I MOTI RIVOLUZIONARI BRONTESI

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LE GABELLE - I TUMULTI DEL 1636 - I MOTI DEL 1820 - I MOTI DEL 1848 - I FATTI DEL 1860 - 1911: SI BRUCIA IL DAZIO

Cenni storici sulla Città di Bronte

I moti rivoluzionari

Bronte trae origine da un gruppo di casali (erano 24 quelli unificati per ordine di Carlo V nel 1535) popolati da poveri contadini e da pastori, sempre angariati, oggetto di sopraffazioni di ogni genere e perennemente in lotta per l’esistenza.

I suoi abitanti hanno conservato quindi  una natura fortemente determinata, libertaria e raramente disponibile al compromesso, cosciente e gelosa dei propri diritti, che sa all’occasione rivendicare e far rispettare.

Forse non a caso ha dato i natali a chi per primo parlò dei diritti dell’uomo in Italia: il filosofo Nicola Spedalieri, che, a proposito di diritti, scriveva, "più che si vedono conculcati, più si stimano; e, più si stimano, più vivo si sente il desiderio di vendicarli".

E di diritti conculcati il popolo brontese ne ha avuto a iosa:

- secoli di sfruttamento, di vassallaggio e di malgoverno, liti secolari tra il povero Comune e l'Ospedale Grande e Nuovo di Palermo, primo padrone di Bronte dal 1490;

- lotte e azioni giudiziarie contro i discendenti di Horatio Nelson (nuovi e "più raffinati" padroni dal 1799, pronti a difendere i loro presunti diritti e a reclamarne di nuovi);

- continui scontri anche contro gli esattori di Randazzo, che manteneva certi diritti, con i relativi introiti, derivanti dall'antico contestato "mero e misto impero".

In merito è indicativo il lungo elenco riportato dallo storico brontese Benedetto Radice delle angherie, dei soprusi, degli illeciti e delle estorsioni che i poveri brontesi dovevano subire dagli ufficiali che esercitavano il diritto di mero e misto impero.

«Nel secolo XIV e XV  - scrive B. Radice - la vita del piccolo casale come degli altri è ignorata completamente. Manca ogni manifestazione di viver civile.
I villani semiselvaggi, dediti al lavoro dei campi, vivevano sparsi qua e la nell’ampio territorio.
Erano afflitti da guerre, terremoti, carestie e pesti che allora avevano invaso tutta la Sicilia; dai banditi che liberi scorazzavano e infestavano le campagne; da interdetti religiosi che li privavano della comunione della Chiesa per via delle guerre fatte dai re contro i pretesi diritti papali sulla Sicilia; da collette che erano peggio dei banditi e delle cavallette d’Egitto; dalle scorrerie di soldataglie e dalle giornaliere estorsioni e composizioni degli ufficiali di Randazzo.»

Cambiava nel corso dei secoli l'avversario contro cui lottare ma la condizione di vassallaggio e di povertà dei contadini brontesi non mutava mai.

Non è un caso, quindi, che i siano stati anche protagonisti in buona parte dei moti siciliani tendenti ad affermare i principi dell’autonomia e dell’indipendenza:

dalla sommossa del 1636 contro l'oppressione politica ed economica di Randazzo e di Palermo alla ribellione, a fianco di Palermo, contro il governo borbonico del 1820 che auspicava il ripristino della Costituzione siciliana del 1812, ai moti del 1848-1849 (l'anno delle rivoluzioni abortite per l'Italia), a quelli del 1860 (i più tristemente famosi fatti) che procurarono a Bronte l’accusa infamante di "lesa umanità" come sbrigativamente dichiarava Nino Bixio, responsabile artefice di un massacro che soffocò nel sangue l’anelito di libertà da secoli sospirata, per chiudere, infine, con lotte e le manifestazioni per l'applicazione della Legge di Riforma agraria promulgata dalla Regione Siciliana il 12 Dicembre del 1950 ed applicata a Bronte solo dopo oltre un decennio.

Bronte, Piazza d'armi
Primi anni del 1900: un gruppo di soldati si riposa in uno spiazzo sito all'ingresso del paese.

