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Gli altari ed i quadri La chiesa ha cinque altari: il
primo, a destra entrando, è la cappella della Madonna della Mercede, a seguire
trovasi l'altare di San Filippo Neri; sulla sinistra la cappella delle
Cinque Piaghe e l'altare di Santo Stefano; in fondo nel presbiterio
l'altare maggiore in marmi policromi scolpiti.
Le decorazioni del soffitto ligneo della chiesa, recentemente
restaurato, è opera del pittore Nicolò Dinaro (Biancavilla 1836 -
Bronte 1908).
Nelle travi e negli scomparti risalta l'effetto insistito e
vistoso dei motivi geometrici, floreali e grotteschi mediato da
cadenze tipiche della decorazione popolare.
Nel presbiterio, in una nicchia dell’altare maggiore, fra
colonne doriche binate e soprastante timpano, è posta la statua in marmo
scolpito e dipinto della Madonna della Catena o Santa
Maria della Neve. Per B. Radice «la Madonna fu chiamata della Catena, per una catena che sorgeva presso il
porto di Palermo, la quale chiudeva l'entrata alle nemiche incursioni.»
La statua presumibilmente è della fine del 1600. «E’
forse della scuola del Gagini, - continua - ma molto lontana dallo stile del
maestro, che ha tanti pregevoli lavori d’arte. Fu fatta fare dal sac.
Giuseppe Spedalieri, come si legge in un vecchio manoscritto, che si
conserva dal preposito.»
Sotto la statua si trova uno stemma marmoreo dipinto sormontato da un
cappello abaziale.
Fra le altre opere da notare due bei quadri
che adornano le navate laterali della chiesa: rappresentano
San Filippo Neri (quello di destra) e Santo Stefano (a sinistra).
Furono
eseguiti
nel 1876 dal pittore brontese Agostino Attinà
da due originali più grandi.
San Filippo Neri, al quale era dedicato l'antico Oratorio adiacente alla
chiesa fondato nei primi anni del '600 dai padri Filippini, intercede
a favore della Città di Bronte, raffigurata in basso a destra con le
sue chiese e con l'Etna che incombe minacciosa sullo
sfondo e che S. Filippo indica alla Madonna con il gesto delle mani.
Sull'altare dedicato a Santo Stefano (il secondo a sinistra) trovasi un grande
quadro di scuola classica raffigurante la lapidazione del Santo (misura m. 4,25
x 3,50).
Benedetto Radice scrive che «bellissima veramente è la
testa e l'atteggiamento di S. Stefano e dei suoi lapidatori» e che trattasi
di una copia eseguita nel 1876 da Agostino Attinà da un originale di D.
Giuseppe Tommasio del 1646. L'originale fino al 1876 era esposto sullo stesso
altare ma in seguito fu sostituito dalla copia e mal conservato
nell'attiguo oratorio di San Filippo Neri ed oggi se ne è persa
traccia. Dello stesso pittore G. Tommasi possiamo, invece, ancora ammirare a
Bronte altre due opere originali: la Madonna
degli Angeli del 1650 conservato nella Chiesa dell'Annunziata
e San Benedetto del 1663
conservato nella chiesa di S. Silvestro.
Sullo stesso altare dedicato a Santo Stefano è posto ai piedi del quadro un piccolo leggiadro gruppo
marmoreo della Vergine col Bambino a cui Sant'Anna offre un grappolo
d'uva.
L'opera, in marmo bianco scolpito e dipinto di circa 60 cm. di
altezza, è della seconda metà del XVII secolo.
Nella chiesa sono custoditi anche numerosi e pregevoli oggetti sacri e
devozionali (fra i quali preziose pianete, piviali e stole ricamati in
oro e argento, corone di statue
e un reliquario a braccio, in legno scolpito e dipinto della seconda
metà del 1800).
Scrive ancora
lo storico brontese Benedetto Radice (nelle
sue "Memorie storiche di Bronte") che il 5 agosto, giorno della festa della
Madonna della Catena, i brontesi ancora «ricordano con dolore gli
orrendi eccidi e incendi del
1860; e
ricordano pure con orgoglio che sulla gradinata della chiesa, nel 16
settembre del
1820, il popolo raggiunse ed
uccise il barone Palermo, … venuto ad assalire il paese, con più di due
mila soldati, per essersi Bronte unito a Palermo contro i Borboni.»
