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La repressione
«Il domani, 6 agosto, - scrive il radice - fu per pubblico bando ordinato
il disarmo. La venuta dei soldati sbigottì i più sediziosi; i quali, sbolliti i
fumi del vino e del furore, e raffreddati gli animi, pensando al proprio
pericolo e vedendo già davanti la pena che li aspettava, stimarono bene mettersi
al sicuro, dandosi alla campagna.» Charlotte Nelson, «la signora duchessa
stava in Inghilterra: e a Bronte, ad amministrare il gran feudo che
graziosamente Ferdinando (III di Sicilia, IV di Napoli, I delle Due Sicilie)
aveva donato all'ammiraglio Nelson, stavano, come già il loro padre, Guglielmo e
Franco Thovez, inglesi ma ormai così
bene ambientati da poter essere considerati notabili del paese.
Ed è a loro che si deve il particolare rigore che Garibaldi raccomandò a Bixio
per la repressione della rivolta di Bronte e che Bixio ferocemente applicò: alle
sollecitazioni del console inglese, a sua volta dai fratelli Thovez
sollecitato.» (Leonardo Sciascia, "Nino
Bixio a Bronte") Garibaldi, accampato nella fiumara di S. Filippo,
nella vicina periferia sud di Messina, più per tutelare gli interessi dei
possedimenti inglesi (in merito erano pressanti le sollecitazioni del console
inglese John Goodwin) che per ragioni di ordine pubblico, dà ordine al suo
fidato luogotenente Nino Bixio, di stanza a Giardini, di recarsi immediatamente
a Bronte e di reprimere la rivolta.
Contro i diritti primari dei brontesi scelse quelli impropri dei cittadini inglesi.
Cosa abbastanza strana, una rivolta, sollecitata e tesa all'attuazione della rivoluzione garibaldina, fu soffocata dagli stessi capi garibaldini.
Gli inglesi avevano aiutato Garibaldi: alle navi della flotta inglese, ormeggiate nel porto di Marsala, era stato impartito l'ordine di favorire lo sbarco dei garibaldini, che così si effettuò in modo tranquillo ed incruento.
Come pensare che avrebbero sopportato in silenzio l’occupazione popolare della Ducea senza richiedere un vigoroso intervento delle truppe garibaldine?
D’altra parte, il nuovo governo italiano, da cui si sarebbe aspettato piuttosto l’annullamento della donazione del 1799, la rinnovò a sua volta e s’assunse pure l’onere di pagare all’Ospedale di Palermo i proventi della rendita che il re Borbone aveva assegnato nel 1799 all’ammiraglio.
«Bixio - scrive uno dei garibaldini, G. C. Abba ne "La vita di Nino Bixio" - da Giardini pigliò con sé due dei suoi battaglioni; gli altri l’avrebbero seguito. E su a piedi, a cavallo, in carrozza, su carri, giungesse chi vi giungesse, marciò due giorni, coprendo la via dei suoi, ma alla fine fu Bronte.»
Vi giunse il 6 Agosto, lunedì verso le ore 10. Entrò nel paese quasi deserto accolto dal colonnello Poulet e dal Rettore del Collegio Capizzi, monsignor Palermo, che gli mise a disposizione il proprio appartamento.
La sommossa aveva ormai esaurito la sua carica violenta ed i veri autori dei misfatti si erano già eclissati nelle vicine campagne. "…Gli insorti sono naturalmente fuggiti", così scriveva, infatti, lo stesso Bixio in una sua lettera del 7 Agosto
al maggiore Dezza che lo seguiva a distanza di qualche chilometro.
«In realtà, - scrive Antonino Radice in Risorgimento perduto - il paese etneo,
seppur faticosamente, era ormai rientrato dentro i confini d’una calma relativa
e per tutti piena di speranze. Oltre che la naturale stanchezza dei rivoltosi
era intervenuta anche a gettare acqua sul fuoco il comportamento equilibrato ed
accorto del Col. Poulet giunto dal capoluogo ancora il giorno prima. Prima
ancora che Bixio facesse il suo ingresso nella cittadina etnea i focolai della
rivolta erano ormai stati soffocati da oltre 24 ore. Il generale garibaldino
arrivava dunque a fuochi ormai spenti. E proprio di tale ritorno alla ragione e
del ripristino d’un salutare clima di tranquillità il Poulet stesso, saputo
dell’imminente arrivo del generale garibaldino, aveva sentito il dovere di
informare quest’ultimo ancora nella mattinata del 6 agosto, facendogli
recapitare mentre era ancora in viaggio a pochi chilometri dalla meta, un
messaggio col quale lo avvertiva, per suo buon uso, che già da un giorno e più
la rivolta era definitivamente cessata.
L’indicazione era utile e obiettivamente importante perché l’azione punitiva che
Bixio si proponeva di compiere poteva essere ora diversamente regolata, partendo
da queste premesse di relativo ritorno alla calma.
