Home
Il territorio di Bronte
Il vulcano Etna Visitiamo, insieme, il territorio di Bronte Le foto di Bronte, insieme

Ti trovi in:  Home-> Ambiente-> L'Etna

FORRE LAVICHE DEL SIMETO  I BOSCHI  ROCCA CALANNA  ARCHITETTURA RURALE  L'ETNA  LA SCIARA  AI PIEDI DELL'ETNA


L'Etna

L'Etna è una creatura viva, dinamica, maestosa e irascibile con la quale i brontesi sono abituati da sempre a convivere e che nonostante tutto amano.
La storia della città di Bronte è perennemente legata a quella di questo vulcano che le ha permesso di estendersi ed ingrandirsi in certe epoche e l'ha ridotta a più modeste proporzioni in altri periodi, senza però distruggerla del tutto.
La sua imponente mole, che si eleva maestosa alle spalle dell’abitato, quasi a sua protezione, ci ricorda che siamo presenti davanti al più grande vulcano attivo in Europa ed uno dei maggiori dell’intero pianeta. E' infatti una montagna enorme e isolata, delimitata dai fiumi Simeto e Alcantara.
Una montagna che con la sua maestosa altezza domina mezza Sicilia e offre uno spettacolo di grandiosità, nera di lava pietrificata, bianca di neve sulla cima, verde di boschi lungo le pendici. Si eleva sopra un basamento di rocce sedimentarie di 1.570 Kmq., per un’altezza di 3.350 mt., una circonferenza di base di circa 250 Km., un diametro di 44.
Noi siciliani lo chiamiano anche Mongibello (unione del latino "mons" e dell'arabo "gibel", cioè il "monte dei monti"). Secondo gli esperti, nonostante le sue continue eruzioni, tra i vulcani italiani è quello che rappresenta il pericolo minore.

I due illustri brontesi Placido De Luca e Benedetto Radice parago­nano la fatica dei loro concittadini a quella di Sisifo:
«... Appena essi occupano un terreno che con amoroso e faticoso lavoro spetrano, dissodano, coltiva­no; ecco Mongibello, l’eterno nemi­co, distruggere le sudate fatiche, cacciare altrove gli arditi coloniz­zatori del fuoco, che come polipi attaccati allo scoglio con tenace affetto al suolo natio, vi si abbar­bicano, vi si annidano soppor­tando disagi, non temendo terremoti, sfi­dando l’ira del gigante».

 

La sua altezza negli ultimi 50 anni è aumentata, a causa dell'attività eruttiva, di circa 60 metri.
Da Bronte offre la sua immagine più maestosa, si muove, brontola, si arrabbia, eruttando fiumi di lava ed ogni volta che succede la sua altezza varia, si modifica.
Dai suoi crateri si levano lanci di scorie, cenere, lapilli, globi di vapori che raggiungono altezze incredibili (colonne alte oltre 10.000 metri che raggiungono larghezze di oltre cento chilometri).
Nonostante ciò un rapporto articolato e profondo lega gli abitanti che vivono alle sue pendici e l’Etna ("a muntagna", come familiarmente la chiamiamo a Bronte). Più amore e venerazione che odio, più religioso rispetto che avversione.
Invece di fuggire, di scappare i brontesi hanno resistito, e continuato a coltivare lungo le sue pendici gli agrumeti, i vigneti, i pistacchieti, tutti quei frutti che proprio la terra, concimata dalle ceneri vulcaniche, ha sempre reso peculiari nelle loro qualità.
Nella silenziosa lotta tra l’uomo e "a muntagna" sovente l’ira del vulcano ha devastato il territorio di Bronte e, in passato, anche i miseri insediamenti dei nostri avi, cancellando per sempre dalla storia le prime tracce di organizzazione civile delle nostre genti.
Il territorio brontese e la sua popolazione hanno dovuto subire tutte le sofferenze e le vicissitudini che comporta la vicinanza con il vulcano a quale, nei secoli, sono stati accomunati negli umori e nei destini.
Di questi destini, spesso di distruzione, è impregnata la nostra storia plurisecolare e la nostra economia.
Molte sono state le eruzioni che nell'ultimo millennio hanno distrutto gran parte del territorio coltivabile di Bronte e moltissimi ettari di bosco.



