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Horatio Nelson, |
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primo Duca di Bronte
L'apoteosi dell'Ammiraglio in Palermo e la Ducea Il testamento di Nelson
Il Borgo Caracciolo Nelson (e i pistacchi) visto da W. Black

Nel Dicembre 1798 re Ferdinando I delle Due Sicilie, a seguito di moti rivoluzionari che sfoceranno nella nascita della "Repubblica Partenopea", dovette abbandonare Napoli e rifugiarsi con l’aiuto di Nelson in Sicilia, a Palermo. L’anno dopo re Ferdinando fu rimesso sul trono di Napoli, grazie all’aiuto inglese e di Horatio Nelson, in particolare, che aveva sconfitto la flotta francese nella battaglia di Abukir impedendo alla Francia la supremazia nel Mediterraneo.
Nelson soffocò nel sangue la repubblica partenopea (salvando la vita e il trono al re) e liberò la monarchia borbonica da uno scomodo avversario avuto in consegna, il Caracciolo, eroe della rivoluzione napoletana.
Con una decisione che suscitò sdegno e che gli venne rimproverata dai suoi stessi connazionali, lo impiccò sulla sua nave, dopo un sommario processo, alla presenza della sua compiaciuta amante, l'avventuriera Emma, la giovane moglie dell’anziano ambasciatore inglese, Sir William Hamilton.
Ferdinando I, in segno di riconoscenza, concesse a Nelson, in perpetuo, l'Abbazia di Maniace, le terre e la città di Bronte nello stesso modo come in passato erano appartenuti all’Ospedale di Palermo. E l'Ospedale - scrive Gesualdo De Luca - nel passaggio di proprietà «vi congiunse come diritti il novero di tutte le usurpazioni, abbenchè contraddette e condannate».
La munificenza regale, per verità storica, non si limitò ad offrire la sola Bronte ma una terna di allettanti doni, per la circostanza messi su di un piatto d’argento, dove il Nelson, a suo piacimento, avrebbe potuto scegliere.
L'ammiraglio poteva optare fra i feudi di:
Bisacquino, posto nelle vicinanze della felix Palermo, appartenuto alla Chiesa di Monreale;
Partinico, un tempo proprietà della Badia di Santa Maria di Altofonte;
Bronte, ex proprietà dell’Ospedale di Palermo, già affrancatosi dopo secoli di lotte e grandi sacrifici.
Al "munifico" re Ferdinando, molto addentro in mitologia, piaceva l'idea che Nelson scegliesse Bronte e su un biglietto destinato al suo Ministro scrisse di sua mano:
«Questa terra di Bronte è la più adatta al caso; ma non sofficiente la rendita (allora il reddito di Bronte era calcolato in onze 5500), che dovrebbe essere non meno di onze 6000, nè più di 8000, dunque se ci siano altre terre confinanti per fare un tal pieno, ci si dovrebbero annessare (sic), dando l'equivalente agli attuali possessori, dandosegli la forma e carattere feudale col titolo di Duca che in Inghilterra suona meglio che gli altri. Il biglietto di avviso deve essere adattato alle circostanze del soggetto a cui io lo mando». Horatio Nelson non deluse il re: preferì scegliere Bronte e del perché di tale scelta non c’è dato sapere. Forse per l’origine greca del nome (che significa "Tuono") o per la maestosità dell’Etna che lo sovrasta; oppure per l’estensione territoriale o per la salubrità e feracità del suolo o per i versi del poeta palermitano Giovanni Meli. Probabilmente scelse il territorio di Bronte perché si identificò con il mitico Ciclope: anche lui, infatti aveva un solo occhio, avendo perso l'altro (il destro) pochi anni prima (nel 1794) durante una battaglia.