Il messaggio però, per quanto tempestivo e ispirato a corretta informazione, non
venne tenuto in alcuna considerazione dal ricevente e non fu sufficiente per
indurlo ad una maggiore cautela ed a una certa discrezionalità nel portare
avanti la sua azione di intervento.»
Bixio prese alloggio nel Collegio Capizzi e vi restò solo tre giorni.
Ordinò al colonnello Poulet di riportare a Catania il reparto militare di 400 uomini
la cui presenza s’era rivelata il giorno precedente
provvidenziale per la immediata cessazione dei tumulti.
«Senza tante cerimonie - continua Antonino Radice - bollò l’intera cittadina
dell’accusa di “lesa umanità”. Dichiarò lo stato d’assedio e ordinò l’immediata
consegna delle armi di qualsiasi tipo e specie, operazione per la verità già
iniziata il giorno precedente dal colonnello catanese giunto prima di lui.
Sciolse fulmineamente il municipio e la guardia nazionale del posto, che per
vero triste prova aveva dato di sè nei giorni della rivolta e si era limitata o
per paura o per cattiva organizzazione a starsene alla larga senza alcuna
volontà di intervenire.
Predispose un immediato cambiamento delle cariche pubbliche al posto di quelle
assegnate nei tre giorni della sommossa, riconfermando però in massima parte gli
inetti amministratori precedenti, proprio quelli che si erano opposti fin dal
primo momento alle innovazioni da molti invocate.»
Impose anche all'intero paese una tassa di guerra di ragguardevole entità (10
onze)che la popolazione senza distinzione di sorta fu costretta a depositare sul
suo tavolo allo scadere di ogni ora.
Per dare anche un esempio di rigore, quale deterrente per altre simili situazioni che stavano verificandosi in altri comuni, attuò una rappresaglia senza precedenti contro l’inerme popolazione contadina trasformando, improvvisato giustiziere, in vittime innocenti i primi che caddero nella rete.
Ancora Antonino Radice scrive che «al suo arrivo nella
cittadina, risulta che il generale garibaldino in preda ad una incontenibile
collera iniziò i suoi colloqui con molti cittadini del comune di Bronte e con
appartenenti alla vecchia ufficialità della locale amministrazione, personaggi
in quel momento impauriti e tremanti, usciti appena dai nascondigli dentro cui
s’eran fin allora tenuti allo scopo di salvare la propria vita. Esortati a dare
la loro versione sui fatti costoro risposero all’invito come era da prevedere,
deformando l’accaduto e fornendo delle vicende ricostruzioni imprecise, dettate
per lo più dall’emozione che ancora in quel momento li possedeva. (…)
Il Bixio nella esaltazione punitrice da cui era posseduto in quei momenti,
andava solo in cerca di individui da dichiarare colpevoli in pubblico e da
destinare ad una immediata punizione. Per tale motivo egli prese subito per
buono, nel corso dei suoi personali interrogatori e senza l’aggiunta d’una
minima riflessione, quanto gli veniva raccontato, poco curandosi, come la
ragione avrebbe suggerito, di verificare o far verificare da altri la
credibilità delle deposizioni che gli venivano via via offerte. Eppure un
confronto era necessario fra le differenti versioni per stabilire una verità che
alla fine fosse tale per tutti. Una simile opportunità non attraversò per un
solo istante la sua mente.»
«I nemici politici dell’avvocato Nicolò Lombardo - scrive Fernando Mainenti (Agorà, periodico di cultura siciliana, n. 13-15, Apr.-Dic. 2003) - colsero dunque l’occasione di macchinare la rovina del loro onesto e leale avversario, indicandolo a Bixio quale caporione della rivolta: la reazione di Bixio fu inconsulta e immediata.
Il sicario di Garibaldi non si preoccupò minimamente di accertare o meno la colpevolezza dell’accusato, ma sotto l’effetto dell’ira più violenta ordinò al Poulet di arrestare il Lombardo ed i principali colpevoli della tragica sommossa.
Alcuni amici ed un ufficiale della compagnia del colonnello Poulet avvertirono il Lombardo del pericolo e gli consigliarono la fuga per sottrarsi alla rappresaglia di Bixio. Ma il Lombardo, forte della sua coscienza pulita, consapevole di avere tentato con tutti i mezzi di placare gli animi esagitati, si recò al Collegio Capizzi e chiese di conferire con Bixio.
Monsignor Palermo, non appena lo scorse, lo implorò di fuggire, avendo già intuito che il Lombardo andava incontro ad una morte certa.
Ma nemmeno questo consiglio rimosse don Nicolò dal suo proposito di presentarsi al generale. Bixio lo accolse con occhi di fuoco, bollente d’ira e lo apostrofò con violenza: Ah! Siete voi il presidente della canaglia! Non gli diede il tempo di scolparsi, di manifestare le sue buone
ragioni; gli impedì ogni, seppur vana, difesa! Con un ruggito che nulla aveva più di umano, ordinò l’arresto immediato dell’avvocato e lo fece rinchiudere nella stanza di disciplina del Collegio, sorvegliata a vista da un picchetto armato di garibaldini.»
