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«[...] Il processo durò tre anni, nientemeno! tre anni di prigione e senza vedere il sole. Sicché quegli accusati parevano tanti morti della sepoltura, ogni volta che li conducevano ammanettati al tribunale [...]. Li facevano alzare in piedi ad uno ad uno. 'Voi come vi chiamate?'. E ciascuno si sentiva dire la sua, nome e cognome e quel che aveva fatto. Gli avvocati armeggiavano fra le chiacchiere, coi larghi maniconi pendenti, e si scalmanavano, facevano la schiuma alla bocca, asciugandosela subito col fazzoletto bianco, tirandoci su una presa di tabacco. I giudici sonnecchiavano dietro le lenti dei loro occhiali, che agghiacciavano il cuore. Di faccia erano seduti in fila dodici galantuomini, stanchi, annoiati, che sbadigliavano, si grattavano la barba o ciangottavano fra di loro. Certo si dicevano che l'avevano scappata bella a non essere stati dei galantuomini di quel paesetto lassù, quando avevano fatto la libertà. E quei poveretti cercavano di leggere nelle loro facce. Poi se ne andarono a confabulare fra di loro, e gli imputati aspettavano pallidi, e cogli occhi fissi su quell’uscio chiuso. Come rientrarono, il loro capo, quello che parlava colla mano sulla pancia, era quasi pallido al pari degli accusati, e disse: 'Sul mio onore e sulla mia coscienza!’. «Il carbonaio, mentre tornavano a mettergli le manette, balbettava: 'Dove mi conducete? In galera? O perché? Non mi è toccato neppure un palmo di terra! Se avevano detto che c'era la liberta!...’».
Così Giovanni Verga, nella giustamente celebre novella
Libertà, liberamente - molto liberamente - ispirata ai fatti di Bronte del 1860. Ma conclusa in questi termini - e in questi termini, con la descrizione che ne precede il finale, essa è stata spesso interpretata - la vicenda appare come la fase conclusiva della cronaca d'una jacquerie, ricostruita sul motivo dell’eterna contrapposizione tra ricchi e poveri, a giustificazione d’una lettura della storia siciliana all'insegna del destino dei vinti.
Epperò, tra gli avvocati che a parere di Verga «armeggiavano tra le chiacchiere» e «si scalmanavano», ce ne fu uno che fece molto più che asciugarsi la bocca «col fazzoletto bianco, tirandoci su una presa di tabacco». E di quegli avvenimenti fornì nella sua arringa difensiva un'interpretazione politica d'una tale lucidità da fare accapponare la pelle a chi con un processo e una sentenza per reati comuni, inquadrati magari in un contesto di «reazione borbonica», riteneva di aver riposto definitivamente nell'armadio uno dei più ingombrati scheletri dell'unificazione italiana.
Ma il modello interpretativo che Michele Tenerelli Contessa - l'avvocato catanese che difese davanti alla Corte d'assise di Catania gl'imputati del secondo processo per i fatti di Bronte, quelli scampati alle fucilazioni sommarie ordinate tre anni prima a Bronte da Nino Bixio - applicò a quei fatti, come non dovette piacere ai giurati del processo, così non incontrò il favore di Giovanni Verga. Ché vinti erano sì tutti quei condannati - come non definirli tali davanti ai risultati di quei due giudizi! - ma vinti entro gl'ingranaggi d'un gioco più complesso, del quale però essi erano stati attori e dove la lotta politica era stata gravida di implicazioni assai diverse da quelle d'una mera jacquerie. Certo, la terra c'era di mezzo, e costituiva quasi il problema vitale della comunità brontese. Attorno ad essa, perciò, aveva finito col qualificarsi buona parte della lotta politica municipale nei decenni immediatamente precedenti. Ma il conflitto che su di essa si scaricava non era un conflitto tra poveri e ricchi, centrato attorno ai problemi d'una ridistribuzione della proprietà, nella forma sbrigativa in cui Verga riteneva di poterlo rappresentare. La «rivoluzione» del 1860 a Bronte non fu un'operazione di «comunismo primitivo».
A Bronte, il problema della lotta politica attorno alla terra era, a metà dell'Ottocento, l'effetto d'un avvenimento «nuovo»: il fatto dell'esistenza, a partire dal 1799, della ducea Nelson. Il conflitto che, a questo proposito, si era aperto nel primo Ottocento tra il comune e la ducea potrebbe anche far pensare alla continuazione d'un conflitto antico, quello che nei secoli precedenti aveva visto il comune contrapporsi al precedente feudatario, l'Ospedale Grande e Nuovo di Palermo. Ma mentre il conflitto con l'Ospedale si era avviato verso una conclusione che pareva positiva alla fine del Settecento, sull'onda del riformismo borbonico, col duca inglese esso si era riaperto in tutta la sua ampiezza, rinfocolato da non pochi elementi di «reazione signorile».
