La ducea inglese ai piedi dell'Etna (1799 - 1981)

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La vittoriosa marcia dei contadini sulla Ducea dei Nelson

Nessuno andrà più al Castello
per baciare la mano a Lord Bridport

LA DUCEA INGLESE AI PIEDI DELL'ETNA
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(Cronaca di Franco Pezzino)
Testi e foto tratti dal libro di Franco Pezzino «Il lavoro e la lotta – Operai e contadini nella Sicilia degli anni 40 e 50». Edizioni C.U.E.C.M., Catania, 1987

Poco prima dell'alba del 5 marzo 1956, così come avviene ogni mattina, dall'areoporto di Londra partivano, diretti in tutto il mondo, gli aerei che trasportano i giornali inglesi, gli autorevoli organi della borghesia britannica.
Nitidamente stampato sulla sottile carta velina dell'edizione destinata all'estero, il «Daily Telegraph» di quel giorno recava notizie dalla Sicilia e informava i suoi fiduciosi lettori che Lord Bridport, duca di Bronte e benefattore del popolo siciliano, aveva recentemente confessato che «la sua popolarità tra i suoi contadini lo imbarazza» dato che essi sempre «insistono per baciargli la mano».

Ignari di tutto ciò e della gratitudine da essi dovuta a Lord Bridport, esattamente nello stesso giorno e nello stesso momento i contadini di Bronte, Maletto e Randazzo si preparavano a una manifestazione sulle terre del duca, la quale però, per quanto ciò possa dispiacere agli zelanti redattori del «Daily Telegraph», non aveva precisamente lo scopo di andare a rendere l'omaggio di un solenne e collettivo baciamano feudale e romantico all'erede di Lord Orazio Nelson, ma quello, assai più prosaico, di chiedere la sua immediata estromissione dalle terre della Ducea, da oltre un secolo e mezzo usurpate ai loro padri e oggi soggette alla riforma agraria.

Nel chiarore incerto dell'alba, nel quale, spente ormai le poche lampade dell'illuminazione stradale, cominciavano ad affiorare dall'ombra i profili delle case, mentre il sole non era ancora apparso sull'orizzonte, un intenso scalpiccìo si avvertiva nei vicoli e nei cortili di Bronte, e poi nelle vie del centro, sulla piazza dell'Annunziata, sulla strada provinciale che conduce Maletto.
Da porta a porta era un bussare discreto, un avvisarsi cambievole: «Alzati è tardi, è ora di andare». «Vediamoci tra poco, alla Barriera».

C'era stato il comizio in piazza, il giorno prima, e poi l'assemblea della camera del lavoro e alla sezione comunista, e si era convenuto sulla necessità di manifestare nuovamente con forza la volontà di ottenere la terra.
Le esitazioni degli incerti, i quali obiettavano che le occupazioni di terre si erano sempre fatte nel mese di settembre e che ora, invece, eravamo nel mese di marzo, erano state vinte in accalorate discussioni alle quali decine di braccianti, di contadini poveri avevano partecipato.
E così la notte i più attivi dirigenti della lega braccianti, delle sezioni comunista e socialista, dell'unione contadini, avevano dormito appena qualche ora e alle due del mattino erano già in piedi, avevano cominciato a bussare alle porte dei compagni. E ognuno che si alzava svegliava altri così come è ormai costume, in Sicilia, nelle grandi giornate di lotta.

Alla Barriera si è in pochi, alle cinque. Ma poi, a poco a poco, dalla strada provinciale, dalla strada della stazione cominciano a venire, isolati, a gruppetti, i contadini. Molti recano con sé i loro muli alti e robusti, capaci delle grandi fatiche che ad essi si richiedono in queste zone di montagna.
Alle sei lo stradale provinciale è ingombro di uomini a piedi, di muli, di biciclette, di carretti. È una folla. La gioia è negli occhi e nelle parole di tutti. La manifestazione riuscirà.
«Noi siamo tanti e lui, il duca, è uno solo: noi vinceremo la nostra lotta».
«Avanti le bandiere, poi i ciclisti, poi gli uomini a piedi; i muli dietro».
Lentamente, ordinato, solenne e lunghissimo si forma il corteo. Sono più di millecinquecento. Le bandiere rosse e tricolori, la bandiera della pace, garriscono al vento, e si inizia la marcia.