Al caro Ammiraglio venne anche conferito il titolo di Duca di Bronte, fu esentato dalla grossa somma che bisognava pagare alla Regia Corte per diritti di investitura e il munifico re Ferdinando gli concesse pure la facoltà di trasmettere la Ducea, a suo piacimento, non solo a qualsiasi dei suoi parenti ma pure ad estranei. Gli alberi della Victory, trasformati in forca, avevano fruttato all’amante di Lady Hamilton ed ai suoi eredi «… in perpetuo la terra (quasi 15.000 ettari) e la stessa città di Bronte, … con tutte le sue tenute e i distretti, insieme ai feudi, alle marche, alle fortificazioni, ai cittadini vassalli, ai redditi dei vassalli, ai censi, ai servizi, alle servitù, alle gabelle …» ed anche il diritto di "mero e misto impero". Nelson ebbe così cittadini vassalli, terre fertilissime, censi, servitù, gabelle ed anche la giurisdizione civile e criminale (il Merum imperium,
il puro, il sommo, il più elevato fra tutti i diritti che esercitava il re, cioè
il jus necis), diritto che, secondo il munifico Borbone, l'ammiraglio poteva esercitare in perpetuo e lasciare in eredità.
Da notare che nella sua regalìa il Borbone non tenne in alcun conto diritti acquisiti (o, meglio, letteralmente, acquistati) dai brontesi: quello del "mero e misto impero", per il cui acquisto alcuni secoli prima, nel 1638, la popolazione si era dissanguata per oltre un secolo con la stipula di un mutuo, e l’affrancamento dal potere feudale dall’Ospedale di Palermo raggiunto con immani sacrifici dopo secolari lotte pochi anni prima (nel 1774).
«La gente di Bronte - scrive Vincenzo Pappalardo - avrebbe fatto volentieri a meno di tanto onore. Negli stessi anni in cui a Parigi l'abate di Mirabeau e Napoleone limano i dettagli del nuovo mondo, della libertà e della democrazia, l'atto di creazione del feudo riporta la giurisprudenza borbonica all'epoca dei nobili cavalieri che partivano per le Crociate.
Ai nuovi duchi è persino concesso il diritto di mero e misto impero, la giurisdizione civile e criminale, togliendolo alla Città di Bronte che l'aveva riscattato nel 1638 con immani sacrifici. Con lo spirito modernamente liberale che li rende famosi nel mondo, gli amministratori inglesi dissotterrano un polveroso armamentario di jus, gabelle, pedaggi e angherie varie da far invidia alle pagine più sinistre dell'oscurantismo medievale.» |
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"L'aborrito Ferdinando I" (così lo definisce
lo storico brontese Benedetto Radice) donò la città, le terre e i «villani" "nello stesso modo in cui erano appartenuti all’Ospedale grande e nuovo di Palermo». Il
"munifico" Borbone salvò l'Ospedale (commutando il reddito che ricavava da Bronte in un assegno annuo di 71.500 lire a carico dello Stato), ma condannò i brontesi, vanificando i sacrifici e le lotte di molte generazioni davanti ai tribunali.
Scrive il Radice che «innalzando la terra a Ducea si abbassarono i cittadini a vassalli, da liberi che s'eran fatti con sacrifici pecuniari enormi e rovina del proprio Comune per la compra del mero e misto impero, costata 22.000 scudi, dei quali il Comune pagò 9.000 prendendo il denaro al 9 per cento. Così Bronte per la favola del nome ebbe l'onore della Ducea e confermata la sventura del vassallaggio, appunto come il cane a cui il padrone mette al collo una bella catena di argento o di oro.»
Da quì nacque un’altra aspra contesa giudiziaria fra il nuovo padrone, il Duca di Bronte (Nelson e tutti i suoi discendenti, fino all'ultimo), e il Comune di Bronte che si protrasse per quasi
un secolo, fino alla transazione del 1861, per proseguire poi, sotto altre forme per altri cento anni.
E fu una lite giudiziaria dura e senza pause.
Ancora nei primi anni del 1900 alla Ducea si rimpiangeva di aver perso il
diritto del jus necis. Sarebbe stato veramente comodo averlo. Il poeta
scozzese William Sharp, che fu ospite del V duca
interpretò bene questo rimpianto quando nel suo "Attraverso la ducea
Nelson" scriveva che «non è passato molto tempo da quando i ducali diritti di vita
e di morte sono stati abrogati. Immagino che ci sono volte in cui l’odierno
paziente Duchino e il suo amministratore, Mr Charles Beek, darebbero una
buona fetta delle piantagioni di arance che si estendono per miglia giù
nella valle del Simeto, dei grandi boschi di faggio di Serraspina e Serra
del Re, lì verso Nord, se soltanto quell’utile vecchio privilegio potesse
essere restaurato!
