|
Normanni, svevi, angioini, aragonesi, albanesi
La Guerra Santa, avente come fine anche la conquista della Sicilia, fu
portata a termine dagli Arabi nel 902, esattamente dopo 75 anni. Da quel momento e fino al 1038, gli Arabi furono con alterne fortune gli incontrastati padroni
dell’Isola.
Successivamente agli Arabi, furono i Normanni, provenienti dalla
Danimarca e dalle penisole scandinave, a porre piede nell'Isola e
a dominarla, anche loro, per oltre duecento anni.
I Normanni, venuti alle armi contro i Bizantini d’Italia,
tolsero loro nel 1042 parte della Puglia e della Calabria.
Quindi, nel 1060, passarono alla conquista della Sicilia
araba, sconfiggendo uno dopo l'altro gli emirati arabi. La guerra si protrasse per un trentennio e la conquista venne completata
solamente nel 1090-91.
I Re Normanni diedero un grande impulso a tutte le attività produttive
dell'Isola, favorirono gli scambi commerciali e protessero gli studi e
le arti.
Sotto i Re normanni il territorio di Bronte, Maletto, Corvo,
Ròtolo, Santa Venera, fino a Randazzo, non faceva parte del demanio, ma
dell'appannaggio o "dotario" della Regina.
Il paese s'ingrandì
estendendosi oltre San Vito, verso i colli Colla e San Marco, e oltre la
chiesa di Maria SS. del Rosario, diventando una vera e propria
cittadina.
Intorno all’anno 1174,
per espresso desiderio della Regina madre, Margherita di Navarra, re
Guglielmo II il Buono fece costruire, sulle rovine dell’eremo basiliano
contenente l’icona della Vergine col Bambino, fondato attorno al 1040
dal bizantino Giorgio Maniace, un monastero benedettino
sotto il titolo di Santa Maria di Maniace.
Il Monastero, con diploma del 1° Marzo 1174, dipese dalla Diocesi di
Messina e, dal 1178, da Monreale. Guglielmo II morì nel 1189 senza lasciare eredi per cui agli
Svevi venne offerta l’occasione
per impossessarsi dell’Isola.
Anch'essi, divenuti padroni dell'Isola, governarono dal 1194 al 1268, in
special modo con Federico II, molto colto e di ingegno aperto definito
"il primo sovrano moderno d'Europa" e il più grande Re della Sicilia che egli
chiamava "Pupilla dei miei occhi". Successero loro gli Angioini fino al 1282 e infine gli
Aragonesi
dal 1296 al 1516, buoni solo ad arricchirsi a danno della già povera popolazione.
Gli Albanesi Verso la
metà
del 1400 l'emigrazione dalla Sicilia, che diventerà come una piaga
inguaribile nel corpo della popolazione isolana, non era ancora iniziata.
Stranamente in quel periodo la nostra Isola diventò la "terra
promessa" di un altro popolo: gli albanesi, l'unico popolo che non
venne per conquistarla o dominarla ma per trovarvi rifugio, lavoro e
benessere.
Con la conquista da parte Turca e Ottomana di Costantinopoli, antica
Bisanzio, nel secolo 15°, solo l’Albania resistette all’invasione
diventando l’ultimo baluardo della cristianità in Europa, essendo
di rito greco-cattolico. Dopo la morte di Giorgio Castriota (soprannominato Skanderbeg) l’esodo
dall’Albania, iniziato alla spicciolata attorno al 1448, divenne
più consistente e, a partire dal 1468 al 1491, soprattutto verso la
Sicilia dove i feudatari, essendo aumentato il prezzo del grano,
incoraggiavano la colonizzazione. Anche Bronte accolse in quel periodo una nutrita rappresentanza di cittadini albanesi.
La maggior parte proveniva dalla Morea e, in Sicilia, trovò una seconda
patria nel momento che popolarono vuoti casali causa guerre, terremoti e
pestilenze.
La fondazione di Biancavilla risale al 1488 mentre quella di Bronte può
essere di poco successiva o dello stesso periodo in quanto smarriti i
"Capitoli di Fondazione" non ne conosciamo l’esatta data.
In questi "Capitoli" o leggi da osservare si riscontra una
certa benevolenza, da parte dei feudatari e/o ecclesiastici.
Gli albanesi, infatti, godevano di una certa libertà: potevano
spostarsi da un sito all’altro; vendere i propri averi; avere propri
ufficiali e sacerdoti; non essere oggetto di angherie.
Degli usi e costumi o della religione albanese ben poco è rimasto nel
nostro territorio; solo qualche cognome è indicativo della provenienza albanese
(Scafiti, Schiros, Schilirò, Triscari, Zappia) e molte tipiche parole di sicura
origine albanese.
