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I dibattiti e le ricostruzioni dei Fatti di Bronte

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Bronte - Cronaca di un massacro che i libri di storia non hanno raccontato

Il film di Florestano Vancini

Anche il cinema ha preso spunto dai Fatti di Bronte narrandoli in un film di Florestano Vancini del 1972, "Bronte - Cronaca di un massacro che i libri di storia non hanno raccontato". Il film, a colori, della durata di 109 minuti, fu girato in esterni in un paesino dell'ex Jugoslavia (Sveti Lovrec, oggi Croazia) con la partecipazione alle riprese della popolazione locale. Più che per motivi economici fu scelto questo paesino perchè Bronte (dove Vancini venne ripetutamente) con le trasformazioni urbanistiche avvenute nei cento anni successivi ai Fatti non fu ritenuto adatto.

Sotto la regia di Florestano Vancini parteciparono Ilija Dzuvalekovski, Ivo Garrani (al quale fu affidato il personaggio dell'avv. Lombardo), Rudolf Kukié, Modrag Loncar, Mariano Rigillo (Nino Bixio), Mico Cundari (uno dei due preti). Alla sceneggiatura parteciparono anche Leonardo Sciascia, Fabio Carpi e Nicola Badalucco, Egisto Macchi compose le musiche.
Il film ricostruisce le fasi del drammatico episodio avvenuto a Bronte, poco dopo l'impresa dei Mille. Voleva dimostrare come la Sicilia sia rimasta sempre la stessa, coi suoi uomini privilegiati, i suoi nobili arroganti e lazzaroni, il suo popolo sempre sfruttato. Girato nell’estate del ’70, uscì solo nel 1972.

«Ricostruire l'accaduto fu un' impresa - racconta Vancini - perché su quanto era realmente successo regnavano silenzio e reticenza di cui era stato vittima persino Verga. Tra il 1960 e il '61, quando il progetto divenne concreto, con Fabio Carpi e Benedetto Benedetti avevamo condotto una ricerca molto accurata. Ci sentivamo preparati al massimo sia su quei fatti storici, che anche sulla cultura e sulla letteratura siciliana, che conoscevamo a fondo.
Benedetti aveva rintracciato gli atti dei processi, quello di Bronte che volevamo raccontare e quello ai responsabili del massacro, che si era celebrato a Catania nel 1863. Trovò anche il volume di un brontese, Benedetto Radice, che raccontava minuziosamente l'accaduto, e scritti che aggiungevano dettagli alla vicenda. Tuttavia, c'era qualcosa che continuava a sfuggirci. Era qualcosa di inafferrabile, di indefinito, che ci sfuggiva perché sia Fabio che io eravamo due cittadini del Nord. Ci voleva la capacità di leggere tra le righe di quegli atti e di quelle cronache, di farlo come avrebbe fatto un siciliano. E il contributo determinante lo diede Leonardo Sciascia. Sia le "Parrocchie di Regalpetra" che "Gli zii di Sicilia" erano suoi libri che non ci erano sfuggiti. Leonardo partecipava alle riunioni in silenzio, parlava appena. Poi tornava l'indomani con un po' di pagine dattiloscritte. Illuminanti».

Anche se l'opera di Vancini non ebbe un buon successo di pubblico, alla sua prima apparizione suscitò una vivacissima discussione. Sono gli anni della contestazione e delle Brigate Rosse e suscitò subito prese di posizione, dispute e polemiche da destra e da sinistra, nonché censure istituzionali e di mercato. La destra gli rimproverò di essere antipatriottico  di avere offeso i valori risorgimentali o di aver trasformato Bixio in una specie di generale nazista, alla sinistra sembrò l’esaltazione del moderatismo. Vi presero parte, tra gli altri, Angelo Solmi, Alberto Moravia, Mino Argentieri, Giuseppe Galasso e Paolo Mieli.

Il film ha avuto una certa diffusione nelle scuole, come materiale didattico utile alla comprensione del risorgimento. Recentemente, è stato restaurato dalla Cineteca Nazionale con l'aggiunta di una parte inedita di 14 minuti con scene girate da Vancini e non montate precedentemente. La nuova versione è stata presentata a Catania in occasione degli 80 anni della morte di Giuseppe Verga.

«Negli ultimi anni del Liceo io ebbi - ed ho tuttora - un grande amore per Verga che ho studiato, coltivato, approfondito. Ricordo che uno dei racconti di Verga che mi colpì era intitolato Libertà, in cui l'autore racconta di una rivolta contadina in un paese imprecisato, di un processo che segue a questa rivolta... arriva un generale... solo dopo la guerra arrivai a scoprire che in questa novella Verga aveva raccontato a modo suo la rivolta di Bronte.»
«Qualcuno mi ha rimproverato di aver mostrato i contadini brutti, sporchi, cattivi... Bixio bello, elegante, in divisa... sono cose da restare esterrefatti. Sono dette da chi non sa, non conosce... i contadini sono sempre stati - ormai non più perchè la condizione è mutata - e soprattutto in Sicilia in quegli anni, orrendi, sporchi, affamati... venivano da secoli di degradazione umana... erano veramente ridotti a livello di bestie.
Anche i carbonai sono sporchi, mica potevano fare la doccia o il bagno! anzi avrei voluto insistere ancora di più, se avessi avuto una sorta di cinema olfattivo avrei voluto far sentire la puzza... la violenza ci fu, in modo pauroso. Si trattava in realtà di una condizione di vita subumana, uno stato di cose in cui le parole come libertà e miseria non hanno più senso; siamo oltre, a livelli inimmaginabili.»
(Florestano Vancini)



BRONTE, CRONACA DI UN MASSACRO...