Il ceto politico brontese si era spaccato: tra «ducali» (sostenitori del «partito» del duca) e «comunisti» (sostenitori del «partito» del comune) si era aperto così un conflitto nuovo, destinato a riempirsi di contenuti più ampi, allorché non avranno esito nel comune gli effetti dell'abolizione della feudalità dichiarata in Sicilia nel 1812 e si riapriranno questioni e liti - pubbliche e private - su boschi, sciarelle, difese e parapasceri. Perché il problema demaniale, che aveva costituito un grosso problema in tutti i comuni dell'isola, si era complicato a Bronte, per la presenza del duca inglese, degli effetti d'una grande questione diplomatica. Su questo conflitto finirà per evolversi a Bronte la vicenda dei «partiti». Dodicimila all'epoca dei fatti, erano 8.862 gli abitanti di Bronte al censimento del 1832, quello di cui si conservano le carte con le indicazioni nominative presso l'Archivio di Stato di Catania.
La povertà di grandissima parte di questa popolazione era nota. La mitologia relativa alla presenza d'una grande attività industriale nella Sicilia preunitaria può trovare anche a Bronte le sue pezze d'appoggio. Pensiamo un momento alle professioni femminili: il censimento del 1832 conta diverse centinaia di «filatrici e di «industriose». Esse però non appaiono nel sommario finale di condizioni e professioni redatto dai responsabili delle operazioni censuarie, a conferma che tali qualifiche - applicate peraltro esclusivamente alle donne capofamiglia, le vedove in particolare - erano nella stragrande maggioranza dei casi, a Bronte come altrove, nulla più che pietosi sinonimi di «povera». Su quasi 2.000 maschi adulti che dichiaravano una condizione professionale, i bracciali erano 1.212 e i pecorai 249. Diciannove erano coloro che dichiaravano titolo o professione di legali, dieci i medici, sessantacinque i preti, trentadue i monaci, nove i notai e tre i farmacisti.
Venivano poi le diverse attività artigianali, tra le quali erano più rappresentate quelle di calzolaio (75), falegname (46), muratore (43), ferraio (40). Centoquindici, tra uomini e donne, erano i possidenti senza altro titolo, otto quelli che, senza altro titolo, potevano fregiarsi di quello di proprietari.
Un riscontro sulla situazione del catasto, redatto pochi anni dopo, conferma come la gerarchia delle professioni s'accompagni parallela alla gerarchia della rendita fondiaria. Peraltro, entro le due liste, e perciò anche entro la lista degli eligibili e nelle cariche municipali, ai livelli più considerevoli si ripropongono sempre gli stessi nomi, le stesse famiglie: i Cimbali, i Margaglio, i Luca, i Saitta, i Leanza, i Minissale, gli Zappia, i Meli. Da qui le alleanze: in una dimensione della comunità formalmente vasta, le relazioni matrimoniali tra i notabili seguivano di generazione in generazione percorsi poco variati.
Gli Zappia s'imparentavano coi Leanza coi Mauro, i Margaglio coi Mauro e con gli Artale, i Leanza coi Saitta e con gli Spitaleri, i Cimbali coi Palermo e coi Saitta, e così via. L'endogamia sociale era in fondo una condizione di sopravvivenza nello status. Ma tutto questo non bastava a tenere a freno i conflitti di potere che, sul piano dell'esercizio delle professioni, sul piano delle candidature alle cariche municipali, scaturivano dalla ristrettezza di quei rapporti.
Ampio quanto a popolazione, il paese era certamente più stretto quanto a canali di mobilità sociale. Il controllo del potere municipale, con le sue finanze, coi suoi demani, con gli appalti, con le usurpazioni, con la possibilità di mantenimento dei seguaci, era perciò al centro delle lotte e dei conflitti. Peraltro, la strada delle professioni passava al margine delle opportunità che una famiglia aveva potuto ottenere dalla carriera ecclesiastica, fuori dai confini del comune, di qualcuno dei suoi membri. Ne sapevano qualcosa i Saitta, che avevano avuto in famiglia un vescovo, e i De Luca, che vantavano allora un cardinale.