«Le istanze di libertà movevano nel comune di Bronte da con­di­zioni in parte diverse da quelle di altri paesi, che pure si sol­leva­rono, del circondario. Da più di tre secoli Bronte lottava per i suoi diritti: fin dal 1491, anno in cui Innocenzo VIII aveva fatto, a dan­no del comune, larghe donazioni; an­cora più lar­ghe, e più pe­san­ti per i brontesi, rese da Ferdi­nando I nel 1799.
Il territorio del comune si era assottigliato fino a sparire sot­to le pretese, cavillose e crescenti, dell’Ospedale Grande e Nuo­vo di Palermo prima, e dei duchi di Bronte (che erano, co­me è noto, gli eredi dell’ammiraglio Nelson: e sono) suc­cessivamen­te.
Pesantissime erano le decime eccle­siastiche, tramutate si nel tempo in canoni.» (Leonardo Sciascia, I fatti di Bronte)

Scrive Vincenzo Pappalardo che «i dati del 1756 dicono che la pro­prietà feudale ammonta al 90,48%, distribuita in terre che ap­partengono all’Ospedale di Palermo, ma anche al mar­chese delle Favare (Foresta Vecchia e Cattaino), al duca di Carcaci (Pla­ca), al principe di Cutò (Bolo).
Il rimanente 9,52 % è di proprietà allodiale, cioè borghese, quan­tunque i piccoli proprietari fossero tenuti al pagamento di censi e canoni al feudatario.
Quanto fosse drammatica la situazione del demanio è detto dal computo del patrimonio totale, che vede Bronte proprietaria di appena lo 0,99%,  in­tendendo per esso la somma dei beni mobili, immobili e del­le rendite. Anche l’Etna fece la sua parte, spazzan­do quei boschi che nella vicina Maletto continuano ancora oggi a dare le noci, le castagne, le mele e le pere selvatiche, con le quali i contadini che le piantarono trovarono per secoli cibo per l’inver­no e un surrogato alla farina per impastare il pane.» (La Ducea di Bronte, Postfazione)


LE GABELLE

Oltre alle carestie, alla malaria, alle pestilenze di ogni genere, all'Etna ed ai ladri che infestavano le campagne, i brontesi, veri vassalli, furono costretti a subire per secoli anche numerose angherie, prepotenze e vessazioni di ogni tipo ma sopratutto le gabelle e le decime (decima parte del raccolto o di di altri prodotti), imposte con la forza dai vari padroni succedutisi nei secoli (la chiesa, poi l'Ospedale grande di Palermo e, dal 1791, Nelson ed i suoi discendenti).

Pagava sempre la povera gente, i ricchi ne godevano i vantaggi e gli introiti andavano in massima parte, quasi la metà, alla Chiesa o alla Gran Corte, cioè al governo di allora od ai "pii" rettori dell'Ospedale : "paga della università (della città di Bronte) alla R. corte et donativi et laude", onze 300 su 630 di introiti nel 1607; il resto veniva distribuito in poveri salari agli addetti ai pubblici servizi ed a spese quasi ridicole: salario all'organista (8 onze), "al detentore che tiene i libri" (2 onze), al tesoriere o "alla persona che governa l'orologio" (3 onze), elemosine, scascio ai preti, spese di giudizi e... anche una quota a chi andava a pigliare l'olio santo ...a Monreale (2 onze).

Ad imporre gabelle avevano iniziato i conquistatori Arabi quando nell'anno mille invasero la Sicilia: «I Mu­sulmani, scrive B. Radice - oltre il Khârag "tassa fondiaria", sottoposero pure i vinti, detti dsimmi (vassalli umiliati), al pagamento della pia, tassa per l'esercizio del culto e per essere lasciati nel possesso dei beni.»

«Nonostante però la miseria, le carestie, i dazii, - continua riferendosi ai secoli seguenti - anche la fede traeva dalle tasche dei fedeli altro denaro a beneficio della santa crociata in auxilium et subsidium regiae classis contra turcos et infideles

