Maniace e del loro territorio a favore dell’erigendo Ospedale Grande e Nuovo di Palermo e, tre secoli dopo, nel 1799, dal regio regalo che Ferdinando I fece ad Horatio Nelson.
Fu una interminabile ed ininterrotta contesa giudiziaria: durò ben quattro secoli e spogliò letteralmente la già povera la comunità brontese.
Fin dalla prima donazione (quella papale), Bronte aveva visto il suo territorio, in quegli anni ingranditosi anche per l’emigrazione dei Maniacesi, assottigliarsi di giorno in giorno fino a sparire quasi interamente per sempre nuove usurpazioni, diritti, cavilli e ingiuste pretese prima avanzate dall’Ospedale di Palermo ed in seguito anche dal nuovo arrivato, il Duca.
Le decime ecclesiastiche, dovute in origine all’arcivescovo di Messina e poi all'Abbazia di Maniace erano state trasformate in canoni e sequestrate anche le gabelle che il povero comune riscuoteva.
Continue erano le denunce contro i cittadini e violenti i processi criminali da parte dei nuovi padroni.
I suoi migliori ed autorevoli cittadini, capitani e giudici dal 1512 al 1778 processati, carcerati, torturati e costretti all’esilio.
Lo storico brontese Benedetto Radice, nelle sue autorevoli “Memorie storiche di Bronte” dedica moltissime pagine alla vertenza giudiziaria che lui stesso definisce “La grande lite”.
Molte famiglie facoltose ridotte alla miseria da liti vessatorie, altre costrette ad emigrare e, scrive il Radice “con dolore”, «alcuni cittadini del Comune, spento nell’anima ogni sentimento di patria carità, divenuti per sordido interesse, partigiani e difensori dello straniero».
E continua scrivendo che «Fervendo nei secoli XVII e XVIII la gran lite contro l’ospedale Grande e Nuovo di Palermo, per la fatale e spogliatrice donazione di Papa Innocenzo VIII, anche i Brontesi, preti, avvocati, cittadini, s’improvvisarono tutti storici, poiché la lite si riduceva ad una questione storica, se cioè Bronte fosse preesistito al monastero di Maniaci, o fosse stato una colonia e dipendenza di esso.»
«Le memorie storico-legali si moltiplicavano. Dotti e indotti si stillavano il cervello, ma corti a prove e ad argomenti, non facevano che rifriggere le medesime cose: e, credendo storia reale anche la poesia, scambiando Virgilio con Livio, appellavansi alla testimonianza del primo, citandone il solito verso:
”Ferrum exercebant vasto Cyclopes in antro
Brontesque Steropesque et nudus memba Piracmon”
.
”Mancando unità nelle leggi e nell’amministrazione, seguiva spesso, come si è visto, che un magistrato disfaceva quel che faceva un altro; onde il dritto non era mai certo e sicuro, essendo diverso e mutevole il giudizio degli uomini.
«Il più potente ha spesso il sopravvento sul debole.
E’ la storia delle umane vicende.
I pii rettori, sotto il pietoso pretesto di carità, ottenevano dalla Corte quanto essi desideravano.
I Brontesi, spogliati dei loro diritti, erano ritenuti spogliatori dei poveri infermi. Alcuni giurati per interesse secondavano le mire dell’Ospedale, facendosi traditori del paese, e l’Ospedale con ipocrita carità immiseriva Bronte con litigi».
Il Radice ricorda i numerosi difensori della piccola comunità (“gli scrittori di memorie storico-legali”) citando i nomi di P. Cottone, del Barone Filadelfio Capotto, di Don Liborio Papotto, Don Saverio Artale, Don Mario Sanfilippo, Don Francesco Schiros, del Vescovo Giuseppe Saitta e, soprattutto di Don Antonino Cairone che “che patì carcere, esilio e povertà”.
Scrive che ”…fra tante miserie, a conforto di chi coltiva i più nobili sentimenti di patria, è degno di memoria il nome del notaio giureconsulto Antonino Cairone, strenuo ed eroico difensore dei diritti del Comune ...” e “per sentimento di postuma gratitudine” parla a lungo di questo studioso ed esperto di diritto, che definisce “lottatore invitto” con profonda conoscenza delle discipline giuridiche.
Ecco cosa ci ricorda Benedetto Radice: «In questa lotta gigantesca con l’Ospedale, nel secolo XVIII, anima e mente fu l’umile giureconsulto, come egli si chiamava, Antonino Cairone.
Cinquanta anni di lavoro indefesso e di spese in servizio del Comune stremarono il suo ricco patrimonio, non fiaccarono però la sua fibra di lottatore invitto, come lo chiamò l’avv. Fiscale del Real Patrimonio.
Eletto procuratore irrevocabile nel 1734, ogni classe di cittadini: nobili, plebei, borghesi, preti contribuirono a fornirgli i mezzi necessarii per vivere e lottare».
«I pii rettori compresero che per vincere bisognava torre di mezzo il Cairone; e dipingendolo come spirito torbido e di umore naturale irrequieto, colla complicità di alcuni giurati macchinarono in modo che egli fu destituito dall’ufficio di notaio e bandito dal paese.
Patì carcere ed esilio, dal 1751 al 1754. Da Messina, luogo del suo esilio, impenitente sempre, chiedeva spesso il ritorno in Patria per difenderla dalle aggressioni dei rettori; spediva al re memoriali su memoriali, che, se manifestavano l’irrequietezza del suo spirito, rivelavano però il suo ostinato affetto alla Patria, e svelavano le magagne dei pii rettori.

