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«Contro i dazi
Una feroce manifestazione popolare
Bronte, 8 (Veritas) La Società romana Bianchi-Scaramelli e
Manetti restò aggiudicataria dell’appalto del dazio consumo di Bronte
per L. 81057,50.
Il 1. gennaio s'immisero in possesso si vociferò – affermato poi dagli
impiegati daziari - che i proprietari degli animali che venivano
allevati dentro la cinta daziaria, dovevano depositare lire 50 per
ogni animale bovino, L. 12 per ogni suino e L. 2 per ogni pecora o
capra.
Per tale innovazione, nell'animo del popolo si fece strada un
senso d’indignazione ed il popolo si recò a protestare dal sindaco e
dal delegato. Le blande promesse non soddisfecero la popolazione, che
cominciò a preparare una manifestazione popolare.
Il Movimento
Difatti nelle prime ore del mattino si avvertiva un insolito
movimento di vicini assembramenti di persone che discutevano
animatamente e facevano prevedere qualche seria burrasca. Verso le ore
15 si videro un centinaio di contadini fermati d’innanzi la sede del
Circolo democratico liberale; ma poco dopo quel centinaio di persone
si aumentò al migliaio e chiesero che venisse loro data la bandiera.
Abbasso i dazi!
A viva forza entrarono nella sede del Circolo e trovata la
bandiera, se ne impossessarono, mettendo il socio Petralia
nell'impotenza, sol perchè cercò di opporsi.
Al grido di: Abbasso
i dazi! la folla si incamminò per la via Umberto I e,
giunta presso la sede del Circolo Agrario, vista sventolare la bianca
bandiera, la chiesero, ed ottenutala, dopo aver rotto i vetri del
circolo medesimo, portarono la bandiera sulla via, la fecero a pezzi,
gridando: Abbasso i preti!
Quindi si portarono al Circolo agricolo, s'impossessarono della
bandiera e via di corsa gridando: Abbasso i dazi!'
La forza sbandata della folla!
La folla, sempre ingrossando, si recò al Circolo dei civili a
chiedere la bandiera. S'impegnò una colluttazione; ma dopo aver rotto
i vetri, ottenne la bandiera e si recò nella sede dell'Unione
popolare, ove trovò schierata una compagnia di soldati con a capo il
delegato Franco.
Il popolo, vistosi ostruito il passo, impegnò una
lotta con i soldati e ad onta degli squilli suonati, prese d'assalto
il circolo, ruppe i vetri, i tavoli e le sedie e si impossessò della
bandiera.
Un casotto bruciato!
Quindi, sempre di corsa i dimostranti si diressero al casotto
daziario dello Scialandro che assaltarono rompendo pochi mobili
ivi esistenti, abbatterono lo stemma e ruppero le tegole.
Sopraggiunti
i soldati, s’impegnò un nuovo pugilato ed una fitta sassaiuola tra
popoli e soldati, ove rimasero feriti di baionetta i cittadini Antonio
Lazzaro, inteso Porco; Nicolò Proto ed altri di cui non si
conoscono le generalità.
Sbarrato il passo si avviarono per la volta
del casotto daziario Salice. Ivi giunti, trovata chiusa la
porta scoperchiarono il tetto. A questo punto partì un colpo di
fucile, che dicesi abbia ferito certo Franco Francesco di Giovanni.
Rotti i pochi mobili esistenti nel casotto i dimostranti si
incamminarono per la volta dei casotti daziari San Nicolò, Lo Vecchio,
Stazione ed altri, incendiando tutto quanto loro si presentava e
gridando
Abbasso i romani! abbasso i dazi!
In questo momento perdura ancora l’agitazione ed il popolo can le
bandiere percorre le vie del paese, gridando:
abbasso i dazi; non
vogliamo più barriere daziarie!
Il delegato ha chiesto rinforzi,
temendosi altri disordini.»
Un altro articolo di Veritas (datato 9 Gennaio)
pubblicato il giorno 11 dal “Corriere di Catania” così integrava e
commentava l’accaduto: «Conseguenze e responsabilità dei vandalici moti popolari
Bronte, 9 (Veritas) II paese è sotto l’impressione
incresciosa dei modi vandalici dei quali vi scrissi nella mia
precedente.
Il popolo in preda all'ira brutale e sanguinaria, seguì la
manifestazione fino le ore 21, lasciato in completa libertà dai
funzionari di P. S.. Smise di tumultuare e di distruggere solo quando
tutti i casotti daziari furono distrutti e bruciati tutti i mobili e
le poche masserizie che ivi si trovavano.
I feriti finora conosciuti
sono circa otto, ma ancora non si sa il numero preciso, stante che la
maggior parte dei dimostranti, temendo di essere arrestati, si diedero
alla latitanza.
Questa notte si sono operati circa 15 arresti, ma se ne prevedono
molti altri.
Il contegno della forza pubblica mancò di attività; il delegato che
aveva saputo della manifestazione da farsi, aveva tutto il tempo
possibile di prevenirla ed invece di allineare sotto la casa del
sindaco i pochi soldati avrebbe dovuto tutelare i casotti daziari, che
erano i locali presi d'occhio dal popolo tumultuante.