Le recensioni di Leonardo Sciascia, Jacques Nobécourt, Paolo Macry, Paolo Rastelli, Filippo M. Battaglia



Leonardo Sciascia recensì il film di Vancini, subito dopo l'uscita, con il seguente articolo
pubblicato l'8 Agosto 1972 dal quotidiano La Stampa

«Bronte perché

La Stampa, 8 Agosto 1972Giustamente Florestano Vancini ha detto che, in ordine alla verità storica, il suo film sui fatti di Bronte è inattaccabile. Ma è stato attaccato, e anche furiosamente.
E ne è seguita una polemica che dirci (anche per quel che mi riguarda) fuorviante, incentrata tutta sulla figura di Bixio: se eroe purissimo, costretto da maggior forza a un crudele e inevitabile atto, o se — come scrisse con sottile giudizio Benedetto Radice, storico di quei fatti — «uomo che la rivoluzione salvò forse da un destino ignobile».

Ora il problema non è questo: il proposito del film non era quello di degradare Bixio da eroe a carnefice, ma, di dare attraverso un fatto determinato, sicuro, accertato in ogni dettaglio, l’immagine di un errore già sufficientemente analizzato e definito nelle opere di più avvertita coscienza risorgimentale e meridionalista. Evidentemente questo errore, scontato in sede diciamo culturale, è tutt’altro che scontato negli intendimenti e nella pratica di una larga (e maggiore) parte della nazione.
Innanzi tutto, la domanda: perche le popolazioni contadine del circondario etneo si sollevano in così sanguinose rivolte, mentre nella Sicilia occidentale l’esercito garibaldino si trova di fronte a problemi di normale, o appena più accentuato, disordine pubblico?

La risposta credo si trovi in una pagina del Viaggio in Sicilia di Tocqueville (1827):

«Qui (nella zona dell’Etna) si direbbe che non vi sia angolo di terra sprecato: dovunque coltivazioni arboree, intramezzate da capanne e da graziosi villaggi; dovunque un’aria di prosperità e di abbondanza. Potei rilevare, così, che nella maggior parte dei campi coltivati il grano, le viti e gli alberi da frutta crescevano e prosperavano insieme: e fui indotto a chiedermi da dove potesse derivare una così grande prosperità. E’ evidente che non la si può attribuire soltanto alla ricchezza del suolo perché l’intera Sicilia è un paese fertilissimo...

Le due locandine del film che Vancini ha realizzato sui "Fatti di Bronte" e, sopra, una scena del film.
Ivo Garrani, che interpreta il personaggio dell'avv, Lombardo, il moderato che guidò la rivolta e cercò di darle uno sbocco non sanguinoso, in un'intervista ha detto che nel film c'è una Sicilia "autentica", anche se fu girato in Jugoslavia "con attori jugoslavi bravissimi e una ricostruzione del paese abbastanza felice".

Un'altra scena del film con la barbara uccisione del giovane Antonino, figlio del Notaio Cannata, anch'esso ucciso. Altri piccoli spezzoni tratti dal Film di Vancini sono riportati nelle pagine precedenti

 

QUEL FILM SULL'INGIUSTIZIA TRIONFANTE

Siamo nel 1972, quattro anni dopo quel biennio ’68-69 che aveva messo in discussione i tradizionali rapporti politici, economici e sociali e stravolto la società italiana. Il vento del cambiamento aveva investito anche il mondo dell'arte, a cominciare dal cinema: proprio nel 1968 c'era stata la violenta contestazione, da parte di attori e registi, della Mostra Internazionale di Venezia, due giorni di fuoco che colpirono al cuore la manifestazione, poi addirittura sospesa per tre anni.
Il cinema , cominciò a tentare di rileggere con occhi nuovi, quelli degli oppressi, la storia italiana, dando più spazio a tematiche «di sinistra». E in quel clima che, appunto nel 1972, esce Bronte, storia di un massacro che i libri di Storia non hanno raccontato, di Florestano Vancini. Il film è un tentativo di sfrondare dal maquillage patriottico l’epopea garibaldina, andando a ripescare un episodio dell'invasione della Sicilia da parte delle Camicie rosse: la fucilazione dei capi di una rivolta contadina.
Una brutta storia conosciuta da pochi eruditi, ricordata solo nella novella Libertà di Giovanni Verga. Il Corriere della Sera se ne occupa il 28 aprile 1972 con una breve recensione di Giovanni Grazzini, critico cinematografico del giornale: il film di Vancini fa pensare «al tragico rapporto corrente tra rivoluzione e repressione e trasmette un senso di angoscia: ieri e oggi l'ingiustizia è destinata a trionfare, la vera libertà è irraggiungibile».