Vi diamo alcuni esempi delle tante gabelle in vigore a Bronte dal 1500 al 1700 alcune riportate dallo stesso storico nelle sue Memorie storiche di Bronte (Bronte, 1926):

del macinato
o della macina
La gabella colpiva il frumento e tutti quei generi portati al mulino per ridursi in farina: "consiste che si paga da ogni persona che macina tarì 4 e grana 16 per ogni salma di frumento, orzo e segala". La "classica" tassa sul pane di infausta memoria.
(un "grano" corrispondeva a lire 0,02 del 1862, un "tarì" a lire 0,42 ed un "onza" a lire 12,75).
del salame "La gabella del salame consiste pagarsi tarì tre per ogni barile d’ogni cosa salata, tarì sei per ogni carico di pescame e tarì uno per ogni cantaro di formaggio, et tari uno per ogni rotolo d’oglio ed altre minuzzarie".
della carnedetta anche del macello o della bocceria ("consiste che si paga grana 2 per ogni rotolo") che comprendeva la privativa del macello (jus macelli e jus scannagi) e quella della vendita della carne.
del vinoCome la privativa della carne: solo il gabelliere del padrone poteva vendere vino al minuto, gli altri per vere tale facoltà dovevano pagare una tassa al gabelloto.
della panetteria
o del pane
"La gabella della panetteria consiste in zagato di non potere fare pane, nè altra cosa di pasta cotta nessuna persona senonchè li gabelloti e suoi sugabelloti con aggregazione di grana 10 per tumino di formento che si smaltisce".
della statia (o della stadera, jus statere seu celandre ponderature, una delle più antiche gabelle introdotta dall'Impertore Federico) che colpiva la vendita all'ingrosso delle merci che dovevano essere pesate con le stadere e altre misure regie.
del maldenaro
o mal tolto
(male tollectum)

"La gabella del maldinaro consiste di pagarsi tarì uno per salma, così del frumento che dell'orzo, ed altri ligumi, tarì uno per onza del bestiame che si vende, ed ogni altra cosa, così commestibile, come potabile, e dell'estrazione di ogni cosa, et uno per ogni libra di seta".
La tabella era detta "maldenaro" perchè odiata da tutti. Veniva tassata anche la neve ghiacciata che i brontesi prelevavano in estate dalle pendici dell'Etna e portavano a Bronte ("per ogni rotolo di neve, grana due"). Questa gabella era stata istituita dal Comune nel 1651 per poter pagare gli interessi di un mutuo ottenuto dall'Ospedale Grande e Nuovo di Palermo per l'acquisto del diritto di Mero e Misto Impero dal Re. Purtroppo una devastante eruzione dell'Etna avvenuta quell'anno arrecò tali danni al patrimonio brontese da non poter pagare il mutuo e l’Ospedale traendo profitto dalla disgrazia s’impossessò di tutti i beni del Comune. Dieci anni dopo, nel 1661, e nel 1716, si pervenne ad una transazione, con la quale Bronte si obbligava al pagamento del suo debito e l'Ospedale alla restituzione dei beni distratti. Del mutuo insomma non se ne parlò più ma la tassa del maldenaro rimase in vita ancora per alcuni secoli.

del formaggio Colpiva la vendita di formaggio o ricotta (e anche il vino) fuori del territorio: "consiste di aversi a pagare per ogni persona che vende formaggio fuori il terriere tarì tre per cantaro (80 Kg.) e tarì uno grana dieci per ogni cantaro di ricotta e similmente in caso d’estrazione"
della caccia"La gabella della caccia consiste di non potersi uscire nessuna sorte di caccia, aggregata a detta gabella tarì uno per ogni carico di petra s’estrae".
della fogliame

"La gabella della fogliame consiste d’avere a pagare d’ogni sorta di cosa d’ortaggio grana due per tarì".

del mortigioo dei mortizzi o delle primigie, imposta fin dal 1616 su ogni famiglia. Era riscossa direttamente dal Comune «per risparmiare al prete riscotitore qualche legnata». Anche quando si moriva non c'era pace, la morte era tassata: la gabella, infatti, non era altro che un contributo forzato a favore del clero per il seppellimento dei cadaveri e l'accompagnamento "vestiti di cotta" al cimitero: "si pagava tarì tre per ogni fuoco, per avere diritto, dopo morte, di essere associato alla chiesa" (solo nell'Aprile del 1880 il Comune iniziò a costruire il Cimitero).
La Gabella, odiata dalla popolazione brontese, pur abolita da re Ferdinando nel 1781, continuò ad essere riscossa per quasi tutto il XVIII secolo.

