Le origini
La Storia di Bronte, insieme, nel web 422 FOTO DI BRONTE, insieme

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Il nome e l'origine


La mitologia vuole che l’origine di Bronte ed il suo stesso nome siano da ricondursi al mito dei Ciclopi, giganteschi esseri dalla forma umana simbolo delle forze della natura.
Vuole, infatti, la leggenda che la cittadina sia stata fondata dal ciclope Bronte (che vuol dire "tuono"). Bronte ed i suoi fratelli Sterope ("lampo") e Piracmon ("incudine ardente"), al servizio del dio Vulcano, erano stati condannati a lavorare presso la fucina del dio dentro le viscere dell’Etna con il compito di fabbricare i fulmini di Giove e le armi degli eroi.
Il mito sembra accreditato anche da Virgilio che nei suoi versi narra di Bronte e dei suoi due amici fabbri nell’officina divina ("All'interno d'un ampio antro manipolavano il ferro i Ciclopi Bronte, Stèrope e, nudo le membra, Piràcmon"). 
Sull’antica origine di Bronte dal punto di vista storico, si hanno però poche documentate notizie e peraltro esistono solo alcuni ruderi che ne testimoniano l’antica nascita.
Secondo alcuni studiosi, la sua nascita risalirebbe ai Sicani.
L’Odissea di Omero è il più antico libro nel quale si parla della Sicilia, allora chiamata Siikanie e, nello stesso libro, si parla di Siculi.
Tucidite (guerra del Peloponneso) ci tramanda che i più antichi abitanti dell’Isola fossero i Ciclopi e i Lestrigoni. Di ambedue non ci dice né la provenienza né a quali popoli appartenessero.
Nella parte occidentale della Sicilia erano insediati i Troiani che presero il nome di Elimi ed erano concentrati tra Erice e Segesta.
Per ultimo, nell’isola si stabilirono i Siculi provenienti, secondo alcuni storici, dalla parte meridionale dell’Italia, perché scacciati dagli Opici.
Questi, i siculi, con la forza delle armi, occuparono parte della Sicilia orientale e relegarono i Sicani nella parte occidentale dell’Etna. Qui appunto avrebbero fondato Bronte.
In due contrade ai piedi dell'Etna (Musa e Zucca) abitarono certamente gruppi di antichi Sìculi, spinti successivamente da terribili eruzioni ad andare verso posti più sicuri che potrebbero essere stati Maletto, Santa Vènera, Rocca Calanna, Cisterna, Corvo, etc..

Testimoniano quanto sopra detto le numerose cellette funerarie a forma di forni (i "gruttitti") rinvenute nelle grotte tra Maniace, Maletto e Bronte (un tipico esempio sono quelle presenti alla base della Rocca Calanna di contrada Difesa, della contrada Contura, le cosidette Grotte dei Saraceni, a pochi chilometri da Bronte), le tracce di villaggi rupestri e le capanne preistoriche ( "i pagghiari") sparse su tutto il territorio compreso tra Randazzo e Adrano.
In un'area che confina con il territorio di Maletto (contrada Santa Venera) sono stati scoperti resti di una cinta muraria del periodo siculo e di abitazioni dalla forma circolare, quadrata e poligonale, unitamente a frammenti di vasi in terracotta e oggetti in bronzo.
Altre testimonianze sono state rinvenute nelle contrade: Fontanamurata, Mangiasarde,  Margiogrande, Cisterna, Primaria, Rinazzo, Contura, Barbaro, Fontanazza, Marotta, Sciarotta, Cantera, Serra Stivala, Bolo, Tartaraci.
Il rinvenimento di altri reperti archeologici (mattoni, sepolcri, oggetti funebri, anfore, monete e medaqlie) e di vasi di fine argilla rivela anche la presenza nel nostro territorio di coloni greci; quindi, di passaggio, vi furono eserciti romani, cartaginesi e siracusani.
Si colgono anche tracce incontrovertibili dell’influenza araba quali i riferimenti topografici (Piano Saraceno, Grotta Saracena, etc.) o il gran numero di parole arabe presenti nel dialetto brontese.