[Paolo Rastelli, Corriere della Sera, 31 Luglio 2010]

«La prima ragione che mi venne in mente per un tale fenomeno è questa: le terre intorno all’Etna, essendo poste tra due delle più grandi città della Sicilia, Catania e Messina, trovano in queste due direzioni vasti mercati per la vendita dei loro prodotti, che non esistono affatto nel centro dell’isola o sulla costa meridionale.
«La seconda ragione, che accettai con maggiore difficoltà, finì, poi, col parermi la migliore. Le terre che circondano l’Etna erano soggette a distruzioni spaventose, e i signori feudali e i monaci se ne liberarono ben volentieri, sì che il popolo ne e divenuto proprietario. Ora la divisione della terra vi e quasi senza limiti, ed ognuno ha qualche interesse alla terra, per piccolo che sia tale interesse. Questa è la sola parte della Sicilia in cui il contadino sia proprietario. Pure, a questo punto dobbiamo porci una domanda: perché questo spezzettamento della proprietà, che tante persone sensate considerano in Francia un male, deve essere consideralo un bene, anzi un gran bene, in Sicilia?
«Mi sembra facile dare una spiegazione a questo fenomeno, ed anzi la situazione siciliana mi sembra costituire un nuovo esempio da aggiungere a tutti gli altri, i quali provano che sotto il sole non ci sono principi assoluti.
«Si capisce perfettamente, infatti, che in un paese molto avanzato, nel quale il clima porta all’attività e tutte le classi sono possedute dal desiderio di arricchirsi, come in Francia e soprattutto in Inghilterra, l’estrema divisione della proprietà terriera possa nuocere all’agricoltura e conseguentemente alla prosperità interna, poiché essa toglie grandi mezzi di migliorie ed anche di azione a uomini che avrebbero la volontà e la capacità di farne uso.

«Al contrario quando si tratta di risvegliare e stimolare una popolazione infelice e paralizzata per metà, per la quale il riposo è un piacere e presso la quale i ceti elevati sono come sepolti nella loro pigrizia ereditaria e nei loro vizi, non c’è mezzo più efficace che la divisione della terra».

Questa risposta vale anche per l’altra domanda, frequentemente formulata e mai nettamente esaudita, sul perché non si registrano fenomeni propriamente mafiosi nella Sicilia orientale. Intanto, rispetto ai fatti di Bronte e di altri paesi etnei nell’estate del 1860, ci dice come il feudo, che nella Sicilia occidentale appariva una realtà inamovibile, quasi un fatto di natura più che di storia, in quella orientale era già un anacronismo, una sopravvivenza.
E del resto le rivendicazioni erano rivolte verso le terre dei demani comunali, e da ciò la denominazione di «comunisti » assunta da coloro che ne propugnavano la divisione. Ma alla divisione si opponevano i galantuomini, e per tante ragioni. Non ultima, quella che prima di dividere bisognava ricostituire il catasto demaniale che avevano roso e usurpato da ogni parte. Non tutti i galantuomini, in effetti: ma per quelli che stavano dalla parte dei «comunisti» è difficile dire se davvero erano di diversa pasta degli altri, e se lo stare dalla parte del popolo non tosse per loro spregiudicato giuoco di potere.

Ma chi vuol saperne di più, sulla situazione economica, sociale e politica di quella zona, cerchi l’esemplare studio di Giuseppe Giarrizzo: Un comune rurale della Sicilia etnea. Che dice di un solo paese, Biancavilla, e ne svolge i fatti, e le cause, dal 1810 al 1860: ma si può considerare come un campione, e forse più probante di Bronte, dell’intera zona. A Bronte la presenza degli inglesi, il coagularsi intorno a loro degli interessi più retrivi, confonde un po’ le cose, il giudizio, così come allora «precipitò» diversamente i fatti.
Certo è che per Biancavilla, per Bronte, per tutti gli altri comuni (anche per quelli che non sollevarono atroci jacqueries), la conclusione cui arriva Giarrizzo è esattissima: «... l’angustia municipale della protesta non può nascondere il carattere generale della sconfitta politica dei "liberali" di Biancavilla. Questi languiscono in carcere, mentre gli "antiliberali" riprendono il timone della cosa pubblica, e la turpe storia dei furti, delle malversazioni, delle usurpazioni ricomincia... Non c’è ormai posto per altri valori, per altre ragioni ideali: la roba, col suo peso esclusivo, domina la realtà morale, politica, psicologica di questo piccolo mondo.