Certamente semplificherebbe le cose negli eterni problemi che sorgono dentro
e intorno alla scontenta e turbolenta Bronte.»
Il munifico regalo fatto a Nelson con la conseguente restaurata situazione di vassallaggio del popolo brontese e l’asservimento ad un nuovo più agguerrito padrone, saranno anche motivi di tensioni sociali che accompagneranno i moti rivoluzionari del 1820, del 1848, che troveranno tragico epilogo nei più noti avvenimenti dell’Agosto del 1860 e che si protrarranno fino ad oltre la metà del secolo scorso (1963 - 1965). Tanto che il Radice - scrive N. Galati - «...nel suo j'accuse spietato, drammatico, dettato da sincera passione e amor patrio aveva descritto negli anni '20 in termini tristi il potere esercitato dai duchi riportando un adagio: due sono i più grandi mali che affliggono Bronte: l'Etna e la Ducea.» Horatio Nelson fu felicissimo dei suoi terreni e del suo titolo, e immediatamente cominciò a pianificare, come far diventare la sua, una proprietà modello. Diede incarico ad Andrea Graefer, primo amministratore della Ducea, un esperto giardiniere di origine tedesca cui si doveva la realizzazione del Giardino inglese della Reggia di Caserta, di ristrutturare e trasformare l’antica abbazia in una comoda e sontuosa dimora signorile. Furono progettati giardini, prati, piscina, ed anche una suntuosa dimora a Bronte. L'Ammiraglio e la sua amante ufficiale, lady Hamilton, con la quale trascorse gli ultimi anni della sua vita, non ebbero però il tempo nè la fortuna di mettere piedi nei possedimenti siciliani e di abitarvi. Sfortunatamente, le guerre napoleoniche lo tennero occupato a bordo delle sue navi perciò non abitò mai nel suo nuovo castello. Alla sua morte i suoi parenti, i Bridports, ereditarono le proprietà e la mantennero visitandola e vivendoci stabilmente fino a pochi decenni fa. Nei pochi anni di vita che gli rimasero l'Ammiraglio amava anche firmarsi "Nelson Bronte". Il nome "Bronte" era bello, persino gli inglesi lo potevano pronunciare con facilità e, unito alla gloria dell’eroe di Abukir e di Trafalgar, divenne così prestigioso che l’irlandese Patrick Brunty (o Branty), grande ammiratore di Nelson, muto il suo cognome in Brontë, limitandosi a porre una dieresi sulla "e", e come Brontë divennero famose le sue tre figlie Emily, Charlotte e Anne. Il primo Duca di Bronte, morì nell'ottobre del 1805 a bordo della sua nave (la "Victory") al largo di Capo Trafalgar al termine di una furiosa e violenta battaglia; i suoi resti furono tumulati a Londra nella cattedrale di San Paolo. Morendo aveva affidato l'amante e la loro figlia Orazia al suo Paese, che però, in questo caso, non gli dimostrò alcuna gratitudine.
