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Dal 29 Luglio al 6 Agosto, una sequenza impressionante di odio di classe e di violenza si abbatté su Bronte. La popolazione, allo sbarco dei Mille era divisa in due fazioni: da un lato i "Comunisti" o Comunali (capeggiati dall'avv. Nicolò Lombardo, decisi a difendere gli interessi del Comune e dei popolani, desiderosi di dividersi i demani comunali ed avere finalmente accesso ad un pezzo di terra); dall'altro i "Civili" o Ducali, amici del Duca Nelson e difensori delle sue prerogative (all'epoca dei fatti la Ducea era nelle mani di Charlotte Nelson-Bridport, nipote di Horatio Nelson, sposata a Samuel Hood, secondo visconte di Bridport). E sebbene fra i due gruppi non si fosse mai venuto ad guerra aperta, pure - scrive lo storico brontese Benedetto Radice - «tramavansi e macchinavansi a vicenda sin dal 1848 atroci calunnie, onde alcuni dei comunisti patirono il carcere. Si calunniavano a vicenda, e nel loro disaccordo, brontolavano i contadini.»
Con decreto del 2 giugno Garibaldi aveva promesso la divisione delle terre, il 14 maggio aveva ordinato lo scioglimento e la ricostituzione dei Consigli civici e la formazione della Guardia Nazionale e con un altro decreto del 17 giugno escludeva dai consigli tutti i favoreggiatori diretti e indiretti della restaurazione borbonica.
Ma a Bronte sembrava non cambiasse niente, tutto restava fermo.
Indette, nella seconda quindicina di giugno si erano svolte le elezioni, e contro ogni previsione e speranza il partito dei comunisti ne era uscito battuto. Invece del Lombardo era stato eletto a presidente del Municipio Sebastiano De Luca, e il Barone Vincenzo Meli, uomo imbelle, a Presidente del Consiglio.
«Questa sconfitta - continua il Radice - crucciò ed esasperò i proletarii, dei quali crebbe vieppiù l’esasperazione, quando invece del Lombardo venne eletto a giudice l’avv. Cesare; il quale, allargatasi la lotta nei partiti, in quell’aspro cozzare, fu non piccola causa del tragico tumulto.» «Gli interessi opposti di classe, le ambizioni deluse, la sete di vendetta, gli inveterati odii covati nel seno dei contadini resero il conflitto inevitabile, fatale. Il seme della discordia germogliò generando la mala contentezza del popolo» che male interpretando lo spirito che animava la spedizione garibaldina in Sicilia, resosi conto che si facevano solo promesse, non avendo più fiducia nei tribunali per operazioni legali né in chi gestiva il Comune, decise di scendere in piazza armato e compatto, fomentando disordini e creando un clima di terrore.
Già dal mese di luglio un’immensa folla iniziò a percorrere minacciosa le vie della città gridando: Abbasso il Municipio! Abbasso i Borbonici! Viva Garibaldi! Viva Lombardo! Vogliamo la divisione!
Tutti reputarono passeggera quella tempesta, e, imprevidenti non s’affrettarono a soddisfare i desideri dei contadini che, fiduciosi di potersi liberare dal giogo ducale e sicuri di potersi impadronire dell’immenso patrimonio terriero della Ducea, sfogarono il loro odio e la loro rabbia secolari con un aberrante eccidio di "cappelli" (così venivano chiamati i possidenti ed i feudatari brontesi) e di "ducali".
L'eccidio era da tempo nell'aria fin dai primi giorni di agosto ed era stato quasi annunciato: un popolano, Nunzio Ciraldo Fraiunco, ritenuto demente, amplificava, infatti, gridando per le vie del Paese, sotto abitazioni artatamente indicatigli, la ripetitiva benaugurante cantilena:
"Cappelli guaddàtivi, l’ura du giudizziu s’avvicina, pòpulu non mancari all’appellu".
«Saliva – continua il Radice - anche sul Casino dei civili e lì, malaugurata Cassandra, ripeteva il suo rozzo, minaccioso e fatidico sermone, condito di sali e infarcito di scempiaggini. I galantuomini, veri dementi, ridevano del matto, mentre i popolani affilavano scuri e coltelli e preparavano polveri, aprendo l’anima alla brama di selvagge vendette.»