«Bronte, cronaca di un massacro che i libri di storia non hanno raccontato»

FLORESTANO VANCINI PARLA DEL SUO FILM
(Bronte, agosto 1993)

«Io mi trascinerò credo tutta la vita Bronte. Io padano nato a Ferrara, così lontano da questa terra, scoprii Verga ed i Fatti di Bronte  e fu una folgorazione»

Anche dopo l’uscita del film il regista Florestano Vancini è ritornato a Bronte diverse volte. Nell'agosto del 1993 intervenne anche ad un dibattito dedicato al suo film.
Vi parteciparono, oltre al regista, Michele Pantaleone, il gior­nalista Nuccio Fava, Salvatore Scalia (all’epoca caporedattore culturale de La Sicilia ed autore de “Il processo di Bronte”),

Nicola Badalucco (uno degli sceneggiatori del film) ed Ivo Garrani (l’avv. Nicolò Lombardo nel film). Nell’occasione Vancini, Badalucco e Garrani furono anche premiati con il «Premio XXIV Casali 1993» per il Cinema.
«All'uscita del film  - dichiarò Vancini - fui da sinistra accu­sato di aver raccontato questa storia in un modo sociale riformista perché era evidente la mia simpatia per il personaggio Lombardo che questo tipo di cultura vedeva come il traditore della Rivoluzione... Da destra fui attaccato altrettanto violentemente perché in Bixio e nei Garibaldini offendevo i valori risorgimentali mostrando i garibaldini fucilatori di poveri contadini siciliani e trasformando Bixio in una specie di generale nazista.».
Vancini è tornato a Bronte anche nel 2003 invitato dall’allora sindaco Leanza nel corso di una Giornata dedi­cata ai Fatti: «Non credo che i brontesi abbiano di che vergognarsi. – puntualizzò nel corso del suo intervento - La lesa umanità in Sicilia era il comportamento della classe dirigente, non quello dei contadini».
Florestano Vancini è morto ottantaduenne nella sua città natale, Ferrara, nel Settembre del 2008.

Ed è sull’amarezza di questa disfatta, sulla insensatezza della lunga tensione cospirativa che sorgono i dubbi più seri sul carattere liberale del nuovo regime... La torbida eredità di delusioni e di sconfitte in loro, il senso della giustizia offesa nei comunisti, la certezza orgogliosa del potere che vuol dire profitto e prevaricazione nei civili, costituiscono il bagaglio morale con cui la nostra piccola comunità è entrata nella vita nazionale».

«La giustizia offesa»: e dirci che, in prevalenza sugli altri, questo è il punto dell’interesse che ho sempre avuto ai fatti di Bronte. Doppiamente offesa: e nella legalità rivoluzionaria che i «comunisti» brontesi credevano di dover legittimamente difendere, e nella legalità processuale cui Bixio e il tribunale di guerra avrebbero dovuto attenersi.

Sul primo punto svolse poi la sua arringa l’avvocato Michele Tenerelli Contessa, difensore di altri imputali nel processone che si svolse a Catania tre anni dopo. Ovviamente, non convinse (e non si può non ricordare Verga: I giudici sonnecchiavano, dietro le lenti dei loro occhiali, che agghiacciavano il cuore. Di faccia erano seduti in fila dodici galantuomini, stanchi, annoiati, che sbadigliavano, si grattavano la barba, o ciangottavano fra di loro. Certo si dicevano che l’avevano scappata bella a non essere stati dei galantuomini di quel paesello lassù, quando avevano fatto la libertà»). Sul primo e sul secondo, Florestano Vancini ha svolto il suo film. Dopo cento e dodici anni, non si può dire che abbia convinto. E non è buon segno.»

[Leonardo Sciascia, La Stampa - numero 170 dell'8 Agosto 1972, Pagina 3]



LO STRANIERO IN ITALIA

Sulla cronaca d’un massacro

Jacques Nobécourt

La Stampa, 23 Giugno 1972Si può parlare di capolavoro, quando per un film ci sono non più di una decina di spettatori, il sabato pomeriggio, in un enorme cinema che cinquant’anni fa era un music-hall? Quanto «terrà» il film? Poche settimane. Verosimilmente. Poi partirà per l’estero, e il pubblico italiano verrà a sapere con stupore di aver perduto l’occasione di conoscere una delle opere più significative della cultura contemporanea. Non sarà la prima volta, né l’Italia ne ha l’esclusiva.

