Con rigore scientifico e passione Gino Schiliro' ci mostra come
la creatività dei siciliani sia riuscita ad armonizzare
ingredienti diversi e sparsi nel territorio, facendo di essi un
tutt’uno quasi insostituibile
«Liriche d’amore» per la Sicilia |
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Il
pediatra Gino Schilirò, ematologo e clinico, coniugando rigore
scientifico e passione, ha contribuito alla lotta contro i
tumori del bambino. Nell’esercizio della professione la sua
naturale e cordiale umanità è stata sempre un motivo di fiducia
e speranza per i piccoli pazienti e le loro famiglie.
Giunto all’età della quiescenza, non l’ha sfiorato nemmeno
l’idea di mettere a riposo pure la mente, e, dando voce ad
un’antica passione mai sopita, ha scritto la Storia della
cucina di Sicilia (tra leggende, curiosità e tradizioni),
nella quale, coerente con se stesso, ancora una volta ha
coniugato rigore scientifico (questa volta da storico) con
passione, regalandoci pure, non raramente, brevi e pudichi
squarci lirici d’amore per la Sicilia, il suo paese natale (Bronte), la sua famiglia, la
sua infanzia.
Il libro avrebbe potuto anche intitolarsi Storia della Sicilia attraverso
lo studio della sua cucina. Infatti, chi credesse d’avere a che fare con
un libro di ricette, sarebbe completamente fuori strada, mostrando, tra
l’altro, di non aver prestato attenzione alla premura con cui ci mette
sull’avviso l’autore stesso nella prefazione: “… nella memoria del gusto
o archeologia gastronomica che qui ho voluto tentare, ho scoperto una cosa:
la cucina è un vocabolario della memoria. Il cibo è il nome. Non sarebbero
quei piatti se io non li chiamassi nella loro lingua. E nella lingua poi
si fondono le radici e le storie: il nome arabo di quella
preparazione di pasticceria; il nome latino di quella torta salata sono la
memoria di quel cibo …”. Di un cibo la cui nascita e sviluppo si
collocano nella storia e sono storia.
Gino Schilirò, infatti, inizia il suo lavoro con notizie sulla formazione
geologica del Mediterraneo, e sulle etnie – a partire da quelle più antiche
– di tutta la sua area, in particolare di quella siciliana, dove molte si
sono incontrate e nel tempo fuse.
Intreccia così storia etnica e storia
politica: il tutto raccontato con quella rapidità di sintesi, ch’è propria
dei ricercatori, i quali, mentre evitano quanto non sia necessario
all’economia dell’opera, non si lasciano sfuggire nulla dell’essenziale.
La cosa che Schilirò evidenzia, prima d’entrare nel cuore del tema, è la
varietà che caratterizza sia l’ambiente fisico della Sicilia, sia quello
umano: il secondo, soprattutto, fino a quando sono durate invasioni e
stanziamenti di massa provenienti dai quattro punti cardinali. Tuttavia la
sua analisi lo porta a dissentire da quanto affermato da Tomasi e da altri
scrittori, che negano che ancor oggi si possa parlare di popolo siciliano,
credendo d’individuare nella nostra terra soltanto civiltà giustapposte
venute tutte da fuori. Per lui, invece, la popolazione siciliana, pur varia
nelle tradizioni e – parzialmente – nei costumi, ha saputo trovare una sua
originale sintesi che la caratterizza e distingue nel mondo.
Di questa capacità di portare ad unità il molteplice, e rendere armonioso
l’accostamento del diverso, nel campo dell’arte è grandiosa testimonianza il
duomo di Monreale, che ha una struttura architettonica a croce latina,
l’interno quasi interamente ricoperto di pittura musiva di chiaro stampo
bizantino, le absidi esterne decorate con arabeschi: tre culture e tre stili
diversi, però non puramente accostati, anzi così ben armonizzati da creare
un capolavoro unico al mondo nel suo genere.