Si deplora il
contegno provocatore del delegato che affrontò con la rivoltella in
mano il popolo volendogli togliere una bandiera, mentre una di esse fu
dal delegato stesso data, motivo per cui la fitta sassaiuola e la
carica alla baionette ordinate ai soldati sul popolo. Si lode il
carattere pacifico del maresciallo dei carabinieri.
Ha indignato molto il procedere di certi funzionari mezze coscienze,
che vogliono mettere in giro la voce che sobillatori furono i capi del
partito democratico in genere ed il Circolo democratico liberale in
ispecie, quando la loro missione, con soddisfazione di tutta la
cittadinanza, è quella di trovare i veri sobillatori, darli in potere
alla giustizia; e questi siamo certi che si troveranno, se si avrà
cura di fare una severa corretta istruttoria, lontana dal fallaci
rapporti della P. S., si troveranno facilmente se si riguarderanno chi
furono i capi dimostranti di ieri.
Oggi partirono alla volta di Bronte 50 soldati e 20 carabinieri, oltre
al vice pretore per procedere ad un’inchiesta. L'avv. Saitta appena
informato dei fatti, si è recato a Bronte.»
Gli interrogativi del
"Corriere di Catania"
Tre settimane dopo il “Corriere di Catania” tornava ancora
sui Fatti dell'8 Gennaio con un lungo articolo nel quale puntualizzava
le responsabilità anche politiche dell’accaduto. sindaco dell'epoca
era il Pace De Luca Vincenzo:
«Ancora sui moti popolari di Bronte
[…] Ora si domanda: Se queste voci non erano un mistero per
nessuno, se dal Sindaco si recarono commissioni di macellai, di caprai
e di contadini che volevano essere illuminati nelle pretese dei nuovi
appaltatori; come va che il Sindaco, poco curandosi di questo
movimento nulla disse e nulla fece per dichiarare erronee quelle voci
messe in giro?
Per quali ragioni il detto sindaco che aveva lo stretto obbligo di
cooperarsi a calmare gli animi ed a mettere la pace nel paese, alla
vigilia dell'8 gennaio partì per Catania e tornò in paese quando già i
moti vandalici erano cominciati?
Perchè il sindaco appena tornato da
Catania non credette conveniente e doveroso presentarsi al popolo
tumultuante per fargli comprendere che quanto gli era stato insinuato
era falso?
Il sindaco, invece preferì andarsi a barricare in casa e farsi
guardare dai pochi soldati che si trovavano in paese, dando agio al
popolino di tumultuare liberamente senza ostacolo di sorta ed
incendiare i casotti daziari.
Perchè il delegato di P. S. Franco, che pure non ignorava l'agitazione
creatosi nel paese, non fece primo di domenica venire in Bronte un
buon nucleo di forza pubblica che avrebbe certamente messo i
facinorosi nella impossibilità di nuocere?
Perchè il detto delegato Franco invece di mettere quei pochi soldati a
custodia della casa del sindaco e della propria, non curò di
piantonarne i casotti daziari per impedirne la distruzione?
[...]»
(Corriere di Catania, anno XXXIII, n. 22 del 22
Gennaio 1911, Direttore On. Giuseppe De Felice Giuffrida) |
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Una scolaresca brontese nel 1905 Tre ore di anarchia a Bronte
«L'ASSENZA DELLE AUTORITA-
Ragazzi che bruciano adulti che guardano
Sono giunto a Bronte 24 ore dopo i disordini. Il Paese era
tranquillo. Le strade spopolate o quasi. Solo, qua e là, un piccolo
capannello di uomini dall'ampio tabarro azzurro e qualche donna
sgattaiolante, accucciata nei poetici orientali manti bianchi.
Qualche pattugliane rinforzato di carabinieri e soldati è l'unico
segno esteriore dei disordini.
La poca gente che è per la strada parla sommessa, quasi abbia paura di
far sapere la parte presa nel fattaccio, il quale, però, dopo una
rapida inchiesta che ho potuto compiere è ridotto a mitissime
proporzioni; ma certo non per volontà o capacità delle autorità.
Perché, a dire il vero, una buona parte di quello, che, avvenne è
dovuto alla incuria delle autorità locali.
La storia che diede origine ai disordini è breve. Fino a qualche tempo
addietro i dazi di Bronte erano appaltati a una ditta locale per 65
mila lire circa all’anno. Poco tempo fa, in seguito ad asta pubblica,
vennero concessi alla ditta Scaramella Manetti per la somma di 81 mila
lire. La nuova ditta, entrando in possesso, manifestò l'idea di
emettere, come per legge, le bollette di allevamento.
Questa notizia, conosciuta dai contadini, fu ritenuta, per equivoco
una nuova tassa sul bestiame e destò le ire generali, tanto che una
commissione si recò dal delegato per ottenere dei provvedimenti per
evitare la pretesa iattura, provvedimenti che sarebbero venuti
favorevoli, perchè, come mi ha riferito una persona al corrente dei
fatti, se il se il sindaco avesse avvertiti i concessionari che per il
passa non erano state emesse le bollette di allevamento, avrebbe messa
a tacere la pratica relativa.