Fece immediatamente intervenire in Bronte la "commissione mista eccezionale di guerra", per celebrare un rapido e sbrigativo processo contro coloro che erano ritenuti i capi della rivolta. Il processo
Bixio - scrive il Radice - «temeva di non essere chiamato dal Dittatore a passare lo Stretto per trovarsi al posto dell’onore; onde, secondo lui, quella lentezza del processo, ma più, lo stimolo della partenza lo rendeva febbricitante, più impetuoso, più nervosamente agitato. A lui, in quei momenti, tre giorni parevano tre lunghi anni, e un frullo la vita di quattro o cinque uomini che potevano essere fucilati, magari innocenti, quando era in pericolo l’unità della patria.»
L'8 Agosto in una lettera al Consiglio comunale di Cesarò, Bixio ne preannunciava già, prima ancora che fosse iniziato, l'esito: "La commissione mista di guerra - scriveva - sta istruendo sommariamente i processi, i capi saranno fucilati e i complici condotti a Messina innanzi al Consiglio di Guerra».«Segrete denunzie, - continua Benedetto Radice - accuse manifeste dei più accaniti nemici, accusarono il Lombardo, il Saitta, i fratelli Minissale, come Borboniani, reazionarii: li dissero aizzatori ai saccheggi alle uccisioni; ma più che contro gli altri, le ire e le vendette si avventarono contro il Lombardo, temuto capo del partito avverso. Si giunse perfino ad infamarlo che in casa sua furono portati libri ed oggetti provenienti dal saccheggio, che promise compensi ai ladri i quali deponessero presso di lui la roba rubata (...)
Il Lombardo scelse a difensore il suo acerrimo nemico e rivale l’avvocato Cesare. Parlò breve il Lombardo, protestò la sua innoccenza, tacciò di menzogneri i testimoni, disse essersi adoperato al trionfo della rivoluzione ed a sedare i tumulti, che, a tempo, aveva scritto al comandante della Guardia Nazionale del Distretto ed al Governatore, accennando al vacillamento dell’ordine pubblico, e ne presentò le risposte, indicò testimoni a sua difesa.» La faccenda fu liquidata nel giro di pochissimi giorni: con gravissime violazioni delle procedure giuridiche e processuali, la causa fu conclusa, la sera del 9 Agosto in appena quattro ore. Alle 12.00 agli imputati (alcuni dei quali analfabeti) fu data un’ora di tempo «a presentare - scriveva loro Michelangelo Guarnaccia, avvocato fiscale della Commissione di guerra - le loro eccezioni e difese, ad eleggersi difensori, a potersi informare del processo depositato presso questo nostro Segretario Cancelliere dimorante nella casa del Sig. Fiorini e da questo momento in poi poter conferire gli imputati coi loro difensori». Anziché un’ora, quattro di essi ne impiegarono due (la consegna poté avvenire dalle 14.00 alle 14.30) e questo fu sufficiente perché il tribunale rigettasse con durezza tutto perché, scriveva la Commissione di guerra nell'Ordinanza di rigetto che «viste le posizioni a discolpa presentate in Giustizia per gli accusati alle ore 14 di questo giorno, visto il verbale di pari data col quale si prescriveva l’improrogabile termine a produrre le loro discolpe alle ore 13, inteso l'avv. fiscale, dichiara irrecettibili le posizioni perchè prodotte fuori termine.» Il dibattimento iniziò alle 16, due ore dopo, per concludersi esattamente alle ore 20 dello stesso giorno e senza udire i testimoni a discolpa. Inutili ed infruttuose furono i tentativi e le contestazioni dell’accusato principale (l’avv. Nicolò Lombardo) che con tutte le sue forze cercò di convincere i giudici della debolezza e della falsità delle accuse raccolte contro di lui.
«Finito l'esame dei testimoni a carico - è scritto nel verbale del dibattimento - gli accusati Lombardo, Saitta, e Minissale han chiesto di sentirsi i testimoni dei medesimi additati in loro discolpa. L'Avvocato fiscale ha chiesto di rigettarsi le dimande degli accusati e di proseguire il dibattimento.
La Commissione ritiratasi nella camera delle deliberazioni uniformemente alle orali conclusioni dell'Avvocato fiscale ad unanimità di voti ha rigettato le dimande degli accusati ed ha ordinato proseguirsi il dibattimento.»
Si aveva una gran fretta di chiudere, anche se sommariamente come raccomandava Bixio, il processo. Alle ore 20 di giovedì 9 Agosto la Commissione mista eccezionale di guerra emise la sentenza : cinque persone, fra cui l’Avv. Nicolò Lombardo, vecchio patriota di educazione liberale, che si era spontaneamente presentato a Bixio, colpevoli secondo il suo giudizio e quello dell’improvvisata ed impaurita Commissione, "in nome di Vittorio Emanuele II, Re d'Italia" furono condannate alla fucilazione. «Data la sentenza, - scrive
Benedetto Radice - l’arciprete Politi andò al collegio a comunicare al Lombardo la ferale notizia; altri corsero al carcere a darne la novella al Saitta e ai fratelli Minissale. Ascoltò tranquillo il Lombardo e disse: I miei nemici hanno alfine trionfato. Dieci anni prima o dopo è lo stesso. Era questo il mio destino.
