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(…)
L’indomani, per tempo, partimmo per fare l'intero giro dell'Etna. La mattina era
limpida e serena. Gli amici che mi accompagnavano, prima di uscire dalla città
vollero portarmi al giardino Bellini, tra i viali, i busti dei catanesi celebri,
il Labirinto presso cui gli operai scavano una profonda fossa per metterci un
giovane elefante che deve arrivare da Roma, e dove hanno portato i pezzi di una
dissepolta fontana del Vaccarini.
Di là si vede un grande prato con un elefante
di erba, «u' liotro», una trinacria, una scritta, una stella, dei chiostri per
le orchestre, gli alberi verdissimi, dei boschetti, e, dietro, il triangolo
bianco e azzurro dell'Etna sul cielo.
Che incantevole luogo da ricordo
d'infanzia: avrei voluto essere catanese per aver corso bambino su quei viali.
Uscendo da Catania la strada attraversa subito la sciara di Curia. È un
meraviglioso e terribile paesaggio nero e viola e grigio di lava nuda o coperta
di licheni, mossa da un vento antichissimo in onde increspate e bizzarre. In
mezzo alla lava sorge un nuovo quartiere popolare di case bianche, come una
città nel deserto.
Corriamo in mezzo alla sciara tra lave diverse, intatte,
ancora dopo secoli o già sgretolate e trasformate: sono le piante che lentamente
rifanno della pietra una terra fertile.
Da principio i funghi e i muschi e i
licheni che incrostano verdi rossi o grigi il basalto violetto, e lo intaccano
fino a quando possa germogliarvi il cardamomo e poi la ginestra, e un'altra
specie di ginestra, chiamata, in dialetto, «cichiciaca».
Soltanto dopo la
ginestra appare il fico d'India, questa pianta della resurrezione, l'albero
della lava, verde tenero sui pendii di pietra. Dopo il fico d'India vengono le
altre piante: il fico, il pistacchio, il mandorlo, l'olivo, e ultima, la vite.
Così, dalle piante che vi nascono, si può datare la pietra colata dal vulcano,
fino a quando un'altra colata sommerga le ultime viti e gli olivi e i fichi
d'India e le ginestre e i licheni, e ritorni il deserto di pietra. (…)
(…) Il Simeto è un vero confine: di qua l’Etna che appare
alto in cielo come un dio irraggiungibile, e il suo regno, fatto in alto di nevi
e di basalto e poi, scendendo, di boschi di castagni e di felci, e, più giù,
vigne e giardini e agrumeti, e paesi e verdi distese di piante, sul terreno
sempre pericolante e casuale, ma pieno di sali, di succhi fertilissimi e
vivificanti; dall'altra parte, oltre il Simeto, il feudo desolato e nudo,
la terra da grano, spoglia e giallastra, senza alberi, senza case, battuta dal
sole, misteriosa nella sua nudità, un mondo lontano e remoto dove gli splendenti
Dei del vulcano non hanno posto il piede.
Qui, a Adrano, città
illustre, piena di storia, ricca di imprese di briganti, un tempo
legati al feudo e più recentemente isolati e individuali, centro
antico e recente di lotte bracciantili, dove l'anno scorso fu ucciso,
in una dimostrazione di piazza, il bracciante Girolamo Rosano, ci
fermammo appena. Più avanti, lontane sui monti, appaiono Enna e Calascibetta, e dall'altra parte Cesarò, e i monti brulli della
provincia di Messina.
Dopo un'altra sciara,
la sciara Nova, una delle cento che scendono, come ruscelli,
dall'Etna, si entra in Bronte.
Era ormai mezzogiorno, e qui ci fermammo, sia per l'ora, sia perché i
miei compagni vi avevano degli amici, sia per il fascino del nome, di quel
Bronte Ciclope che coi compagni Sterope ed Arge fabbricò, al dire di
Esiodo, la folgore di Giove.