La stessa origine eterogenea hanno molti cibi siciliani, alcuni antichissimi
altri più recenti, ma tutti (o quasi) con una loro storia di adattamenti e
di trasformazioni, dovuti alla loro origine, alla reperibilità delle materie
prime, alle diverse possibilità economiche dei vari ceti sociali, agli
influssi venuti da fuori, alla fantasia delle varie comunità locali, o
anche, infine, all’estro di un cuoco, di una monaca, di una massaia.
E’ veramente singolare vedere come la creatività dei siciliani sia riuscita
ad armonizzare ingredienti diversi e sparsi nel territorio,
facendo di essi un tutt’uno quasi insostituibile, che Schilirò descrive con perizia
puntuale.
Di questa capacità di felice sincretismo è un chiaro esempio la pasta
alla norma.
Come la Sicilia è stata terra d’immigrazione, allo stesso modo, soprattutto
nell’ultimo secolo per motivi di lavoro, è diventata pure terra d’emigranti,
che hanno portato altrove coi loro valori anche la cucina coi suoi sapori e
i suoi aromi, che è possibile trovare con qualche variante (che, talvolta,
purtroppo la mortifica, ma … de gustibus non est disputandum!),
in tutte le regioni d’Europa e d’America.
Un altro pregio del libro di Gino Schilirò è la ricchezza delle citazioni
prese da scritti anche antichissimi di storia della cucina, risalenti ai
greci e ai romani, ai bizantini e agli arabi, ai normanni e agli aragonesi,
e così via fino a tempi più recenti.
Sarebbe, infine, veramente manchevole il mio apprezzamento dell’opera, se
tralasciassi le innumerevoli immagini, antiche e moderne, che la corredano:
l’una più bella e significativa dell’altra. Le loro didascalie offrono,
anche ad un distratto lettore, un accattivante approccio con la storia e la
cultura della Sicilia.
Nino Russo |
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Marzo 2012
INCONTRO CULTURALE ALL’URSINO RECUPERO
Presentato il nuovo libro di Gino Schiliro'
La storia della cucina di Sicilia
Spigolature storiche sulla cucina di Sicilia tra leggende, curiosità e
tradizioni
Oggi alle 17 al refettorio piccolo delle biblioteche riunite “Civica e Ursino
Recupero” (via Biblioteca 13, Catania) è stato presentato il libro «Storia della
cucina di Sicilia tra leggende, curiosità e tradizioni» del prof.
Gino Schilirò. Sono intervenuti il sen. Salvo Fleres, la dott.ssa Rita Angela
Carbonaro, il dott. Piero Butera ed il barone Mario Ursino. Ha coordinato i
lavori l’ing. Giambattista Condorelli, ha concluso l’autore.
Gino Schilirò non è nuovo a queste imprese. Un
suo precedente libro,
sempre dedicato all'arte culinaria del passato, I sapori lontani della cucina
siciliana, era stato pubblicato nel 2010 (edito da Lancillotto e Ginevra di
Leonforte).
Di seguito vi
presentiamo in anteprima la parte introduttiva del nuovo volume.
Introduzione
«L'accesso a un luogo si dà attraverso tutti i sensi. Esserci, tornarci,
visitarlo, è un'esperienza che si nutre di una percezione sensoriale. Un luogo
si vede nei suoi paesaggi e nelle sue architetture, si odora nei suoi fiori, si
ascolta nelle sue voci e nelle sue musiche, si tocca nel suolo che alcuni
vogliono sacro, si gusta nei suoi cibi. Quei paesaggi, quei profumi, quelle
voci, quei cibi, per chi ha aperto i sensi la prima volta su di essi, sono la
sua identità.
Così è accaduto anche a me. Ho mangiato la Sicilia per decenni. Se
non avessi mangiato la caponata o gli arancini non sarei siciliano. Scrivere di
questi piatti è come scrivere la mia biografia di abitante di quest'Isola.
Accade adesso che questi cibi si estinguano, o si contaminino, o peggio che
l'universale sciatteria contemporanea li riduca a bocconi insipidi, senza
memoria del gusto e della fragranza che il palato e il naso si compiacevano di
trovarvi. Certe pietanze sono ormai perdute alÌa mia percezione, altre stento a
distinguerle dai sapori plastificati dei fast food e delle confezioni surgelate,
altre forse qualcuno da qualche parte le prepara ancora come io le ricordo e
voglio trovarle.