Benedetto Radice (Memorie storiche di Bronte) scrive di una chiesa (Santa Maria della
Scala, detta anche Santa Maria dell’Odigitria, che era la patrona delle
colonie albanesi).
|
Tipiche parole del parlare albanese
sono conservate a Bronte nel ristretto ambito lavorativo
agricolo-pastorale, dove la ripetitività delle fatiche quotidiane
e i pochi contatti col mondo esterno hanno contribuito a mantenere
pressoché uguali tali termini fino ai nostri giorni: |
|
conca
(braciere)
fumeri
(letame)
scumma
(schiuma)
curatru (caseificatore)
canari
(colatoio)
cuppinu
(mestolo)
etc.. |
kunk (in albanese),
fumèr,
shkum,
kuratug
kanàar,
kupin, |
|
|
Esistono a Bronte anche alcuni nomi di famiglie
di origine greche albanesi come Scafiti, Schiros, Schilirò,
Triscari, Zappia....
 |
|
|
Resti della chiesa di
Santa Maria della Scala, (era la chiesa del Casale di Santa
Maria della Scala in contrada Scalavecchia). Il Radice scrive che
era «detta anche S. Maria dell’Odigitria, patrona delle colonie
albanesi», che è «posta nei balzi vicino la Piana», e «di cui
ancora esistono le mura di una canonica e sacrestia».
In una nota scrive anche che dai «riveli 1714, vol. 1348,
fede di notai 21 agosto 1706, d. Antonio Papotto assegnava a
questa chiesa una vigna». |
 |
|
|
Lo stemma del Comune di Bronte
Lo stemma del comune di Bronte non è originariamente proprio.
Fu adottato alla fine del
secolo 18° per iniziativa dell'avv. Antonio
Cairone, ed è praticamente lo stemma di Carlo III° di Borbone ad
indicare la dipendenza demaniale di Bronte dai re spagnoli.
Esso
consiste in un'Aquila ad ali spiegate, ornata di due corone, che
mostra uno scudo in cui sono riuniti altri stemmi: due aquile, un
leone incoronato, una torre, gigli e palle, reminiscenti gli stemmi di
Leone e Castiglia e quello della Casa Borbonica francese.
Probabilmente le coccarde appese al collo dell'aquila stanno ad
indicare i casali riunitisi a Bronte tra il 1535 e il 1548. Con le
zampe l'uccello sostiene un festone con il motto: "Fidelissima
Brontis Universitas".
Uno stemma altamente blasonato che non ha nessun nesso con la
storia di Bronte che niente ha di nobiliare. «Non prosapia di
re, - ci ricorda lo storico Benedetto Radice - di
guerrieri, di nobili furono i fondatori dell'antico e nuovo
Bronte, ma pastori, zappatori, borghesi».

Stemma del Comune di Bronte (particolare tratto da un
dipinto di Giuseppe
Politi del 1832 raffigurante l'eruzione dell'Etna dello
stesso anno).
Nel secolo scorso, nel petto dell'aquila fu apposta la croce dei Savoia.
«Avvenuta la rivoluzione piemontese, - scriveva padre G. De
Luca nel 1883 - con infelice pensiero vi fu sovrapposta la
Croce Savojarda, che non concorda con l'Aquila Reale,
che non mostra alcun emblema peculiare di Bronte. E' questione
di Blanosica, ne giudichino i periti.»
Una nuova bozza di Statuto, approvata dalla Giunta Leanza il
15 Dicembre 2002, prevedeva che nel nuovo Stemma accanto
all'Aquila fosse presente anche un Ciclope. La modifica di
Statuto però non veniva ratificata dal Consiglio.
Nella nuova
versione approvata nel Gennaio 2005 dal Commissario Ernesto
Bianca si è ritornati alla tradizionale "Aquila, con due
corone una sulla testa e l’altra al collo.
Nei quarti appaiono
riuniti altri stemmi: a destra, in alto cinque palle sul fondo
giallo, due aquilotti coronati e due strisce rosse; sul fondo
nero un leoncino e un’aquila sul fondo giallo, l’intermezzo
dei due stemmi è sparso di gigli: a sinistra, in alto sette
gigli su fondo bianco, una torre e un leoncino; in basso leone
su fondo roseo, tre liste gialle trasversali su fondo bianco;
tre gigli su fondo giallo; nel mezzo a sinistra altri due
quarti; uno con gigli a destra, l’altro con palle a sinistra e
il motto “Fedelissima Brontis Universitas”.
Fino al 1866 il Comune di Bronte non ha
avuto una propria sede. Il primo progetto di "Casa comunale" fu
quello del sindaco Antonino Cimbali
(1869) che iniziò le opere di trasformazione del Convento dei p. Basiliani (adiacente alla
chiesa di San Blandano) in sede del Comune. |
|