È un grande paese senza splendore di architettura ma con belle case sulla strada
principale, ricco di storia anch'esso, come Adrano, e come Randazzo a cui fu un
tempo soggetto; famoso soprattutto per la Ducea di Bronte, il feudo di Nelson,
per i continui moti contadini, per le sue rivolte, e per la
feroce repressione
di Nino Bixio.
Mentre ci guardavamo attorno cercando qualche vestigio di questi ricordi
storici, dei contadini mi riconobbero e mi invitarono a visitare le loro case.
Lasciammo così la strada e il quartiere dei signori e scendemmo, per
le stradette ripide, nei Cortili dei poveri. Di rado può vedersi, in un paesaggio
lussureggiante, sulle falde del più illustre e fertile vulcano, nell’aria
abitata dai più illustri Dèi, tanta miseria.
Visitammo molti Cortili (sono specie di piccoli slarghi attorno a cui sono
costruite delle catapecchie): i contadini e le donne dalle soglie ci facevano
cenno di entrare perché vedessimo in che modo vivevano. Per terra, nelle strade,
nei Cortili in pendio, scorrono, per mancanza di fogne, le acque putride, e il
tanfo prende alla gola.
Le case, se cosi si possono chiamare, sono delle tane
dove piove dai tetti di canne, affumicate, spoglie, senza finestre, dove in
pochi metri quadrati vivono accatastate otto, dieci, dodici persone.
I bambini, dagli splendidi visi di angeli, hanno le pance gonfie per la malaria:
è lo spettacolo della più estrema miseria contadina, inaspettata in questa
costiera di paradiso.
Nel Cortile dei Garofani, dove il puzzo di fogna è
insopportabile, dove non si sa dove appoggiare il piede tra l'acqua nera che
scorre, entrammo nel tugurio di un mezzadro di un ettaro e mezzo di terra. Erano
otto nella casa semiscoperchiata; i due bambini più piccoli, Angelo e Nunziata,
mi guardavano coi grandi occhi dei bambini malarici. Il padre, che è
proprietario del suo tugurio, mi disse che deve pagare per esso al Comune la
tassa sulla nettezza urbana, una tassa di millecinquecento lire l'anno.
Lo stesso spettacolo dappertutto: nel Cortile delle Magnolie, nella Piazza della
Fortuna, nella via Lorenzo il Magnifico, nella via Pietro Aretino, nella via
delle Muse, strani nomi posti dal gusto poetico di un assessore del Comune a
quelle immonde cloache.
Chiesi ai contadini di via delle Muse se sapessero chi
erano queste amabili Dee.
- Non sappiamo, - mi risposero, - siamo ignoranti, che sappiamo? - Forse, - mi
disse uno col viso sveglio e intelligente, - forse si può interpretare, magari è
una ingiuria - Ingiuria, vuole dire, in siciliano, nomignolo, soprannome. Ma
quei nomi sono veramente un'ingiuria.
Nel Cortile delle Magnolie le donne si lagnavano.
- Qui abbiamo la democrazia speciale, - dicevano, - i signori stanno sulla
piazza e chi muore, muore.
In una casa, non più grande di tre metri, abitavano dieci cristiani.
- Come dormite?
- La sera facciamo l'albergo, - mi spiegarono.
C'era però, in un angolo, un rubinetto d'acqua, ma, applicato al rubinetto, un
contatore lucido e nuovo che sembrava più grande della casa.
- Quando piove, - mi disse un contadino, - s'à da mettere gli stivala a'
Napulione.
In via Pindaro, una donna sapeva chi fosse la persona a cui era intitolata la
strada.
- Pindaro, - mi disse, - era uno di Bronte, un barbiere che abitava qui -. Una
vecchia dalla porta mi dice: - Lu feto che c'este alla mattina, semo tutti
bogliuti.
