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1° «Fu dunque accusato il detto padre Tommaso Schiros, come
difensore della chiromanzia.
2° Fu accusato come difensore dell'astrologia.
3° Fu accusato come sollicitante; poichè essendo chiamato a
confessare un'inferma, le toccò prima lo stomaco, poi fè un atto
da non dirsi.
4° Fu accusato, come dice, che si componesse la necessità
dell'operare col peccato.
5° Fu accusato come teneva congregazione, in cui istruiva dodici
apostoli, i quali doveva mandare a predicare la divina parola sì
nelle pubbliche piazze della nostra città, come nelle altre, ed
ancora nelle parti degli eretici.
6° Fu accusato come opponendoglisi, essere quei dodici da lui
eletti inabili di lor natura a quel mestiere, rispose dover
discendergli lo spirito santo; anziché trovandosi una sera in
congregazione cominciò ad esaggiare(3) la venuta de lo spirito Santo
e degli apostoli. E quindi quei dodici quasi avessero ricevuto il
Spirito Santo, (sic.) si abbracciarono tra di loro cordialmente e
dissero: – arrivederci in paradiso –
7° Fu accusato, come sostenea, che ad alcuno tuttoché in peccato
mortale avrebbe giovato la eucaristia a conferirgli la grazia.
8° Fu accusato, come sostenea, che Donna Stellaria di Leone, sua
penitente, avesse santità superiore a tutti i santi. eguale a S.
Giuseppe, tutto che inferiore all'umanità di Cristo nostro
signore.
9° Fu accusato, come tenea nella congregazione un quadro in cui
era dipinto un braccio che piantava un albero, formato di cuori
accesi, con assieme un crocifisso e una Bandiera in cui pareva
esservi della superstizione e dell'altri delitti.
10° Fu accusato come predicava che il giorno del Giudizio, S.
Michele Arcangelo dovea giudicare le anime. Essendo pertanto
comparsa dinanzi il Tribunale cotesta accusa, sì come di numero,
così di qualità ponderanti, s'è divenuto alla catturazione di
detto padre e si è posto nelle carceri il giorno 28 settembre
1721(4)».
A tutte queste teologiche e strane accuse non meno teologiche e
strane risposte diede il frate che ornata avea la mente di molta
dottrina e sottile arguto era in disputare, citando eloquentemente
a sua difesa santi padri, Teologi e Concilii; dichiarandosi però
sempre pronto a sottoporsi a qualunque pena sarebbe piaciuta al
Tribunale e di volere morire figlio obbedientissimo della Chiesa. |
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Tanta umiltà e obbedienza unita a tanta eloquenza e dottrina
confuse e sconcertò i padri inquisitori, che abbagliati e scossi,
per essere più sicuri nel giudicare, vollero che egli scrivesse le
risposte alle principali accuse, «poiché - dice l'autore anonimo
del manoscritto presente allo spettacolo - lo Schiros era adornato
di autorità, ragioni, santi padri, concilii e di erudizione, e
voleva più comparire nella dottrina di quello che era confacente
in un Tribunale, nel quale doveva solamente attendere a difendere
le proprie ragioni con termini schietti e sinceri e senza
ostentazione del proprio sapere per tanto il Santo Tribunale,
vedendo che il detto Schiros era venuto a mettere cattedra (come
dice l'allegazione contro di lui) ed imbarazzarlo se potea essendo
tutta malizia il soggiungere le limitazioni all'ultimo difensore
della chiesa, li fè dare carta ed inchiostro bastante per
rispondere a otto delle principali accuse».
Le risposte date per iscritto, in parte contraddicentisi con le
orali, in parte stranamente difese e sottilmente con molta
dottrina, insospettirono vieppiù il Tribunale. A voce aveva lo
Schiros detto essere la chiaromanzia(5) cosa superstiziosa e vana per
contraddire, dice lui, un giovine eretico seguace dell'arte
mantica divinatoria(6) novellamente convertito alla fede, e col quale
si era incontrato nella sua giovinezza; per iscritto, invece,
facendo sottili distinzioni, e suddistinzioni scolastiche, la
difendeva come lecita, non essendovi connessione alcuna tra i
segni della mano e l'evento futuro. |
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Difendeva l'astrologia naturale non la giudiziaria, perché
contraria al libero arbitrio; si scolpava di essere stato
sollecitante; chiamato come medico aveva toccato solo il
ventre dell'inferma, coperto dalla camicia; sosteneva che S.
Michele Arcangelo ha potestà delegata per giudicare nel dì del
Giudizio; riteneva santa la sua penitente Donna Stellaria, anzi
con sottili distinzioni teologiche ed esempi di sante donne
peccatrici, la proclamava superiore ad altri santi, ché da lei
sentiva venire a lui un fuoco di amor divino, tanto che, a volte,
non potendo più soffrire e sentendosi tutto ardere, usciva dal
confessionile, correa nella sua cella a buttarsi in terra a piè
del crocifisso, e piangere le sue colpe e allora sentiva avanzarsi
nella via dello Spirito; che mai aveva riferito alla sua figlia
spirituale i versetti della cantica: Mulier amicta sole et
corona duodecim stellarum sub pedibus ejus(7); che le accuse
erano effetto dell'ignoranza di chi ascoltava, o di malizia di chi
gli voleva male.