Sono i figli del fiero popolo di Bronte, geloso della sua libertà, di quel popolo che contro i governanti che da Palermo lo taglieggiavano di tasse esose insorse in armi nel 1820 e proclamò la propria indipendenza rivendicando le terre usurpate della Ducea e raccogliendo intorno a sé Maletto, Troina, Biancavilla.

L'articolo a firma di Franco Pezzino
è stato pubblicato il 24 Marzo 1956 dal settimanale "La voce della Sicilia" ed è anche riportato nel libro dello stesso autore «Il lavoro e la lotta – Operai e contadini nella Sicilia degli anni 40 e 50», Edizioni C.U.E.C.M., Catania, 1987.

E' la cronaca della giornata di lotta del 5 Marzo 1956, risultata risolutiva della lunga e aspra battaglia per la divisione delle terre della Ducea ai contadini (la legge di riforma agraria era stata promulgata dalla Regione siciliana già da oltre 10 anni).

Tenace e coraggioso organizzatore delle lotte contadine per l'applicazione della riforma agraria, Franco Pezzino, nato nel 1920, dal 1939 fece parte di un piccolo gruppo clandestino di studenti comunisti nell'Università di Catania.
E' stato, nel 1943, uno dei protagonisti della ricostruzione del PCI e della Camera del lavoro, e da allora è rimasto ininterrottamente attivo ricoprendo varie responsabilità, tra cui quella di deputato della Camera.
Negli ultimi anni si è dedicato alle riflessioni sulle travagliate vicende del PCI e del movimento operaio catanese, pubblicando articoli e brevi saggi su quotidiani e riviste.

 

La Ducea dei Nelson
La marcia dei contadini sulla Ducea
di Rosario Mangiameli

Nella lotta antifeudale per la conquista della terra la Ducea divenne una specie di università dei dirigenti sindacali i quali imparano lì a scontrarsi e a risolvere il problema del consenso e della riforma in un'area di grandi contraddizioni.

Rosario Mangiameli insegna Storia contemporanea alla Facoltà di Scienze politiche dell'Università di Catania. Ha pubblicato studi sulla politica di occupazione alleata nel corso della seconda guerra mondiale e sulla nascita dell'autonomia siciliana. Collabora a diverse riviste, tra cui "Meridiana"; è membro del direttivo della Società Italiana per lo studio della Storia Contemporanea.

Sono gli eredi dei contadini del 1848 che insorsero contro la tassa sul macinato e contro i Borboni e riuscirono, nell'aprile di quell'anno, a strappare alla Ducea le vigne del Boschetto, poi rese al feudatario straniero dal governo del tempo.
Si ricordano, ancora, tra il popolo, ma ormai soffusi da un alone di leggenda, anche i giorni dell'ira, di quel terribile 1860, quando era sembrato ai brontesi che Garibaldi avrebbe fatto restituire loro, finalmente, le terre rubate e vennero invece la tremenda reazione di Bixio, le fucilazioni dei patrioti, il processo di Messina, gli ergastoli e le deportazioni.
Ma questi figli di così nobile tradizione di lotta per la terra e la libertà oggi non si danno più a saltuarie e improvvise esplosioni di violenza; oggi essi hanno le loro organizzazioni politiche e sindacali di classe attraverso le quali si sono conquistate la Costituzione, l'Autonomia regionale, la legge di riforma agraria e perciò, coscienti del loro diritto, ora manifestano con la marcia pacifica e redentrice.