Riflettori su Bronte
Dalla leggenda greca a quella napoleonica 
Nelson, eroe della città del mito
Sfogliando la storia. L’ammiraglio nominato duca di Bronte per l’eroica traversata
Bronte è il luogo del mito: del mito che avvolge la storia e ne diventa il simbolo, nella letteratura. Potrebbe sembrare una definizione fantasiosa, ma corrisponde alla realtà.
Bronte, tanto per iniziare, nasce dal mito. Il nome, come è evidente, risale all'alba dei tempi. Così si chiamava uno dei tre ciclopi che forgiavano tuoni e lampi per il padre Zeus con gli eterni fuochi dell'Etna. Ne parlava, in toni poetici, Esiodo, che forse precedette Omero, ne ripeterono il racconto Virgilio e Ovidio negli anni più gloriosi di Roma. A ben vedere era la favola che si sovrappone alla storia.
Bronte in greco significa «tuono, rimbombo» e visto che il padre Zeus era il dio delle folgori, niente di strano che uno dei suoi assistenti si chiamasse «Rimbombo».
Che poi fosse uno dei Ciclopi e che abitasse nell'Etna dipende da quella poetica creativa che permetteva agli antichi di dare forma visibile ad entità immateriali: le sorgenti erano ninfe bellissime, le ore erano fanciulle danzanti, e il tuono era un gigante possente.
Mito. E la città che ne prese il nome?
Dotta invenzione. Nell'antichità classica nessun abitato è stato registrato con il nome di Bronte; il Medio Evo arabo, indagato meticolosamente da Michele Amari, non registra alcun villaggio o casolare che avesse un nome simile.
C'era, nei paraggi, Maniace (nome storico greco), c'era Bolo, con tanto di castello, ma Bronte no.
Emerge dalle nebbie solo nel Cinquecento, con la fioritura rinascimentale, quando a qualche erudito non sarà parso vero di dare un nome epico al villaggio che guardava da nord il possente vulcano.
Il momento in cui Bronte conquistò una gloria internazionale fu la fine del Settecento.
I Borboni di Napoli erano in grosse difficoltà davanti all'avanzata della Rivoluzione.
La regina Maria Carolina (sorella di Maria Antonietta) temeva fortemente di fare la stessa fine della sorella sulla ghigliottina. I Savoia avevano preso, non proprio di buon grado, la via di Parigi. Il papa era prigioniero.
Tutto sembrava perduto. La regina, che era austriaca, figlia di Maria Teresa, sospirava la tranquillità dei monti di Salisburgo, la pace di Graz: ma come tornarci? Il re Ferdinando, che dopo le nozze aveva fatto un trionfale giro in Sicilia (e gli fu innalzato a Catania l'arco barocco che ora si chiama porta Garibaldi) sperava di riparare a Palermo. Ma come?
A salvarlo intervenne l'ammiraglio britannico Orazio Nelson, che imbarcò i sovrani sulla Vanguard e fece vela verso la Sicilia. Una traversata infernale (erano gli ultimi di dicembre del 1799), la austriaca Maria Carolina era atterrita, il re stravolto, trai cortigiani nessuno che sapesse resistere, persino l'ammiraglio era allo stremo.
Una sola persona, una donna, sfidava gli elementi, dominatrice della tempesta, serena tra i marosi, sicura nel dare conforto a tutti: Lady Emma, moglie di sir William Hamilton, avventuriera, affascinante con un manifesto ascendente sul comandante. Come se lei stessa avesse salvato la famiglia reale.
Quando la Rivoluzione finì i reali non sapevano come ricompensarla: una parure di brillanti con la scritta «eterna gratitudine», due carrozze piene di vestiti (a compenso di quelli rovinati nella traversata), doni per 6 mila sterline dell'epoca. E all'ammiraglio il titolo di duca di Bronte (rendita calcolata 3 mila sterline annue).
Così il paesello etneo passava dalla leggenda greca a quella napoleonica. E alla letteratura inglese, dato che il reverendo britannico di origine irlandese Patrick O' Prunty, in onore del novello duca si cambiò il cognome in Bronte (la dieresi per conservare la pronuncia italiana della -e) e la figlia Emily, letterata come le sorelle, ancora porta in giro nel mondo il nome del ciclope etneo in quel romanzo, Cime tempestose, che è tra le opere romantiche più lette e studiate. [Sergio Sciacca, La Sicilia, 25 Luglio 2004]

 