Alcune piccole curiosità Fino al 1582 davanti la chiesa era posta la
forca (finita poi allo "scialandro").
Fu fatta togliere da p. Antonino Castronovo, visitatore generale dell'arcivescovo di Monreale, nella
sua venuta a Bronte del "12 di febraro 1582" quando ordinava che
«non si dia tortura dinanzi S. Maria la Catena, nè di quel loco si facci forca, ma che vi stia la croce come è stata posta adesso et se
alcun capitano d'arme haverà ardimento farla levar per dar tortura se gli facci ingiunzione sotto pena di scomunica.»Scrive il
Radice
che «... i
Brontesi ricordano con orgoglio che sulla gradinata della chiesa, nel
16 settembre del 1820, il popolo raggiunse e uccise il barone Palermo,
capitano d’armi, venuto col capitano Zuccaro, sotto il comando del
Principe della Catena, ad assalire il paese, con più di due mila
soldati, per essersi Bronte unito a Palermo contro i Borboni.»
Il povero barone, approfittando del fatto che era
imparentato con alcune famiglie Brontesi, era sceso in paese e
«solo girava per le vie per esplorarlo. Sorpreso da alcuni popolani,
vicino la piazza del Rosario, di dove si scorge il monte S. Marco
(dove erano accampati i soldati), fu visto con un fazzoletto bianco
fare segno alla truppa, e, non prestandoglisi fede di esser venuto per
pace, come a spia gli fu fatto fuoco. L'infelice si diede alla fuga
per la discesa della Matrice, ma sulla gradinata della chiesa della
Catena fu raggiunto e morto.» Da citare
è anche la devozione (ormai quasi scomparsa e desueta) e
le preghiere che nei secoli i contadini brontesi hanno rivolto a Maria SS. della
Mercede.
La statua della «Maronna Miccera» è posta in un
altare a Lei dedicato; di 140 cm. di altezza, in cartapesta modellata
e dipinta, è del XIX secolo.
Era portata in processione in tutti i casi di siccità che minacciava il raccolto.
Preghiere, suppliche ed invocazioni in cambio della pioggia. E il miracolo (a
volte) avveniva. Ecco cosa scriveva ancora negli anni '50 il
quindicinale locale "Il Ciclope":
«Viva la Madonna della Mercede»
«Finalmente la tanto
desiderata pioggia è venuta! Il cielo nuvoloso da tanti giorni, chiuso
nel suo grigiore melanconico mai era stato interrogato come ora, con
ansia trepidante, da agricoltori, borghesi intellettuali ed operai.
Grande era l'angoscia che attanagliava i cuori per la carestia che ci
minacciava, per il pane che ci veniva a mancare, altro grande flagello
in epoca così infausta.
Dovunque nel Continente la pioggia era caduta abbondante, causando
anche dei gravi danni; mentre nella terra benedetta da Dio la siccità
tremenda aveva avvilito tutti.
Però il cuore dei Siciliani è saldo e
forte è la sua fede. Ovunque i "voti più solenni erano stati fatti a
Dio, alla Vergine e ai Santi.
A Bronte centinaia e centinaia sono stati i fedeli che sono andati ad
implorare il miracolo alla Madonna della Mercede, alla Vergine che,
stretto al seno il suo Divin Figliolo in un amplesso d'amore e di
protezione, ha sentito gli accorati lamenti di tante altre madri in
pena pei loro figli amati e, commossa, ha esaudito i loro voti.
L'acqua è venuta!
Viva la Madonna della Mercede! han gridato uomini e donne quasi
piangenti per la grande gioia - Benedetta tu sia, soave Madre nostra!
- Viva la tua misericordia!
La pioggia bagna qualche viso rugoso di vecchio contadino, rivolto al
cielo, e si confonde con le sue lagrime sgorganti dal cuore aperto
ormai alla gioia più grande.»
(Il Ciclope, anno II,
n. 7 (19) del 13.4.1947)
Il Piccolo seminario |
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