|
(Cronaca di Franco Pezzino) Testi e foto tratti dal libro di Franco Pezzino «Il lavoro e la lotta – Operai e contadini nella Sicilia degli anni 40 e 50». Edizioni C.U.E.C.M., Catania, 1987
Poco prima dell'alba del 5 marzo 1956, così come avviene ogni mattina, dall'areoporto di Londra partivano, diretti in tutto il mondo, gli aerei che trasportano i giornali inglesi, gli autorevoli organi della borghesia britannica. Nitidamente stampato sulla sottile carta velina dell'edizione destinata all'estero, il «Daily Telegraph» di quel giorno recava notizie dalla Sicilia e informava i suoi fiduciosi lettori che Lord Bridport, duca di Bronte e benefattore del popolo siciliano, aveva recentemente confessato che «la sua popolarità tra i suoi contadini lo imbarazza» dato che essi sempre «insistono per baciargli la mano».
Ignari di tutto ciò e della gratitudine da essi dovuta a Lord Bridport, esattamente nello stesso giorno e nello stesso momento i contadini di Bronte, Maletto e Randazzo si preparavano a una manifestazione sulle terre del duca, la quale però, per quanto ciò possa dispiacere agli zelanti redattori del «Daily Telegraph», non aveva precisamente lo scopo di andare a rendere l'omaggio di un solenne e collettivo baciamano feudale e romantico all'erede di Lord Orazio Nelson, ma quello, assai più prosaico, di chiedere la sua immediata estromissione dalle terre della Ducea, da oltre un secolo e mezzo usurpate ai loro padri e oggi soggette alla riforma agraria.
Nel chiarore incerto dell'alba, nel quale, spente ormai le poche lampade dell'illuminazione stradale, cominciavano ad affiorare dall'ombra i profili delle case, mentre il sole non era ancora apparso sull'orizzonte, un intenso scalpiccìo si avvertiva nei vicoli e nei cortili di Bronte, e poi nelle vie del centro, sulla piazza dell'Annunziata, sulla strada provinciale che conduce Maletto. Da porta a porta era un bussare discreto, un avvisarsi cambievole: «Alzati è tardi, è ora di andare». «Vediamoci tra poco, alla Barriera».
C'era stato il comizio in piazza, il giorno prima, e poi l'assemblea della camera del lavoro e alla sezione comunista, e si era convenuto sulla necessità di manifestare nuovamente con forza la volontà di ottenere la terra. Le esitazioni degli incerti, i quali obiettavano che le occupazioni di terre si erano sempre fatte nel mese di settembre e che ora, invece, eravamo nel mese di marzo, erano state vinte in accalorate discussioni alle quali decine di braccianti, di contadini poveri avevano partecipato. E così la notte i più attivi dirigenti della lega braccianti, delle sezioni comunista e socialista, dell'unione contadini, avevano dormito appena qualche ora e alle due del mattino erano già in piedi, avevano cominciato a bussare alle porte dei compagni. E ognuno che si alzava svegliava altri così come è ormai costume, in Sicilia, nelle grandi giornate di lotta.
Alla Barriera si è in pochi, alle cinque. Ma poi, a poco a poco, dalla strada provinciale, dalla strada della stazione cominciano a venire, isolati, a gruppetti, i contadini. Molti recano con sé i loro muli alti e robusti, capaci delle grandi fatiche che ad essi si richiedono in queste zone di montagna. Alle sei lo stradale provinciale è ingombro di uomini a piedi, di muli, di biciclette, di carretti. È una folla. La gioia è negli occhi e nelle parole di tutti. La manifestazione riuscirà. «Noi siamo tanti e lui, il duca, è uno solo: noi vinceremo la nostra lotta». «Avanti le bandiere, poi i ciclisti, poi gli uomini a piedi; i muli dietro». Lentamente, ordinato, solenne e lunghissimo si forma il corteo. Sono più di millecinquecento. Le bandiere rosse e tricolori, la bandiera della pace, garriscono al vento, e si inizia la marcia.
Sono i figli del fiero popolo di Bronte, geloso della sua libertà, di quel popolo che contro i governanti che da Palermo lo taglieggiavano di tasse esose insorse in armi nel 1820 e proclamò la propria indipendenza rivendicando le terre usurpate della Ducea e raccogliendo intorno a sé Maletto, Troina, Biancavilla. |