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Antonino
Gorgone inteso Galluzzo, contadino di 52 anni, non era un uomo istruito, colto e dotto come frà Tommaso Schiros o come suor Francesca
Spitaleri e, purtroppo, era abituato «a santiàri» a più non posso e ad
esempio, edificazione e
intimidazione del popolo, condotto in catene a Palermo scontò nel 1724 nelle carceri del Sant'Uffizio le sue
continue bestemmie.
“Egli fu – scrive il Radice - uno dei
ventisette penitenti, che nel 6 aprile 1724, in piazza S.
Erasmo in Palermo, dopo la sua abiura de levi, assistette al
famoso rogo di suora Geltrude, terziaria dell’Ordine di S.
Benedetta, e di frate Raimondo degli Agostiniani Scalzi, da
Caltanissetta, condannati al rogo, la prima dopo 25 anni,
il secondo dopo 18 di carcere, come moltinisti e quietisti.
Fu il Gorgone, scrive il Mongitore, contadino della campagna
di Bronte, di 52 anni; assolto, ad cantelam
uscì nel pubblico spettacolo con mordacchia in bocca». La
mordacchia era un sofisticato
strumento del Sant'Ufficio col quale si serrava la bocca ai
condannati perchè non parlassero, adatta quindi alle cattive
abitudini del Gorgone.
«Fu condannato - continua il Radice citando l'atto pubblico di fede, celebrato in Palermo
il 6 aprile del 1724 dal Tribunale della S. Inquisizione, cap. XIII,
pag. 65 - alla vergogna per
le pubbliche strade della città, senza sferzate e allo esilio per
tre anni da Bronte».
Francesca Spitaleri Bonina
Suor Francesca Spitaleri (Bonina o Bertino) dell'Ordine delle Terziarie di S. Francesco, le cui
vicende anche se ormai completamente dimenticate, suscitano ancora compassione
e pietà.
Di elevata cultura, scrisse opere religiose ed ebbe fama di santità; si
diceva che avesse ricevuto le stigmate di Cristo e che parlasse con Dio
e con gli angeli nelle sue frequenti visioni. Era troppo per i preti
dell'epoca.
Accusata di eresia
fu denunziata al Santo Uffizio e nel 1621 ebbe una prima condanna.
Per sfuggire al
rogo, abiurò e fu mandata per sette anni a servire in un ospedale.
Ma non bastò. In seguito, ritenuta eretica impenitente, fu sottoposta a un nuovo
processo e imprigionata a Palermo.
La poveretta, prevedendo le più svariate pene e di finire bruciata,
cercò di salvarsi evadendo dal carcere e una notte del settembre del 1640 si
calò giù con una corda, fatta con la lana del suo materasso. La fune
si spezzò e la povera suora trovò una crudele fine stramazzando a
terra.
Nonostante la morte, subì lo stesso il processo; furono confiscati i
suoi beni, condannata la sua memoria e bruciati il suo corpo ed i suoi
scritti.
Si ignora da chi e perché l’innocua suorina di Bronte fosse
ritenuta pericolosa al punto di subire una persecuzione così accanita e
violenta,
tanto lunga (19 anni) ed una fine tanto atroce.
Così
ne parla il Radice nelle sue
Memorie Storiche di Bronte:
«Pietoso è il caso di una povera monachella brontese, dichiarata
eretica (1621-1640) e morta, di caduta, dall’alto, per fuggire il
rogo, al quale era stata condannata.
La memoria di lei si è perduta fra
di noi, essendo severamente proibito dal S. Ufficio fare il nome degli
eretici, per spegnere anche il ricordo. Questa fu suora Francesca
Spitaleri Bertino, dell’Ordine delle Terziarie di S. Francesco, che al
dotto La Mantia sembrò un’antenata del filosofo Nicolò Spitaleri; ma
mancando la paternità riesce difficile determinarlo, essendo molto estesa
la famiglia degli Spitaleri in Bronte.
Fu donna d’ingegno; dovette avere a maestri i frati Minori Osservanti di
S. Francesco; scrisse opere religiose, andate smarrite; ma male gliene
incolse e per saper di lettere e di religione e più per il farneticare suo
intorno a Dio e agli Angeli, coi quali, diceva, avere frequenti colloqui,
e come il Cristo, piaghe al costato e ai piedi.
Il Santo Uffizio alla vista d’una donna colta, sebbene isterica,
riputandola pericolosa, non le diede, più pace, e nell’auto da fè
del 12 dicembre 1621, celebratosi in Palermo, nella piazza Bologni,
apparve anche lei fra i 34 penitenti.
Per sfuggire al rogo, essa abiurò
de vehementi e per sette anni fu mandata a servire in un ospedale
La povera eretica, dice il manoscritto, fu imputata di aver detto che
«era gran serva di Dio; che parlava con Dio famigliarmente; che venivano
gli angeli a visitarla e veniva Dio in persona e l’Angelo Michele; che
era stata venticinque giorni senza mangiare; che poi le comparve Gesù
Cristo, il quale le disse: Surge et comede; che il Papa
doveva venire ad abitare in Palermo». Aveva sparso diversi scritti con varii errori, abjurò de vehementi; disterrata da Palermo e
reclusa per sette anni a servire in un ospedale».