Fu tra i pianti e le strilla di una sua donna celebrato in articulo mortis il matrimonio ecclesiastico; e, avuti gli estremi conforti della religione, stoicamente si preparò al gran passo.
«Quella sera - scrive Vincenzo Pappalardo - l’avvocato si preparò con serenità alla
fine, sposando in articulo mortis una servetta, forse tenuta per amante,
certamente bisognosa di quella parte di eredità che le nozze le avrebbero
assicurato. Era l’atto di estrema magnanimità di un uomo non privo di ambiguità,
eppure animato da una spinta morale e utopica enorme, un gigante rispetto a
quegli omuncoli gretti e vigliacchi, meschini e profittatori che sospirarono di
sollievo nel mandarlo a morte e nel ricacciare i contadini alla servitù di
sempre.» (Un destino feudale,
in La Ducea di Bronte di A. Nelson Hood, Bronte,
2005).
I parenti del Lombardo si presentarono al Bixio per implorare da lui di poter dare l’ultimo abbraccio al condannato; ma egli fieramente li rispinse; e il povero garzone, andato a portargli delle uova, fu rimandato con dure parole: Non ha bisogno di uova, domani avrà due palle in fronte!»
La fucilazione
D. Nicolò Lombardo del fu Giuseppe di anni 48 (avvocato, la vittima più innocente)
Nunzio Spitaleri Nunno (del fu Nunzio di anni 40),
Nunzio Samperi Spiridione (di anni 27),
Nunzio Longhitano Longi (fu Giuseppe di anni 40) e
Nunzio Ciraldo Fraiunco del fu Illuminato, il cinquantenne scemo del paese totalmente infermo di mente ("simbolo vivente dell'irrazionalità della moltitudine", così lo definì Alberto Moravia), additati come i provocatori dei saccheggi e delle uccisioni dei "galantuomini", vittime di ragioni per loro incomprensibili, all’alba del 10 Agosto 1860 venivano fucilati in presenza di tutta la popolazione nella piazzetta antistante la Chiesa di San Vito «col secondo grado di pubblico esempio».
"Il domani venerdì, verso le 8, i condannati furono condotti al luogo del supplizio. Una folla immensa di popolo, nei cui occhi leggevasi lo spavento e la compassione, seguiva in ferale silenzio il corteo. L’arciprete Politi e il sac. Radice li andavano confortando. Il Lombardo, aitante della persona, con lo sguardo mesto, con un cappello a cencio, procedeva a passi lenti, fumando un sigaro, lisciando la sua folta e nera barba, che gli scendeva sul petto, invitando i compagni a rispondere alle preci degli agonizzanti. Giunti alla chiesa del Rosario si sentirono grida e pianti. Era una nipote del Lombardo. Alzò egli gli occhi al balcone, li riabbassò, dando un profondo sospiro, e voltosi agli astanti disse: -- Sono innocente come Cristo -- Un fremito e un lungo mormorio accolse le parole del condannato, che, austero, muto continuò il suo cammino. Arrivati sulla piazza di S. Vito i cinque condannati furono posti a sedere in fila. Protestò di nuovo il Lombardo la sua innocenza, chiese in grazia di essere il primo fucilato, e volto ai compagni disse: -- Recitatemi il credo. -- Letta da un ufficiale la sentenza fu ordinato il fuoco. Caddero riversi un dopo l’altro tutti e cinque.
"Un condannato, risparmiato dalla scarica della fucileria, tenendo con la mano l'immagine della Vergine, come un talismano sul petto, gridava: - Grazia! Grazia! - Era il matto. Gli si avvicinò l'ufficiale e gli diede il colpo di grazia". Stava Bixio con gli occhi fissi, vitrei, a cavallo, come l’angelo della vendetta. [...] I corpi dei giustiziati immersi nel proprio sangue furono lasciati fino a sera esposti al pubblico, spettacolo miserando e ammonitore.
Questa esecuzione assai la plebe sbigottì, solo agli offesi soddisfece, quella per timore di peggio, questi per vedersi vendicati del danno e delle ingiurie patite". (Benedetto Radice) Quel 10 Agosto 1860, insieme ai cinque malcapitati, moriva anche lo spirito battagliero dei brontesi, tradito da colui nel quale erano state riposte tante speranze: dal "liberatore" Garibaldi, dietro il quale anche da Bronte erano partiti dei volontari per "fare" la rivoluzione.
L’azione imposta da Bixio ai giudici della Commissione mista di guerra fu frutto di scelta freddamente calcolata. Sacrificava certamente la giustizia ma rispondeva pienamente alle necessità della politica e alle dure leggi della guerra.
Le fucilazioni dettero ampia soddisfazione alla nazione britannica i cui interessi secolari sulla Ducea erano stati seriamente minacciati dall’ondata rivoluzionaria.