Nessuno, certo, accenderà più il braciere per cuocermi la salsiccia muscia.
Però so che in quel paese, soprattutto in un paese che so io, i cosi duci
hanno lo stesso aroma che i miei sensi percepirono una lontana Pasqua di
tanti anni fa. So che quell'oste cucina ancora quel pesce con quell'erba
aromatica: basta andarci ed ecco una piccola parte d'infanzia rinascere in quel
boccone sotto il mio palato.
Mi è capitato di recuperare l'antica Sicilia
gastronomica dove non pensavo: proprio lì, nel regno dell'hamburger. Infinite
sono le vie della gastronomia e della memoria. Come emigrano gli uomini, così
espatriano i cibi. Anche se qualcosa, in quegli ingredienti che non sono
maturati sotto il loro sole e le loro nuvole, non è più lo stesso.
Alla ricerca di questa cucina perduta, in questa memoria del gusto o archeologia
gastronomica che qui ho voluto tentare, ho scoperto una cosa: la cucina è un
vocabolario della memoria. Il cibo è il nome. Non sarebbero quei piatti se io
non li chiamassi nella loro lingua. E nella lingua poi si fondono le radici e le
storie: il nome arabo di quella preparazione di pasticceria, il nome latino di
quella torta salata sono la memoria di quel cibo. Anche certe stranezze del
lessico sono inseparabili dal gusto di quel cibo.
Per me a tunnina non è
u tunnu, il tonno: per un siciliano, come per un antico greco, il tonno
da mangiare è femmina.
E se poi, come ho detto, quel che ho mangiato è la mia identità, quei nomi
dicono che la mia identità è più antica della mia nascita. Nelle pagine che
seguono, ho gustato i nomi come i cibi.» [Gino Schilirò] |
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Storia della cucina di Sicilia:
Un compendio di arte culinaria del
passato Un libro coinvolgente che con gusto si assapora e divora
Il libro, “Storia della cucina di Sicilia” di recente presentato
presso la Biblioteca Ursino–Recupero di Catania, autore il
brontese prof. Gino Schilirò, non è una raccolta di ricette
finalizzata alla preparazione di antipasti, primi piatti,
contorni, pizzette o quant’altro.
E’ bensì, un vero e proprio
compendio di arte culinaria del passato che riassume millenni di
storia; pagine che l’Autore, voce narrante, da profondo e
provetto conoscitore della materia ci presenta.
Sfogliandole, ai nostri occhi, appaiono antiche popolazioni
provenienti da terre lontane che, oltre ad esercitare il loro
dominio sulla nostra Isola, ci partecipano momenti della loro
vita quotidiana attraverso il modo di cuocere i cibi,
manipolarli e personalizzarli aggiungendovi erbe aromatiche,
spezie, salse per insaporirli; nel contempo ci fanno conoscere
la loro cultura, il grado di civiltà raggiunto, l’arte, le
tradizioni, la religiosità e le loro credenze.
Quindi, profumi del passato ed equilibri di antichi sapori che
ritroviamo attraverso la preparazione di cibi popolari o nei
pranzi più elaborati e ricchi di portate quali erano le tavole
imbandite di aristocratici, benestanti o monasteri.
Leggendo, fra le righe, conosciamo anche i loro riti religiosi,
le cerimonie sacrali-propiziatorie, le festività in onore di dei
prima e divinità dopo, mutevoli col mutare delle varie credenze,
tempi, stagioni e provenienze delle varie popolazioni
stanziatisi nell’Isola.
Nel contempo, l’Autore evoca alla propria mente anche immagini
sbiadite del passato che, per virtù magiche, gli riaffiorano al
presente. Egli, ricorda la propria madre, amorevolmente intenta
nella preparazione di pasta cu maccu, ‘u ragù”, ’a
sozizza muscia rustuta ‘nda cìnniri, i cosza ruci”, ’a pasta
‘ncasciata” e quant’altro.