«La sera del 29 luglio fu grande e macabra serenata. Uno stormo di ragazzi, con torce accese, andavano per le vie, portando una bara, seguita apparentemente da curiosi, cantando Misere e Deprofundis sotto le case dei Borboniani, facendovi sopra il corrotto con grida e strilla lamentevoli, come si usa in morte di parenti: Patrittu meu!! Patrittu meu!! accompagnate da rare fucilate e tocchi di campana. Si diceva che facevano i funerali di re Bomba...»
Forse se l’avvocato Nicolò Lombardo, capitano di una delle tre squadre di Guardia Nazionale e "leader" dei Comunali, avesse avuto dal Governatore di Catania una delle due cariche a cui sicuramente aspirava (Presidente del Municipio o Giudice), forse sarebbe riuscito a fermare in tempo la follia dei contadini.
E la situazione precipitò in pochi giorni: le dimostrazioni di piazza si succedevano e sfuggirono ben presto di mano al Lombardo e, «per la dappocaggine delle autorità dei capitani del nobile corpo delle Guardie Nazionale», le sorti del paese inclinarono verso il precipizio.
Alcuni capi popolo programmarono un'altra manifestazione per il 5 Agosto, domenica, giorno di festa della Madonna della Catena, perchè non lavorando i contadini nei campi (era periodo di trebbiatura), si potesse levare a tumulto tutto il popolo.
Ma qualcuno, che era obiettivo della vendetta, nel frattempo era fuggito via alla chetichella, si temeva l'arrivo di soldati da Catania ed i caporioni (e non il Lombardo) decidevano di cingere d’assedio il paese e, al suono delle campane "a mortorio", di anticipare la manifestazione (la "scanna") al 2 Agosto.
«La mattina del 1 agosto, mercoledì, - scrive il Radice - continuarono le dimostrazioni e le grida. La sera, (...) furono occupati i posti di Salice, S. Antonino, Zottofondo, Scialandro, Catena, Colla, Camposanto, dietro S. Vito, Sciarone Lo Vecchio. Verso le ore 5 della notte si sentirono tocchi di campane dal campanile di S. Antonino e della Madonna del Riparo, qualche fucilata e fischi: voci di allarme si rispondevano da un posto all’altro: Sentinella all’erta! All’erta sto! «Durante la notte era per le vie un va e vieni affaccendato, un picchiare alle case, un chiamare sommesso i compagni, ignari della novità, un sussurrio che a mano a mano diveniva come rumore di fiume che ingrossa nella sua corsa, e in mezzo a tutto questo un lieto suono di cornamusa. Alcuni civili, atterriti da quei segni, travestiti, ebbero a ventura di trovare scampo nella fuga, facilitata dal denaro o della pietà di amici contadini.»
L'eccidio «La mattina del 2 agosto, giovedì, il paese si trovò militarmente assediato da ogni parte. Chi voleva uscire era fatto tornare indietro con le buone o con le cattive: «Dobbiamo dividerci i beni del Comune, gridavasi, questi signori ci hanno succhiato il sangue nostro, ce lo devono restituire». «In paese era grande agitazione e scompiglio; un correre qua e là popolarmente, tumultuariamente chiamando e invitando alla sommossa. «Chi non è con noi e contro di noi». «Guai a chi è contro il popolo!».
E molti di buone famiglie borghesi, volenti o nolenti, ingrossavano lo stuolo dei faziosi. (...) «Verso mezzogiorno la piazza vicino al Casino dei civili, era un nero bollimento. Un’onda di popolo incalzava e contrastavasi mugolando e urlando: Vogliamo la divisione delle terre.»
«Giunsero dai boschi i carbonari con le loro grandi accette.
- scrive un testimone oculare, padre Gesualdo De Luca -
Alle ventitre del giorno si unirono armati sul largo di S. Vito i masnadieri ed
i costretti da quelli. Suonarono quella campana a stormo, e tosto divisi in due
falangi scesero nel paese. La più grossa scese a sinistra per la via dei Santi, fermossi più volte, tremando verga a verga, pel sospetto di aversi scariche di
fucilate dalle case dei ricchi. Ma quando tra palpiti e furore percorse libere
le strade giunsero al casino di compagnia dei civili, e lo trovarono sgombro; un
delirio febbrile l’invase, guastarono ogni cosa di quel luogo, e corsero agli
incendii ed ai saccheggi.» Fra posti di blocco istituiti per evitare la fuga dei "cappelli" e gli incendi del teatro, dell’archivio comunale, del "Casino dei civili" (46 furono le case incendiate), i rivoltosi, come branco di lupi famelici, desiderosi di vendette covate per secoli, di sangue e di rapine, invasero le strade; sbucavano da ogni vicolo, saccheggiavano, incendiavano, uccidevano.