Quante volte, negli ultimi dieci anni, si sono visti sulle strade e sulle terre di Sicilia questi cortei!
Nel 1944, nel 1947 e poi, dopo Melissa, la più grande ondata, nel 1949. Così venne strappata, nel 1950, la legge di riforma agraria, frutto dell'Autonomia e conquista preziosa del popolo siciliano.
Ora il lungo corteo dei brontesi è giunto alle porte di Maletto. Attraversa quasi in trionfo la via principale, tra gli applausi delle donne che si affollano al passaggio.
Gli uomini, già pronti e in attesa, a piedi o a dorso di mulo, muovono incontro ai compagni di Bronte.
Portano le bandiere di Maletto e tra esse la bandiera dei Combattenti, recata dal loro presidente che verrà a piedi, zoppicando sulla gamba ferita nella prima guerra mondiale.

Dalle ripide strade traverse di Maletto nuovi gruppi di contadini a cavallo scendono verso lo stradale, si mescolano al grande corteo. Tutti insieme si avviano per la strada che digrada dolcemente verso le immense plaghe della Ducea. Ora sono quasi duemila gli uomini e le donne, vero esercito del lavoro e del progresso in marcia contro l'arretratezza del feudo.

La fila interminabile si estende per oltre due chilometri, salutata al passaggio dagli operai dello stradale in costruzione, che scende serpeggiante verso il verde mare di terra della Ducea. Lontano, oltre la pianura, i monti del Messinese chiudono l'orizzonte, ma anche sulle loro pendici, anche oltre le loro creste è tutto Ducea fino a Cesarò, fino a Tortorici.

Una gioia grande è nel petto di tutti. Le donne partecipano anch'esse a questa lotta non meno che i loro uomini: alcune di esse hanno chiesto le bandiere e ora le portano alte e sventolanti: sono il simbolo commovente di questa Sicilia che non si rassegna alla fame e alla miseria, ma con slancio inarrestabile lotta per la propria redenzione.
Lontane si cominciano a distinguere, puntini di fiamma sul verde della pianura, vicino alla casa cantoniera di Mangiasarde, le bandiere rosse dei contadini di Randazzo che attendono sul luogo dell'appuntamento.

F. Pezzino: Il corteo si è formato...

«Il corteo si è formato, ordinato e solenne, secondo le direttive dei dirigenti locali:
"avanti le bandiere, poi i ciclisti,
poi gli uomini a piedi;
i muli dietro!"»

F. Pezzino: Fluisce la marcia contadina...F. Pezzino: 58 poliziotti armati di mitra...
F. Pezzino: Nel gruppo di testa...
«Ma per entrare nella Ducea si deve superare una lunga catena che attraversa la strada per segnare simbolicamente il confine del feudo e la sua intoccabilità. Accanto alla catena, 58 poliziotti armati di mitra con le pallottole in canna»

La marcia si fa più veloce e l'incontro avviene, emozionante, nella gloria di un caldo sole primaverile, vicino al torrente Gurrida, ricco di acque spumeggianti. I bambini e i ragazzi corrono qua e là, saltando di gioia. Tutte le bandiere si mescolano, si uniscono gli uomini e le donne dei tre comuni e la marcia prosegue: sono ora più di duemila.

All'ingresso della strada «privata» di Lord Bridport, per percorrere la quale il duca pretende il pagamento di un pedaggio, si supera una certa resistenza dei carabinieri e poi la colonna si ferma, poco oltre, in contrada Bazitti. Qui si terrà il comizio.