Sempre il Nostro, oltre ai sapori elaborati, in casa dalla
propria madre da bambino ricorda che scendendo per andare a
scuola passava davanti ad una vetrinette dove, esposti, c’erano
cuori di pasta di mandorle, fillette e biscotti che, a
Suo dire, inebriavano la vista ma lasciavano ’a panza vacanti.
Anch’io, lasciandomi coinvolgere dalla lettura del libro ho
fatti dietrologia mentale e, frugando fra i miei ricordi
scolpiti nella memoria è riemerso l’Amacord felliniano che mi ha
riportato, col pensiero, indietro nel tempo. Ho ripensato alla
mia infanzia, al ricordo indelebile di nonni, genitori che mi
hanno preceduto e per sempre lasciato.
Sono riemersi così i
c’era una volta, incipit delle favole raccontatemi d’inverno
attorno alla conca o alla stufa elettrica. Ho rivisto l’ambiente
di casa in cui vivevo, la cucina nella quale mia madre preparava
i pasti quotidiani. E, a proposito di cucina, c’è da dire che
era formata da più fornelli in muratura alimentati a legna o
carbone dai quali esalava un fumo denso e acre che fuoriusciva
da una grande finestra.
Ricordo per contro l’odore gradevole,
carezzevole che si spandeva nell’attigua sala da pranzo dopo la
cottura tanto da far venire l’acquolina in bocca alla vista
della tavola apparecchiata.
Ricordo, il profumo del pane appena sfornato che prontamente
veniva posto a riposare sotto le coperte per non ‘ntustiri
(indurire), la tanto attesa calda minnitta appena
sfornata che sbocconcellavo lentamente con un pezzetto di
tumazzu.
Ricordo, sempre nella stessa stanza, la preparazione di dolciumi
di cui mamma era insuperabile maestra, spesso aiutata dalla
sorella, nella quale preparavano ravioli con ricotta, cannoli,
paste di mandorle e pan di spagna. Ricordo, a proposito del pan
di spagna, che mia madre, dopo aver sistemato l’impasto nel
forno, gratificava la mia golosità di bambino e mi dava la
pentola (con residui di uova, zucchero, lievito) dicendomi:
“te, llìccati ‘a pignata”. Operazione che io prontamente
eseguivo immergendovi e leccandomi il dito.
Mettendo da parte le mie divagazioni di pensiero, concludo
scrivendo che, l’Autore condisce le varie pagine del libro
inserendovi incisioni, disegni, foto di antiche ricette, di
terrecotte, di prodotti locali e di prelibate portate ed
insaporendole con frasi gergali della nostra Bronte.
Quindi, un libro molto coinvolgente, molto interessante in tutte
le sue pagine, di facile e scorrevole lettura che con gusto si
assapora e divora.
Franco Cimbali |
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La storia della cucina di Sicilia IL
COMMENTO DI NICOLA LUPO Il caro Prof. Gino Schilirò ha avuto la cortese premura di inviarmi in
omaggio il suo libro che mi è piaciuto a prima vista per la sua copertina
semplice di un grigio gradevole in cui spicca la riproduzione di un
mappamondo del XII sec. Dai colori verde e giallo ed evidenzia la Sicilia a
forma di cuore al centro del Mediterraneo.
Certamente l’Autore, illustre clinico pediatrico, intraprendendo il suo
lavoro, avrà pensato al capolavoro letterario del primo novecento di Marcel
Proust “Alla ricerca del tempo perduto” e spontaneamente avrà immaginato di
poter intitolare il suo libro “Alla ricerca della cucina siciliana”, ma, da
par suo, ha subito scartato l’idea che gli sarà sembrata troppo pacchiana.
Però, se ha scartato il titolo, ne ha seguito la filosofia che ha ispirato
la monumentale opera del narratore francese: infatti nella stringata
presentazione che ne fa dice, fra l’altro, “alla ricerca di questa cucina
perduta, in questa memoria del gusto o archeologia gastronomica che qui ho
voluto tentare, ho scoperto una cosa: la cucina è il vocabolario della
memoria”.