Non negò avere istruito nella fede dodici apostoli, sperando che
Dio li avesse fatti capaci a tale ministero, confessò che una
sera, dopo una sua predica, essi, rapiti come per impulso dello
Spirito Santo, (o dello spirito di vino) si abbracciarono per
correre il mondo alla sua conversione, ma egli prima ne avrebbe
chiesta licenza ai superiori, al Santo Uffizio, al Vescovo.
Dichiarò che il braccio che piantava l'albero tutto formato di
cuori accesi, significava la umana cooperazione e la carità, il
crocifisso e la bandiera la speranza e la fede e che quella
pittura l'aveva fatta copiare da un originale che portava un padre
missionario apostolico dalle Indie.
Tante e così strane cose disse il nostro dotto padre da far
credere che la sua testa fosse veramente un cahos come il libro
inedito lasciato da lui, cahos scientiarum et scibilium(8)
andato smarrito con altri manoscritti suoi.
Il Tribunale intanto non ostante l'erudita difesa, l'integrità della
vita dei colpevoli, giudicando pericoloso il discutere di fede e farsi
propagatore di santità e di riforme li condannò a scontare nel carcere
il sogno religioso della loro mente esaltata.
Ne uscirono dopo
tre anni, sei mesi e diciotto giorni il 16 aprile 1725, giorno di
giubileo e di perdonanza universale, in occasione di un altro
spettacolo di fede, dando per le vie della città insieme con altri
otto penitenti spettacolo miserando di sé al volgo credulo e
ignorante(9).
Tutta la sua scienza astrologica e negromantica non gli valse a
scongiurare l'ombra del terribile Tribunale che lo spiava per
fargli scontare col carcere le fisime che da più di cinquanta
secoli, come scrive il Bailly(10) nella sua Storia dell'astronomia,
hanno travagliato l'umana ragione.
Fin dagli anni tenerelli era egli cresciuto in mezzo a coteste
ubbie(11) e coll'animo inclinato alle lettere. All'età di sette anni,
scrive il Serio(12), i suoi lo vestirono dell’abito talare, a dodici
anni studiò grammatica presso i padri dell'oratorio, continuò gli studii in Monreale, ove splendette per l'ingegno e la memoria
prodigiosa e la molta erudizione.
A dodici anni, quando altri è inteso agli svaghi proprii dell'età,
egli come il Bossuet(13), a 15 anni, teneva pubblici discorsi con
ammirazione degli ascoltatori. A diciotto anni, nel Collegio dei
P. Gesuiti si addottorò in Divinità e in Filosofia.
Fattosi Minorita si diede tutto a vita di virtù e di studio, e
seppe anche di medicina. Ebbro di Dio, bramava purificare sé e il suo
mondo, farsi santo non solo, ma gran santo, diceva lui. Prediche,
dispute, polemiche gli crearono però molti nemici che lo misero a mala
voce. Le sue dottrine astrologiche e chiromantiche nelle quali, pare
che egli credesse, quanto nei dommi di Santa chiesa, il credersi
novello Cristo nato a una missione divina, svegliando e istruendo
dodici rozzi uomini che avrebbero dovuto correre il mondo irretito nel
peccato, tutto cotesto fantasticare lo resero sospetto alla santa
inquisizione che gelosa vegliava. |
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Padre Tommaso e la Scuola
all'Annunziata
«Nell’anno primo del secolo XVIII il clero, venute meno le
pratiche cogli Scolopi, (e non mi è riuscito sapere il perchè),
si volse alla congregazione dei padri dell’ordine dei chierici
regolari minori e nel 21 gennaio 1701, con atto presso il notar
Giuseppe Cairone, l’arciprete don Giuseppe Papotto, a nome del
clero, cedeva a padre Tommaso Schiros dei padri minori la chiesa
dell'Annunziata e la sua amministrazione per fabbricare ivi
accanto alla chiesuola della congregazione di Gesù e Maria una
casa di educazione a proprie spese con l’obbligo nei padri di
procurarsi le rendite necessarie al mantenimento degli studi di
grammatica, filosofia e teologia.
I procuratori della chiesa
cedevano pure tutti i beni da lei possessi, le raccolte annue di
mosto e di frumento. Con atto del 6 marzo dello stesso anno i
confratelli della congregazione di Gesù e Maria ratificavano ed
approvavano l’atto precedente, e con altro del 12 marzo dello
stesso anno i padri minoriti facevano ratificare la convenzione
da monsignor Ruana abate ed arcivescovo di Monreale.
Ai padri minoriti non riuscì procurarsi il denaro per l'edifizio e le
rendite per il mantenimento delle scuole. Il clero, divenuto più
avido ed egoista e meno generoso verso il paese, non credette
rivolgere a beneficio dei minoriti i legati dei sacerdoti
Bellina e Mancani e le cose rimasero così per altro mezzo
secolo.
Ma ciò che non poterono i pii sacerdoti Mancani e
Bellina, ciò che non volle più il clero, fu riservato ad un
povero ed umile figlio del popolo», Ignazio
Capizzi.