Niente sfuggiva all'occhio rapace del fisco. Nel 1718 l'Ospedale Grande e Nuovo di Palermo riscuoteva a Bronte anche le decime «dei musti, dei formaggi, dei cereali, dell'oglio» ed anche «del legno morto» e «delli porci» e per rientrare delle spese notarili anche «la gabella del maestro Notaro». E si poteva finire in carcere anche per un pò di neve: nell'agosto del  1774 «tale Ignazio Vellino, malettaro» era arrestato per contrabbando di neve presa ai piedi dell'Etna, nella Cagnera del Leone del Feudo della Nave, senza aver corrisposto la relativa gabella ai "pii rettori" dell'Ospedale.

Oltre a queste numerose e fantasiose imposizioni fiscali, per mungere e tosare in modo completo i poveri contadini e i pastori brontesi, la mente fine degli "ufficiali" del fisco aveva inven­tato

- la tassa sull'aratro ("tarì cinque per ogni aratro o pertica", una specie di imposta sugli strumenti indispensabili per il lavoro dei campi), quella sul carbone o sulla legna,

- la gabella della Dogana (per le merci d'importazione),

- quella dell'Uscitura (o Exitura, un dazio sulle merci esportate),

- la gabella dello Zagato (o della potia, diritti di "privativa" per poter vendere salami, formaggi, olio e persino il pane, in tempi di carestia),

- della buona tenenza (sul possesso di beni stabili, una specie di tassa sul patrimonio) e anche tasse per il trasporto dell'olio santo da Monreale, per l'elemosina del predicatore,

- e le Collette, imposte, prima straordinarie da riscuotersi in pochi casi (matrimonio delle figlie e sorelle del re, incoronazioni, invasioni), ben presto trasformate in ordinarie (si riscuotevano praticamente ogni anno).

«Nel 1443  - scrive il Radice - per la colletta straordinaria detta delle usure contra tutti usereri, tagliaturi, e falsaturi di moneta o meglio per il bisogno che il re aveva di denaro, Bronte fu tassato in onze tre; altre onze tre pago per la colletta ordinaria dello stesso anno.

Nel 1646 pagò onza una e tarì sedici, più per li cambi et spisi di lu ambasciaturi tarì nove e grana dieci, e per complimento et contingenze dict brachii militaris tari dieci e grana.»

E nella seconda metà del 1700 i rettori dell'Ospedale Grande e Nuovo di Palermo, i padroni di Bronte del­l'epoca, riuscirono a tassare anche i forestieri con «il diritto di grana 1 sopra ogni cavalcatura degli esteri molettieri che saliscono e scendono da Bronti» (foto a destra, tratta dall'Archivio storico Nelson).

Alla fine, non avendo più nulla da tassare, si riducevano d'autorità i salari e si annullavano le spese per le opere pubbliche.

Così il nel 1645 - continua il Radice - il Comune stabiliva che:

«1. si discali il loero (pigione) della posata (la posata o pusenta, era il dritto degli ufficiali del regno di albergare gratis, quando venivano in Bronte);
2. che l’orgo (l'orzo) si venda al zagato;
3. che non si facciano più domande per licenze d’acqua, strade, bastardetti, pellegrini;
4. che si paghi solo l’ele­mo­sina di una messa da dirsi nella chiesa Madre;
5. che il salario dei giurati, da onze sei, si riduca ad onze quattro ogni anno; il salario dell’organista da onze diciassette ad onze sei. Infine si abolisca il salario dall'avvocato.»

Il povero Comune, poi,  oltre alle «elemosine» e cioè alle contribuzioni in denaro e generi vari (carne, frumento, legna, carbone) concesse ai conventi del paese in occasio­ne di feste e ricorrenze religiose, doveva pagare pure «lo scasciato» (o scascio): un contributo cor­risposto ai sacerdoti, chierici e diaconi ritenuti dalla legge persone privile­giate, non soggette a pagare imposte. Ed erano veramente tanti: si pensi che nel 1681 su una popo­lazione che non superava le diecimila unità, esistevano 47 sacerdoti, 5 diaconi e 27 chierici.

«La tabella dei conti del 1681/82 - scrive Vincenzo Pappalardo - mostra come, con lo sca­sciato e le elemosine varie, il 13,9% degli introiti comunali fosse appannaggio del clero» (Un destino feudale in La Ducea di Bronte di A. Nelson Hood, Bronte, 2005).

E - concludendo con il Radice - «come il secolo XVI, così finiva il secolo XVII: tasse, tas­se, tasse; nessuna opera pubblica: nè strade, nè acqua e il popolo pagava. Gli Spagnuoli non sapevano fare che mungere e tosare di prima e di seconda mano.