La certosina ricerca del Nostro si dipana per 17 capitoli ricchi di
documenti archeologici, letterari, pittorici e delle tradizioni, e inizia
dal Gattopardo per premettere che in Sicilia “si cambia tutto per non
cambiare niente”, e seguendo dal Mediterraneo, di cui la Sicilia è il cuore,
con i greci e romani, ebrei e bizantini, arabi e svevi, angioini, aragonesi
e spagnoli.
Illustra quindi la cucina del clero e dell’aristocrazia, quella del popolo e
quella da strada, degli immigrati e, dulcis in fundo, dei dolci e della loro
diffusione nel Mediterraneo di cui la Sicilia è stata il crogiuolo, come
dimostrano tante testimonianze di illustri viaggiatori, come Goethe.
In fondo alle 200 pagine viene confermata la ipotesi della traccia della
“Ricerca” di Proust; infatti, come lo scrittore francese, Gino Schilirò
perviene alla “Cucina siciliana ritrovata” per merito suo.
Grazie, Prof. Schilirò, e “ad multos annos!” Bari, Pasqua 2012
Nicola Lupo |
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12 Marzo 2012
Leggende e devozione nel territorio di Bronte
«’A cunnicella» al Circolo di Cultura
Alle ore 18,00 di Domenica 18 Marzo al “Circolo di Cultura Enrico Cimbali” si
parlerà ancora una volta di Bronte e della sua storia. O meglio, questa volta,
sono le tradizioni e gli usi locali ad essere oggetto nello storico Circolo di
una particolare breve conferenza.
Si parlerà, infatti, di “leggende e devozione
nel territorio di Bronte” prendendo spunto dalla tesi di Diploma Accademico che
Signorino Daniele Russo ha voluto dedicare alle numerose
Edicole votive
brontesi.
«’A cunnicella» (così la chiamiamo noi brontesi) è un elemento
caratterizzante i vicoli e le stradine di Bronte e Signorino Daniele Russo ha
voluto farne l’oggetto della sua tesi di laurea e ne parlerà appunto domenica.
Presenterà l’evento Aldo Russo, presidente del Circolo, con un’introduzione di
Giuseppina Radice, docente di Storia dell’arte contemporanea all’Accademia di
Belle Arti di Catania.
Le edicole votive brontesi, sempre oggetto di venerazione testimoniata dagli
abitanti con fiori e lumini perenni, rappresentano un patrimonio iconografico
unico e spesso dimenticato, disperso o per niente valorizzato. Ben venga,
quindi, qualsiasi iniziativa che possa metterle al centro dell'attenzione e
porti se non ad una loro valorizzazione quanto meno alla loro salvaguardia. Un
grazie quindi al dott. Signorino Daniele Russo per averle fatto oggetto dei suoi
studi.
6
Marzo 2012
AL CLUB "DONNE INSIEME"
«La storia dell'arte e il tiro
con l'arco»
Alle ore 17.30 di Mercoledì 7 Marzo, presso i locali del Club "Donne
Insieme" di via Scafiti 20, la prof. Giuseppina Radice presenterà il suo
libro "La storia dell'arte e il tiro con l'arco". L'ingresso è libero.
22 Febbraio 2012
SABATO 25 ALLA PINACOTECA SCIAVARRELLO
Diagnosi e trattamento della patologia tiroidea
La Sezione Fidapa di Bronte organizza per sabato 25 febbraio una
conferenza sul tema “Patologia tiroidea, dalla diagnosi al
trattamento”. Relazioneranno Romilda Masucci e Massimo Buscema.
L’evento si svolgerà alle ore 17.30 nella Pinacoteca Nunzio
Sciavarrello. L’ingresso è aperto a tutti.
8 Febbraio 2012 RIFLESSIONI DI UN
SINDACO SICILIANO
Lettera aperta di Firrarello a Vittorio Sgarbi
«Mi dispiace che tu abbia fallito, Vittorio, ma mi rendo conto
che non potevi vincere» |
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Il sindaco Firrarello, a seguito delle dimissioni di Vittorio
Sgarbi da sindaco di Salemi, ha inviato al critico d’arte una
lettera aperta con considerazioni particolarmente interessanti.
