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[prima parte] [seconda parte] terza parte
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La Cappella di S. Maria delle Grazie “La chiesa della Madonna delle Grazie esiste sin dal secolo XVI, come appare dalla visita di Monsignor Torres del 1574. E’ lungi un 300 metri dalla città, nello stradale che conduce ad Adernò (ora Adrano). Fu sotto il patronato di D. Giuseppe Luca, cognato del filosofo Nicola Spedalieri e poi della famiglia Lombardo, erede del Luca. “Ha tre altari, uno dei quali è quello della Madonna delle Grazie. Nel giorno della festa titolare il clero fa echeggiare di canti e di preci la solitaria chiesetta.” S. Maria della Venia (o) della Vina “E’ un piccolo santuario, al quale popolarmente ogni anno, nella seconda domenica di settembre, accorrono i fedeli. E’ posto un po’ più su del cimitero, sconquassato da tutte le parti, da quando il Comune lo convertì in deposito provvisorio di cadaveri. S’ignora il tempo della sua fondazione. Nei registri dei defunti della chiesa madre appare nel 1629, dove è cenno di un mansionario ivi sepolto, fra Giuseppe De Balsamo, terziario Riformato di S. Francesco; dal che si presume che la chiesetta fosse governata dai padri Riformati. Lì presso si vedono ruderi di vecchie case. La chiesetta ha un battistero, ove sono dipinti a fresco testoline d’angeli, la qualcosa conferma la tradizione che ivi fosse una frazione del vecchio Bronte, che rimonterebbe al secolo XII. […] Al santuario di circa 16 mq. compreso l’arco, s’aggiunge a ponente un’altra cappella di circa 32 mq., alta m. 3,50. In questa cappella vi era l’altare di S. Pietro e di S. Apollonia. Mirabile è l’affresco della B. V. della Venia o del Perdono, che si conserva ancora in buono stato […] Giudico l’affresco del secolo XVII o XVIII. Il Comune ha il dovere di conservare questo bel lavoro d’arte. E’ tanto povero Bronte di cose belle!” La Madonna del Riparo “La romita chiesuola della Madonna del Riparo si troverà, fra non molto, dentro l’abitato per via delle nuove case che si costruiscono negli orti vicini. E’ posta sotto lo stradale provinciale che porta a Maletto, vicino la Croce Salici, dirimpetto all’Etna. Non è dato affermare in modo alcuno il tempo della sua fondazione, ma credo che sia sorta dopo l’eruzione del 1651. La data del 1784, che si legge in alto, nell’abside, indica il suo rifacimento. […] Adornano la chiesetta tre altari e quello maggiore è dedicato alla Madonna del Riparo. La chiesetta nella sua semplicità è graziosa; stucchi e fregi dorati l’abbelliscono. […] L’abside è ben decorata” La chiesa di S. Michele di Placa Baiana o Placa Torre “La chiesuola sorge accanto a un turrito castello feudale,
un tempo, in territorio di Troina […] Guarda in giù la Ricchigia, ove
erano altre chiesette e ode lo scroscio del Simeto, quando scende
ingrossato per il dimojare(28) delle nevi.La facciata col frontone piramidale nella sua rusticana e simmetrica semplicità, lavorata a mosaico con pezzetti di mattoni e di tegole dal colore rossastro, sembra il viso pudibondo di una modesta villanella; è certo più poetica che non una chiesa dai ricchi marmi e dall’architettura fastosa. Credo che rimonti al secolo XIII. Sull’architrave della porta si legge scolpito in un quadrello di pietra bianca: Non si gode l’immunità ecclesiastica, cioè il diritto d’asilo per i delinquenti. […] La chiesa ha dinanzi un piazzale di circa 747 mq. E ha un solo altare di marmo bardiglio dedicato all’Annunziazione: Il quadro sembra opera del secolo XVI. […] Accanto alla chiesa è un piccolo cimitero […] che fino al 1720 accoglieva ancor dei morti nel suo seno, il che fa supporre che anche dopo l’unione molti coloni vi rimasero. Nella