Col passare del tempo la figura del giureconsulto Antonino Cairone, un illustre brontese del 1700 che, come scrive Benedetto Radice, “patì carcere, esilio e povertà” per la difesa degli interessi del suo Comune, sembra svanita nel nulla e dalla memoria.
Oltre al Radice nessuno gli ha dedicato una pagina, una targa, o una semplice commemorazione; la sua città non è che gli abbia dimostrato molta gratitudine: non gli ha intitolato neanche una strada.
Probabilmente si sono voluti allontanare dalla memoria le usurpazioni, le lotte ed i sacrifici di quattrocento lunghi anni o, forse, l’inaccessibilità dell’Archivio storico dei Nelson (durata fino al 1981) ha scoraggiato gli storici ed i ricercatori.
Ci auguriamo che la conclusione dell’iter amministrativo, avviato tra il Comune e l’Archivio di Stato di Palermo e la sezione di Catania per avere presso il Castello Nelson una riproduzione dell’Archivio storico dei Nelson, possa finalmente spingere studiosi e ricercatori nel rivalutare e far meglio conoscere l’infaticabile opera e la figura di questo nostro grande compaesano del passato.

Due immagini (del 1880 e di oggi) dell'interno dell'Abbazia di Maniace con il chiostro e la chiesa di Santa Maria.
A parere di molti l'antica Abbazia, diventata nel 1799 la casa signorile di Nelson e dei suoi eredi, è stata per secoli la spina nel fianco dei brontesi ed uno dei due grandi mali (oltre all'Etna con le sue devastanti eruzioni) del piccolo comune etneo
Oggi il complesso denominato "Castello Nelson" è il fiore all'occhiello del patrimonio storico monumen-tale del Comune di Bronte.
 

Molti delle memorie difensive e degli scritti del giureconsulto Antonino Cairone sono conservati nell’Archivio della Ducea Nelson. Infatti tutto ciò che nel Repertorio generale dell’Ospedale Grande e Nuovo di Palermo riguardava Bronte (da pag. 607 a 621) fu stato consegnato alla Duchessa di Bronte, Charlotte Nelson Bridport, nipote di Horatio Nelson, con atto del 4 e 9 marzo del 1857 in Notar Francesco Anelli di Palermo.
Fra i documenti, scrive Benedetto Radice, gli atti (dal 1512 al 1778) dei processi contro cittadini brontesi ed il Volume N. 66 che “contiene consulte e biglietti di Antonino Cairone per la causa del
mero e misto impero”.
“Tutti i volumi sono 131 riguardanti Bronte e 46 quelli relativi a Maniace. Molte notizie, che potrebbero gittare nuova luce sui fatti narrati, si contengono in questi volumi, che a me dal Duca Nelson non è stato permesso leggere”.
Antonino Cairone, l'anno stesso della sua morte avvenuta nel 1756, scrisse anche alcune memorie sulle sue drammatiche vicende.
“I documenti - continua il Radice - trovansi nell'archivio di Napoli, in quelli di Palermo non vi sono che gli appunti.”