Si può ripetere l’epigramma che Francesco Longano ricorda nel viaggio per il Molise e la Capitanata:

Se tosan un po’ più le pecorelle
Gli uomini in breve si potran dipingere
Non senza panni no, ma senza pelle.»

Giova infine anche ricordare gli altri balzelli inventati dagli amministratori inglesi che dal 1799 reggevano l'immenso feudo della Ducea (benevolmente regalato a Horatio Nelson da Ferdinando I):

«Gli amministratori inglesi dissotterrano un polveroso armamentario di jus, gabelle, pedag­gi e angherie varie da far invidia alle pagine più sinistre dell'oscurantismo medievale.

I feudi di Fioritta, Mangione, Tartaraci, Casitta, le masserie del Roccaro con le difese e terre comuni seminate vengono esclusi dai tradizionali usi civici; viene inoltre introdotto uno jus pascendi, fino a 16 tarì per centinaro, un diritto di sorta per gli animali pascolanti nelle stoppie.

Dal forziere degli orrori vengono persino riesumati i balzelli in natura: un mondello in frumento per ogni vacca lattante, la decima sui caci e sui suini.»

Nel 1850 veniva inventata anche una "tassa sulle aperture" (balconi o finestre e ingressi di bottega).

Quando poi le "gabelle" cambiarono nome e presero quello di "dazi" e, nel 1911, si tentò l’istituzione di nuovi balzelli (“sul carburo di calcio, mobilia ed altri oggetti manifatturati”) e di aumentare quelli sul vino, il mosto ed il pesce e di istituire un deposito “corrispondente al dazio di ogni animale da allevarsi dentro la cinta muraria” (e cioè lire 50 per ogni animale bovino, L. 12 per ogni suino e L. 2 per ogni pecora o capra), il popolo brontese non ne potè più e, in due ore di vera follia, distrusse e  brucio tutti i "casotti" del dazio posti alle entrate del paese.

«... E cadevano contravvenzioni (generalmente per eva­sioni al balzello del macinato e quasi sempre con­vertite in carcere), pignoramenti per usure non pagate, tassazioni arbitrarie, accuse di furto (di solito per le­gna raccolta nei boschi ducali o comunali). (...)

Per dare un'idea di come si procedeva nelle tassa­zio­ni, stralciamo da due ricorsi:

«Come si poté tassare il supplicante per once due e tarì quindici quando i primari del paese, e special­men­te i decurioni, possessori di gran vigneti e pos­ses­sioni si trovano tassati per pochi baiocchi, men­tre dovevano essere significati in una grandiosa somma?»

«Giuseppe Minio Basciglio viene di sentire di essere stato considerato nel ruolo del vino e vino mosto. Rie­sci­rebbe troppo lunga voler raccontare la industrio­sa maniera per vivere la vita con la sua famiglia. Non pos­siede vigneti, non possiede terre adatte all'agri­col­tura, ma solo si adatta a raccogliere e vendere delle erbe sarvatiche in quella pubblica piazza come ognuno po­trà farne attestato» (aprile 1853).

E quando i guardaboschi della signora duchessa di Bronte o quelli del comune sorprendevano qualcuno a far legna, erano guai grossi: un'ammenda pari al valo­re dell'albero vivo e non della legna, e non meno di un mese di carcere. Si trovano registrate ammende fino a 39 ducati: somma che il bracciante non riusciva a buscare in tutta una vita.»

(Leonardo Sciascia, Introduzione alla ristampa del li­bro di B. Radice Nino Bixio a Bronte, Edizioni Salva­to­re Sciascia, Caltanissetta 1963)

Ducea Nelson, i campieri (1885)
Guardie della Ducea (1885 circa)



I Moti del 1820

Nel mese di Luglio del 1820 a Nola scoppiò un’insurrezione militare che allargatasi di paese in paese echeggiò fino a Bronte, allora rimasta ai margini a guardare. Ferdinando I° delle Due Sicilie, spinto dagli avvenimenti, concesse la Costituzione di Spagna.

A Palermo, il Governatore promise che anche in Sicilia, in quanto parte del Regno, ci sarebbero state delle concessioni politiche. Al plauso dei pochi si unirono grida ostili, si videro sventolare coccarde tricolori e nastri gialli, quest’ultimo simbolo dell’autonomia.

