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Orazio Nelson, il vincitore della battaglia di Trafalgar che portò alla
sconfitta di Napoleone, aveva ricevuto in dono da Ferdinando di Borbone nel 1799
il titolo di duca e le terre e il castello di Maniace a Bronte, in Sicilia, per
l'aiuto dato contro i rivoluzionari napoletani.
Nel libro Maniace, l'ex ducea di Nelson (Giuseppe Maimone Editore, 1988,
pp. 232, Euro 36,15), sono illustrate le condizioni attuali e la storia di
questo paese, ricostruita da Nunzio Galati che dal 1967 è il parroco del comune
e che è nativo del luogo.
Le terre di Maniace hanno avuto da quell'epoca varie
vicende, fino alle lotte per la riforma agraria nel dopoguerra che hanno visto
l'abbattimento dei rapporti feudali e l'assegnazione delle terre ai contadini.
Galati è diventato anche il curatore del castello e, in occasione del riordino
degli arredi, ha scoperto in un vecchio baule, dove erano conservate cartelle
dell'archivio della ducea, una corrispondenza che riguarda la pubblicazione in
Gran Bretagna e negli Stati Uniti della traduzione in inglese del libro di Carlo
Levi sulla Sicilia, Le parole sono pietre.
Dalla corrispondenza emerge
che l'erede di Nelson aveva fatto di tutto per evitare che il libro fosse
pubblicato in inglese.
Raccontando la sua visita al castello di Maniace, Carlo
Levi nel libro scriveva che i contadini hanno continuato a vivere negli stessi pagliari dell'epoca in cui il feudo fu donato all'ammiraglio Nelson e che il suo
erede, lord Bridport, li costringeva a indebitarsi, ricorrendo a usurai, per
evitare di essere espropriati.
«Siamo cani rinnegati come al tempo dei saraceni»
dice un contadino a Levi, che prende spunto da questa frase per ricordare la
repressione sanguinosa fatta da Nino Bixio nel 1860, quando Garibaldi, per far
piacere agli inglesi, lo inviò sul luogo.
Bixio, come racconta Verga, non ebbe
pietà nel reprimere la rivolta fucilandone i capi.
Nel gennaio del 1953 il duca
di Bronte, visconte di Bridport, si era rivolto all'ambasciata britannica per
chiedere il parere su un'azione legale contro Levi in seguito a un articolo che
questi aveva scritto ne L'illustrazione italiana, intitolato «Attorno
all'Etna», che, a suo parere, conteneva varie affermazioni diffamatorie su di
lui e sulla sua proprietà.
Nel libro Levi fa così riferimento a questo episodio:
«Dopo che il mio scritto era stato pubblicato, ricevetti una gentilissima
lettera personale del duca di Bronte che mi invitava a essere suo ospite nel suo
“maniero'', nel castello di Maniace, e diceva di essere sicuro che un sincero
scambio di vedute tra noi sarebbe stato di giovamento alle condizioni dei poveri
contadini della zona.
Accettai l'invito con grande piacere ma, ahimè,
circostanze varie e indipendenti dalla mia volontà mi hanno finora impedito di
tornare tra i pagliari della ducea».
Il duca, sostenendo di non avere avuto nessuna conferma o replica al suo
invito, prima dell'uscita nel 1957 della traduzione del libro in Inghilterra da
parte di un editore, si rivolse al suo avvocato di Londra.
Il duca affermava che
era molto offensivo e privo di fondamento quanto Levi scriveva, perché gli si
attribuiva la responsabilità della disoccupazione a Bronte e lo si dipingeva
come un pessimo proprietario e agricoltore, e insinuava addirittura che Levi
avesse ricevuto del denaro dai comunisti perché, scrive, «L’Ente di riforma, che
e collegato al Partito comunista, mira soltanto a far mandar via dalle mie terre
i vecchi coloni per affidare la terra ai contadini comunisti».
L'avvocato
inglese Fladgate risponde al duca che, pur essendo d'accordo che il testo è
molto diffamatorio, non conviene svolgere un'azione legale e propone di scrivere
soltanto delle lettere di protesta.
Probabilmente il duca finì per accogliere
questo parere e si arrivò a un accordo amichevole.
Il libro Maniace, l'ex ducea di Nelson, ricco di splendide foto di
Giuseppe Leone, che documentano le lotte per la riforma agraria, edito da
Giuseppe Maimone e curato da Nino Recupero, testimonia la trasformazione di un
antico feudo in una comunità che ha saputo mantenere il rapporto con la
tradizione protendendosi nei tempi nuovi: nello stemma del neonato comune di
Bronte, il castello del duca si rovescia da simbolo di oppressione nel segno di
una ritrovata identità.
(Giovanni Russo)
L'articolo è stato pubblicato dal
del 24
Maggio 2005