I ciclopi
Bronte, Sterope, Piracmon e Polifemo (immagine tratta dalla "Storia della Città di Bronte" di Gesualdo De Luca).
I Ciclopi erano nella mitologia greca, degli esseri giganti con un unico, enorme oc­chio in mezzo alla fronte.
In Esiodo, i ciclopi erano Arge, Bronte e Sterope, tre dei figli di Urano e Gea, personificazione del cielo e della Terra.
Cronos, uno dei titani, anch'essi figli di Urano e Gea, detronizzò Urano e fece pre­cipitare i Ciclopi nel mondo sotte­rraneo.
Quando il figlio di Cronos, Zeus, in lotta col padre, li liberò, per ringraziarlo gli dona­rono il tuono e il lampo con cui sconfisse Cronos e i Titani, diventando così, a sua volta, signore dell'universo.
Nell'Odissea di Omero, i Ciclopi erano pastori che vivevano sulle coste italiche; barbari privi di leggi e cannibali, non temevano né gli dei né gli uomini.
L'eroe greco Ulisse rimase intrappolato con i suoi compagni nella grotta del ciclope Polifemo, figlio di Poseidone, dio del mare. Il gigante riuscì a divorare molti Greci, ma Ulisse lo fece ubriacare, lo accecò con un palo arroventato e fuggì insieme ai suoi compagni sopravvissuti.
 

Questa celletta funeraria, testimonianza di una antica civiltà, a forma di forno ("a gruttitta") si trova a pochi passi da Bronte in  Contrada Difesa alla base della Rocca Calanna.
 

 U pagghiaru 'n petra,
("il pagliaio in pietra", così, anche se impropriamente, è chiamata a Bronte questa forma di trullo).

E' un tipo antichissimo di abitazione mediterranea: nacque prima isolatamente e subito dopo, come unità abitativa del primitivo villaggio preistorico o protostorico.
I nostri progenitori, Sicani e Siculi, probabilmente iniziarono così la loro vita di relazione, cercando di copiare ciò che la natura aveva loro offerto con le naturali grotte.

 
Il patrimonio archeologico
Origine di Bronte (di B. Radice)
 Bronte, nascita di un nuovo centro urbano

Stirpe divina
Vita ai brontesi donàro i Ciclopi
stirpe divina: Piracmon fratello a
Sterope e a Bronte, di cuor primo e d'anni,
fùro lor padri.
Sede era loro in spelonca etnea;
abile mano, incùdine e fuoco
davano forma ai bronzi e, per Giove, a
fòlgori e tuoni.
Da Polifèmo differivan chè,
miti, operosi recavano agli uomini
le arti che avea rapite Promèteo al
Padre celeste.
L'antro montano lascìato e il fumo,
requie trovava lor aspra fatica in
valle al fiume o sotto le querce,
dono d'un Nume.
Videro in acqua tre vergini un dì
liete, giulive: stupìto il loro occhio
tosto fu preso dal volto, l'aspetto e
l'alta bellezza.
Delle Driàdi l'ardente Scibìlia,
delle Najàdi la bionda Salìcia,
delle Oreàdi la bruna Rivòlia
era più bella.
Fine alla corsa desìo femmìneo
pose allorquando il gorgo divino ai
luschi ridiede l'antico fulgore,
òrridi al nero.
Alle fanciulle, represso il timore,
furono grati dei Ciclòpi i detti e
una foresta l'eccelsa offerta ebbe
sacra ad Imène.
Volto all'occaso, in declìvio etneo, 
fùro i lor templi e le prime dimore
d'urbe preclara, ai Numi diletta,
Bronte nomata.
Prole du loro felice, beata,
giusta fiorente d'ingegno e dovizia,
d'arti eminenti, per lunga durata,
mastra al vicino.