Un bracciante ha qui una casa dove si può entrare soltanto carponi e gli costa
cinquecento lire al mese di affitto. Nel Cortile delle Orchidee corrono le acque
putride. Una giovane sposa mi guarda con aria desolata, e con voce dolcissima mi
dice:
- Ci vuliva li beddi cessi, na bedda cunduttura.
Cosi vivono i braccianti in Bronte, migliaia di contadini senza terra, che
aspettano le terre della riforma agraria, che da un secolo e mezzo combattono
per vivere contro la Ducea feudale di Nelson, che si muovono ogni tanto per
occupare le terre come nel 1848 e in questo dopoguerra, che ne sono scacciati e
ci ritornano pazienti e tenaci e pieni, malgrado tutto, di umana vitalità, e
riescono ancora, nei loro fetidi Cortili, a sperare nel futuro.
Il centro dei loro pensieri, l'origine delle loro miserie è la Ducea: decidemmo
allora di andare a visitarla.
Scendemmo al ponte sul Simeto, sul fiume che qui è profondamente incassato nella
roccia, in una piega faglia della crosta terrestre.
Di qui la vista di Bronte
sulla collina e, dietro, il nuovo profilo dell'Etna visto da nord-ovest,
impassibile, coi suoi fumacchi chiari sul cielo, contrasta meravigliosa con le
brulle pendici del feudo alle nostre spalle. Non potemmo proseguire perché la
strada era interrotta, e prendemmo l'altra via, verso Randazzo e Passo Pisciaro.
Si incontravano per le strade i tortoriciani, alti e grossi, poi, tra lave
antiche e recenti, si torna nel deserto, cui sovrasta solo e nudo, l'Etna
incombente, e compare il piano della Ducea, dove nascono i tre affluenti del
Simeto, Martello, Cutò e Saraceno, e i monti desolati su cui corre l'ombra delle
nuvole. Sulle pendici dei monti si vedono, piccolissimi, i pagliari, piccole
costruzioni di paglia a cono, con una porticina bassa, in cui vivono, alla
rinfusa, i contadini del monte.
Scendemmo in fretta al Castello di Maniaci, il castello dell'ammiraglio Nelson e
dei suoi eredi.
C'è una chiesa antichissima con una Madonna bizantina, un
cortile, tra mura di pietra che sanno di caserma e di prigione e, in mezzo, una
croce di lava con la scritta
HEROI
IMMORTALI
NILI
Ci sono gli uffici della
Ducea, un ufficio postale, i carabinieri.
Lord Rowland Arthur Nelson
Hood Visconte Bridporth, Duca di Bronte, l'attuale proprietario,
ufficiale della marina inglese, erede di Nelson e parente della
famiglia reale, non è qui in questo momento.
La storia di Maniaci richiederebbe un libro per essere raccontata. In
breve, questa terra, vinta dal guerriero bizantino Giorgio Maniace nel
1040 contro i Saraceni, data a Giovanni Calafato nel 1221 da Federico II, data a Giovanni Ventimiglia da re Martino nel 1396, passata più
tardi all'ospedale Grande e Nuovo di Palermo e infine regalata a
Orazio Nelson da re Ferdinando di Borbone nel 1799 come compenso per
avergli salvato il regno e ammazzato i liberali di Napoli, questa
terra ha cambiato signori, ma i suoi contadini hanno continuato a
vivere negli stessi pagliari, senza mutamenti, da mille anni.
Ma la lotta per la terra fu sempre
viva e ora è più viva che mai, sicché la Ducea di Bronte può essere
presa a esempio (come le miniere di Lercara Friddi) del più assurdo
anacronismo storico, della persistenza di un perduto mondo feudale e
dei difficili tentativi contadini per esistere come uomini.