«Apprendo con rammarico la notizia delle dimissioni di Vittorio
Sgarbi, da Sindaco di Salemi.
Io non so come e perché a Sgarbi sia capitato di candidarsi ed
essere eletto Sindaco di un Comune della provincia di Trapani,
ma posso pensare che il personaggio, quale indubbiamente egli è,
sia stato solleticato dall’idea di cimentarsi in un’impresa
complessa; forse per misurare la propria forza interiore, per
coltivare la passione di realizzare un modello amministrativo
nuovo in una terra difficile.
È questa la lettura che io ho dato
alle sue tante iniziative, che spesso sono state delle
provocazioni per affermare un concetto: “possiamo e dobbiamo
cambiare”.
Probabilmente il limite di quest’impostazione è stato quello di
non valutare appieno le difficoltà dell’operare in una terra
dove è difficile riuscire a non calpestare le mine sparse sul
territorio.
Condivido l’odierna scelta di Sgarbi, perché il coraggio non
deve essere confuso con l’incoscienza.
Immagino e conosco le difficoltà che egli ogni giorno avrà
incontrato nel suo percorso di Sindaco di un medio comune
siciliano: impossibilità di spesa, personale in eccesso di cui
non ci si può liberare, professionalità necessarie che non si
possono assumere, vincoli urbanistici imposti per imbalsamare il
territorio, finanziamenti mai arrivati per la tutela
dell’incolumità dei cittadini, finanziamenti che per essere
appaltati necessitano di anni di burocrazia, etc. etc. etc.
Quanto basta per disgustare anche i più determinati, che si
ritrovano ad affrontare ogni problematica da soli, senza mai
riuscire a venirne a capo. |
17 Febbraio 2012 DURO ATTO D’ACCUSA DEL CRITICO D’ARTE
Sgarbi lascia ufficialmente la carica di sindaco
Mercoledì sera Vittorio Sgarbi ha ufficialmente consegnato le dimissioni dalla carica di sindaco di Salemi (Tp)
nelle mani del segretario Vincenzo Barone nel corso di una
seduta straordinaria del Consiglio Comunale.
Il critico
d’arte è stato eletto sindaco nel giugno 2008 a capo di
un’ampia coalizione riconducibile al centrodestra, ma nella
quale non sono mancate le adesioni trasversali.
Il sindaco
va dunque via ma lo fa con un duro atto di accusa contro il
Prefetto di Trapani, Marilisa Magno, il Maresciallo dei
Carabinieri della locale stazione, Giovanni Teri e gli
investigatori della Questura di Trapani, guidati dal capo
della divisione Anticrimine Giuseppe Linares, che «per dare
forza alle loro indagini su Giammarinaro - ha detto Sgarbi -
attraverso quelle che sono solo ipotesi, suggestioni,
ricostruzioni infondate e veri e propri falsi, hanno
prospettato un condizionamento di Giammarinaro
sull’amministrazione, per consentire poi al Prefetto di
chiedere la Commissione di accesso agli atti». (...) |
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Forse Sgarbi non aveva messo in conto tutto questo, forse si era
illuso che la sua volontà di fare, di vincere una scommessa, di
realizzare una vittoria personale, di poter essere sprone per
altri, di metterci tutta la sua energia, gli avrebbero
consentito di realizzare un sogno.
Il suo sogno si è infranto contro una realtà più grande di lui.
Si è perduto in un mondo vischioso, melmoso, dove ognuno ritiene
di essere unico, indispensabile.
Forse Sgarbi si illudeva di attuare una rivoluzione culturale a
360 gradi, cosa di cui ci sarebbe immenso bisogno. Ma purtroppo
non ha fatto i conti con le incrostazioni profonde, “rugginose”,
che permeano la società siciliana, di cui tutti possiamo essere
responsabili, direttamente o no, e credere di potersi tirare
fuori, per chiunque abbia svolto ruoli pubblici in questa
difficilissima quanto bellissima Sicilia, è un tentativo vano.