A Bronte non dovevano assolutamente scalfirsi questi privilegi, che il popolo voleva abbattere e che avevano intristito ed avvilito nella miseria per molte generazioni tutta la comunità brontese.
Pochi giorni dopo Bixio annunciava che "gli assassini e i ladri di Bronte sono stati severamente puniti… la fucilazione seguì immediata i loro delitti".
E - conclude il Radice - «tal fine ebbe Nicolò Lombardo. Egli andò a morte per i sobillamenti dei suoi nemici, e per soddisfazione della nazione britannica.» «Il console inglese, scrive il Tenerelli Contessa,
assalì a dispacci il Dittatore, chiedendo pronta ed efficace repressione. E siccome in quei supremi istanti l’uomo sparisce e la vita di lui non si calcola, purché si ottenga il fine, così dovettero offrirsi delle vittime ad un interesse politico momentaneo del rappresentante di una nazione straniera, fiera purtroppo del suo orgoglio e della sua dignità, e Nicolò Lombardo fu fucilato.» E alla fine tutto tornava come prima: i "signori" al loro posto, i poveri contadini sempre più poveri. «In paese - conclude Verga la sua novella Libertà - erano tornati a fare quello che facevano prima; già i galantuomini non potevano lavorare le loro terre colle proprie mani, e la povera gente non poteva vivere senza i galantuomini. Così fu fatta la pace.»
E il Radice aggiunge che «così ebbe fine questa sanguinosa sommossa, che ira cumulata di generazioni per soprusi e ingiustizie, mal governo del Comune, pochezza di senno e di animo nelle autorità e nei cittadini, discordia e cupidigia di potere in tutti, fruttò al paese tanto esterminio e tanta morte!»
La tragedia di Bronte si era chiusa, e non era servita a niente.
Ai brontesi non restavano che le condizioni miserevoli, la fame, il desiderio di "libertà" dalla schiavitù e dalla miseria e l’amara certezza delle promesse non mantenute. Nino Bixio avrà per tutta la vita sulla coscienza i morti di Bronte; così si esprimeva in una lettera alla moglie: "Missione maledetta, dove l'uomo della mia natura non dovrebbe mai essere destinato".
Al primo sommario processo, fatto istruire da Bixio davanti alla Commissione speciale e concluso rapidamente con cinque condanne a morte, ne seguì un altro contro - scrive M. Sofia Messana Virga - «altri 745 imputati per reati minori, per i quali la pena prevista non era la fucilazione; vennero trattenuti in carcere in attesa di essere trasferiti a Messina per essere messi a disposizione delle autorità del luogo, le quali avrebbero stabilito il da farsi.»
Il Consiglio Civico brontese, che era espressione della volontà dei "cappelli", chiese ripetutamente che il processo fosse celebrato a Bronte e dal Consiglio di Guerra. Ma il Governatore di Catania si oppose ed il processo fu celebrato davanti alla Corte d’Assise di Catania tra il 1862 e il 1863.
C'è da notare anche che quando Garibaldi, dopo la vittoria del Volturno, emanò,
il 29 ottobre 1860 il decreto d'indulto, lo stesso Consiglio civico dette
mandato ai suoi avvocati perché si interessassero a Catania per non fare
estendere agli imputati del processo per i fatti dell'agosto i benefici
dell'indulto.
Il 12 agosto 1863 la Corte emise la sentenza definitiva con 37 condanne tra cui 25 ergastoli
L'arringa dell'avvocato Michele Tenerelli Contessa, un catanese che difese davanti alla Corte d'assise
di Catania cinque imputati del secondo processo - "appassionata, lucidissima, d'un avvocato colto e intelligente" -
è stata pubblicata recentemente dalla "C.u.e.c.m." (Catania, 1989) con una "Introduzione" del brontese prof. Gino Longhitano. |
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I
dispacci di John Goodwin
Molte le proteste e le pressanti richieste del Console inglese
John Goodwin al Generale
Garibaldi ed al Ministro dell'interno Francesco Crispi per la
repressione dell’insurrezione e la tutela dei beni dei Nelson a Bronte. Un
esempio queste tre lettere (tratte da
Risorgimento perduto di
A. Radice). In una addirittura il Console di
S. M. britannica addita le persone da condannare "a mente delle leggi"
indicandoli in Don Carmelo e Don Silvestro Minissale e Don Nicola
Lombardo, ordine puntualmente eseguito da Bixio:
Al signor Generale Garibaldi Dittatore Palermo
Palermo, 28 giugno 1860
Il sig. Guglielmo Thovez inglese, amministratore di Lady Nelson, Duchessa di
Bronte, la quale possiede delle vaste proprietà in quel Comune e suo
distretto, ha esposto al sottoscritto, di esservi colà dei forti timori di
disordini, che possono aver luogo ad opera di alcuni mali intenzionati, e che
se ciò avvenisse, la di cui costituente potrebbe soffrirne, e ha chiesto al
sottoscritto d’interessare il Sig. Gen. Garibaldi onde fare avvertire
energicamente il Comitato di Bronte di rispettare e far rispettare la
proprietà della detta Signora Nelson Bridport.