L'Etna nei «Ricordi d'un viaggio in Sicilia» di Edmondo De Amicis

L'Etna e l'ampia vallata di Contrada Difesa viste dalla Rivolia«O mio benevolo lettore, che andrai un giorno a Catania, ricordati di fare il giro della ferrovia Circumetnea, e dirai che è il viaggio circolare più incantevole che si possa fare in sette ore sulla faccia della terra.
Questa ferrovia che, girando intorno al grande Vulcano con un tragitto di più di cento chilometri allaccia fra di loro tutti i più popolosi Comuni delle sue falde, parve da principio un'impresa utopistica, fu attraversata da mille difficoltà, e non condotta a termine che nel 1895.
Ora non si riesce quasi più a capire come non si sia fatta vent'anni prima, tanti sono i vantaggi che ne ricavano i trent'otto paesi grandi e piccoli fra cui è distribuita la popolazione dell'Etna; la quale ha una densità superiore a quella delle parti più popolate della Germania.
È una ferrovia che attraversa un paradiso terrestre, interrotto qua e là da zone dell'inferno, e
che da Catania donde parte fino alla costa dove si congiunge una strada ferrata del littorale,
e da questo punto fino a Catania, è tutta una successione di vedute meravigliose dell'Etna e del mare, di giardini e di lave, di piccoli vulcani spenti e di valli lussureggianti di verzura, di graziosi villaggi e di lembi di foreste, di quelle antiche foreste di quercie, di faggi e di pini, che fornivano il materiale di costruzione alle flotte di Siracusa, e che le eruzioni dall'alto e la cultura dal basso hanno in grandissima parte devastate.

Una spettacolare attività eruttiva dell'Etna.
La foto è stata scattata pochi anni fà dalla zona periferica di Bronte di contrada Sciarotta (foto ArchVale).

Una delle ultime colate laviche che ha interessato il versante di Bronte distruggendo qualche ettaro di bosco. In primo piano, illuminata, la Chiesa di San Vito. (foto Currenti)

La colata lavica ha raggiunto un bosco ai piedi dell'Etna distruggendolo parzialmente.
Dovranno trascorrere alcuni secoli prima che un filo d'erba attecchisca nuovamente sulla lava.

- Canto alla Sciara
(Ratto di Proserpina alla Sciara di Bronte)

- La mia Etna - Dialogo con la “Muntagna”
- Il trenino che fa il giro dell'Etna
«L'Etna deve diventare parco nazionale»

La strada sale fino ad altitudini oltre mille metri, discende, risale, passa attraverso a vigneti, a oliveti, a vaste
piantagioni di mandorli, a boschi di castagni; corre per ampi spazi coperti di detriti delle eruzioni, fra muraglie di lava alte come case, fra mucchi di materiale vulcanico rabescato, striato, foggiato in mille strane forme di serpenti e di corpi umani mostruosi, dove non appare un filo d'erba; fiancheggia altri spazi dove la natura ricomincia a riprendere i suoi diritti sulle ceneri e sulle scorie, già disgregate e decomposte dalla vegetazione nascente; passa sopra eminenze fiorite da cui si vedono sotto, in conche verdi deliziose, biancheggiar ville, chiesette, stradicciuole serpeggianti fra macchie brune d'aranci, di mandarini, di cedri, lungo corsi d'acqua argentati che paiono striscie di neve scintillante al sole.
E durante tutto il tragitto è sempre visibile l'Etna ma in cento aspetti diversi, cangianti secondo la generatrice del cono che essa ci presenta allo sguardo. La regolarità della sua forma conica, quando si vede da Catania, non è che apparente. A chi le gira intorno essa mostra successivamente enormi pareti dirupate, scalinate immense, piramidi dietro piramidi, che riescono inaspettate come trasformazioni istantanee; appare in qualche punto decapitata del suo cono supremo, in vari luoghi spezzata, ora tutta bianca di neve, ora bianca sulla cima soltanto, qualche volta così diversa dalla immagine fissa che se n'ha nella mente da far sospettare che quella che si vede sia un'altra montagna da cui essa rimanga nascosta!
E quanti mirabili aspetti offre la sua cima ora colorata di rosa dal sole, ora ravvolta dal fumo, che s'innalza a vicenda come un gigantesco pennacchio, o s'allunga da un lato come uno smisurato golfalone ondeggiante, o discende e s'allarga sui fianchi del cono in veli candidi leggerissimi d'una trasparenza di trina!
E verso il termine di questo incanto di viaggio si sbocca in faccia al mare, donde si vede ancora disegnarsi lassù, sopra il candore delle nevi etnee, quanto resta dello smisurato castagneto di Cento Cavalli, e d'altra parte la bellezza sovrana di Taormina, quasi sospesa nell'azzurro.
Ed ecco infine la più meravigliosa costa dell'isola, sede dei suoi primi abitatori; maravigliosa per la pompa della vegetazione e per la poesia delle leggende: ecco il vago lido dove fu sbattuto il naviglio d'Ulisse, dove approdò Enea, e pascolò le capre Polifemo; ed ultimo l'arcipelago dei Ciclopi, le sette strane isolette rocciose, quella fantastica fuga di coniche teste nere decrescenti d'altezza, che sorgono dalle acque, come teste di una famiglia. di giganti sommersi, che rialzino la fronte per dare all'«Isola del sole» l'ultimo addio.
O divina Sicilia! Quanti Italiani, che hanno corso il mondo per diletto, morirono o moriranno senza averti veduta!»
(Edmondo De Amicis, Ricordi di un viaggio in Sicilia, Nicolo Giannotta Catania, 1908)