Mi dispiace che tu abbia fallito, Vittorio, ma mi rendo conto
che non potevi vincere, pertanto non considerarti perdente
perché hai fatto del tuo meglio.
Sappi che se un giorno il tuo sogno svanito dovesse diventare
realtà, quel giorno questa terra di Sicilia sarebbe la più bella
che esiste al mondo.
I giovani forse realizzeranno il sogno, noi abbiamo il dovere di
incoraggiarli.»
Pino Firrarello |
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14 Gennaio 2012
La seconda edizione comprende poesia, racconto breve e saggio
storico
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Ritorna il Premio Themis
I
temi di quest'anno “Io e l’altro” e “Recessione e mercato del lavoro”
L’Associazione Culturale “Orizzonti Liberi”, con il patrocinio
della Provincia, dei Comuni di Bronte, Maletto, Maniace,
Randazzo e dell’Università degli Studi di Catania, organizza la II edizione del Premio “Themis” che si presenta quest'anno con
una formula nuova e comprende poesia, racconto breve (aventi per
tema “Io e l’altro”) e saggio storico (con tema “recessione e
mercato del lavoro”) inediti.
L'edizione dello
scorso anno, la prima, aveva come tema il “Il mio
specchio tra le righe” ed ebbe numerose e qualificate
adesioni.
Quest'anno la partecipazione è totalmente gratuita e aperta a
tutto il territorio nazionale, con due categorie riservate alle
Scuole Medie Inferiori e Superiori dei Comuni di Bronte Maletto,
Maniace e Randazzo.
Premi in denaro (da 250,00 a 400,00 euro),
pubblicazione dell’opera in antologie, targhe, attestati,
pernottamenti gratuiti la sera della cerimonia di premiazione.
I partecipanti potranno concorrere in più sezioni, nelle
categorie a cui decideranno di partecipare, presentando per
ciascuna sezione una sola opera. Presentazione delle opere entro
il 24 marzo e cerimonia di premiazione che avrà luogo a Bronte
nell’Auditorium del Real Collegio Capizzi, a metà giugno 2012.
I nomi dei giurati, esponenti del mondo accademico, editoriale,
giornalistico e letterario, saranno ufficializzati sul sito del
Premio (www.premiothemis.it) dove verranno pubblicate
anche tutte le
comunicazioni ufficiali.
Responsabile dell'organizzazione di
questa seconda edizione del premio è Barbara Prestianni,
presidente dell'Associazione Culturale Orizzonti Liberi.
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16 Aprile 2012
Le giurie del Premio Themis
Ufficializzati i nomi dei membri delle giurie di qualità della
seconda edizione del Premio Themis, il concorso di poesia,
racconto breve e saggio storico organizzato dall’Associazione
culturale Orizzonti Liberi con il patrocinio dei Comuni di Bronte,
Maletto, Maniace, Randazzo, della Provincia Regionale di Catania e
della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di
Catania.
Tredici nomi che, come dichiara Barbara Prestianni, presidente
dell’Associazione, “è un onore poter annoverare nella giuria del
Premio sicura che i concorrenti saranno gratificati dal sapere che
le proprie opere verranno valutate da tali esponenti del mondo
culturale”.
Il Premio prevede, in particolare, due giurie di qualità: una per le
categorie Scuole Medie Inferiori e Scuole Medie Superiori ed una per
la categoria Nazionale.
Ogni giuria di qualità è a propria volta
composta da giurie dedicate così composte:
- Sezione Poesia (Scuole Medie Inferiori e Superiori di
Bronte, Maletto, Maniace, Randazzo): dott. Alfio Grasso (scrittore),
dott. Sebastiano Italia (Università degli Studi di Catania).
- Sezione Racconto breve (Scuole Medie Inferiori e Superiori
di Bronte, Maletto, Maniace, Randazzo): dott.ssa Laura Marullo
(Università degli Studi di Catania), prof. Marco Pappalardo
(giornalista, scrittore).