Il Sottoscritto nel darsi l’onore di riferire l’anzidetto al Signor Generale
lo prega di dare quelle disposizioni che crederà opportune per la sicurezza
della proprietà di cui sopra è parola e approfitta della presente occasione
per manifestarle i sensi della più distinta considerazione.
Il Console di S. M. Britannica
Giovanni Goldwin
(Archivio di Stato di Palermo, Segreteria di Stato presso il Luogotenente
Generale, Interno, 1860, Vol. 1954)
Al Ministro dell’Interno,
Palermo, 8 agosto 1860
Il sottoscritto ha l’onore di rassegnare al Sig. Ministro dell’Interno che
nella notte del 2 corrente una insurrezione scoppiò a Bronte, a sopprimere la
quale 80 individui della Guardia municipale furono colà mandati da Catania e
quel vice console inglese si diresse telegraficamente al Gen. Garibaldi in
Messina onde spedirsi una colonna militare sul luogo dell’avvenimento.
Siccome il risultato di questa dimostranza è tuttora ignoto e si crede che le
guardie municipali non saranno sufficienti per rimettere l’ordine, il
Sottoscritto è nella necessità di rivolgersi a codesto Governo onde disporre
quanto crederà opportuno per sopprimere l’insurrezione nella più sollecita ed
effettiva maniera.
John Goodwin
(Conservato in Pubblic Record Office, London, Foreign Office, 652/8 - 12889)
Al Ministro dell’Interno,
Palermo, agosto 1860
D. Rosario Leotta di Bronte al servizio della Duchessa di Bronte nella
qualità di contabile fu crudelmente assassinato nel giorno 3 corrente in
detto comune da persona o persone ignote e, per quanto si crede, ad
istigazione dei fratelli D. Carmelo e Don Silvestro Minissale e D. Nicola
Lombardo, tutti di
Bronte.
Il Sottoscritto prega il Sig. Ministro dell’Interno e Sicurezza Pubblica di
far ricercare ed arrestare l’autore di tale assassinio onde essere giudicato
dall’autorità competente e condannato a mente delle leggi.
John Gooldwin
(Conservato in Pubblic Record Office, London, Foreign Office, 652/8 - 125889) |
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6 AGOSTO «...Mentre eseguivasi il disarmo, sopraggiunse in carrozza con altri due il terribile Bixio; cui avea Poulet spedito due uomini a cavallo, per certificarlo del suo pacifico ingresso; e Bixio giunto diede ordine a Poulet di partire da Bronte con la sua brigata.
Il buon Generale riceve con dispiacere questa intima, ed ubbidendo indirizzò a Bixio un suo biglietto, di cui diede copia al Sacerdote suo amico per farlo noto ai Preti ed ai civili.
Il contenuto del biglietto era questo: - Signor Generale. Quando io arrivai nelle vicinanze di Bronte, trovai postato il popolo in tal terribile sito e strategico modo, che potea trucidarci tutti, senza che noi avessimo potuto ferirli. Ma al risapere, che noi eravamo forza pubblica del Governo, abbassarono le armi, e ci accolsero come in festa. Io raccomando all’Eccellenza Vostra un popolo sì docile e sì buono. - Poulet se ne andò. (...)» (P. Gesualdo De Luca, Storia della Città di Bronte) | |
8 AGOSTO «Io sarò a Bronte per la fucilazione e poi ci vedremo a Randazzo», scriveva Bixio al comandante Dezza: era l’8 di agosto del 1860.