Le eruzioni

Benedetto Radice nelle sue Memorie storiche di Bronte ricorda in particolare le colate laviche della Nava, del passo Zingaro (1395), del 1170, 1536, 1651, 1758, 1763, 1832 e quella, che causò la morte di oltre 50 brontesi, del 1843. Particolarmente violente e lunghe furono le colate laviche del 1170 e del 1651.
La prima scavalcò il Brignolo, contrada posta tra i monti Rivolìa e Colla, e seppellì buona parte della città.
La seconda, quella del 1651, durò sette anni e la lava investì l'antico quartiere di Sant'Antonino, dirigendosi verso il centro del paese.
I brontesi si riversarono in preghiera, giorno e notte, nella chiesa dell'Annunziata per implorare aiuto e portarono la statua della Madonna di fronte alla lava. E, ci ricordano gli anziani, ecco che la lava deviò il suo corso verso tramontana, formò un cordone lavico come un muraglione (che si nota ancora e che parte a ridosso dell'ospedale e scende verso S. Nicola), proseguì giù per la contrada Sciarotta e si arrestò a poca distanza dal fiume Simeto.
Per gratitudine verso la Madonna, fu costruita sotto il muraglione di lava una chiesetta (la "Madonna del Riparo", successivamente venduta e andata distrutta).
Nella stessa eruzione un altro braccio di lava, passando sopra San Vito, arrivò al monte Barca; distrusse molta parte dell'abitato, vigneti, boschi e pascoli. Si pensò addirittura ad una diversa ubicazione dell'abitato; molti brontesi emigrarono ma la maggior parte ritornò a Bronte per ricostruire le case sulla lava estinta.

Fra le eruzioni dell’Etna, riguardanti il versante di Bronte, il famoso vulcanologo catanese Carlo Gemmellaro (1787-1866), ne "La vulcanologia dell'Etna", (Tipografia dell'Accademia Gioiena, Catania 1858), con diligente e scrupolosa cronaca degli eventi, descrive fra le altre:

  l’eruzione del mese di febbraio 1651 quando “proruppe il torrente di fuoco dalla montagna, e prese diverse direzioni; una a tramontata verso Bronte, la quale giunse sino alla pubblica strada, (...) percorse in 24 ore 16 miglia, ingojò alcune case a tramontana: investì la chiesa del Purgatorio, si avanzò nella sotto posta piana di Bronte, ed arrestossi a poca distanza dal fiume".

  L’eruzione del 22 novembre 1727, quando "dalla suprema voragine, e indi a poco dallo stesso cratere, ad occidente, sgorgava un torrente di lava, che rapido scorreva verso Bronte, in varie braccia, bruciando il bosco de' Vitulli (Betula). Minacciava il torrente d'invadere i contorni ed anche la città stessa di Bronte, con grave spavento degli abitanti; ma rallentatò il corso, e dopo sei mesi, e dopo aver percorso un tratto di otto miglia, si estinse a 10 Maggio 1728".

