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L'Epidemia di colera
Dal 28
Agosto del 1887 fino agli inizi del mese di Dicembre dello
stesso anno, come in altre zone dell’Italia, anche a Bronte scoppiò una
violenta epidemia di colera.
A causa dell’epidemia colerica, con provvedimento Regio viene
sciolto in tale periodo il consiglio Comunale e nominato, Delegato
Straordinario con
pieni poteri, l’avv. Giuseppe Sorge.
Gli amministratori comunali per
mettersi al sicuro, presero la via dei campi; Benedetto Radice scrive che "scapparono
sindaco e assessori".
Fu costruito allo Scialandro, con tavole di legno, un apposito lazzareto
comunale e istituite cucine economiche, per il ricovero sia
degli ammalati brontesi che non avevano i mezzi per curarsi nelle proprie
abitazioni sia di chi proveniente dai paesi vicini non aveva un alloggio.
Per agevolare il transito notturno nelle strade ai coraggiosi che
assistevano gli ammalati, venne mantenuta l’illuminazione fino all’alba.
Fu aumentato il numero degli spazzini, fu vietato il lasciar vagare nelle
strade maiali e galline, come pure di tenerli nelle proprie abitazioni e
di gettare "materie immonde", che
ammorbavano l’aria, nelle vie.
Bronte, con una popolazione di circa 20.000 abitanti ebbe in quell’anno 552
casi di colera e oltre quattrocento morti.
Tra coloro che, nell’imperversare del morbo, si distinsero nell'aiutare
la popolazione sfidando pericoli e diffidenze dei popolani vanno
ricordati: lo storico Benedetto Radice (che creò una squadra di soccorso), il dott. Filippo Isola, Arcidiacono (commissario all’Igiene), il dott. Miraglia
(direttore dell’Ufficio Sanitario), il dott. Licciardelli (direttore del
Lazzareto), l’assessore avv. De Luca (successivamente sindaco di Bronte
dal 1896 al 1901), Mariano Lo Turco, Serafino
Venia, Giacomo Barnaba, Mons. Dusmet, arcivescovo di Catania, gli
onorevoli Finocchiaro Aprile e De Felice, il Duca Nelson (Alexander Nelson-Bridport, che mise a
disposizione del Comune 10 salme di frumento), il dott. Vincenzo Cervello.
Quest'ultimo, eminente professore di chimica medica, nominato dal governo
durante l’epidemia colerica Direttore sanitario per le province di
Messina e Catania, meritò anche la medaglia d’oro quale benemerito
della pubblica salute (a lui è intitolato un Ospedale di Palermo).
In quel
"luttuoso" fine anno 1887 era da poco cessata la terribile
epidemia colerica e di già iniziavano i primi
focolai di vaiolo e di febbri malariche.
La cause, oltre ai fattori naturali, erano da attribuire soprattutto alla
carenza di igiene ed all'inquinamento delle falde acquifere:
«Infatti - scriveva il Regio
delegato straordinario avv. Giuseppe Sorge nella sua relazione al
Consiglio di Bronte letta nella tornata del 26.11.1887 - la popolazione beve l’acqua dei
pozzi che spesso si trovano accanto a pozzi neri permeabili; ha l’abitudine
di gettare le "immondezze" nelle strade con la conseguenza di
procurare l’inquinamento delle falde acquifere sotterranee, causa
principale di tutte le malattie infettive».
Benedetto Radice ringrazia i volontari
catanesi
(articolo pubblicato sulla
Gazzetta di Catania del 7 Settembre
1887, pagina Cronaca. Vedi
«Il Radice sconosciuto»,
pag. 47.)
«Il ritiro delle Squadre Democratiche dalla Provincia
Bronte, 5 Settembre 1887.
Verso le 4 pom. di ieri, una immensa folla plaudente, tutte le
associazioni cittadine con bandiere, le autorità, tra cui delegato
straordinario e la Croce Rossa di qui, accompagnarono,
attraversando la via principale, fino alla piazza ove sorge il
lazzaretto, la valorosa Squadra Democratica catanese, che
tante vittime aveva strappato al morbo fatale e che tanti conforti
aveva portato a Bronte.
Le fatidiche note dell'inno di Garibaldi si spandevano per l’aria
confondendosi con gli evviva che si mandavano alle Squadre
democratiche ed alla democrazia catanese, evviva emessi da mille
voci.
Era la riconoscenza di una intera città che si manifestava
entusiastica, solenne, imponente. Il presidente di questa benemerita
Croce Rossa prese la parola a nome del paese ed espresse
nobili e sentite parole di riconoscenza e di affetto. Il Capo
squadra de' volontari catanesi, il valoroso Barnaba Giordano,
commosso ringraziò il popolo contraccambiando il saluto.
Nel momento della partenza l'entusiasmo crebbe e le strette di mano
e gli abbracci di quei valorosi giovanotti furono contesi da tutti
con affetto.
Vi comunico, intanto, un indirizzo che questa Croce Rossa ha
deliberato di mandare a codeste benemerite Squadre Democratiche.
Agli amici delle Squadre Democratiche di Catania,
gli amici della Croce Rossa di Bronte.
