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la Sciara dell'Etna

Canto alla sciara (Ratto di Proserpina alla Sciara di Bronte)
di Gaetano Barbella

Un "mare di nera lava" si estende alle spalle di Bronte, nell'immediata periferia, da dove attraverso una bella strada lastricata con bàsole in pietra lavica si sale fino al cancello della Forestale nella zona di Piano dei Grilli, ai piedi dell'Etna.
Uno spettacolo unico, terrificante e nello stesso tempo maestoso e affascinante, resti di un fiume di magma incandescente che distrusse un paio di secoli fa una parte di Bronte e che solidificandosi ha assunto le forme più strane e inverosimili.
Ve lo presentiamo con le parole di Benedetto Radice che, questa volta, lasciando da parte la veste dello storico prende a prestito per un attimo l'abito del poeta:
«... immenso sconsolato deserto di lava, immane cappa di piombo che, come la camicia di Nesso, comprime il molle seno di Demetra, la divina madre di tutti i mortali, della quale strazia e soffoca la vita, mentre sotto l’inerte e rude scorza, ferve eterna la febbre di nuovi incendii e ruine.
«Vulcano con i suoi artefici ha foggiato la materia ignea, scolpendo ardite strane forme: lunghe, scarmigliate capigliature di corpi immani mostruosi; alberi con intricati viluppi di radici; giganteschi serpenti e sfingi; enormi gole spalancate di leoni, ove urlando ruggiscono i venti; ossature, avanzi impietrati di una gigantomachia immemorabile.
«E’ una ruina vivente, una desolazione magnifica e tremenda, sulla quale sembra passeggiare la vendetta di Giove.
Non fruscìo di rettili, non frullo d’ala, non gridi

Immagini dei campi lavici (la sciara) di Santissimo Cristo, a pochi chilometri da Bronte

d’uccelli predaci rompe il nero tetro silenzio di quell’irta, paurosa solitudine, dove celansi spelonche.
Di mezzo a quella funerea landa par che giunga all’orecchio una lamentazione infinita, lugubre, confusa, di generazioni, delle quali i secoli, in quella sinistra solitudine, hanno conservato l’eco dolorosa.
Sono voci alte e fioche e strida e gemiti e implorazioni, è tutto un coro triste di Etnei antichi e nuovi, cacciati dall’avaro fuoco che in brevi istanti ha impietrato e incenerito il campicello, sostegno alla stanca e misera vecchiaia.
Ancora par che giunga all’orecchio la voce cupa della rossa fiumana che, come a Daneta, intima: Veteres migrate coloni.
Quella terra non ha più palpiti: è spento ogni segno di vita.
Solo la morte! La morte! la morte!
Eppure vi fervette tanta vita attorno.
Fra il verde cupo degli aranceti ove brillano come stelle gli aurei pomi delle Esperidi; il verde glauco degli ulivi sacri a Pallade che a guisa di frangia, frastagliano, contornano, ornano il nero mantello di lava. (...)
Ora tutto involge una ruina.
Una solenne calma elegiaca ed eroica tiene il paesaggio circostante all'Etna dalla sua candida cappa di neve e di ghiaccio che raggia e brilla come diamante sul cielo purissimo.
All’orlo del nero deserto, popolato in basso dal lussureggiante siriaco pistacchio, frastagliato da verdi dagale, che dànno immagini delle oasi orientali, biancheggiano villaggi e paesetti lillipuziani (...).
Alcuni siedono a specchio del glauco sonante Ionio, altri corcati nel verde, coronati dalle irte siepi del chionzo fico, dono dell’India, si arrampicano sulle spalle del gigante: quivi lavorano, vivono, soffrono, cantano, pregano, finchè il vecchio Titano non si adira o si scrolla. (...)
La mente, ricordando con orrore le millenarie sterminatrici eruzioni che nei secoli han flagellato questa plaga, pensa all’eterno conflitto della selvaggia montagna colle città, coi paeselli che umili si stanno accoccolati alle sue falde, oppressi e risorti sempre a vita novella, a questa plaga nel suo orrido variopinto panorama; pensa a questo temerario colonizzatore del fuoco, al suo ardore accanito su quegli adusti macigni sgretolati, sbriciolati, sui quali sono impressi i segni del suo lavoro, la vittoria sua e quella del vulcano indomabile.»
«Questa gara assidua di forza distruggitrice della natura e l’audacia più indomabile dell’uomo, questo lavoro perpetuo delle Danaidi e di Sifo ci fanno ricordare le parole di Geremia profeta. Così disse: «Javhé! Gli uomini si affaticano per niente e i popoli lavorano per il fuoco».
Forse questo titanico gigante, testimone di varie civiltà e del fato di tanti popoli, questo generatore
di monti, come lo chiamò Euripide, su cui sin da tempi

Immagini delle bocche eruttive "a bottoniera" e della colata lavica del 1981 (una delle eruzioni più recenti avvenute nel versante Nord).
 

La stradella in basolato lavico che parte dalla fine del viale John Kennedy (contrada SS. Cristo) è percorribile in auto.
Attraversando fiumi di nera lava sgorgata dall'Etna in diversi secoli arriva a Piano dei Grilli dove una piccola casermetta è diventata il punto base per piccole escursioni in questa zona incontaminata del Parco dell'Etna.
A monte della strada lastricata in pietra lavica che dal SS. Cristo sale fino al cancello della Forestale ai piedi dell'Etna, all’interno di una vasta area di lava del  1651-53 a quota 1000 m.