la Fondazione di Bronte
di Pasquale Spanò

Il poeta brontese Prof. Pasquale Spanò in una sua poesia del 1941 tratta dal libro "Etnei" (Torino, 1993) narra l'origine di Bronte con una leggenda che parla di Ciclopi "laboriosi e umani" (Bronte, Piràcmon e Stèrope) che abitavano sul fianco occidentale dell'Etna, lungo il quale scorreva un fiume. Aiutavano Vulcano nell'officina che questi aveva sotto il monte. Diversi da Polifemo, insegnavano agli uomini molte cose, tra cui l'uso del fuoco, che Promèteo aveva rapito agli dei.
Un giorno videro al fiume tre ninfe, Scibìlia, Salìcia e Rivòlia e furono conquistati dalla loro bellezza.
Al loro matrimonio seguì la fondazione di Bronte, che fu popolato dai loro discendenti, una stirpe eccezionale per il talento.
Di origini divina e per molto tempo felici, i Brontesi furono trasformati in "comuni mortali" dal desiderio sfrenato di "possedere", portato tra di loro da gente astuta.
Le Ninfe e i Ciclopi, addolorati, si allontanarono dalla città, che fu distrutta da una rovinosa eruzione dell'Etna.
 

Popoli eterogenei hanno contribuito a fare la storia di Bronte ma naturalmente questa coincide anche con quella del Vulcano che lo sovrasta. Purtroppo nella millenaria silenziosa lotta tra Bronte e l'Etna sovente l’ira del vulcano ha devastato il territorio e seppellito, in passato, anche gli  insediamenti dei nostri avi, cancellando per sempre dalla storia le prime tracce di organizzazione civile delle nostre genti. L'Etna non consente anche una minima  ricerca e tutto tiene celato nel suo grembo sotto larghi e alti strati di lava.
Nelle pagine seguenti diamo un breve cenno sulla presenza dei tanti popoli (padroni e predoni) che hanno conquistato e dominato nei secoli il nostro territorio (greci, romani, arabi, normanni, svevi, angioini, aragonesi, albanesi.

la Fondazione di Bronte
di Bruno Spedalieri

Quando è stata fondata la cittadina di Bronte
E da chi?

Bruno SpedalieriSulle origini di Bronte sono state avanzate molteplici teorie, di nessuna però si hanno prove incontestabili.
Basandomi sulle mie ricerche e su deduzioni tratte dalle tradizioni del nostro paese, sostengo che Bronte debba l'onore della sua nascita ai Greci.
I due noti storici di Bronte: il Cappuccino Sac. Gesualdo De Luca e l’Avv. Benedetto Radice ci danno solo delle notizie vaghe e leggendarie sull’origine di Bronte.
Elaborando sui pochi dati che ci è possibile analizzare, cercheremo di trarre una conclusione che non ha pretesa di certezza storica, ma di una teoria che si distacca dalla leggenda. I dati su cui ci baseremo sono:
1)  il nome Bronte
2)  il titolo S. Maria di Minerva, (De Luca p. 114), 
3)  le monete greche trovate in contrada Arciprete (Memorie Storiche p. 321).

1)  È certo che il nome Bronte è di origine greca. “Bronth” in Greco vuol dire “Tuono”. Sappiamo pure che con quel nome era conosciuto uno dei Ciclopi che la mitologia greca diceva essere figli del Dio Nettuno, e che lavoravano nelle caverne del Vulcano Etna a fabricare i fulmini usati poi dal Dio Giove. Non vogliamo certamente confondere la mitologia con la realtá. La teoria avanzata da uno degli sto-rici, che cioé Bronte sia stata fondata dai Ciclopi verso il 1200 A.C, non è avvalorata né credibile.
Ma potrebbe essere credibile che Bronte sia stata fondata dai Greci. Costoro, credenti nella mitologia su cui era basata la loro fede, impauriti dai brontolii del Vulcano credettero prudente dedicare al Ciclope Bronte la nuova cittadina.

2)  Padre Gesualdo de Luca asserisce che ben avanti al 1554 esisteva entro la Chiesa Santa Maria (cosí era allora conosciuta la Chiesa Maggiore di Bronte) l’Altare Santa Maria di Minerva. Nel 1574 Mons Torres visitó Bronte e a quel tempo nel rapporto sulle Chiese della nostra cittadina si cita un Altare di Santa Maria delle Grazie entro la Chiesa Maggiore e non si fa menzione dell’altare Santa Maria di Minerva.
Certo l’avvento dell’Inquisizione in Italia nel 1542 dovette essere all’origine di quella scomparsa. Stranamente meno di 200 anni piú tardi, nel verbale della Sacra Visita del 25 maggio 1714, non si menziona più l’altare di S. Maria delle Grazie, ma l’Altare di S Maria di Minerva.
Il titolo di Minerva era dunque riapparso (il pericolo dell’Inquisizione era passato). In quella stessa circostanza il prelato decise che a quell’altare non si celebrasse più messa poiché si trovava in stato di abbandono a seguito della scomparsa della beneficiaria famiglia Stancanelli.
Sappiamo che Minerva era il nome che la Mitologia Romana dava alla corrispondente Dea Greca Athena Partenos (Atena la vergine). Anche in questo caso abbiamo quindi un legame con la Mitologia Greco-Latina.