La prima vittima del furore popolare fu la guardia municipale Carmelo Luca Curchiurella, trucidata vicino al Carcere Bovi, perchè andava prendendo nota dei preposti alla custodia dei posti di blocco. «Stanchi - continua il Radice - irrompono nelle cantine, aperte dai proprietarii per evitare il sacco alle loro case. Mangiano, bevono rinfrescano le arse gole, ed ebbri alla fine di vino e di furore, al comando degl'improvvisati generali, come torrenti di lava, dagli squarciati fianchi d’un vulcano, corrono qua e là a nuovi saccheggi, a nuovi incendi.» In una fitta sequenza di scene feroci, fra il 3 ed il 4 agosto, furono crudelmente trucidati civili e "cappelli" più un rivoltoso (Nunzio Bertino, di 36 anni) colpito per sbaglio da una pallottola vagante.
Sedici i morti: furono barbaramente uccisi, fra gli altri, il notaio Ignazio Giuseppe Maria Cannata
(notaio della Ducea Nelson) ed il figlio Antonino, il cassiere comunale Francesco Aidala, la guardia municipale Carmelo Luca, l’impiegato del catasto Vincenzo Lo Turco, Rosario Leotta contabile della Ducea, l'usciere Giuseppe Martinez.
Dietro questi eccidi vi erano una fame secolare di terre, odi mai sopiti, soprusi mai scordati, un’estrema miseria, ma anche desiderio di libertà e ansie generose risorte di fronte a quella che appariva la splendida e rapida azione di Garibaldi con le sue promesse di dare soddisfazione immediata alle rivendicazioni contadine. Si erano improvvisamente riaccese le speranze dei contadini, quasi tutti poveri braccianti, di riappropriarsi dei demani e anche dell’immenso patrimonio terriero per due volte palesemente usurpato in quattro ininterrotti secoli dall’Ospedale di Palermo (1494) e dall’ammiraglio Nelson (1799). E poteva finalmente avere uno sbocco la gigantesca causa legale intrapresa da ben tre secoli dalla comunità brontese contro gli usurpatori (durava dal 1554 ed ancora non era stata conclusa). L’ira a lungo repressa dei contadini esplose in forme di atroci violenze anche per l’infiltrazione dei molti elementi che erano scappati dalle carceri di tutta la Sicilia e per l’arrivo contemporaneo di altri individui poco raccomandabili piovuti dai paesi circostanti a fomentare vieppiù gli animi. «Erano ritornati in Bronte dalle carceri
- scrive Benedetto Radice in "Nino
Bixio a Bronte" - alquanto malfattori, noti per uccisioni e furti… Il rumoreggiare del popolo attirò pure, come avvoltoi l’odor di carogna, molti altri facinorosi di Adernò, Biancavilla, Pedara, Alcara Li Fusi.»
Va dato merito allo storico brontese di aver correttamente ricostruito i
Fatti oscurando la
fantasia e gli errori (voluti?) di molti scrittori dell'epoca (Abba,
Guerzoni, ...) che parlarono di chierici e monache trucidati, seni di
fanciulle recisi e dilaniati coi denti, bambini squartati o, come riportò il 15
settembre 1860 la Civiltà Cattolica nella
"Cronaca contemporanea" dedicata al Regno delle Due Sicilie, di «quaranta
persone delle più cospicue per probità e per natali.. crudelissimamente
straziate ed uccise; le case loro messe a ruba e a sacco, poi date alle fiamme,
ardendovi i cadaveri de’ trucidati; né havvi luogo a dubitare che alcuni
di que’ mostri selvaggi diedero di morso a divorarne le carni mezzo abbrustolite».Il 4 Agosto
giunse a Bronte da Catania una compagnia della Guardia Nazionale
(ottanta militi comandati dal questore Gaetano De Angelis) per ristabilire l'ordine, ma i tumulti ed il massacro continuarono.
«La squadra catanese col suo imbecille Capitano se ne andò via»,
scrisse un testimone oculare dei Fatti, padre Gesualdo De Luca.
Il 5 Agosto, domenica, comandata dal colonnello Giuseppe Poulet
arrivò a Bronte una compagnia di soldati
(circa 300 militi ed un pezzo di artiglieria, comandato dall'ufficiale/giornalista
Francesco Sempreamore) e la folla cominciò a placarsi.