Finché la questione della distribuzione dei demani non si porrà come la chiave per l'esplosione del conflitto sociale su un terreno non più controllabile attraverso gli strumenti a disposizione delle élites tradizionali, alla classe politica brontese, nei grandi momenti della storia siciliana, basterà barcamenarsi: forse maligna, e ceno non rappresentativa del complesso dei comportamenti delle élites politiche locali, l'osservazione di Gesualdo De Luca, sui modi della neutralità brontese nel conflitto tra Palermo e Messina durante i fatti del 1820, lascia adito a qualche riflessione: «Re Ferdinando, rifugiato in Palermo, rifece il Parlamento all'uso spagnuolo. Se ne contentò Palermo, ne arse di sdegno Messina. Indi la scissero. Bronte si stette neutrale, e tenendo pronte lunghe fasce a maglia di colore rosso e di colore giallo, accoglieva i messi or dell'una, or dell'altra città, incontrandoli il popolo ornato il petto delle fasce del rispettivo colore».
Ma gli avvenimenti «militari» al centro dei quali si trovarono i brontesi nel 1820 non furono senza effetti sulle possibilità di movimento nelle successive scadenze «rivoluzionarie». Ora, furono proprio i ricordi di tali capacità militari a far intravedere una linea di soluzione extragiudiziaria della lite con la ducea. Essa s'inserì nel contesto della rivoluzione del 1848 e si manifestò attraverso l'occupazione popolare delle terre contestate.
A dirigere e ad approvare il movimento fu una parte dei «comunisti» brontesi, i fratelli Minissale in primo luogo. L'occupazione ruppe l'unità entro il partito dei «comunisti» e finì col costituire, dopo il fallimento del '48 siciliano, la ragione prima dell'isolamento politico in cui vennero a trovarsi i settori più radicali del ceto politico brontese.
Data da quei momenti la sfortuna politica dei Lombardo, dei Minissale, dei Sanfilippo. Da allora, sino al 1860, essi resteranno isolati, esclusi dal potere municipale. Peraltro, il '48 peserà fortemente nella polemica politica locale. I «ducali» non mancheranno di approfittarne direttamente e indirettamente.
Nel giugno del 1851, il dottor Luigi Saitta veniva destituito dalla carica di sindaco, dietro pressione del rappresentante della ducea, perché, amministrando gl'interessi del comune, si era reso responsabile di «abuso di potere» in danno degli interessi della duchessa Nelson. Ma la liquidazione dei «comunisti» più radicali non riuscì a sedare i conflitti di potere. Le accuse di «immoralità» che corredavano - anonime e firmate - le obiezioni incrociate sulle diverse candidature a sindaco, a primo e a secondo eletto, continuavano a gravitavare tutte, in maniera più o meno strumentale, per tutto un decennio, sulle responsabilità dei candidati nei fatti del '48.
Nel 1853, Francesco Cimbali, fratello maggiore dell'allora più noto Antonino, essendo stato proposto alla carica di primo eletto, si vide scaraventare addosso, da una lettera anonima, le accuse di «strangolamento e furto di grossa somma in persona della vedova Nunzia Fiorenza»: l'anno prima, candidato alla carica di sindaco, era stato affrontato da Vito Margaglio, che aveva evidenziato apertamente la sua responsabilità in omicidi, relativamente ai fatti del '48, e la cattiva fama politica della famiglia, essendo figlio di Giacomo Cimbali, un ex sindaco del comune - odiato ferocemente dai «ducali» - condannato per irregolarità amministrative.
«Immorale» si vedeva definito Bernardo Meli per la sua partecipazione ai fatti del '48. Pericoloso Fiorini, perché membro del comitato del '48, oltre che imparentato con Guglielmo Thovez, amministratore della ducea. E così via, quanto alle accuse «politiche». Ma c'era anche dell'altro: a Vito Margaglio non si mancava di ricordare la destituzione di cui era stato oggetto quando aveva esercitato l'ufficio di giudice a Centorbi, mentre «immorale» era dichiarato il notaio Zappia per le «falsità» di cui si sarebbe reso responsabile nella sua attività professionale. Un flusso periodico di lettere anonime, scandito sui ritmi della sua conferma e diretto a sottolineare una lunga pratica di contabilità disinvolta, riguardava Francesco Aidala, cassiere del comune.
Nella cerchia assai ristretta di avvocati, medici e notai, entro cui di fatto si realizzava la concorrenza alle cariche municipali più ambite, la lotta rimaneva feroce: vi entravano motivi di ogni genere, non ultime le gelosie professionali. Nel redigere le proprie memorie per la stampa, a metà degli anni Ottanta, Antonino Cimbali non aveva ancora dimenticato che Placido Lombardo gli aveva stroncato, diversi decenni prima, una promettente carriera di medico, avendo dimostrato che, di ritorno da Napoli - ove aveva svolto una parte dei suoi studi aiutato dalla liberalità dei fratelli Placido e Antonino Saverio De Luca -, egli aveva intrapreso l'esercizio di quella professione senza aver conseguito la laurea.