Meriterebbe di raccontare per esteso questa lunga e complicata
vicenda, e come questa terra fosse sequestrata durante la guerra come
bene straniero, e come gli ufficiali inglesi si precipitarono a
riprenderne possesso il giorno della Liberazione, come oggi essa sia
stata dichiarata soggetta a scorporo nei piani della riforma agraria
siciliana, come l'amministrazione del Lord Bridporth si opponga, in
tutti i modi legali e illegali, alla Riforma, come reagiscano i
contadini alle mosse della Ducea.
Gli ultimi episodi di questa lunghissima guerra sono addirittura
incredibili, e io stesso non vi crederei se non ne avessi avuta
precisa testimonianza. Giravamo per i campi parlando con i contadini,
e uno di essi mi raccontava che, per evitare lo scorporo, la Ducea
aveva costretto i contadini a comperare le terre dove lavoravano.
Costretti con la minaccia di venderle ad altri e di cacciarli
immediatamente dal loro lavoro: e queste vendite forzate avvennero, in
buona parte, dopo il termine ultimo del 27 dicembre 1950 consentito
dalla legge siciliana di riforma.
Ai contadini che non avevano denaro fu detto di farselo prestare, e
tra gli usurai di Tortorici e di Randazzo il tasso usuraio è del 35,
del 40, del 50 per cento; il prezzo della terra, imposto dalla Ducea,
il doppio del suo valore.
I contadini vendettero le vacche, le
masserizie per pagare la prima rata e non essere cacciati dalle loro
case. La terra deve essere pagata in cinque anni, ma, quando non
potessero pagare una rata, tornerebbe proprietaria la Ducea.
Cosi i
contadini forzati ad acquistare, si trovano indebitati, rovinati,
padroni di una terra venduta dopo i termini legali, soggetta perciò a
essere espropriata per la Riforma e data ad altri, in lotta quindi
anche fra loro, coi braccianti senza terra di Bronte. Dovettero pagare
le spese dell'atto di acquisto, mentre Orazio Nelson, l'eroe di cui
Giovanni Meli cantava:
Eccu di novi
fulmini la manu
già t'arma Bronti ch'a li tanti provi
cridi in tia trasmutatu lu gran Giovi
fu, lui, esentato dal generoso Borbone, quando ebbe Bronte in dono,
dal pagare la somma dovuta per il diritto di investitura. Mentre i contadini mi raccontano questi fatti, passano armati i
campieri e ci guardano diffidenti. C'è nell'aria un feudale terrore.
Arriva un contadino, piccolo e magro, a cavallo: è uno di quelli che
ha dovuto comprare la terra, è disperato, mi dice: - Siamo cani
rinnegati come al tempo dei Saraceni. Anche lui ha dovuto vendere le
sue vacche, prendere in prestito il denaro da un usuraio di Tortorici,
pagare quarantamila lire per l'atto, non sa più come fare a vivere.
Ne arriva un altro, un terzo, un quarto, ciascuno mi espone con
precisione di cifre i suoi conti, le sue spese, i suoi guadagni, i
suoi debiti. L'astuto piano del Lord Inglese, o della sua
Amministrazione, sarebbe, secondo i loro racconti, quello di sottrarsi
alla Riforma vendendo le terre e riprendere le terre più il denaro dai
contadini indebitati e nell'impossibilità di pagare, di mettere i
contadini in lotta contro i braccianti, di scoraggiare gli uni e gli
altri chiudendoli nell'eterna servitù.
Ma questi contadini sanno resistere e per quanto abbandonati e miseri
cercano di difendersi. - Qui nella pianura, - mi dicono, - stiamo già
bene. Vada sulla montagna, veda la gente nei pagliari, che vivono come
bestie, ce n'è di quelli che vi sono nati e non sono stati neanche
denunciati allo stato civile, non si sa quanti sono.
Partimmo dalla Ducea turbati. È forse destino che le cose rimangano in
eterno nella loro cristallizzata ferocia e che il contadino debba
sempre combattere, senza armi, contro i signori feudali, gli eroi del
mare, e gli avvocati delle amministrazioni? |