Il più grosso rancore covò nel grezzo animo dei contadini, che nei
nostri centri, non sono istruiti e che, specialmente a Bronte vantano
nelle loro tradizioni la famosa insurrezione antitaliana, scoppiata al
grido di classe: A morte i cappelli, nel 1860.
(…)
Non ci fu un uomo di coraggio che osasse arringare quegli sconsigliati
e metterli sulla diritta via!
Un esaltato, avrebbe potuto far bruciare quei cervelli pazzi, far
rizzare le barricate e massacrare tutto un paese: non sarebbe neanche
accorso un cane alla difesa.
Tanto vero che, come mi hanno dichiarato parecchi signori, appena
ebbero notizia delle proporzioni assunte dal movimento, corsero a
barricarsi in casa e a preparare le armi, per non essere colti alla
sprovvista, come al 1860.
Il sindaco e gli assessori preferirono rimanere in casa: la loro
parola sarebbe bastata a sedare il tumulto.
Solo stamane, l'avv. Saitta Vincenzo, appena saputo a Catania il
fatto, corse col primo treno utile per portare la sua parola di pace e
la sua autorità di cittadino di consigliere, di galantuomo.
(…)»
(Corriere di Catania, anno XXXIII n. 11 del 11 Gennaio 1911)
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Ancora per i tumulti dell'8 gennaio
Bronte, 10 (Veritas) - Ieri, col treno 13 giunse in mezzo a
noi il simpatico amico avv. Saitta, il quale, subito arrivato, si
accinse ad eseguire, un'accurata inchiesta, sulle cause che diedero
origine ai dolorosi fatti dell'altro ieri e da voi ampiamente
riportati. Qui perdura ancora; l'incresciosa impressione dei dolorosi
fatti. E' arrivato, il vice questore, il vice commissario Gueli, 20
carabinieri ed una compagnia di soldati; il giudice istruttore avv.
Chiurazzi.
I danni, gli arresti, i
feriti
ed... il sindaco
I danni cagionati si calcolano ad oltre L. 2000.
Fra gli
arrestati si trovano: Cutrona Agostino, sensale; Mariano Croce,
murifabbro; Reale Giuseppe; Noboli Luigi: Carroccio Giuseppe; Prato
Giuseppe, Petralia Salvatore di Salvatore; Bonaccorso Nunzio; Capizzi
Francesco, Martellino Nunzio Scigano, contadini. Fra gli arrestati c'è
anche una donna, certa Pappalardo Giuseppa. Gli altri sì son resi
uccelli di bosco.
Tra i feriti v'è Catania Salvatore, ferito d'arma da fuoco. Si dice
che sia rimasto cieco d'un occhio.
Il paese protesta contro il
contegno del sindaco Pace che, non ebbe altra premura che quella di
nascondersi bene quando in quel pazzo subbuglio una parola del capo…
del paese poteva essere di conforto ed apportatrice di pace. (…)» |
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La versione dei fatti
raccontata da un altro giornale
Il "Giornale di Sicilia" del 11-12 Gennaio 1911 (anno LI, n.
11), chiaramente schierato a favore dell’amministrazione comunale
e del sindaco dell’epoca Pace De Luca Vincenzo, la volse “in
politica” affermando, in un articolo non firmato, che “taluni
tornacontisti” (i consiglieri d’opposizione, ndr) furono la causa
dei tumulti quando «pentiti del patriottico concorso prestato,
(l’approvazione insieme alla maggioranza della deliberazione consiliare del 5 novembre 1910 che aumentava alcuni dazi e ne
istituiva altri, ndr)
dal quale speravano di trarre chi sa
quali frutti, si diedero ad una attiva campagna contro
la amministrazione.»
Il Giornale di Sicilia, naturalmente, fu
costretto a pubblicare alcuni giorni dopo la vivace smentita dei
consiglieri d’opposizione (avv.
Luigi Castiglione, avv.
Saitta Vincenzo Luca, notaro Leone Cimbali e
Francesco Cimbali,
dottor Nicolò Grisley, Gabriele Liuzzo, farmacista Ignazio
Cannata, avv. Serafino Venia e Schilirò Carmelo) che, nel
richiedere al Sindaco Pace la convocazione urgente del Consiglio
comunale, respingevano sdegnosi l’insinuazione del giornale
affermando: «respingiamo la calunniosa affermazione ed
invitiamo il corrispondente a svelarsi, assumendo fin d’ora
formale impegno che gli concederemo la più ampia facoltà di prova
intorno ai fatti che pretende rimproverarci». Ed augurandosi,
infine, che le autorità tutorie trovassero il tempo di pensare
«…una buona volta, alle sorti di questo disgraziato paese,
abbandonato completamente in mano di gente incapace e priva di
qualsiasi affetto ed amor patrio». |
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