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Monte Barca
E’ ignoto il
tempo della sua origine
Questo conetto vulcanico, posto a pochi metri dalla Strada statale
121, di fronte al Cimitero di Bronte, è di formazione antichissima.
Il nome deriva dalla sua caratteristica forma che richiama la
carena di un grosso barcone e, protetto dal monte Colla, è stato sempre risparmiato dalle secolari
colate laviche che hanno interessato il versante di Bronte e, per
questo, si è conservato ancora intatto.
Così ne parla Benedetto Radice
nelle sue "Memorie storiche di Bronte":
"Esso è sito in un profondo cono non lungi otto metri dalla
strada provinciale, costruita verso il 1830.
Monte Barca è il più
profondo cratere secondario dell’Etna, detto così dalla sua forma
a vela latina.
E’ ignoto il tempo della sua origine; ha una base
ellittica. Le sue due larghezze nell'interno segnano la direzione da
sud a nord.
Il bacino del cratere composto di un tufo rossiccio,
notevole per la esalazione di cloro e di solfato sulfureo, ricorda
le zolfaie di Napoli.
Da questo tufo vengono lavagnette e piccoli cristalli di ferro
lucido.
L'esterno inviluppo del mantello del cono è formato d’una
conglo-merazione di frammenti di plagiodasio, angite e olivina, fra
i quali appare dello schisto ricco di ferro bianco; simile a questo
tufo sono le lave del fortino di Catania e del monte Cerna. Non si
trova a monte Barca una corrente di lava come negli altri crateri. Esso è in maniera notevole circondato di pietra arenaria al suo
piede.
Circa 750 metri in giù, sopra un piano orizzontale lungo 400
metri e largo 150, appare un campo di tufo guazzoso vomitato in gran
parte dello stesso monte Barca; vi è anche del gesso.
Sul poggio
sabbioso, che è dinanzi, s’ignora se la sabbia sia stata vomitata
dal cratere del vicino monte Barca, o dal cratere dell’Etna".
A Monte Barca
"O bel monte dalle agili forme di nave latina lanciata in alto
mare; adorazione costante de' miei primi anni, quando ne' giorni
sereni e lucenti, dal sommo della tua poppa o della tua prua,
assuefacevo ebbro l'anima giovinetta e ardente agli orizzonti
sconfinati che poi dovevo tentare; (…)
Una volta il vecchio
Etna, per star esso in riposo, volle divertire in altro modo ma
collo stesso spettacolo fiammeo, la sua gente. Ti evocò, quasi per
incanto, in fondo a una sua lontana radice, dal nulla; t'infuse
parte dell'alito suo possente; t'improvvisò vulcanello in piena
attivittà; e poi, mentre tu, superbo, mostravi di prender molto
gusto all'impresa scherzosa, t'ordinò di sgonfiare d'un tratto
come bolla di sapone, facendoti assorbire il cratere eruttante ne'
fianchi. […]
[Da “Terra di Fuoco – Leggende siciliane”, di Giuseppe Cimbali,
Euseo Molino Editore, Roma 1887] |
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