A voi, o valorosi campioni della carità, che con gentile e
pietoso pensiero, lasciando i vostri cari, veniste tra noi a portare
il vostro aiuto, il vostro conforto, sfidando coraggiosamente e
serenamente la morte colla coscienza di compiere un nobilissimo
dovere verso l'umanità sofferente;
a voi, o strenui volontari della carità che nobilitando il viver
vostro coll'atto del più grande eroismo affermaste solennemente che
la vita ha un gran valore quando viene spesa per la salute
dell'umanità, e che il vero appellativo di eroe spetta non a chi
spegne, ma a chi conserva la vita altrui, sacrificando la propria;
a voi le mille benedizioni dei poveri generosamente e amorosamente
assistiti siano il più nobile compenso. Voi non sedusse amor di
compre e basse lodi, non venale mercede, ma il sentimento squisito e
gentile della sventura accese i vostri nobili petti; e come perenne
sarà la memoria della fatale sciagura che travagliò il nostro paese,
perenne sarà la riconoscenza e la gratitudine nostra verso di voi.
La vostra abnegazione, il vostro sacrificio spontaneo,
disinteressato afferma vieppiù la santa idea che l’unico e
indissolubile vincolo col quale la democrazia è unita ai popoli è un
sincero, profondo e smisurato affetto verso di loro, e che l’unico,
vero e sacro retaggio che la democrazia lascia ai popoli è il
ricordo di questo sincero, profondo e smisurato affetto.
A voi, o veri seguaci del Nazareno gli amici della Croce Rossa
affratellati nella comune sventura mandano il più caldo saluto
dell'anima.
Benedetto Radice, Presidente
Giuseppe De Luca,
Sebastiano De Luca,
Luigi Longo,
Serafino Venia».
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Dagli all'untore!
Il linciaggio di Filippo Scoglio
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Un disegno di Bronte di fine
ottocento, ripreso dalla "Storia della Città di
Bronte" di padre Gesualdo
De Luca (Milano,
Tipografia di San Giuseppe, 1883).
Si distinguono la chiesa ed il
convento di San
Vito (a destra
in alto), la Chiesa della SS.
Trinità (la
Matrice, al centro) e quella dell'Annunziata
(sulla sinistra). |
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Benedetto Radice nelle "Memorie storiche di Bronte", dopo aver
ricordato le carestie e le epidemie che funestarono la Sicilia nel XVI e nella prima metà del XVII secolo e le centinaia di migliaia
di morti scrive che «Negli
anni 1830, 1885, 1887 Bronte fu travagliato dal colera.
Nel 1830
vi morirono pochi; nel 1859 circa una cinquantina. Nel colera del
1887 in Bronte ne perirono quattrocentocinquanta; scapparono
sindaco e assessori.
Fu istituita una squadra di soccorso da
Benedetto Radice, scrittore della presente memoria, della quale
facevano patte Serafino Venia, Giuseppe Luca, Sebastiano De Luca e
Luigi Longo. Il commendatore Sorge, quale commissario regio, ebbe
vigile cura e pubblicò una memoria ove è narrato il terribile
morbo e a nome del municipio donò una pergamena a Benedetto
Radice.
Dal luglio al novembre del 1918 infierì in Bronte la grippe-spagnuola. Vi morirono circa cinquecento».
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A
proposito di un’altra precedente epidemia
colerica manifestatasi a Bronte trent’anni prima, nel 1857, vogliamo
resuscitare dall’oblio quanto narrato da Eduardo
Cimbali nel suo libro "Pregiudizi o gli amici del colera" (Roma, 1912, pagg. 69-70):
"Un tale popolano, soprannominato Scoglio,
veniva pregiudizialmente considerato dagli stessi compaesani,
spargitore di colera (allo stesso modo degli "untori" di
manzoniana memoria).
Ferocemente perseguitato in tutti i luoghi, egli fece richiesta alle
autorità locali, di venire incarcerato come "volontario
prigioniero" e sfuggire così alla persecuzione. Almeno così
credeva.
Finita l’epidemia, mesi dopo, volle essere rimesso in libertà. Non l’avesse
mai fatto! Un giorno, incontrato casualmente, in una strada di
campagna, da un buon numero di cittadini venne preso a pietrate. Egli,
vistosi perduto, trasse da una borsa che teneva a tracolla (tascapane),
un pezzo di pane che cominciò a sbriciolare, gettare nella loro
direzione ed ad alta voce gridare: "Fuggite che vi avveleno,
fuggite!"
Il gruppo, subitamente spiazzato dal gesto e dalle parole dello
Scoglio, indietreggiò ma ricompattatosi decise all’unisono di
ammazzare un così malvagio e spietato uomo.
Quindi, riavutisi dallo spavento provato sul principio, gli corsero
dietro e a sassate lo fecero stramazzare morto a terra."
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Ed a proposito degli "spargitori di colera" il
medico-poeta brontese Filippo Isola così scriveva
nel 1895 nel suo libro "Prosa rimata" (Adernò, Tipografia Luigi
Longhitano, 1898):
...
Per l'opinione folle che il colera
da birbi indemoniati si dispensa,
come l'ombre distendosi la sera
la gente in casa a ripararsi pensa,
tura d'usci e finestre le fessure
e rinforza ben ben le serrature.
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