Ma tornata agli stessi errori, come eretica impenitente fu sottoposta
a novo processo e messa nelle carceri dell'Orologio.
Una notte del settembre 1640, presentendo il rogo, fatta una
cordicella della lana del suo materasso, mentre si calava da un buco della
volta, stramazzò a terra e morì.
Fatta la causa colle solite solennità, confiscati i beni, condannata la
sua memoria e fama; il suo corpo fu portato al pubblico spettacolo al
piano della Cattedrale, ove, letta la sentenza, insieme colle carte e i
libri da lei scritti, fu consegnato al braccio della giustizia secolare
per essere bruciato».
Di questa povera monaca si legge nel manoscritto Liber relaxionis (Biblioteca
Comunale Palermo):
«Sora Francesca Spitaleri di Bronte, monaca
terziaria di S. Francesco, carcerata nelle carceri dell'Orologio, uscì d’una
fessura, che dava luce al dammuso, e con un pezzo di corda, mentre
scendeva si precipitò e morì nell’istesso errore, onde il cadavere fu
sepolto in luogo non sacro, e nell’atto celebrato nel piano della Madre
chiesa, a 9 settembre 1640, si fece comparire il suo
cadavere, vestito di monaca con abito, e rilasciato al braccio secolare». |
La
tragica vicenda di Suor Francesca
è ripresa anche dal poeta e saggista
brontese Pasquale Spanò
nel suo libro "C’era qui una volta il Rizzonito - Bronte nella storia
d’Europa" (Torino, 1993).
Alla sventurata suora ("vittima innocente offerta a Dio come olocausto a
suprema espiazione"), Pasquale Spanò nel libro “Etnei”
(Torino, 1963) dedica anche una sua poesia (“Francesca”). |
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Francesca
Era
chiamata Inquisizione Santa
chè riforniva, in un tempo di magra,
di Santi il Paradiso, ove gli arrivi
divenuti eran proprio peregrini:
diabòlica correva per il mondo
frenètica una Furia che scovava
temìbili nemici nei meandri
persino d'un devoto monastero.
Del poverello d'Assisi la regola
seguita avea, ancora giovanetta,
Francesca, la suorina a Gesù cara
ed alle anime semplici nel cuore:
portata a Dio l'avean gli studi,
i colloqui nelle éstasi divine
e le piaghe del Cristo a lei concesse
a pegno d'una vita immacolata.
Il suo farneticar celeste grato
non era all'alta Sfera che vedeva
in lei di Sàtana la destra orrenda
brandire il gladio devastante il mondo:
il primo emesso «auto da fè» le diede
profondo quel dolor, che contrassegna
la vittima innocente offerta a Dio
come olocausto a suprema espiazione.
Ma novelli presunti errori tosto a
più severo giudizio la condusser
ed a carcere crudo precorrente
l'implacàbile rogo nei tormenti:
un folle orrore la sconvolse tutta e
tentar le fece l'impossìbil fuga,
che gli Angeli mutàro premurosi
in trionfo eterno lassù nel Cielo. |
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Dal
pietoso caso di suor Francesca Spitaleri trae spunto la siracusana Simona Lo
Iacono, magistrato presso il Tribunale di Siracusa, per il suo primo romanzo “Tu non dici parole” (Giulio Perrone Editore, Roma,
2008, pp. 204, euro 15,00).
Ambientato nella Sicilia del 1600, a Bronte, in un periodo di
malcontento popolare e di Santa Inquisizione racconta di una ruota
degli esposti e di una bambina, Francisca Spitaleri (la protagonista), che ruba… parole
e non sa neanche perché. Lo fa con l’istinto di un animale
addomesticato a proteggersi, a mettersi in salvo, a mescolarsi ai fumi
del destino senza scovarne le ragioni. Eppure, miracolosamente, serve.
E le parole saranno il suo scudo, la sua immaginaria protezione ed il
suo conforto anche se non reggeranno allo scontro con la violenza e
col sopruso perpetrato in nome del potere.
Bronte 1638, una donna e la Santa Inquisizione
«Bronte, 1638. Francisca Spitalieri è un’esposta dotata di una
peculiare caratteristica: ama le parole belle. Parole liturgiche e
dell’offertorio, sentite in convento, che “ruba” e ripete di continuo
pur non conoscendone il significato. Parole che re-interpreta,
ammaliata dalla loro austerità e musicalità. Questo suo amore, però,
viene considerato anormale. Per questo motivo, e per altre circostanze
a esso legate, viene messa a giudizio dal Santo Uffizio. Francisca è
la protagonista di “Tu non dici parole” (Perrone, 2008), romanzo
d’esordio della siracusana Simona Lo Iacono, magistrato e dirigente
del Tribunale di Avola. Una storia tragica, dolente; ispirata da
personaggi realmente esistiti e caratterizzata da visionarietà
artistica e grandissima teatralità; “messa in scena” con un riuscito
impasto linguistico imperlato di espressioni in latino, in volgare e
in dialetto siciliano. (...)» [Massimo Maugeri, La Sicilia, 27.12.2008] |
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La vicenda di frate Tommaso Schiros |