Ma tutto quello che attraverso beghe e conflitti interminabili finiva comunque col creare le nuove aggregazioni politiche locali, ridefinite sul fatto grosso dell'esclusione dei democratici dal potere municipale, rischiava di venire vanificato dall'arrivo, nel 1860, di Garibaldi in Sicilia. Ché il dato naturale di quella presenza politica e militare pareva doversi tradurre a Bronte nella logica aspettativa d'una improvvisa e trionfale resurrezione politica dei Lombardo, dei Minissale, dei Saitta, nella sostanziale approvazione dei loro comportamenti durante i fatti del 1848, nel riconoscimento - sancito in qualche modo indiretto dal decreto del 2 giugno - della giustezza delle loro posizioni radicali in materia di destinazione dei demani.
A Bronte e nei comuni dove il '48 aveva lasciato aperti problemi simili, la
questione demaniale rischiava di passare tutta attraverso la soluzione
prospettata dai democratici nel 1848. |
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Dopo il primo sommario processo, fatto istruire da Bixio davanti alla commissione speciale nei pochi giorni che restò a Bronte (dal 6 al 9 agosto 1860) e concluso con cinque condanne a morte, ne seguì un altro, celebrato davanti alla Corte d’Assise di Catania. Si trascinò per tre anni e si concluse nel 1863 con 37 condanne tra cui 25 ergastoli. Michele Tenerelli Contessa era l'avvocato catanese che difese davanti alla Corte d'assise di Catania alcuni imputati del secondo processo.
La sua arringa difensiva - "appassionata, lucidissima, d'un avvocato colto e intelligente" - pubblicata nel 1863 dalla Tipografia La Fenice di Musumeci (Catania) è stata ristampata recentemente dalla "C.u.e.c.m." (Catania, 1989) a cura del brontese prof. Gino Longhitano. Per gentile concessione dell'autore e della C.u.e.c.m., riportiamo la parte introduttiva del libro. |
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Gino Longhitano, nato a Bronte nel 1940,
professore di Storia moderna presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di Catania, è autore di numerosi libri.
Tra le sue pubblicazioni,
Il progetto politico di Francois
Quesnay - Materiali e note per una riconsiderazione dell'agrarismo
fisiocratico, Catania 1998; Ricchezze, valori, società - La "nuova scienza" e i
modelli sociali nella Francia del secondo Settecento, Vicenza 1993; Traité de
la Monarchie di V. de Mirebeau e F. Quesnay, Paris, 1999.
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I Fatti di Bronte
Perchè Garibaldi si è prestato alla repressione?
l'opinione dello
storico Salvatore Lupo |
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«Paradossalmente Garibaldi
finisce per intervenire a fianco del partito Borbonico contro il locale
Partito liberale»
«L'insurrezione di Bronte faceva parte della rivoluzione e si legittimava
con essa» |
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Professore ordinario di storia contemporanea
all'Università di Palermo e precedentemente docente di Storia contemporanea
presso la Facoltà di Scienze politiche dell'Università di Catania,
Salvatore Lupo (Siena, 7 luglio 1951) è tra i maggiori storici
contemporanei. E' presidente dell’IMES (Istituto Meridionale di Storia e
Scienze Sociali) di Catania, vicedirettore della rivista storia e scienze
sociali dell'istituto "Meridiana", nonché uno dei più quotati studiosi della
mafia in ambito italiano, autore di numerose pubblicazioni sul fenomeno
criminoso e di storia contemporanea. |
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Vedi anche
La Ducea "maledetta", di Michele Pantaleone

Bronte all'epoca dei Fatti (disegno tratto dalla Storia della Città di
Bronte, di p. Gesualdo De Luca, 1880)
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Il processo ai cinquantuno imputati dei misfatti di Bronte
di Vincenzo Pappalardo «C’è una parabola paradossale che
segna tutte le rivoluzioni, portandole da una fase di massima utopia ad
una normalizzazione triste, quando le idee e gli eroi prima osannati
vengono nascosti, negati, persino condannati; mentre la storia, almeno
apparentemente, prende una strada che curva verso il passato.
George Orwell ne ha fatto una figura universale nell’indimenticabile
Napoléon de “La fattoria degli animali”. Così successe alla rivoluzione
francese, che abbatté il regno che sapeva di vecchio, eresse la repubblica
che esalava fragranza di nuovo, e si trovò dieci anni più tardi a
riesumare col Bonaparte le insegne imperiali dell’antica Roma. Il processo ai cinquantuno imputati dei misfatti di Bronte, che si apre nella Corte d’Assise di
Catania il 15 giugno del ‘63, costituisce un piccolo argomento di questa
non nobile consuetudine dei fatti umani.