«Il domani, 6 agosto, - continua il Radice - fu per pubblico
bando... |
 L'anelito di "Libertà" che traspare
in un quadro di Pietro Annigoni del 1988 ispirato
ai Fatti di Bronte . Il dipinto è esposto nella "Pinacoteca
N. Sciavarrello" |
NINO BIXIO A BRONTE la monografia di Benedetto Radice (tratta dal II° volume delle Memorie storiche di Bronte) in formato  SCARICA IL FILE (100 pagine, 803 Kb)
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| Il proclama di Garibaldi |
Siciliani! "Io vi ho guidati una schiera di prodi, accorsi all'eroico grido della Sicilia, resto delle battaglie lombarde. Noi siamo con voi! e noi non chiediamo altro che la liberazione della vostra terra. Tutti uniti, l'opera sarà facile e breve. All'armi dunque! Chi non impugna un'arma è un codardo e un traditore della patria. Non vale il pretesto della mancanza d'armi. Noi avremo fucili; ma per ora un'arma qualunque basta, impugnata dalla destra d'un valoroso. I municipi provvederanno ai bimbi, alle donne, ai vecchi derelitti. All'armi tutti! La Sicilia insegnerà ancora una volta, come si libera un paese dagli oppressori colla potente volontà d'un popolo unito". 14 Maggio 1860 G. Garibaldi |
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I GARIBALDINI BRONTESI L’elenco dei brontesi che "corsero ad arruolarsi sotto la bandiera" di Garibaldi ci è fornito dallo storico brontese Benedetto Radice nelle sue “Memorie storiche di Bronte” «Furono Garibaldini: Sebastiano Casella, Schiros Vincenzo, Giovanni Longhitano Cazzitta, Luigi Mangiovì, Nunzio Meli fu Antonino, capraio, Pasquale Pettinato, Vincenzo Mazzeo, fabbro, Nunzio Pinzone, Giuseppe Lombardo Emanuele, Placido Gangi, Giuseppe Gangi, Salvatore Zappia Biuso fu Giovanni, che, ferito alla battaglia del Volturno, mutò la camicia rossa nel saio del Cappuccino. I fratelli Mariano ed Arcangelo Sanfilippo che si erano già arruolati a Palermo e gli altri due fratelli Pietro e Filippo, che, cercati quali promotori del tumulto, trovarono asilo sotto la bandiera. Si arruolarono pure a Messina i caporioni delle stragi dell’agosto; Giosuè Gangi, Ignazio Quartuccio, Arcangelo Attinà Citarrella, Giuseppe Attinà Citarrella, Nunzio Meli Fallaro, ma la camicia rossa non li salvò dalla galera.» |
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 | L'orrendo eccidio dei "galantuomini" brontesi (i "cappelli") in un disegno del pittore jesino Orfeo Tamburi del 1988. |
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L'uccisione del giovane Antonino, figlio del notaio Cannata, in una scena del film di Vancini "Bronte, cronaca di un massacro..." |
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«Bronte, cronaca di un massacro che i libri di storia non hanno
raccontato»
L'uccisione
del notaio Cannata e dei cugini Zappia (Dal film di Florestano
Vancini, 1972) |
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I SEDICI TRUCIDATI DAI RIVOLTOSI Mastro Carmelo Luca (Curchiurella, di anni 36, guardia rurale) Dott. don Ignazio Cannata (di anni 70, notaio della Ducea Nelson) Don Antonino Cannata (di anni 34, figlio del notaio Ignazio) Don Giacomo Mariano Zappia (di anni 36) figlio di Don Giuseppe Dott. Don Mariano Mauro (di anni 22, avvocato, cugino di Mariano Zappia) figlio di Don Salvatore I fratelli Don Nunzio Battaglia (di anni 38) e Don Giacomo Battaglia (di anni 33) figli di don Ferdinando Don Francesco Aidala (di anni 48, cassiere comunale) Don Vito Margaglio di don Ferdinando (di anni 22) Don Vincenzo Lo Turco (di anni 40, impiegato del Catasto) figlio di Don Illuminato I fratelli mastro Nunzio Lupo (di anni 40, falegname) e mastro Antonino Lupo (di anni 54), figli di mastro Nunzio Don Giovanni Spitaleri (di anni 40, impiegato del Catasto) figlio di Don Gaetano Don Rosario Leotta (di anni 45, segretario della Ducea Nelson) Don Giuseppe Martinez (di anni 43, usciere) Don Vincenzo Saitta (Mò, di anni 18, chierico) figlio di Don Vincenzo. | |
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LA REPRESSIONE
/ LA FUCILAZIONE 
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