  L’eruzione iniziata il 31 Ottobre del 1832 quando la lava vulcanica - scrive il Gemmellaro – «minacciò di seppellir Bronte, per esser situato nel pendìò di due colline, del Margio grande, cioè, e Corvo a N.O. e de' Colli a S.O. e l'Etna che lo sovrasta par che voglia invaderlo ad ogni istante» [...]. «...Vario era il corso della lava principale di M. Lepre, ed ora verso S.O., ora a O. ora a N.O. a seconda del pendìo del suolo, e degli urti de' colli co' quali incontravasi ora da un punto ora dall'altro andava invadendo i boschi di Adernò, di Bronte e di Maletto, con un fronte spesso di 160 palmi, alta più di 40. Si diresse quindi lungo la lava del 1651 verso Bronte, e campeggiò per due giorni nel fertile suolo dei Musa, recando indicibile spavento agli abitanti di Bronte, che già vedevano vicina la totale distruzione della loro città; dapoichè a 10 novembre, la lava minaccevole era appena quattro miglia lontana, e la sua fronte non era divenuta meno di 400 passi di larghezza. [...]
La lava non cessava d'avanzarsi verso Bronte facendo guasto de' coltivati campi a levante della città. Il Governo ne fu interessato e tutte le misure presero perchè la desolazione non avvenisse, di una popolazione di presso a 13,000 abitanti; e muri a secco si alzarono ne’ colli superiori della città…». Ma finalmente a 15 novembre i fenomeni dell’eruzione indebolirono – «L’esplosioni succedevasi a lunghi intervalli: la lava lenta correva ed in minor quantità, e nella contrada di Salici, il suo fronte non avanzava che pochi passi in un giorno, e gradatamente si estinse a 22 novembre».

L'eruzione del 1843, «famosa per aver provocato la morte di 50 persone in seguito ad una "esplosione freatica».

«Eruzione dell'Etna la notte del 31 Ottobre 1832 - La di cui lava diretta per Bronte distruggeva terreni coltivati»
Il dipinto, dell'epoca, è di Giuseppe Politi. In basso a destra, la Città di Bronte (vedi)

Eruzione dell'Etna la notte del 31 Ottobre 1832 (dipinto di G. Politi)

Un piccolo braccio di lava, incanalatosi lungo un torrente, sta inghiottendo il ponte di una stradina provinciale ai piedi dell'Etna.

Alcune fasi della spettacolare e terrificante attività esplosiva dell'Etna nell'ultima eruzione del 27 ottobre 2002, viste da Bronte.
Sulla sinistra, la lava fuoriuscita dalle bocche apertesi sopra Linguaglossa brucia la pineta e distrugge gli impianti di Piano Provenzana.
Sulla destra,  l'attività esplosiva delle altre bocche apertesi nel versante di Nicolosi che eruttano cenere e lava.

L'imponente mole dell'Etna si eleva con i suoi 3.350 mt. di altezza alle spalle di Bronte.

La strage del 25 Novembre 1843

Una delle ultime eruzioni che ha interessato il versante brontese dell'Etna fu quella del 1949: «'A Muntagna» entrò in attività eruttiva, preceduta da forti scosse telluriche accompagnate da sordi e prolungati boati, alle ore 5.25 del 2 dicembre con una fase esplosiva terminale, caduta di scorie e fuoriuscita di magma.
Dopo circa un’ora si apriva una frattura eruttiva laterale, con la formazione di diverse bocche esplosive ed espulsive, da quota 3100 circa a quota 2650.
La lava scendendo piuttosto lentamente, raggiungeva alle 19, Monte Pecoraro (quota 1950 circa). Poco dopo si aprivano nuove bocche eruttive alla base del cratere centrale, nelle zone poste a quota più elevata, fra «Monte Maletto» e «Monte Egitto» ed un altro braccio di lava, in parte sovrapponendosi alla prima colata, scendeva con una velocità al fronte di circa 70 metri orari dirigendosi verso nord-nord ovest.
Con forte velocità e in volume veramente impressionante, la colata lavica cominciò a defluire in direzione di Bronte che visse momenti angosciosi, specie nelle prime ore del pomeriggio, quando ancora erano incerte le notizie sulla consistenza e sulla portata della nuova eruzione.
Al cader della sera, il bosco di “Nello Pappalardo” investito dalla colata lavica bruciava destando nuovo e più vivo allarme.
“I pini s’incendiano come immense torcie”, intitolava in prima pagina il quotidiano La Sicilia del 3 Dicembre 1947. Fortunatamente la distruzione di questo bosco fu l’unico danno che apportò l’eruzione.
 

Resti di bosco (eruzione del 1981) La "roccia cannone"

I resti di un bosco sommerso dalla colata lavica del 1981.
A destra una "roccia cannone": la lava circondando e distruggendo l'albero ha lasciato l'impronta del tronco prendendo la forma di un fusto di cannone.

A fianco, La Sicilia di sabato 3 Dicembre 1949 parla dell'eruzione.

Eruzione del 1949, La Sicilia 3-12-1949

      

Home PagePowered by Associazione Bronte Insieme - Riproduzione riservata anche parziale - Agg.to novembre 2011