Il 6 era entrato in Bronte; l’8 parlava già di fucilazione, ancor prima che avesse inizio il processo; il 9, all’alba, raccomandava ai giudici celerità e severità e partiva per Regalbuto, a reprimervi la rivolta; nel primo pomeriggio dello stesso giorno tornava a Bronte «per la fucilazione», che venne stabilita, con un proclama affisso alle cantonate, per l’indomani alle 8 al piano di San Vito. (Leonardo Sciascia, I fatti di Bronte) |
| I proclami di Bixio (originali conservati negli archivi del
Real Collegio Capizzi) Il Generale Nino Bixio, appena arrivato a Bronte, col bando del 6 Agosto dichiara il paese colpevole di lesa umanità
| AvvisoAffinchè tutti conoscano come l'ordine pubblico intenda dal Governo ristabilirsi ne' Comuni ove si oserà turbarlo, il Governatore della Provincia di Catania deduce a pubblica conoscenza il seguente Decreto: Il Generale G. N. BIXIO in virtù delle facoltà ricevute dal dittatore decreta il Paese di Bronte colpevole di lesa umanità è dichiarato in istato d'assedio. Nel termine di tre ore da cominciare alle 13 e mezza gli abitanti consegneranno le armi da fuoco e da taglio, pena di fucilazione pei retentori. Il Municipio è sciolto per organizzarsi ai termini di legge. La guardia Nazionale è sciolta per organizzarsi pure a termine di legge. Gli autori de' delitti commessi saranno consegnati all'autorità militare per essere giudicati dalla commissione speciale. E' imposta al paese una tassa di guerra di onze dieci l'ora da cominciare alle ore 22 del 4 corrente giorno, ora della mobilizzazione della forza militare in Postavina e da avere termine al momento della regolare organizzazione del paese. Il presente Decreto sarà affisso e bandizzato dal pubblico Banditore. Bronte 6 Agosto 1860. IL MAGGIORE GENERALE G. N. BIXIO |
| La Commissione mista eccezionale di Guerra pubblica la sentenza del 9 Agosto, che fa affiggere in tutti i comuni della Sicilia
| Il Governatore della Provincia di CataniaRende di ragion pubblica la Decisione emessa in Bronte, dalla Commissione mista eccezionale di Guerra, pei reati ivi avvenuti, cosi concepita: La Commissione mista eccezionale di guerra all’uopo eretta, residente in Bronte, composta dai Signori Francesco De Felice Maggiore Presidente, Biagio Cormagi, Alfio Castro, Ignazio Cagnotti Giudici, coll’intervento dell’Avvocato Fiscale Michelangelo Guarnaccia, assistita dal Segretario Cancelliere Niccolò Boscarini nella seduta d’oggi stesso ha emesso la seguente decisione. Nella causa a carico di D. Niccolò Lombardo, D. Luigi Saitta, D. Carmelo Minissale, Nunzio Longhitano, Nunzio Spitaleri Nunno, Nunzio Saperi Spirione, e Nunzio Ciraldo Fraiunco da Bronte, imputati di guerra civile, devastazione, saccheggi, incendi con seguiti omicidii, e di detenzione d’arme vietate pei solo Lombardo, Longhitano, e Spitaleri, avvenuti in Bronte dal 1 Agosto e seguenti del 1860 in danno di Rosario Leotta e compagni, e dell’ordine pubblico. ha dichiarato 1. Non constare abbastanza che Luigi Saitta e Carmelo Minissale siino colpevoli dei reati loro addebitati, difformemente alle conclusioni dell’avvocato fiscale. 2. Constare che D. Nicolò Lombardo, Nunzio Samperi Spirione, Nunzio Spitaleri Nunno, Nunzio Ciraldo Fraìunco, e Nunzio Longhitano Longi siino colpevoli dei reati loro addebitati, giusta l’atto d’accusa, ed uniformemente alle orali conclusioni dell’avvocato fiscale. ordina Prendersi una più ampia istruzione sul conto dei sudetti Saitta e Minissale, rimanendo sotto lo stesso modo di custodia. Condanna D. Nicolò Lombardo, Nunzio Samperi Spirione, Nunzio Ciraldo Fraiunco, Nunzio Spitaleri Nunno, e Nunzio Longhitano Longi alla pena di morte da eseguirsi colla fucilazione, e col secondo grado di pubblico esempio nel giorno di oggi alle ore 22 d’Italia, li condanna altresì alle spese del giudizio in solido in favore della cassa delle finanze da liquidarsi come per legge. Ordina infine che della presente decisione se ne affissino tante copie in istampa per quanto sono i comuni dell’Isola per la debita pubblicità. Fatto, deciso, e pubblicato in Bronte lì 9 Agosto 1860 alle ore 20. Per estratto conforme - Niccolò Boscarini PER IL GOVERNATORE Il Segretario Generale CARLO DE GERONIMO |
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Scene tratte dal film di Florestano
Vancini
«Bronte, cronaca di un massacro che i libri di storia non hanno
raccontato» (1972) |
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Il processo
Parla il liberale avv. Nicolò
Lombardo. Non gli fu dato il tempo di scolparsi, di
manifestare le sue buone ragioni; gli fu impedita ogni, seppur vana, difesa! |
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La
fucilazione
dei 5 condannati all'alba del 5 Agosto 1860 "col secondo grado di pubblico
esempio" |
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Col proclama del 12 Agosto Bixio annuncia agli abitanti della provincia di Catania che a Bronte
giustizia è stata fatta |
Abitanti della Provincia di Catania Gli
assassini, ed i ladri di Bronte sono stati severamente puniti -- Voi lo
sapete! la fucilazione seguì immediata i loro delitti -- Io lascio
questa Provincia -- i Municipi, ed i Consigli civici nuovamente
nominati, le guardie nazionali riorganizzate mi rispondano della
pubblica tranquillità!... Però i Capi stiino al loro posto, abbino
energia e coraggio, abbino fiducia nel Governo e nella forza, di cui
esso dispone -- Chi non sente di star bene al suo posto si dimetta, non
mancano cittadini capaci e vigorosi che possano rimpiazzarli. Le
Autorità dicano ai loro Amministrati che il governo si occupa di
apposite leggi e di opportuni legali giudizi pel reintegro dei demanî --
Ma dicano altresì a chi tenta altre vie e crede farsi giustizia da se,
guai agli istigatori e sovvertitori dell'ordine pubblico sotto qualunque
pretesto. Se non io, altri in mia vece rinnoverà le fucilazioni di
Bronte se la legge lo vuole. Il comandante militare della Provincia
percorre i Comuni di questo distretto. Randazzo 12 Agosto 1860.