A meno di un chilometro, alto sul greto del torrente Saraceno, si erge tetro il Castello di Maniace, residenza del duca straniero, con le sue torri, le feritoie, le segrete medioevali: la sua grifagna e odiata ombra di Bastiglia del feudo grava sulla Ducea.
Nel cortile interno si erge un'alta e barbarica croce di lava scolpita dedicata «all'eroe immortale del Nilo», al Nelson massacratore dei patrioti napoletani e carnefice di Caracciolo, all'uomo che per le sue infami gesta contro la repubblica napoletana da lui soffocata nel sangue su richiesta del cardinale Ruffo e degli uomini della «Santa Fede» si ebbe in dono dal Borbone, nel 1799, questo Castello, 7.000 ettari di terra e il titolo di Duca di Bronte.
Per gli anditi oscuri del Castello si incontrano silenziosi i servi e le guardie armate private del duca, si respira odore di muffa e aria di intrigo, di vecchie e di nuove trame che, per perpetuare l'inciviltà e la vergogna del feudo, qui si tessono contro i contadini.
Nel sottosuolo sono le fresche cantine in cui si conservano vini prelibati per il ricco signore e, sepolte sotto mucchi di sabbia fine e asciutta, si tengono le arance, perché abbiano a conservarsi, fresche e succose anche nei mesi più caldi, per il delicato palato del duca, semmai si degnasse di passare qualche giorno in questo suo «modesto possedimento» onde rompere la noia dei lunghi ozi di Taormina, della Costa Azzurra o della campagna inglese.
Al piano terreno, simili a celle carcerarie, con le loro piccole e altissime feritoie, sono gli alloggi della servitù, ma gli appartamenti dei padroni sono ai primi piani superiori e colà sono anche le sale destinate a raccogliere le loro collezioni d'arte.

Davanti al castello, quasi ruderi giganteschi di una immane distruzione, giacciono incompleti e ancora scoperchiati i grandi edifici del borgo Caracciolo, tra cui quelli che avrebbero dovuto essere destinati a scuola: la loro costruzione è stata interrotta, e Lord Bridport ha intentato causa chiedendo un indennizzo e la loro completa demolizione perché non sulle sgradevoli sagome di questi edifici, ma su un verde e tenero prato preferiscono posarsi i preziosi occhi della duchessa, ché proprio di fronte ad essi si aprono le finestre del suo appartamento.

Il castello è giù nella valle, ma qui, sulla collina, nel sole splendente, non giunge la sua ombra e il suo tanfo, qui è la vita. Qui nell'ampio cerchio della folla contadina, circondato a raggiera dai muli che consumano la loro razione, parlano i contadini, parlano i dirigenti.
Sono parole semplici e antiche, parole nuove e forti, le parole della fiducia e della lotta, che muovono le grandi masse verso il progresso: Giustizia, Sicilia, Costituzione, Autonomia, Terra, Libertà.
«Questa è terra buona e diventerà un giardino, nelle nostre mani».
«Si può trasformare a vigneto, a mandorleto, ad oliveto».
«C'è tanta acqua, pianteremo anche dei ricchi agrumeti».
Sono i discorsi dei contadini che nell'entrare nelle terre della Ducea, anche in questa giornata di lotta, sono stati bene attenti a non calpestare i seminati: «Questa terra è nostra».

«Finalmente espropriata!
Dopo qualche giorno, il 9 marzo, all'Assemblea regionale giungeva l'eco della manifestazione e si svolgeva un vivace dibattito per respingere e condannare unanimemente le calunniose menzogne del «Daily Telegraph» mentre Alessi dichiarava: «Il Governo regionale, con suo decreto, ha deciso l'espropriazione».
E il 16 marzo l'Assemblea approvava a stragrande maggioranza di voti la legge proposta per l'immediata assegnazione.»

L'Unità del 19 Agosto 1954

«I contadini di Bronte chiedono la immediata assegnazione delle terre della Ducea di Nelson». Così l'Unità del 19 Agosto 1954 sottotitolava l'articolo

L'Unità del 24 Agosto 1954

«Reclamando l'immediata assegnazione delle terre e l'equa applicazione» - «Nel Catanese i contadini occupano la Ducea Nelson»

L'Unità del 10 Marzo 1956

«Così ha dichiarato il presidente Alessi all'Assemblea regionale»
La ducea di Nelson è già stata scorporata
"La lotta dei braccianti e dei contadini poveri di Bronte - Un offensivo articolo del Daily Telegraph - Muore il feudo sotto la spinta delle forze contadine"



 
La fine della Ducea di Nelson
I contadini di Bronte e Maletto non sarebbero più andati al castello per baciare la mano a Lord Bridport

Con l’entrata in vigore dei Decreti Gullo, l’amministrazione ducale tentò di eludere le leggi con ogni mezzo, invocando, persino, sulle proprie terre, il diritto di extra-territorialità.
Pertanto, a partire dal 1945 ebbe inizio nel feudo Nelson, come altrove, il movimento contadino per l'applicazione delle leggi riguardanti una più equa ripartizione del prodotto e l'assegnazione delle terre incolte. La lotta contadina divampava per tutta la Sicilia e per tutto il meridione d'Italia, e molti braccianti durante le manifestazioni per l'applicazione dei Decreti caddero sotto il piombo delle forze di polizia.