La lettura degli atti di quel
processo è poi un’occasione preziosa perché gli storici ringrazino il buon
animo della loro stella, che li ha destinati alla lungimiranza della loro
arte piuttosto che alla miope pratica del diritto. La prolusione del Presidente
cavalier Antonino Ferro è un capolavoro della retorica risorgimentale; ma
è anche un documento impressionante del processo di revisione storica
compiuto dal nuovo regime; e dello scaricamento dei ceti popolari operato
dall’establishment unitario. La normalizzazione è ormai compiuta,
le utopie innescate dal proclama del 2 giugno digerite ed assimilate, i
fessi che c’erano cascati benserviti.
Il Presidente può allora così
raccomandare: “... per voi signori giurati è un nulla la storia. Per
voi non valgono le origini, le cagioni prime. Per voi i fatti, è questi
soli che voi dovete giudicare”. I contadini brontesi perdono il
diritto alloro contesto, a quelle che gli avvocati dicono le circostanze
attenuanti.
Il ceto borghese di Bronte,
ducale e borbonico, non ha tardato a mettere le vesti tricolori; perciò i
suoi esponenti hanno il diritto al rispettoso appellativo di civili e
all’ancora più rispettoso silenzio sul loro passato di abusi e
sopraffazioni. Anzi già che s’era in ballo, tanto valeva spazzare ogni
residuo senso di colpa sulla sorte di Nicola Lombardo: “... il primo a
spargere i civili esser nemici del popolo” e naturalmente “doversi
tutti scannare, perché erano di ostacolo alla divisione delle terre
comunali”.
Il giudizio storico è ormai
concluso; la prospettiva borghese e insensibile alle richieste popolari di
riforma agraria assunta come naturale; l’avvocato Lombardo bell’e
sistemato.
Poco varrà che le audizioni successive restituiranno un quadro
più equilibrato; nella seduta iniziale il Presidente ha di già il suo
parere imparziale.
Non manca per incidente un
momento di riflessione, quando al Presidente quasi scappa che a monte
della barbarie di quegli assassini dovesse esserci la responsabilità di
qualcuno: poi per fortuna spunta un appiglio astratto, una sfera dei
massimi sistemi dove le facce dei colpevoli appaiano sfocate e non
riconoscibili; e un fervorino antiborbonico vitupera “quell’infame
dinastia” che “ci lasciò larga eredità di odi repressi, di
discordie cittadine, di virtù spregiate e derise, di vizi, di spionaggi,
di turpitudini”. E meno male!
Tutto è passato, tutto ora è
normalizzato. I raggiri, le ambiguità, gli abusi della borghesia ducale
lasciati al giudizio della storia, quella vaga dell’epoca borbonica; le
attese e le speranze, le frustrazioni e le umiliazioni dei miserabili
rimosse, negate.
L’avvocato Paolo Figlia, che di
quel processo fu consigliere, commentando il dibattimento lo stesso giorno
della prima udienza, poteva a buon diritto negare la finalità politica del
moto brontese, perché coloro “... ch ‘eccitano alla guerra civile è
necessario che siano mossi da un pensiero politico, e che politica sia la
cagione della discordia che spinge gli uni contro gli altri cittadini”;
pertanto quei fatti successi nei primi giorni dell’agosto del ‘60
“non possono che rientrare nelle regole generali dei danni alla proprietà,
degli incendi, degli omicidij”.
Dunque assassini! Senza scusanti,
senza la rispettabilità di un movente affossato in una storia millenaria
che spiegasse il loro agire. Pover’uomini, privati di tutto,
della terra, della dignità, persino della ragione che li aveva condotti
alla bestialità Perciò bestie e basta che avevano a un certo punto
indirizzato la loro selvaggia e turpe natura su quei galantuomini dei
civili, veri rivoluzionari, autentici italiani del risorgimento e del
nuovo Paese finalmente unito.
La storia italiana ora poteva
essere scritta senza macchia. Quei disperati potevano raggiungere
stupefatti le celle dello Stato che avevano pensato a modo loro di
costruire; le mogli e i figli, raggelati, potevano cominciare a fare le
valigie e a ingrossare inespressivi le fila di maschere silenti che
aspettavano i vapori per le Americhe.» (Dalla
Postfazione
Un destino feudale) di Vincenzo Pappalardo in La Ducea di
Bronte di A. Nelson Hood, Bronte, 2005) |
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