Emma non ebbe la pensione ripetutamente invocata nè l'eredità che le fu sottratta dai suoi parenti. Non avendo l'ammiraglio eredi diretti (la figlia Orazia non fu neanche considerata, perchè illegittima) la ducea passò al fratello, il rev. William, II° duca di Bronte. Lady Emma e la figlia di Nelson, Orazia, - scrisse il Radice - morirono "nella più abbietta miseria". Nella cittadina etnea, intanto, con la donazione di re Ferdinando I del 1799, terminava la sottomissione dell’abbazia di Maniace e dei suoi possedimenti all’Ospedale di Palermo, voluta nel 1494 da Innocenzo VIII, ma per la popolazione ed i contadini non cambiava assolutamente nulla. Il loro territorio, e loro stessi, erano ancor più e sempre proprietà di qualcuno. Questa volta - e durerà quasi due secoli, la bandiera inglese sventolava sui torrioni del castello ancora fino a pochi decenni fa - erano proprietà feudale di una dinastia straniera: i fortunati discendenti dell'ammiraglio che oltre ad amministrare l'immenso feudo come una proprietà privata avevano anche grande influenza sugli avvenimenti politici ed amministrativi del piccolo Comune. "Aveva origine - ha scritto Michele Pantaleone - la "Ducea maledetta", causa delle lotte, delle persecuzioni, delle violenze e delle illegalità delle quali sono stati vittime i brontesi per oltre un secolo e mezzo". In quell’anno Bronte contava una popolazione di circa 9.500 abitanti, legati da sempre al lavoro della terra, ed aveva un reddito di 5.500 onze; non era quindi nemmeno una cittadina ricca e giusto la presenza degli eredi dell’ammiraglio (i Nelson-Bridport) inasprì attorno alla Ducea quelle tensioni sociali che sarebbero poi sfociate nei tristemente famosi fatti di Bronte del 1860. Durante le agitazioni del 1820, i moti del 1848 e del 1849 ma soprattutto durante la rivoluzione del 1860, la continua fame di superfici agrarie e l’immenso patrimonio terriero della Ducea furono naturalmente l’obiettivo principale dei rivoluzionari brontesi e della zona.
«Nel 1860, a Bronte, - afferma Michele Pantaleone - non fu una guerra
contro i Borboni ma una lotta degli oppressi
contro gli oppressori e gli oppressori, grandi e piccoli, erano i notabili
paesani al servizio della Ducea "maledetta"».
Ma la Ducea di Nelson, comprendente migliaia di ettari di buon terreno,
malgrado la liberazione garibaldina e l’unificazione italiana del 1861, rimase ancora in mano dei proprietari inglesi
che continuarono a spadroneggiare e la repressione ed il feudalesimo proseguirono.
Solo nel luglio del 1940, dopo la dichiarazione di guerra dell’Italia
all’Inghilterra, al grido di Mussolini "Dio stramaledica gli inglesi", gli eredi
di Nelson dovettero abbandonare Maniace.
Il Castello e 6.594 ettari - beni stranieri - rimasti alla Ducea furono posti sotto sequestro e passati
prima nelle mani del Banco di Sicilia e dopo in quelle dell’Ente di colonizzazione del latifondo siciliano.
I terreno furono in parte quotizzati ed assegnati ai contadini del luogo.
Il Castello fu adibito a sede amministrativa; successivamente, nel 1943, ospitò il feldmaresciallo Kesserling e, durante l'avanzata alleata, il generale sir Harold Alexander. L'Ente, fra le altre opere, realizzò nel parco del Castello (vicino all’ingresso della residenza dei duchi) un villaggio rurale chiamato "Borgo Caracciolo", per ricordare la vittima italiana più illustre dello strapotere inglese nel Mediterraneo.
Ma il sogno durò pochissimo. I Duchi ripresero il possesso della Ducea con l’arrivo delle truppe inglesi in Sicilia. Dopo lo sbarco distrussero con le ruspe le costruzioni del Borgo Caracciolo (i resti del borgo sono ancora visibili nel parco antistante l’ingresso alla Ducea).
I contadini che avevano tentato di migliorare le terre furono cacciati ed
qualcuno trasferito a Gela nei campi di reclutamento per essere internato in
India.
Ancora per un lungo periodo di tempo, dopo la guerra, l’immensa Ducea continuò
quindi ad essere al centro di rivendicazioni e di dure lotte contadine. Ancora nel 1950 il duca - aveva alle dipendenze ben 105 guardie ducali - pretendeva il pedaggio per il transito su un vecchio ponte di legno costruito sul torrente Saraceno, sulla cui adiacente riva sinistra è posto il Castello. Negli stessi anni dirigenti politici e sindacali, alla guida del movimento contadino, venivano perseguiti ed arrestati.
Ancora nel 1950 Carlo Levi scriveva che «… la Ducea di Bronte può essere presa ad esempio del più assurdo anacronismo storico, della persistenza di un perduto mondo feudale e dei difficili tentativi contadini per esistere come uomini».