- Sezione Poesia (categoria Nazionale): prof. Rosario Castelli
(Università degli Studi di Catania), prof.ssa Rosalba Galvagno
(Università degli Studi di Catania), prof.ssa Gisella Padovani
(Università degli Studi di Catania).
- Sezione Racconto breve (categoria Nazionale): dott. Mauro
Bonanno (amministratore unico della Bonanno Editore), prof.ssa Anita
Tania Giuga (critico d’arte, giornalista culturale), Luigi Putrino
(giornalista).
- Sezione Saggio storico (categoria Nazionale): prof. Enrico
Iachello (preside della Facoltà di Lettere e Filosofia), prof.ssa
Silvana Raffaele (Università degli Studi di Catania), prof.ssa Pina
Travagliante (Università degli Studi di Catania).
Mancano solo i nomi dei vincitori, ma per scoprirli bisognerà
aspettare fine maggio per la categoria nazionale, mentre per le
categorie scolastiche l’attesa cerimonia di premiazione che è stata
già fissata per sabato 16 giugno 2012, alle ore 17:30,
nell’Auditorium del Real Collegio Capizzi a Bronte.
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14 Gennaio 2012 Dopo
quello del
capitano medico Giulio Sconzo un altro diario sulla guerra a Bronte
LUGLIO/AGOSTO 1943
Il diario dello scrittore avolese Giuseppe Schirinà
Il bombardamento del 1943, Bronte e Avola
A conclusione delle celebrazioni nella città di Avola del 150° anniversario
dell’unità d’Italia, l’associazione culturale Gli avolesi nel mondo ha
indetto il 29 dicembre u. s. un convegno su Giuseppe Schirinà e l’inedito
brontese, presentando presso il salone Maria Ausiliatrice il
volume Audi quo rem deducam, nel quale lo scritto fondamentale è proprio
L’inedito brontese,
un minuzioso diario sui bombardamenti di Bronte del
1943, scritto dal compianto poeta e scrittore avolese Giuseppe Schirinà che, per
motivi familiari, s’era venuto a trovare nella cittadina etnea proprio nei mesi
dei bombardamenti e dell’occupazione del territorio etneo da parte degli
Alleati.
Il convegno ha voluto accomunare Avola e Bronte nella rievocazione delle vicende
drammatiche dello sbarco, e quindi dell’avanzata degli Alleati verso Messina,
che l’autore soffrì trovandosi fisicamente a Bronte, ma col pensiero e il cuore
costantemente rivolti al suo paese lontano.
In rappresentanza della città di Bronte sono stati graditi ospiti alcuni membri
dell’associazione culturale Bronte Insieme, nelle persone del presidente,
Nino Liuzzo, del segretario Franco Cimbali e dei soci Nunzio Longhitano e Nino
Russo.
Ai saluti agli astanti che gremivano la sala da parte della presidente
dell’associazione avolese, prof.ssa Grazia Maria Schirinà, e di Nino Liuzzo, è
seguita la proiezione del filmato Sicilia 1943. Lo sbarco alleato.
Quindi, moderatore il prof. Giuseppe Genovesi, si sono succeduti la prof.ssa
Schirinà che ha parlato sul tema L’associazionismo e la riscoperta della
storia locale; il prof. Sebastiano Burgaretta che ha illustrato il volume
Audi quo rem deducam; il prof. Nino Russo che ha brevemente illustrato le
varie fasi della campagna di Sicilia, con particolare attenzione alla
Battaglia di Bronte e il prof. Corrado Apolloni che ha ricordato lo
sbarco degli alleati ad Avola. Infine, il prof. Angelo Fortuna ha
rivissuto lo sbarco alleato attraverso i suoi ricordi di bambino.
Finiti gli interventi, i presenti hanno potuto godere della magistrale
esecuzione da parte della corale polifonica Abola Chorus, diretta dalla
maestra Maria Piccione, di brani musicali scelti in sintonia col clima natalizio
e con lo spirito patriottico che aveva animato la serata. L’inno di Mameli,
intonato dalla corale e dal pubblico, ha chiuso il convegno. (N. R.) | |