Un Museo della pietra lavica e delle tradizioni artigiane e agricole dell'Etna verrà istituito a breve nel Castello Nelson.
E' stato già concesso un finanziamento regionale per la sistemazione dei manufatti espositivi e l'acquisto degli strumenti tecnologici.
Da circa dieci anni nei giardini antistanti lo stesso  Castello Nelson, fra il verde della secolare vegetazione del parco, è visitabile un museo di sculture d'arte moderna in pietra lavica.

circa, è possibile ammirare rare forme di "lave cordate" con notevole ricchezza di "intumescenze". Proseguendo fino alle vicinanze della zona di "Dagala Inchiusa" sono da osservare alcuni affioramenti di rocce sedimentarie fra le più antiche del "basamento dell’Etna".
(vedi in merito "Itinerario ai piedi dell'Etna")
antichissimi, attratti dal fascino delle cime, dal mistero della divina montagna, salirono poeti e filosofi: Pitagora, Empedocle, Platone, Pindaro, Eschilo, Adriano imperatore; da cui fuggirono impauriti Caligola, lo spregiatore degli Dei, e Carlo Magno e sul quale ancora, tutti gli anni salgono pellegrinando genti d’ogni nazione, per salutare da quella vetta aerea, ove la mente oblia e sogna, il sorgere dell’astro benefico e contemplare circonfusa dalla gloria della bianca luce mattutina, la terra sacra ai miti di Tifeo, di Ade, di Persefone, dove vissero Sicani e Siculi, dove i commerci fenici prepararono la fiorita ellenica, che diede il profumo eterno dell’arte alla ferrea maestà di Roma; forse questo gigante, come ogni cosa mortale, sprofonderà nell’abisso, e, dove è ora nera lava, appena rallegrata dal solitario cespo della ginestra, fiore di fuoco, sarà un giorno piano verdeggiante o cerulo mare solcato da navi italiche.»
(Benedetto Radice, Etna, eruzioni, miti e leggende)
Le eruzioni nel Nord-Ovest
 L'eruzione del 1843

UNA LEGGENDA SUI BOSCHI DELL’ETNA
Le Porte di guardia dell’Etna

L’escursionista puro che si trova a transitare nelle adiacenze di Monte Egitto, all’incrocio con la pista forestale che proviene da Monte De Fiori – Monte Lepre, in territorio di Bronte, non può fare a meno di lasciarsi prendere dalla mistica-contemplazione.
In quel sito, infatti, si possono osservare con meraviglia due querce secolari, vere e proprie capostipiti della flora arborea presente nell’area, che in questo luogo, narra la leggenda, simboleggiano una delle due mitiche Porte di Guardia dell’Etna, dove si racconta che Vulcano, dio del fuoco, abitante le profondità più recondite dell’Etna, collocò due terribili spiriti che lanciavano saette di fuoco, le quali incenerivano eventuali mortali che tentavano di avventurarsi verso l’infuocata fucina del dio.

Questa era sistemata in una caverna negli abissi del vulcano,
dove i ciclopi Bronte, Sterope e Arge lavoravano, forgiando magiche armature per mitici eroi.
L’altra Porta di Guardia dell’Etna, si trova sul versante nord-est dell’Etna.
Il mitico Vulcano ordinò ai suoi principi immateriali di fermare e distruggere chiunque tentasse di varcare verso monte i confini del suo immane dominio.
Questa tremenda maledizione non persuase il grande Giove, il quale, contrariato per quanto deliberato dal dio Vulcano, palesò tutta la sua autorevolezza e potenza e trasformò gli spiriti in maestose querce a rappresentare l’incanto della pianta più diffusa dell’area e a simboleggiare la supremazia della vita sulla morte.


Quercia millenaria di Monte Egitto

Ancora oggi, come a volere esprimere grande fedeltà al potente Giove, questi alberi sono al loro posto, forse rigenerati ma sempre vigorosi e forti.
Chi non crede alle leggende non può fare a meno di restare comunque stupito e meravigliato nell’ammirare questi due stupendi esemplari germinati nel grembo di questa terra di fuoco; non può certamente non trovare strano il fatto che le straordinarie piante non si trovano in zone isolate ma si trovano lungo un percorso ben visibile che si arrampica fin alle quote più alte, proprio fin dove il bosco va a cedere il passo ai deserti lavici, dove tutto diventa ostico ed irreale.
Statiche nella loro maestosità, sin da quando memoria umana ricordi, sono state sempre nello stesso posto.
Chissà che non si tratti davvero delle Porte di Guardia del dio Vulcano!
Questa é la leggenda delle Porte di Guardia dell’Etna, scritta nella memoria della gente di montagna e tramandata ai giorni nostri con il semplice scopo di ricordarci che la montagna può dare la vita e la può prendere, sostenere chi la rispetta e diventare infeconda e crudele per chi non ne ha cura e la depreda.

Vincenzo Crimi
Commissario Superiore Comandante del Corpo Forestale della Regione Siciliana - Bronte
Novembre 2009

«L'Etna deve diventare parco nazionale»

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