Il 12 Dicembre del 1950 la Regione Siciliana promulgò la Legge di riforma agraria, ma la legge stranamente non ebbe applicazione nei feudi della Ducea.
«Il duca straniero - scrive l'on. Franco Pezzino,
organizzatore delle lotte contadine per l'applicazione della riforma agraria e la divisione delle terre - era riuscito a calpestare la legge e a tenersi il feudo. Si era giovato dei cavilli frapposti dai suoi ben pagati avvocati e di una catena di complicità politiche locali e regionale.»
Quale era la "trama" che il duca aveva intessuto per cercare di farla franca riuscendo per anni a eludere la riforma?
Lo stesso Pezzino ci da una risposta: «Lo seppi il 6 marzo del 1956, quando un funzionario della questura di Catania mi mostrò copia di una incredibile nota diplomatica, diretta al governo italiano, con la quale quello inglese sosteneva la tesi aberrante dell'extra-territorialità della Ducea, per cui il governo di sua maestà britannica dichiarava che non si doveva procedere alla riforma agraria secondo le leggi italiane, essendo quei terreni di proprietà di un suddito inglese...». |
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La donazione Bronte è stato costituito in Ducato ed il feudo concesso al Nelson coi regi diplomi del 10 ottobre 1799 e 27 febbraio 1801, con tutti i diritti, gabelle, oneri, pertinenze e limitazioni che già regolavano i rapporti precedenti del feudo coll'Ospedale Grande di Palermo, dal quale era ritornato alla Mano regia. A precisare l'estensione e natura delle diverse gabelle spettanti su ciascun fondo, il Sovrano fece obbligo agli ex amministratori dell'Ospedale di formare l'elenco dei fondi e delle rispettive gabelle. L’elenco, incluso nell'atto del 13 febbraio 1801, fra l’altro, dice: «… illustri Horatio Nelson pro se suisque haeredibus de suo corpore legitime descendentibus concedimus terram et oppidum ipsius Brontis, tamquam rem nostrarn propriam in hoc nostro regno ulterioris Siciliae et in Valle memorum positum, cum omnibus, et singulis suis tenimentis et districtis, ac cum feudis, marcatis, fortilitiis, hominibus, vassallis, vassallorurn redditibus, censibus, aggraviis, decimis, laudemiis, servitutibus, gabellis, dominiis, et possessionibus eidem terrae sive oppido aduexis et pertinentibus (…)» E seguivano, descritte per categorie, le diverse specie di gabelle di feudi, di tenute, di masserie, di chiuse, di censi in denaro, in frumento o in introiti diversi. Bronte che aveva tribolato per i suoi diritti durante il secolare impero della feudalità, non superò senza altri contrasti l’abolizione di quella, si vide costretto anzi a riprendere contro il nuovo padrone – il Duca ed i suoi discendenti - le secolari contese giudiziarie intraprese con l’Ospedale due secoli prima - nel 1606 - dinnanzi alla Gran Corte Civile di Palermo ed al Tribunale del Real Patrimonio.