La Sicilia orientale accettava la Costituzione liberale già in vigore a Napoli e si schierava quindi contro Palermo che, desiderando monopolizzare il potere politico perché dimenticata dal Governo di Napoli, gridava all’autonomia e all’indipendenza ed invocava la Costituzione siciliana del 1812 di sapore inglese.

Bronte dipendeva da Catania (sostenitrice di Napoli) e dalla vicina Adernò, centro di operazioni militari del Principe della Catena, giungevano continue minacce.

A Bronte i "baronelli" (i possidenti, i feudatari) erano fedeli al Borbone come pure il clero che deteneva finanza e cultura.
Anche i "Ducali" lo erano, dal momento che gestivano e condizionavano l’amministrazione comunale. Il sindaco Gioacchino Spedalieri, tentava la via della neutralità e del temporeggiamento ricevendo emissari sia da Palermo che da Catania ora con fasce tricolori e gialle, ora con fasce di altri colori.

Tra la massa brontese serpeggiava una certa speranza ed ansia di libertà soprattutto per scrollarsi dal giogo di restrizione e di miseria messe in atto, sulla loro pelle, dai "ducali", con metodi feudali.

Da Catania furono inviate forze governative che presero posizione sul colle San Marco e iniziarono a scorazzare per le campagne e fino alla periferia dell'abitato.

Fecero saccheggi, continue incursioni  e violenze di ogni genere: molti brontesi furono imprigionati, uomini e donne; fu uccisa una donna incinta e vennero violentate due bambine di dieci anni, una delle quali morì per le sofferenze.

Alla fine il popolo brontese, esasperato, si armò e insorse, al grido di "Viva Palermo, viva Santa Rosalia", ed alzò la bandiera palermitana.

Lo scontro fu violento e sanguinoso, però i borboni vennero messi in fuga con gravi perdite. Con l’arrivo del Generale Pepe e la capitolazione di Palermo (il 5 Ottobre) anche a Bronte sventolò bandiera bianca.

Il 29 dello stesso mese i rappresentanti del Comune giurarono la Costituzione di Napoli, anche se con l'intenzione di rimangiarsi il giuramento appena possibile.

«Con lo sbarco di Florestano Pepe a Messina, le sorti della lotta per l’indipendenza, già compromesse dai dissidi tra le città siciliane, dovevano del tutto rovesciarsi in favore del governo di Napoli: ma restava ai brontesi il vanto di aver respinto e volto in fuga vergognosa le truppe, circa 2000 uomini, del principe della Catena; oltre all’esperienza di quel che effettivamente valesse, a far gli interessi del popolo e ad osservare costanza nelle idee e nei sentimenti, la loro classe dirigente.

Molti popolani, inoltre, facevano esperienza, in quelle giornate, di metodi e capacità di guerriglia e di comando: e tra loro il muratore Rosario Aidala, che poi capitanò la rivolta del ‘60 (e aveva preparato un piano di resistenza, nel ‘60, che se si fosse venuti al fuoco, il colonnello Giuseppe Poulet prima, e Nino Bixio dopo, avrebbero avuto del filo da torcere).»

(Leonardo Sciascia, I Fatti di Bronte)

 

I Moti del 1848

Pio IX, salito al trono di Pietro nel Giugno del 1846, come primo atto di liberalità concesse l’amnistia ai condannati politici.

Tale gesto spiazzò principi e duchi dei vari stati che si videro costretti in qualche modo ad allentare i freni dell’assolutismo e a concedere riforme (salvo poi ritirarle).

Ferdinando II rimase sordo e ostinato alle invocazioni di riforme e di libertà (di opinione, di stampa, di parola) che "l’amata popolazione" richiedeva.
Nel Gennaio del 1848 si sollevò Palermo e successivamente Catania, Messina e Agrigento.

Intanto, con delibera dell’Aprile dello stesso anno, il Parlamento Siciliano dichiarava decaduto il re borbonico Ferdinando II e la sua dinastia.

Tali idee di libertà e di indipendenza arrivavano anche nei piccoli centri e così anche a Bronte si inneggiò al Papa liberale, alla Costituzione e nel contempo si formò un Comitato, formato da trenta persone, presieduto da Vincenzo Meli. Inesperto e timoroso, il Meli chiese istruzioni al Marletta, presidente del Comitato di Catania, che gli raccomandava l’ordine pubblico, il rispetto delle persone e della proprietà e che ogni atto contrario sarebbe stato severamente punito.