Verità d’ogni tempo

Il film in questione è l’ultimo lavoro di Florestano Vancini: Bronte, cronaca di un massacro. Ad essere giusti, il film avrebbe dovuto essere presentato a Cannes, e ricevervi i più alti onori. Al suo confronto, Fellini sembra folkloristico, e Petri un autore di cinema di consumo. I più fastosi e i più festeggiati registi, paragonati a Vancini, finiscono per suscitare quasi compassione, con i loro piccoli mondi personali, con i loro problemi esibiti in una storia «che piace al pubblico».
Vancini, invece, non cerca affatto di piacere, ne di «apparire» personalmente nel suo film. Dignitoso, riservato, in disparte, come senza volerlo, è riuscito a raggiungere, attraverso la realtà di un piccolo gruppo umano, verità drammatiche che sono di ogni tempo.
Rimettendo lo spettatore con le spalle al muro, imponendogli la sua lucidità — che, in questo caso, non è certo autolesionismo, — Vancini suscita la stessa qualità di fervore che negli adolescenti di Parigi, all’indomani della guerra, creava la scoperta del giovane cinema italiano, nelle salette del Quartiere Latino. Roma, città aperta, Paisà o Umberto D erano visti e sentiti come drammi che toccavano tutti gli europei, di là dalla testimonianza che davano sulla realtà italiana. Bronte si pone allo stesso livello.
La trama è nota: Bixio reprime una rivolta di contadini, a Bronte, in Sicilia, durante la spedizione dei Mille. Già a questo punto, la proposta è coraggiosa. Vancini ha scelto di analizzare due miti, quello di Garibaldi e quello della partecipazione contadina al Risorgimento, nell’unificazione d’Italia. Cronisti e storici ne avevano dato già un quadro sfumato. Ma farla vedere, questa realtà, e tutt’altra cosa, ben più esplosiva di una riflessione erudita.
Il regista non è caduto nel piacere gratuito della demistificazione, che può diventare un’altra forma di manicheismo. Il suo Bixio è convincente e suona giusto, alla pari dei suoi avversari. L’onestà di Vancini è allo stesso livello di quella di Pontecorvo nella Battaglia di Algeri: Bixio è come il colonnello dei paracadutisti, senza deformazioni ne caricature. La straordinaria sobrietà del dialogo ne sottolinea l’efficacia. Non c’è posto per il sentimento.
Dopo un secolo, il patriottismo unitario, la fedeltà piemontese, debbono ancora prevalere sulle tragedie realmente avvenute? Il processo di riesame della storia del passato, per quanto possa essere scomodo per gli spiriti gregari, è necessario alla comprensione della storia d’oggi. Il significato della parola «libertà» per i contadini siciliani del 1860 è proprio tanto diverso da quello d’oggi? In alcune immagini, Vancini lo fa capire con ben più forte realismo di Blasetti o Visconti.

Libertà, rivoluzione?

E’ così che egli ci tiene un discorso indiretto sul «gauchisme», sull’anarchismo che deborda nello spontaneismo e nell’esplosione della violenza. La sopravvivenza delle reazioni del sottoproletariato, fondate su una sete autentica di giustizia sociale e una non-politicizzazione assoluta, non e promossa dalla sopravvivenza delle cause che le generano?
Di là dai riferimenti precisi a un tempo, a un luogo, a un’analisi politica, Vancini si pone al livello dei classici della tragedia. Tocca l’universale, le eterne domande senza risposte: la libertà, la rivoluzione, sono possibili? L’obbligo di valersi anche dell’oppressione per vincere l’oppressione, di transigere con l’ingiustizia per sradicare l’ingiustizia: non è, questa, la scoperta sconfortante che fa l’avvocato Nicola Lombardo capo dei liberali di Bronte, che ha voluto la pace?
Albert Camus, anch’egli avrebbe potuto descrivere questa morte di un giusto: non avrebbe saputo esprimere, meglio di Vancini, questa evidenza tragica dell’inutilità d’ogni utopia, rivoluzionaria o riformista, oltraggiata dalla bassezza della realtà. L’assenza di pathos nella seconda parte del film, la sua secchezza di processo verbale, il più alto pudore espressivo, aprono tuttavia una prospettiva, al di là delle ultime immagini del plotone d’esecuzione: «ma comunque, bisogna continuare». E’ ancora una volta la lotta di Sisifo... Senza fede religiosa, l’avvocato Lombardo muore con una fiducia disperata nell’uomo.
Decisamente, è proprio a Camus che bisogna richiamarsi. Le domande che lo scrittore poneva nel 1954. Vancini, con altri strumenti, le solleva per altri giovani. Il suo avvocato Lombardo s’inserisce nella linea degli eroi tragici, quali li ha conosciuti la cultura mediterranea, dalla giovane Antigone fino ai personaggi de «La peste». Dopo tanti lavori imperfetti, incoerenti o troppo adulatoli del gusto dello «spettatore medio», come non salutare con il titolo di «capolavoro» questa testimonianza di Florestano Vancini, che sfronda di ogni banalità la domanda essenziale: «L’uomo, per fare cosa?».

[Jacques Nobécourt, corrispondente di «Le Monde», La Stampa, numero 145 del 23 Giugno 1972, pagina 2]



Il film di Vancini sulla rivolta repressa da Bixio. Un'occasione per riflettere sul rapporto tra cinema e storia

Il massacro visto dal sessantotto

di Paolo Macry

[…] Negli ultimi anni l'opera di Vancini, che non ebbe un buon successo di pubblico, ha avuto una certa diffusione nelle scuole, come materiale didattico utile alla comprensione del Risorgimento. Con la riforma Moratti, l'uso didattico dei film - sono in molti ad auspicarlo - dovrebbe essere più frequente. Ma fino a che punto un film di fiction può essere utilizzato come documento? Bisogna dire anzitutto che la rappresentazione filmica non può sostituirsi all'analisi storica. […]

L'interpretazione che i film danno degli avvenimenti storici, va - consentitemi il gioco di parole - a sua volta interpretata. Ivo Garrani, al quale Florestano Vancini affidò il personaggio dell' avvocato Nicola Lombardo, il moderato di Bronte che guidò la rivolta e cercò di darle uno sbocco non sanguinoso, in un' intervista concessa a Pasquale Iaccio ha detto che nel film c' è una Sicilia «autentica», anche se fu girato in Jugoslavia «con attori jugoslavi bravissimi e una ricostruzione del paese abbastanza felice». L'autenticità dunque è tutta costruita. Ciò non significa che sia falsa.