L’apoteosi dell’ammiraglio Nelson in Palermo e la Ducea di Bronte la monografia di Benedetto Radice (tratta dal II° volume delle Memorie storiche di Bronte) in formato  SCARICA IL FILE (26 pagine, 436 Kb) |
| La croce celtica eretta nel 1888 nel cortile della Ducea in onore di Horatio Nelson ("Heroe Immortale Nili", all'eroe immortale del Nilo), dal duca Alexander Nelson Hood, barone Bridport. In memoria di quest'ultimo è stato invece eretto l'obelisco, impropriamente detto di Nelson, posto sulla cima di Serra del Mergo. |
 | «La grande croce di pietra lavica del cortile fu disegnata da me sulle linee di una croce Iona, dietro sollecitazione di mia zia, Lady Hotman, la quale quando nel 1888, venne in visita con mio padre obiettò che non c'era nessun monumento in memoria del suo prozio Lord Nelson. ... Desiderando qualcosa di più definito, mi diede una somma sufficiente a coprire il costo di una croce che portasse, sulla base, l'iscrizione "Heroi immortali Nili"; fu realizzata da tagliatori di pietra della Ducea, la pietra fu ricavata dalla cava. Croce e base sono di pietra lavica.» (Alexander Nelson Hood, The Dychy of Bronte) |
 | Una visione d'insieme dal torrente Saraceno del complesso denominato Ducea (o Castello) Nelson con l'Abbazia benedettina, la Chiesa di Santa Maria, gli appartamenti ducali, l'orto botanico, le mura ed i vecchi torrioni che circondavano l'antica Abbazia benedettina. | |
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Un’iniziativa intrapresa da alcuni amministratori, circa dieci anni fa, ha lasciato perplessi e stupiti molti cittadini brontesi: Il gemellaggio fra il comune di Bronte e Burnhan Thorp, la cittadina inglese nel Worfolk, paese natale dell’ammiraglio Nelson. Quale affinità di tradizioni, di realizzazioni, di propositi ci fosse tra i due paesi è rimasto però un mistero. Li univa solo il ricordo di Horatio Nelson. Quel nostro sindaco aveva forse dimenticato (o, forse meglio, sconosceva del tutto) l’aspra contesa fra la Ducea e il Comune di Bronte che dissanguò il Comune e si protrasse per oltre un secolo, lo stato di vassallaggio, le prepotenze e le offese, le ingiustizie patite, i morti del 1860, le dure lotte contadine. Tom Pocock, nella biografia di Horatio Nelson, descrive le celebrazioni che si sono fatte a Burnham Thorpe nel suo 180° Anniversario di Trafalgar: “...una carrozza si fermò davanti alla locanda di Lord Nelson… ed una delegazione di siciliani scesero. Facce mediterranee, giallastre, cappotti di pelo di cammello, ed occhiali neri mescolati a facce di mela, abiti e stivali infangati, in salotto come brindisi all’”immortale memoria” si beveva nel East Anglian birra e vino di Marsala". |
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Anche la Ducea, naturalmente, alla fine fu quotizzata e
distribuita a chi ne aveva diritto.
Ma solo quindici anni dopo la legge di
riforma agraria - negli anni ’63/’65 - le terre ducali
furono assegnate ai contadini ed il Comune di Bronte, che già a seguito
della costituzione del 1812 aveva ottenuto l’emancipazione dal vassallaggio
ducale, ottenne la reintegra di quasi tutti i suoi beni.
Oggi l’odiata Ducea inglese del "boia
di Caracciolo" (così Benedetto Radice definì l’ammiraglio Nelson ma
anche lo scrittore inglese D. H. Lawrence ne da un giudizio altrettanto poco
lusinghiero) è diventata proprietà dei cittadini brontesi. Il
4 Settembre 1981, l’ultimo erede dell’Ammiraglio, il Duca Alexander
Nelson Hood visconte Bridport, ha venduto al Comune di Bronte il
complesso architettonico e l’annesso parco per l’importo complessivo di un
miliardo e settecentocinquantamilioni (di cui 950 per il Castello vero e
proprio e per il terreno, 237 per gli altri immobili, 570 per i mobili, i
cimeli, i quadri ed ogni altra cosa mobile). Dopo secoli di espropriazione e di
vassallaggio, di lotte e di interminabili cause legali, l'antico potere feudale
era finalmente cessato. La vecchia Abbazia Benedettina veniva finalmente
restituita alla comunità brontese per essere convertita in un centro turistico
culturale.
Oggi la Ducea Nelson con gli appartamenti
signorili dei Nelson (trasformati nel
Museo Nelson), l’antica
Abbazia benedettina, la
Chiesa di Santa Maria di Maniace, i piccoli laboratori, i magazzini,
le stalle, il granaio (trasformati in un centro culturale polivalente di studi,
di congressi e mostre d’arte), il parco (dove è visibile uno straordinario
Museo di scultura all'aperto) sono diventati una grande attrattiva
turistica di straordinario interesse.
Gli abitanti di Maniace hanno ottenuto l’autonomia amministrativa con Legge
Regionale N. 62 pubblicata sulla G.U. dell’11.4.1981; al nuovo Comune è stato
assegnato un territorio di 3.588 ettari. |
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