Lo Stato pervenne ai primi provvedimenti legislativi di riforma agraria a favore del Mezzogiorno ed anche il Parlamento siciliano, nel dicembre del 1950, votò la riforma, prevedendo lo scorporo di una vasta porzione di feudi baronali da lottizzare ed assegnare ai braccianti.
Il continuo sommovimento contadino, iniziato e tenuto desto dalle sinistre anche sul feudo Nelson, lo spettro incombente dell'esproprio in forza della legge siciliana di riforma, considerazioni di natura politica e pressioni delle autorità tutorie dell'ordine pubblico, avevano indotto il duca di Maniace, già prima della promulgazione della legge di riforma, a predisporre un piano di vendite “volontarie”.
Queste vennero effettuate per lo più negli anni 1950-52. E si trattò di atti di vendita – riguardanti circa 1.600 ettari di terreno – stipulati, in parte, con libera contrattazione, in parte, regolamentati dalla legge del 4.2.1948, fautrice della formazione della piccola proprietà contadina.

Agli inquilini del duca fu data la precedenza sull'acquisto delle terre. A coloro che non avevano denaro fu detto di farselo prestare. Ma chi non comprava doveva abbandonare il feudo. I contadini si indebitarono e quelli che non poterono acquistare furono cacciati via. Contro tale fenomeno, diffusosi in tutte le terre della Sicilia baronale, reagirono i partiti di sinistra, le associazioni sindacali “Federterra” e “Liberterra” e alcuni giovani parlamentari democristiani, soprannominati “Giovani turchi”, reclamando l’immediata applicazione della legge di riforma.

Le proteste vennero recepite dall'Ispettorato Regionale per l'Agricoltura che, con proprio decreto, dichiarò nulla l’intera operazione di vendita attuata dai latifondisti, perché condotta, fra l 'altro, dopo i termini conseguiti dalla legge di riforma del 28 dicembre 1950 e sottopose a scorporo il feudo Nelson per una superficie di circa 4.000 ettari, includendovi anche i terreni già venduti.
L'intero feudo ammontava a 6.594 ettari.

Contro il decreto, il duca, nel dicembre del 1951, inoltrò ricorso all'Assessorato regionale per l'Agricoltura e le Foreste. Il processo di riforma agraria venne a subire una lunga fase d'arresto. Nel frattempo circa 1200 ettari di terreno ducale passavano all'Azienda forestale dello Stato per essere sottoposti a rimboschimento.
Le circa cento famiglie, inquiline del duca e ivi dimoranti, venivano invitate ad abbandonare case e terreni e dinnanzi al loro rifiuto si fece ricorso all'uso della forza. Vennero scoperchiate le abitazioni  asportate “manu militari” le masserizie. E molti, tra cui delle donne, furono arrestati, tradotti in carcere e, poi, lasciati letteralmente sul lastrico.

L’applicazione della riforma, dunque, tardava. Permanevano, invece, tra il duca e i suoi coloni, situazioni, ancora, di conflitto circa l'applicazione delle vecchie leggi sulla ripartizione dei prodotti. A peggiorare, poi, le cose sopraggiunsero due anni consecutivi di siccità, quelli del 1960 e del '61, che determinarono un forte calo della produzione.

Di fronte a tanto squallore i contadini di Bronte e Maniace decisero di osare il tutto per tutto: scrollarsi di dosso, una buona volta per sempre, il retaggio dell'asservimento feudale che li condannava a languire in continua miseria.