A Bronte ci furono «divisione di beni, incendi, vendette, orgie ad oscurare il sole, e per giunta viva a Garibaldi». La repressione di Nino Bixio fu durissima: i villaggi dell'Etna gli gridarono «Belva!». Non lo hanno scritto gli sceneggiatori del film, ma il garibaldino Giuseppe Cesare Abba, che di quei fatti fu cronista e testimone. Abba, inoltre, attribuì a un frate, padre Carmelo, l'auspicio di una guerra «degli oppressi contro gli oppressori, grandi e piccoli». Per questo, una ricostruzione che interpreti almeno una parte delle vicende del 1860 come una lotta delle «coppole» contadine contro i «cappelli» borghesi non costituisce una forzatura, anche se, nel caso della rivolta di Bronte, la complessa analisi che ne fece nel 1988 lo storico Salvatore Lupo, sottolineandone tutta la specificità, mostra che essa non fu un episodio di un'eterna lotta di classe.

Leggendo invece oggi la sceneggiatura del film (alla quale partecipò anche Leonardo Sciascia) il ricordo del 1968 si confonde continuamente con la rievocazione del 1860, in un sottile e non arbitrario gioco di rinvii. Il carbonaio Calogero Gasparazzo (al quale gli sceneggiatori fanno dire: «Santo diavolone! E come si fa a fare la rivoluzione contro i «cappelli» se chi la comanda è un «cappello?») è un rivoltoso del 1860 o un extraparlamentare? L'immagine dell'operaio Gasparazzo della striscia di «Lotta continua» finisce col sovrapporsi a quella del carbonaio di Bronte. E l'avvocato Lombardo sembra un rappresentante di quella che veniva allora bollata come «sinistra tradizionale».
Se si vuole, come è giusto, che i film entrino nella nuova scuola in maniera più diffusa e massiccia, queste cose devono essere spiegate agli studenti. Nel caso di Bronte, si eviterebbe che finiscano col vedere il Risorgimento attraverso la lente del Sessantotto. […]

Una discussione odierna sui rapporti tra storia e cinema dovrebbe riguardare anche un altro argomento. I grandi fatti collettivi, il Risorgimento, la prima e la seconda guerra mondiale, la Resistenza, hanno ispirato ottimi film e qualche capolavoro, ma non hanno fatto nascere una cinematografia epica. Durante il fascismo Alessandro Blasetti, Augusto Genina e Goffredo Alessandrini s'impegnarono a fondo per raggiungere questo obiettivo, ma i risultati furono scarsi.
Eppure, come ricorda Pasquale Iaccio, la cinematografia italiana si è interessata di storia fin dalle origini: il famoso Cabiria di Giuseppe Pastrone, al quale collaborò anche Gabriele D' Annunzio e che rievocava le guerre puniche, apparve nel 1913, subito dopo la guerra di Libia. Ma nessun film d'ispirazione storica ha espresso la nostra identità con la stessa efficacia della commedia italiana.
Eppure abbiamo vissuto vicende tragiche, che hanno coinvolto profondamente l'intera popolazione. Ma non ne abbiamo una memoria condivisa. E senza di essa non può esserci vero epos nazionale, né nella letteratura né nel cinema.

[Paolo Macry, Corriere della Sera, 23 gennaio 2002]