IL MAGGIORE GENERALE G. NINO BIXIO
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L'atto di matrimonio dell'avv. Nicolò
Lombardo con Maria Schilirò celebrato "in articulo mortis" dall'arciprete
Salvatore Politi nelle prime ore del 10 Agosto 1860:
«N. 55
D. Nicolaus Lombardo
Die 10 augusti 1960 |
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Nullo habito canonico impedimento abque dispentatio
nobis, quia periculum erat mortis; ego sacerdos D. Salvatoris Politi
arcipretis et unicum parrocus I.S.M.E.C.B. (In Sancta Mater Ecclesieae
Communis Brontis) interogavi D. Nicolaus Lombardus filium quondam D.
Francisci et viventis D. Carmela Dinaro anni 49 et Mariam Schilirò viduam
relictam Antonini Calanna filiam quondam magistri Vincentii Schilirò et
Dominica Calaciura, anni 44; eorumque mutuo consenzu habito cum verba
solenniter presenti matrimonio coniunxit juxta riti Sancta Romana
Ecclesiae presentibus testibus notis Sac. D. Benedictus Melis et Magistri
Ignazius Pettinato.»
«55. - D. Nicola Lombardo
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Il giorno 10 agosto 1860
Non essendovi nessun altro impedimento canonico che ci dispensi, poichè
c'era
pericolo di morte, io, Salvatore Politi arciprete e unico parroco I.S.M.C.B.
(nella Chiesa Madre del Comune di Bronte), ho interrogato don Nicola
Lombardo figlio del defunto Don Francesco e della vivente Donna Carmela
Dinaro di anni 49 e Maria Schilirò vedova di Antonino Calanna e figlia di
Mastro Vincenzo Schilirò e Domenica Calaciura, di anni 44; avuto solennemente il loro
reciproco consenso li ho uniti in matrimonio in presenza dei testimoni
conosciuti Don Benedetto Meli, sacerdote e Mastro Ignazio Pettinato secondo
il rito della Santa Chiesa Romana.»
(traduzione di N. Longhitano) |
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Dopo i sanguinosi fatti di Bronte,
eliminato anche sommariamente uno dei pochi intralci che si erano creati
allo svolgimento dell'impresa dei "Mille", la "liberazione garibaldina"
continuava, riprendeva il suo corso.
Ma malgrado la "liberazione" e l'unificazione italiana del 1861, malgrado le
promesse ed i proclami, i Duchi erano rimasti nella Ducea. Fallita anche la
sanguinosa rivolta brontese del 1860, chi avrebbe più potuto togliere ai
Nelson-Bridport le terre della Ducea per dividerle fra i contadini di Bronte
o di Maniace o di Maletto se non il nuovo Stato italiano?
Ma anche le speranze di un intervento in questo senso furono presto deluse.
Da quella fallita sollevazione popolare, anzi, derivò altra repressione e
la secolare lite fra il Comune e i discendenti
di Nelson continuò per altri cento anni.
Il regime di feudalità vigente a Bronte non fu superato neanche nel periodo
fascista, nonostante l'accesa rivalità con la Gran Bretagna. |
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Pochi mesi dopo
la sanguinosa rivolta popolare repressa con tanta violenza da Bixio, nelle elezioni del 21 Ottobre/4 Novembre 1860, i brontesi votarono
nella Chiesa di San Giovanni l’annessione
della Sicilia all’Italia: «Bronte, votanti millenovecentonovantaquattro,
tutti pel si». |
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NINO BIXIO A BRONTE l'integrale monografia di B. Radice (tratta dal II° volume delle Memorie storiche di Bronte) in formato  SCARICA IL FILE (100 pag., 803 Kb) |
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Il convento e la Chiesa di S. Vito in un
disegno tratto dalla "Storia della Città di Bronte" di p. Gesualdo
De Luca (1883). Sul piazzale antistante, vicino al portone della
selva, Bixio fece fucilare l'avv. Nicolò Lombardo e gli altri quattro,
ritenuti colpevoli di strage. Una stradina di fronte al convento porta
il nome di Nino Bixio ma, in perfetto equilibrismo, in una villetta
antistante il piazzale, nel 1985,
è stato eretto un piccolo monumento
anche ai cinque malcapitati da lui fatti sommariamente fucilare. Nessun
ricordo, invece, per i sedici trucidati dai rivoltosi. |

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Nella foto a destra un
murales dipinto in un una casa di Bronte (nella via Madonna di
Loreto, il cosiddetto "Catoio"), ormai quasi illeggibile, rappresentava la
fucilazione dei cinque malcapitati davanti al Convento di S. Vito.
Nella foto a sinistra, il colpo di grazia nel
film di Vancini |
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