Un giorno questi, coll’aiuto di militari, osarono portar via con violenza le scritture della lite che egli aveva dato in custodia al di lui cognato, Padre Tommaso Schiros, uomo dottissimo del suo tempo, e superiore del convento dei PP. Minoriti in Acireale.
Vecchio a 79 anni, nel 1745 fu per la dodicesima volta in Napoli, ai piedi del Trono, implorando giustizia a favore del suo diletto paese».
«Fu il Cairone un eroe, scrisse in una memoria del 1817 l’avvocato Giuseppe Sanfìlippo, che ardeva imitarne l’esempio. Per l’opera del Cairone Bronte ebbe sentenze favorevoli e vantaggiose transazioni».
Quanto Bronte possiede lo deve a questo eroe.
«Egli con coraggio senza pari fustigò la pietà dei pii rettori, che sulle somme mutuate facevano pagare al Comune gl’interessi al 9 per cento, che essi rettori non pagavano al Paganetto. Era uno scrocco, tanto che la Regia Corte, sventata la magagna, dichiarò estinto il debito».
«I pii rettori, sperando nel tempo, per un ventennio, con cavilli e acquiescenze di magistrati tiravano in lungo la discussione della lite, rinnovata nel 1735. 
Cairone apertamente accusava i giurati, venduti all’Ospedale, per procrastinare il giudizio; accusava e chiedeva revoca di magistrati e di avvocati fiscali del Real Patrimonio, che d’intelligenza con i pii rettori non curavano gl’interessi del fisco e di Bronte».
Continua il Radice scrivendo che « ...venutagli meno la fiducia nei magistrati, si rivolgeva al sovrano; e al sovrano, con orgoglio di cittadino chiedeva pure che Bronte fosse insignito del titolo di città.
Varii gli umori dei Brontesi in questa immane lotta. L’antico spirito di discordia si era ridesto. La maggioranza fu per la lite, e sovvenne del proprio il Cairone. Altri timidi, anime di schiavi, non volevano sacrifici e accusarono al governo la pertinacia del Cairone, dipingendolo torbido cittadino. Le medesime accuse gli lancio contro il Tanucci. Il Cairone non viveva che per la lite; nella lotta l’anima sua di patriota si esaltava. Di tutte queste fatiche ebbe per compenso le calunnie dei contemporanei e l’ingrato oblìo dei posteri.
E’ la solita moneta con cui si pagano i benefattori.
Pochi anni prima che un altro grande figlio di Bronte, Ignazio Capizzi, iniziasse la costruzione del suo Collegio, Antonino Cairone morì povero, ostinato nel peccato di amor di patria, il 26 novembre 1758, cadendo da cavallo. Ebbe dagli amici l’esequie e la sepoltura gratuita nella chiesa dell’Annunziata, ma della sua tomba si sono perse le tracce.
Morto lui fu eletto procuratore il barone Silvestro Politi per la demanializzazione del paese e la restituzione al re delle due abbazie».
Dopo due secoli di ininterrotte lotte giudiziarie Bronte potè acquistare nel 1638 il diritto del "mero e misto impero", cioè la concessione della giurisdizione civile e criminale (la forca, innalzata allo Scialandro, ne era l'infame simbolo) il cui costo dissanguò la popolazione per oltre un secolo e, nel 1774, grazie anche all’eroico impegno del “lottatore invitto” Antonino Cairone, l’affrancamento dal potere feudale dall’Ospedale di Palermo.
Sembrava fatta, ma ben presto tutti si accorsero che vana erano stati la lotta ed inutili i sacrifici. Tutto ritornava come prima.
Nuovi avvenimenti, infatti, seguirono pochi anni dopo. In premio di avere soffocato la Repubblica partenopea, e per averlo rimesso sul trono, nel 1799 Ferdinando I donò nuovamente la città, le terre e i "villani" ad un nuovo padrone: l’ammiraglio Orazio Nelson.
E, per essere più grande la sua riconoscenza, il regalo fu fatto "nello stesso modo in cui erano appartenuti all’Ospedale grande e nuovo di Palermo". «L'aborrito Ferdinando I» (così lo chiama Benedetto Radice), vanificando i sacrifici e le lotte di molte generazioni davanti ai tribunali, non tenne in alcun conto l’affrancamento dal potere feudale dall’Ospedale né l’acquisto del "mero e misto impero".
Così il sogno per la sua libertà finì e Bronte, come il Sisifo della favola, ricadde nel vassallaggio, dal quale sperava prossima l'uscita.
La lite giudiziaria proseguì contro la Ducea e gli eredi dell’Ammiraglio (i Nelson-Bridport); continuò la fame di superfici agrarie e s’inasprirono quelle tensioni sociali che sarebbero poi sfociate nei Moti e nei tristemente famosi Fatti di Bronte. Infatti, durante le agitazioni del 1820, i moti del 1848 e del 1849 ma soprattutto durante la rivoluzione del 1860 ("i Fatti"), l’obiettivo principale dei rivoluzionari brontesi e della zona fu sempre l’immenso patrimonio terriero della Ducea Nelson.
«La lite - continua il Radice - si riaccese col novello padrone. Ebbe varie fasi: più sconfitte che vittorie; ma nel 1861, dopo la rivoluzione unitaria, fu troncata dall’energia e dal patriottismo del Dottor Antonino Cimbali, che a quel tempo, nella qualità di Delegato di Pubblica Sicurezza, godeva grandissima popolarità e stima.»

Anche lo stemma del nostro Comune ci ricorda questo eroico brontese del 1700: scrive il Radice che su per giù è quello disegnato e adottato dal Comune alla fine del secolo XVIII, “secondo i voti dell’avv. Antonino Cairone che desiderava Bronte fosse dichiarata città demaniale”.

Due immagini dello stemma del nostro Comune: uno stemma blasonato che non ha nessun nesso con la storia di Bronte che niente ha di nobiliare.
"Non prosapia di re, guerrieri, di nobili furono i fondatori dell'antico e nuovo Bronte, ma pastori, zappatori, borghesi" (B. Radice)



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