VERGA, SCIASCIA, VANCINI

Tre letture di una strage

di Filippo M. Battaglia

Fino a 35 anni fa, non lo conosceva praticamente nessuno. La sua memoria era affidata ad una novella di Verga, “Libertà”, che ne restituiva la drammatica concitazione e il senso di rassegnazione. Il massacro di Bronte, autentico specimen de “l’altro Risorgimento”, nella sua versione storicizzata era noto a pochissimi. Per il resto, c’era solo una novella. La rivolta contadina dell’agosto del 1860 capeggiata dall’avvocato Nicolò Lombardo, che aveva come obiettivo l’occupazione delle terre dei latifondisti era praticamente ignorata. Così come era sconosciuto l’epilogo sanguinario con cui ebbe fine quella sommossa.
Ecco perché negli anni Sessanta un regista ferrarese, Florestano Vancini, decise di iniziare a lavorare a un film che rievocasse quella strage.
“Bronte. Cronaca di un massacro che i libri di storia non hanno mai raccontato” si sarebbe rivelato uno dei più dibattuti lungometraggi del secondo dopoguerra.
A 35 anni di distanza, la sua genesi è ora raccontata in un libro a cura di Pasquale Iaccio, “Bronte” (edizioni Liguori, 234 pagine, 20,50 euro), con la sceneggiatura del film e un’intervista allo stesso Vancini, in cui racconta la collaborazione con Sciascia.
«In quegli anni, 1960-1961, stava affermandosi un giovane scrittore siciliano di cui leggevamo le prime pubblicazioni e che ci interessava moltissimo. Lo contattammo e gli chiedemmo di collaborare. Lui fu ben felice. Con Sciascia stendemmo il copione del film che rimase fermo per 8-9 anni. Era già molto grosso e calcolavamo che avremmo superato le due ore. Ma la Rai ci chiese di farne tre puntate da 50 minuti. Allora, per questa rielaborazione, intervenne un altro sceneggiatore siciliano, Nino Badalucco».
Per girare il film, Vancini si recò dapprima a Bronte, dove iniziò una ricerca ossessiva per rintracciare documenti o racconti che rievocassero in qualche modo i fatti di un secolo prima. Tra queste, lo impressionò un libro scritto a inizio Novecento da un avvocato, Benedetto Radice, che negli anni del massacro aveva dieci anni. «Durante la maturità - racconta il regista - si mise a studiare la storia della sua terra e pubblicò tre ponderosi volumi cominciando dalle leggende preistoriche. L’ultimo, dedicato ai fatti del 1860, si intitola “Nino Bixio a Bronte”».
Ma la ricerca di Vancini non si fermò al ritrovamento del libro. Il regista ferrarese notò che nella sua novella Verga raccontava di un processo celebrato a Catania. Si procurò gli atti che lesse attentamente.
Muniti di una mole enorme di documenti, Vancini e Fabio Carpi iniziarono così la sceneggiatura. Ma dopo i primi mesi di lavoro avvertirono la necessità di coinvolgere qualcun altro: «Anche se ci ritenevamo preparatissimi sulla storia e la cultura siciliana, eravamo pur sempre due padani; io ferrarese, Carpi milanese. Sentimmo così il bisogno di avere il contributo di un siciliano autentico perché, anche se ci basavamo sui documenti dell’epoca, avevamo una specie di timore nell’affrontare la psicologia siciliana». La scelta cadde su Leonardo Sciascia, che aveva appena finito di scrivere “Il giorno della civetta”. Lo scrittore giudicava la novella di Verga «la più alta e tragica testimonianza che di questi avvenimenti ci resta». E trovava particolarmente interessante la figura (ignorata nel racconto) dell’avvocato Nicola Lombardo, il capo rivolta che aveva organizzato l’occupazione dei latifondi di Bronte: «Quel personaggio avrà inquietato e la coscienza civile e la coscienza artistica di Verga».
Ma lo scrittore si convinse anche che l’imbarazzo dell’autore catanese nasceva dalla sua sensibilità civile: «Da questo punto di vista, cui per condizione sociale e culturale era legato, gli sarà poi parso che la rappresentazione di un simile personaggio, e delle circostanze di cui fu vittima, venisse a minacciare di leggenda nera la storia, dopotutto gloriosa, dell’unità d’ Italia».
La conclusione di Sciascia era assai amara. Citando una delibera del Consiglio Civico di Bronte, ricordava come l’allora governatore di Catania si fosse opposto alla richiesta di processare altri sediziosi perché la rivolta era solo effetto di una reazione, per «essersi negata al popolo la divisione delle terre di demanio comunale». Ma a quella coraggiosa perorazione era seguita la risposta netta dello stesso Consiglio: «Considerando che il Generale Bixio, quell’uomo vero italiano, ha nel suo manifesto del 12 agosto ultimo testificato che i misfatti in Bronte sono l’effetto di una reazione, si vede che il Governatore è caduto in uno scandaloso errore indegno dell’onesto sentire italiano».
«Con tutto il rispetto per Bixio, - annotava Sciascia - nasceva così il vero italiano e l’onesto italiano, di cui abbiamo visto nel fascismo più perfetti esemplari ed effetti». Una chiosa che potrebbe tornare buona anche per i miti della moderna società civile, fino a correre il rischio di doverle attribuire un significato metastorico.

[Filippo M. Battaglia - La Repubblica, 17 ottobre 2007, pagina 12, sezione: Palermo]



I DIBATTITI E LE RICOSTRUZIONI DEI FATTI DI BRONTE

Mostre, dipinti, sculture, ...

Dipinti e disegni di maestri italiani sui Fatti del 1860


Pietro Annigoni

"Libertà", di Alberto Gianquinto,1988

Alberto Gianquinto

Per ricordare i tragici fatti del 1860, nel 1988, negli antichi granai del Castello Nelson, si è svolta una straordinaria mostra di "Dipinti e disegni di maestri italiani ispirati alla novella di Giovanni Verga o all'oppressione".

La mostra, iniziativa dell’artista brontese Nunzio Sciavarrello, fu realizzata dall'Istituto per la Cultura e l'Arte di Catania con la partecipazione di numerosissimi artisti italiani. Fra gli altri, mandarono le loro opere Pietro Annigoni, Remo Brindisi, Agenore Fabbri, Pericle Fazzini, Renato Guttuso, Emilio Greco, Sante Monachesi, Domenico Spinosa, Orfeo Tamburi, Ernesto Treccani...