(Benedetto Radice, Memorie
storiche di Bronte) |
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Nel dugento e nel trecento forse avrebbe potuto essere fondatore
di qualche ordine religioso, e colla sua vasta dottrina e le
purità della sua vita avrebbe potuto contribuire alle riforma
cattolica che nel 400 era già nella coscienza universale della
Chiesa.
La Riforma nel mondo, bramata da lui e ingenuamente preparata
abortì nel carcere del Santo Uffizio, ove ebbe scioglimento il
dramma psicologico di quella anima ardente di misticismo. Tutto
quel sapere caotico gli aveva annebbiata la mente che solo le
sofferenze del carcere snebbiarono e lo fecero accorto e saputo
degli uomini e delle cose.
Il nostro padre Tommaso fu un visionario senza visioni estatiche;
egli non comprese il suo tempo, come nello stesso secolo lo
comprese un altro mistico, suo conterraneo Sac. Venerabile Ignazio
Capizzi ricercato a Palermo da ricchi e da poveri, che con un
occhio guardava il cielo e con l'altro la terra, ove passò
beneficando, la cui gloria si aspetta di cantarla in gloria di
cielo.
I suoi confratelli intanto che l'avevano in grande stima, appena
ebbe egli scontata la pena, pensarono bene di fargli cambiare aria
e lo mandarono a Roma e quivi lo Schiros predicò la quaresima
meravigliando per la sua eloquenza e dottrina.
Si legò in amicizia coi più dotti uomini, fu caro ai Pontefici
Benedetto XIII, Clemente XI e Clemente XII: quest'ultimo lo elesse
missionario apostolico nella Marca d'Ancona e nel regno di Napoli
e Sicilia. Fu teologo del cardinale Alessandro Albano e del
cardinale Sigismondo Kosnitz arcivescovo Viennese e inquisitore
generale; e a riparazione e ammenda della sofferta ingiuria, venne
creato consultore e censore del Santo Uffizio. Fu rettore della
Diocesi di S. Lorenzo in Lucina e due volte provinciale del suo
ordine.
Durante la sua dimora in Roma egli diede alla luce varie operette
che lo fecero salire in rinomanza presso la devota gente:
1. Novene in onore della Beata Vergine Maria, 1730;
2. Soliloquio d’un cuor contrito ed umiliato appiè del Crocifisso,
1730 in 12;
3. L'arte di farci santi e salvarci per l'intercessione del
canonico e martire S. Giovanni Nepomuceno, 1732 in 12;
4. Notizie profittevoli e preparazione all'arte di salvarci santi
e farci, 1732 in 12. Di queste operette dice il Serio si ha la
traduzione in Tedesco e in altre lingue.
5. Apparecchi alla S. Comunione, 1732.
Il catalogo della Biblioteca casanatene gli attribuisce questi
altri due libretti anonimi:
1. Devota precatio(14) ad sanctissimum nomen Mariae, Roma senza data;
2. Laudi Spirituali per uso delle sue missioni, Roma 1730 in 12.
Lasciò manoscritte altre opere voluminose:
1. Propugnaculum perpetuum Messanium. Traditiones et pietates erga
B. M. V. De sacra libera fomite in Dio;
2. Duplex theologia militaris pro omnibus et singulis catholicae
religionis veritatibus adversus anticatholicos omnium seculorum
praeteritos(15) praesentes et futuros, Vol. 12 in folio;
3. Miles theologus Ecclesiae Romanae;
4. Duplex theologia militans pro sacra epistola Messanensibus(16) a
Virgine Dei Matre dum in terris ageret conscripta anno salutis XI,
in tre volumi. 5. Chaos scientiarium et scibilium(17), in tre
volumi in folio.
Peccato si sia perduta questa opera. Sarà stato uno zibaldone. Ad
ogni modo le operette ascetiche pubblicate e i manoscritti
attestano della dottrina dello Schiros, e non è da meravigliare
che abbia sorpreso i reverendi padri inquisitori.
Fu lo Schiros accademico della Peloritania in Messina, del Buon
Gusto in Palermo, dell'Arcadia in Roma ove ebbe il nome di Fenesio,
dei Zelanti di Acireale, ove, lasciata Roma per sfuggire gli
onori, si era recato a vivere. Fondò in Acireale la Chiesa di S.
Giovanni Nepomuceno, il suo gran santo, nella quale egli ebbe
sepoltura nel 20 Febbraio del 1759, di anni ottanta, lasciando
fama di dotto e di santo.
La sua morte fu celebrata all'accademia dei Zelanti in prosa e in
versi e dagli accademici del Buon Gusto. Il D'Amico nel dizionario
topografico della Sicilia lo loda come oratore eloquentissimo, teologo
di accolta dottrina, d’integri costumi e da tutti come oraculo
consultato: adeo ut velut oraculum ab omnibus consuleretur(18).
Nessuno dei biografi suoi contemporanei accenna al famoso e strano
processo e al carcere sofferto per timore del santo Uffizio o per
non maculare(19) la sua memoria di dotto e di santo.
Benedetto Radice. |
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