3)  Le monete greche trovate in contrada Arciprete nel maggio 1927. L’autore di “Memorie Storiche di Bronte” scrive: “Mentre si scavava la conduttura per l'acqua di Maniaci in quella contrada, vennero alla luce tante monete di bronzo con impressa la testa della dea Minerva portante l'elmo. Furono rinvenuti pure dei piatti e delle anforette, simili a quelli trovati alla Piana e nel fondo Spedalieri, che il Professore in Archeologia Dott. Orsi giudicò risalire al 3° secolo Avanti Cristo, all'epoca di Timoleone: il Generale di Corinto che liberò Siracusa dal Tiranno Dionisio.”
Faró notare anzitutto che se quelle monete erano del 3°secolo avanti Cristo e si riferivano a Timoleone di Corinto, la testa della Dea portante l’Elmo non era Minerva, ma Atena, Dea che i Romani chiamavano Minerva. Il nome originale è importante. I Romani occuparono la Sicilia dopo il 215 avanti Cristo.
È probabile quindi che i Greci fondatori di Bronte abbiano costruito un tempio dedicato alla dea Patrona di Atene, probabilmente la loro città d’origine. Con l’avvento dei Romani in Sicilia il nome del tempio di Atena di Bronte prese il titolo romano di Tempio di Minerva.
Il Cristianesimo si diffuse in Sicilia già nel primo secolo dopo Cristo per opera degli Apostoli Pietro e Paolo e dei loro discepoli San Pancrazio e San Berillo. In alcune località si innestò direttamente sulla civilizzazione greca, cosí accadde a Siracusa ad esempio dove il Tempio della Dea Atena divenne la Cattedrale di Santa Lucia.
In altre località si innestò in epoca più tarda, sulla susseguente civilizzazione romana. A Tindari ad esempio la Basilica della Madonna Nera sorse sul tempio dedicato alla Dea Cerere.
Con l'avvento del cristianesimo in Bronte, il Tempio di Minerva fu convertito in Chiesa cristiana e dedicato alla Vergine Maria, e fu la prima in Bronte; Chiesa che fino alla metà del 1500 fu conosciuta come Chiesa Santa Maria di Minerva. Il titolo passò poi a designare un altare della stessa chiesa. Assumendo questa teoria come base, è ragionevole chiederci quando avvenne la fondazione di Bronte, e da dove provenivano quei Greci fondatori. Sappiamo bene che i coloni greci cominciarono a toccare le coste della Sicilia tra l’8° e il 6° secolo avanti Cristo, ma tenendo conto dei ritrovati storici sarei propenso a guardare a date più recenti.

Un'antica porta con architrave e semicolonne di pietra verdognola della Chiesa della SS. Trinità (La Matrice).
Com'è noto la chiesa fu edificata nella prima metà del cinquecento (dal 1505 al 1579) con la fusione di due chiese: quella di Santa Maria (la più grande e la più antica, probabilmente di origine normanna) e quella della SS. Trinità. Le tracce dei vecchi edifici riferibili delle due chiese sono tutt'ora ben visibili.

Nel 416 A. C. erano sorte contese e lotte tra le due Colonie Greche della Sicilia Occi-dentale: Segesta e Selinunte.
Quest'ultima chiese aiuto a Siracusa, invece la prima ricorse alla Madre patria: Atene. Sappiamo bene della disastrosa sconfitta della flotta ateniese.
È possibile che dei soldati ateniesi facenti parte di quella tragica spedizione, si siano messi in salvo rifugiandosi nei boschi etnei e che abbiano dato origine alla cittadina di Bronte.
Un’origine quella di Bronte non colonica dunque, ma direi quasi accidentale, operata da Greci provenienti da Atene agli inizi del 400 avanti Cristo. Lascio ai lettori la valutazione di queste teorie".
(Bruno Spedalieri)


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