Nelson non è più l'origine di tutti i malanni di
Bronte
di Nunzio Galati
«I duchi "Amanti di questi luoghi e interessati alle sorti agricole
del ducato essi, stando alle "memorie" del duca Alessandro,
...avrebbero avuto il merito di introdurre su un latifondo, pressoché
deserto e trascurato da secoli, elementi nuovi di bonifica e di
trasformazione fondiaria portandovi "la benedizione della civiltà e
del progresso" come recita il grande epitaffio marmoreo posto alla
base dell'obelisco in arenaria, eretto sulla vetta di "Serraspina" a
quota 1500. In merito anche Nelson, in una lettera alla moglie, aveva
manifestato l'intenzione di fare della tenuta "il posto più felice
d'Europa" sperando che tutti i siciliani avrebbero benedetto il giorno
in cui era stato mandato loro.
Ma tutto ciò restituirebbe davvero alla storia un'immagine nuova,
migliore, dei duchi inglesi oppure rimanderebbe più semplicemente a
figure di duchi ispiratisi, nella promozione del loro "dominion",
soltanto ai dettami e agli indirizzi del colonialismo inglese tipico,
fra l'altro, di quel tempo?
... Con l'acquisto da parte del comune di Bronte, la residenza dei
Nelson, un tempo rigidamente riservata ed esclusiva, è diventata,
oggi, per le opere di interesse storico ed artistico nonché per la
bellezza e la tranquillità del paesaggio circostante, un bene di
pubblico interesse, una promettente meta di turismo. Ma in nome della
presenza basiliana e benedettina, dei grandi uomini di cultura,
letterati e artisti che vi hanno soggiornato, oltre che promettente
meta di turismo, come lo è già, l'ex dimora dei Nelson ha anche la
vocazione a diventare rinomato centro culturale, sede di biblioteca,
di archivio storico, centro di studi e di ricerche, di convegni, di
iniziative etno-antropologiche e quant'altro.
Benedetto Radice nel suo j'accuse spietato, drammatico, dettato
da sincera passione e amor patrio aveva descritto negli anni '20 in
termini tristi il potere esercitato dai duchi riportando un adagio:
due sono i mali di Bronte, l'Etna e la Ducea. Ma, poi,
cedendo quasi a una sorta di ispirazione profetica lasciava spazio,
anche, ad una alternativa più ottimista. “… Se il duca seguisse,
invece, gli impulsi dell'animo suo - conclude - egli potrebbe
far scordare l'origine delittuosa della Ducea… E allora Bronte
beneficato potrà con gioia unire il suo antico nome o quello glorioso
di Neson”.
Stranezze e sorprese della storia! Ciò che non si è verificato
fino a ieri, con la presenza dei duchi, sto avvenendo ora. Adesso, per
Bronte, Nelson non è più l'origine di tutti i suoi malanni, non è un
famigerato nome da rimuovere dalla memoria, tutt'altro, è diventato un
nome di bandiera, un'operazione marketing, un'importante
credenziale per il suo sviluppo economico-turistico».
(Articolo di Nunzio Galati, tratto da “…d’Inverno un viaggiatore”, rivista
semestrale di studi sul territorio di Bronte, Numero 0, Dicembre 2003) |

Alexander Nelson-Hood (1854
- 1937) V duca di Bronte. |

Il VI duca di Bronte, Rowland Arthur Herbert Nelson-Hood
(1937-1969) e la duchessa Sheila Jeanne Agata van Meurs (di origine
olandese).
Di questo duca parla Carlo Levi nell'articolo a fianco |

Alexander Nelson-Hood (1937), attuale Duca di Bronte, ha
venduto nel 1981 la Ducea al Comune |
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