La Ducea di Bronte ed i Fatti del 1860
La Ducea «maledetta»
di Michele Pantaleone

«A Bronte non fu una guerra contro i Borboni ma era una lotta degli oppressi contro gli oppressori e gli oppressori, grandi e piccoli, erano i notabili paesani al servizio della Ducea "maledetta"»

«L'aspetto più sconcertante della storiografia del tempo sta nella totale assenza dai «Fatti di Bronte» della Ducea, come se fosse stata estranea...»

Intervento di Michele Pantaleone al convegno sul film di Florestano Vancini "Bronte, cronaca di un massacro che i libri di storia non hanno raccontato" (Bronte, 1983)
Le parole sono pietrePAGINA SUCCESSIVA

 

Bronte, Ducea Nelson

Vedute del Castello Nelson, residenza brontese di Lord Bridport.
Nella sua originaria estensione, il feudo donato ad Oratio Nelson dal re Borbone si componeva di quasi 15.000 ettari.
Il Borbone aveva graziosamente regalato «… in perpetuo la terra e la stessa città di Bronte, … con tutte le sue tenute e i distretti, insieme ai feudi, alle marche, alle fortificazioni, ai cittadini vassalli, ai redditi dei vassalli, ai censi, ai servizi, alle servitù, alle gabelle …».

Bronte, Ducea Nelson

Cosi, nell'estate del 1961, intrapresero, con la guida della locale Camera “Unione e risorgimento”, aderente all'Alleanza provinciale coltivatori diretti, una compatta azione di sciopero.
Partiti inizialmente con una semplice richiesta rivolta ad ottenere per quell'anno una maggiorata ripartizione del prodotto a loro favore, i contadini della Ducea finirono col reclamare lo scorporo e l'assegnazione delle terre, giusta la legge di riforma. Per ben quaranta giorni e altrettante notti si astennero dai lavori di trebbiatura, bloccando le trebbiatrici e presidiando i covoni di grano. Incrociarono le braccia tutti gli inquilini delle contrade: Boschetto, Fondaco e La Piana.

L'amministrazione del duca, nel tentativo di rompere il fronte contadino, alle esortazioni alternò le minacce e passò alle denuncie. I contadini non mollarono e una notte d'agosto giunsero duecento militari a cavallo che allestirono un ospedaletto da campo tra gli alberi del parco ducale. Alle prime luci dell'alba la campagna fu posta in stato di assedio.
Perché mai quel poderoso dispiegamento di forze? Cosa passava nella mente degli ufficiali? Con quali ordini erano venuti? Si chiedevano, perplessi, i contadini. [...]
Ma i figli di cosi nobile tradizione di lotta per la terra e per la libertà, stavolta, continuavano a resistere nelle loro postazioni, evitando, tuttavia, ogni gesto che potesse provocare l'intervento militare. Dal canto suo il comandante in capo dei militari non tardò a rendersi conto in quale sacca di arretratezza sociale era capitato ed a capire le cause che avevano portato all'esasperazione quei lavoratori della terra; evitò quindi di esacerbare ancora di più i loro animi.

Lo sciopero ebbe termine quando fu comunicata e garantita ai contadini, da parte degli Organi responsabili, la decisione di dare finalmente corso all'applicazione del provvedimento di scorporo. Ciò nonostante si dovette aspettare il Settembre del 1963 perché si procedesse alle prime assegnazioni dei terreni espropriati al duca.
Negli anni immediatamente successivi, 1964-66, altri appezzamenti del grande feudo, sfuggiti praticamente al provvedimento dell'esproprio, vennero venduti dal duca ai contadini con le agevolazioni di acquisto previste dalla legge per la formazione della piccola proprietà contadina.
Si realizzava, finalmente, un sogno antico: i contadini di Bronte e Maletto non sarebbero più andati al castello per baciare la mano a Lord Bridport.
[L'articolo, a firma di Salvatore Musumeci, è tratto dal "Il Gazzettino", n. 29, Sabato 9 agosto 2008]


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La Ducea inglese ai piedi dell'Etna
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