Orfeo Tamburi

"Libertà, di Ernesto Treccani, 1988
Ernesto Treccani

"Libertà", di Saro Mirabella, 1988

Saro Mirabella

San Vito, di Nunzio Sciavarrello
Nunzio Sciavarrello


Agenore Fabbri


Domenico Spinosa

Libertà, di Emilio Greco
Emilio Greco

«L’idea di dedicare una mostra alla libertà o alla repressione nacque qualche anno addietro forse quando Bronte celebrò, dopo oltre cento anni, il processo a carico di Nino Bixio, il prode garibaldino responsabile della cruenta repressione dei contadini in rivolta, avvenuta in Sicilia ai tempi dell’impresa dei Mille, per la divisione della terra, contro il potere dei «galantuomini», proprietari terrieri.
In breve tempo il proposito di Nunzio Sciavarrello (di promuovere e sollecitare gli artisti) trovò sostanza nel rispettivo messaggio e l’immediata disponibilità dello scrivente. Presto ci mettemmo all’opera, si scrissero lettere a noti artisti alcuni dei quali protagonisti della Resistenza ora con le sole armi della cultura ora con quelle effettive e reali per difendere i Paesi oppressi della dittature e soprattutto per conquistare all’uomo lo sua piena dignità e lo sua completa affermazione nell’ambito del processo storico.
L’invito fu accompagnato da una copia della novella del Verga Libertà che appunto si riferiva a quel massacro affinché si comprendesse lo spirito della nostra iniziativa, anche perché le opere dei maestri avrebbero dato una nuova veste al racconto verghiano che l’Istituto per lo cultura e l’arte avrebbe, per l’occasione pubblicato. Fummo lieti di ricevere i primi riscontri che furono parecchi. Come altre volte notammo lo signorilità e lo squisita solidarietà umana e artistica di gente sensibile ai problemi dell’arte; come altre volte sentimmo il calore (non si può non ricordare lo slancio di Remo Brindisi o lo grande nobilità d’animo di Pietro Annigoni, i primi a mandare le loro opere) degli uomini di cultura pronti a dare una mano alla gente della nostra terra cosi lontana dal Nord, dove le cose si fanno e tutto acquista dimensioni diverse.
Oggi le vecchie mura del castello, che fu amena dimora dei Nelson, ritornato al demanio di Bronte dopo secoli di vassallaggio, onorano i maestri della originale rassegna: Pietro Annigoni, Remo Brindisi, Ennio Calabria, Agenore Fabbri, Pericle Fazzini, Quinto Ghermandi, Alberto Gianquinto, Emilio Greco, Piero Guccione, Sante Monachesi, Domenico Spinosa, Orfeo Tamburi, Ernesto Treccani, e poi Saro Mirabella, Renato Guttuso. Ci sono anche Nunzio Sciavarrello, D’Inessa, Michelangelo Spampinato, Nunzio Urzì che fanno gli onori di casa.
Questo particolare incontro con l’arte, di lontani e cari ricordi spesso assai dolorosi ai figli di Bronte, sarà certamente di spinta ai giovani cui additiamo i valori dell’uomo e dell’artista che sono indivisibili, ponendo in prima l’uomo che ci guida alla ricerca e comprensione del secondo.»

D’Inessa (Giuseppe Finocchiaro)

Altre riproduzioni di opere degli artisti che parteciparono alla mostra sono visibili nelle pagine Libertà,
Verga e la libertà (di L. Sciascia) ed I fatti di Bronte (di L. Sciascia). Molte delle opere realizzate sono esposte nella Pinacoteca Nunzio Sciavarrello-Bronte.


I DIBATTITI E LE RICOSTRUZIONI DEI FATTI DI BRONTE

Simposio Internazionale di Scultura

Nel 1990, anche questo organizzato da Nunzio Sciavarrello, si è svolto a Bronte nel parco del Castello Nelson un Simposio Internazionale di Scultura per la creazione di un Museo all'aperto. Anche questa volta il riferimento ai "fatti di Bronte del 1860" è stato palese.

Il sen. Pino Firrarello, presidente del Comitato organizzatore, così apriva i lavori del Simposio:
"Il tema trattato dagli artisti è "La Libertà", argomento a cui Bronte è legata da antiche vicende che non vanno dimenticate perchè la storia deve servire a progettare e a meglio vivere il divenire".
Le opere esposte in mezzo ai plurisecolari platani e agli eucaliptus, fanno parte del museo di sculture in pietra lavica all’aperto del Castello Nelson.

 

I DIBATTITI E LE RICOSTRUZIONI DEI FATTI DI BRONTE

Risorgimento perduto

Un'analisi dei Fatti scritta con l’occhio disincantato dello storico

Un’attenta analisi dei fatti di Bronte ed altri documenti importanti ed inediti (lettere e proclami di Bixio e Garibaldi, decreti, corrispondenze politiche e militari, atti del processo, ecc.) sono riportati dal brontese Antonio Radice nel libro "Risorgimento perduto" (De Martinis & C., Catania 1995).

Interessanti le lettere, le corrispondenze e le proteste che John Goodwin, il Console inglese che coordinava e dirigeva tutta la rappresentanza diplomatica inglese in Sicilia, rivolse a Garibaldi ed a Crispi, Ministro dell’Interno, con pressanti inviti volti a tutelare gli interessi agricolo-patrimoniali dei Nelson.

In una delle lettere a Crispi, Goodwin indica espressamente l’Avv. Nicola Lombardo quale istigatore dei delitti e chiede di "…arrestare l’autore di tale assassinio onde essere giudicato dall’autorità competente e condannato...". E' Bixio si dimostro fedele esecutore dell'indicazione ricevuta.

Risorgimento perduto, il "commento" di Gino Saitta

Cenni storici su Bronte

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