Per il popolo brontese, l’ondata di libertà significava: abolizione della tassa sul macinato, ribellione alle autorità borboniche (identificati nei "ducali"), divisione delle terre ed anche il pretesto per portare alla luce antichi rancori.

Così il 23 Aprile, al suono delle campane, il popolo tumultuante si riunì e si diresse a Maniace e invase la Ducea per ottenere la divisione di  vigneti e terre fra i contadini.

Non mancarono fucilate serotine e ferimenti ma non venne sparso sangue, dal momento che i "ducali" si eclissarono e i danni si limitarono a furti e scassi di magazzini. Poi tutti, piantati pali e paletti di confine, tornarono felici e contenti di possedere un pezzetto di terra e di aver finalmente spodestato la Ducea dei suoi beni.

Proteste furono inoltrate dal governatore della Ducea al Viceconsole inglese G. Rose e da questi al Presidente del Comitato di Catania. Seguì naturalmente un ricorso legale ed un'azione penale iniziata dal Duca contro coloro che avevano occupato le terre si trascinò per parecchio tempo.

Finalmente, grazie all’intelligente opera svolta dall’abate Castiglione, che rappresentava il Comune di Bronte al Parlamento Siciliano, il 18 Settembre del 1848 con una specie di amnistia si deliberò che ogni procedimento ed azione penale per quanto accaduto a Bronte tra il 23 aprile ed il 3 maggio fossero aboliti.

L’esito positivo della vertenza per il popolo brontese (i Comunisti) fu motivo di festa e di grande rammarico per i Ducali.

La tensione fra i due gruppi restò altissima. Ferdinando II inviava intanto un nutrito corpo di spedizione al comando del Gen. Filangieri e riconquistava la Sicilia, ristabilendovi l'assolutismo napoletano.

Si ritornava, ancora una volta, allo status quo ante, ma, scrive il De Luca "vi rimase sepolto gran fuoco, che nel 1860 divampò orribilissino".

A proposito della restaurazione del ’49 nasceva il motto "calati juncu ca passa la china".

Quattro teste dei nemici …

Una descrizione dei moti, narrati da Gesualdo De Luca, nel 1820 bam­bino di sei anni, frugando nei ricordi:

PADRE GESUALDO DE LUCA«Era scura la notte, e catellon catelloni popolani e campagnoli si appressarono al campo nemico, e si postarono dietro muriccioli a tiro di fucili.
L'alba non era fatta, micidiali rim­bombi e la cupa luce della scari­ca dei fucili destavano l’atten­zione ed il timore, proprii del caso. Io ero stato dai miei con­dotto in un palmento del Corvo, e palpitante scappai a guardare. Schiarito il giorno, il fuoco si fece più vivo"
.
I regi governativi, circondati da più parti, si sbandarono nelle vicine sciare: "…infelici non potevano correre, raggiunti dai vittoriosi, correnti come daini, erano trucidati».
I popolani «…fecero ritorno al paese, portando infilzate ai fucili quattro teste dei nemici, che …deposero sulla piazza
Poco dopo mezzogiorno tutto era finito.

 

BRONTE NELLA RIVOLUZIONE DEL 1820

L'analitica descrizione dei fatti nella monografia di Benedetto Radice (tratta dal II° volume delle Memorie storiche di Bronte) in formato
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La tradizionale devozione alla Madonna Annunziata ci tramanda un leggendario episodio avvenuto durante lo scontro tra soldati e bron­tesi nella rivolta del 1820

 

Bronte nel 1832. L'immagine è un particolare del quadro che Giuseppe Politi dipinse nel 1832 durante la terribile eruzione dell'Etna di quel pe­riodo. Il dipinto, deteriorato dal tempo, è poco leggibile ma dà ugual­mente un'idea della Città di Bronte all'epoca dei Moti.

Una antica rarissima foto di una manifestazione dei brontesi in sfilata nella "Strada nazionale da Bronte a Randazzo" (oggi corso Umberto). E' stata scattata nel lontano 1892 in occasione della venuta a Bronte della Commissione per l'elezione a Deputato di Montecitorio di Fran­cesco Cimbali

 

IL '48 E IL '49 IN BRONTE

L'analitica descrizione dei fatti nella monografia di B. Radice (tratta dal II° volume delle  Memorie storiche di Bronte) in
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