campana della chiesa […] vi si legge la data del 1631 e il nome di D. Ferdinando Toledo, marchese della Floresta, barone della Placa. La chiesa serve ora da magazzino.” La chiesa della Placa Serravalle “E’ una chiesina solitaria, al cui piè rumoreggia il Simeto. Ci si va dal vecchio ponte normanno, la Cantera. […] Ha forma ottagonale, con archi a sesto acuto nel muro. Quattro colonne di pietra di lava […] sostengono i quattro archi principali. La chiesetta è moderna; fu fabbricata […] verso il 1850, dal barone Francesco Serravalle. Preziosissimo è il […] quadro […] La Maddalena del Velo; è una copia di quella di Carlo Dolce. […] S’ignora l’autore della copia.” La chiesa di S. Leonardo e il Convento dei Frati Minori Riformati Conventuali “Di questa chiesa e del convento attiguo è fatta menzione da Monsignor Ludovico Torres I, nella sua prima visita pastorale in Bronte nel 1574. Già fin da quel tempo, chiesa e convento minacciavano rovina. L’arcivescovo ordinò che fosse restaurato, e con senso di praticità che non ebbero i presenti reggitori delle opere pie, d’accordo con i giurati ordinò che ivi fosse eretto l’ospedale. […] Più salubre, bella e pittoresca località certo non poteva scegliersi. Dalla vetustà delle fabbriche stimo che la sua fondazione rimonti al secolo XIII. Dalla visita già detta si deduce che il convento non fosse abitato, e che a quel tempo era abbandonato. Secondo la tradizione esso appartenne ai frati di S. Domenico, i quali, minacciando il convento rovina, scesero giù ad abitare in paese e forse vicino la chiesa del Rosario; […] Il convento intanto fu restaurato e i nostri giurati, invece di destinarlo ad ospedale, dopo il 1605, vi chiamarono i frati Minori Riformati Conventuali, il cui ordine era stato approvato dal Papa Sisto V. […] il vecchio convento di S. Domenico fu detto di S. Leonardo, dalla chiesa annessavi. “Nata discordia i frati Minori abbandonarono il convento […] e vi furono mandati ad abitarlo i PP. Cappuccini, i quali vi rimasero circa tre anni; poscia, per via del freddo e dell’ umido, per l’ incomodo dei fedeli di salire al convento, che già cominciava a sgretolarsi da tutte le parti, essendo […] posto in terreno argilloso, fu abbandonato. Dell’ antico convento non rimane che il sito detto Conventazzo.[…] La chiesa di S. Vito e il convento dei Minori Osservanti “Sorgono la chiesa e il convento sul poggio omonimo nella
parte più alta e salubre del paese. La chiesetta ebbe povero e debole
nascimento, cementata di argilla, come usava allora fabbricare in
Bronte. Se ne dice fondatore D. Rocco Papotto. Nessun cenno ne fa
Monsignor Torres nella visita del 1574. […] Nei registri matrimoniali
è ricordata il 1 giugno 1600. Fu ceduta ai frati Minori Osservanti per
fabbricarvi accanto il convento. Ignorasi l’anno preciso, ma è certo
dopo il 1574.“Da un documento del 21 agosto 1592, datato da Messina, si vede che già a quel tempo il convento era finito. […] La chiesa fu fatta a nuovo nel 1643, dai maestri Matteo e Michele da Palermo, essendo guardiano P.F. Antonio da Bronte, come è cenno nell’architrave della porta maggiore: […] “Il corpo della chiesa fu restaurato e decorato per cura di Nunzio Capizzi Monachello nel 1873; e l’abside venne rifatta a nuovo con ricche dorature e fregi verso il 1880 dall’arciprete Giuseppe Ardizzone […] La chiesa ha sette altari […] l’altare maggiore è consacrato alla Vergine Immacolata, di cui si conserva una graziosa statua in legno. Nulla di notevole e d’artistico hanno le altre statue e i quadri. “Possiede il convento una spaziosa selva e un camposanto per i poveri, ora ridotto a vigna. Sul piazzale di S. Vito, nel 10 agosto 1860, vicino al portone della selva, furono fatti fucilare da Nino Bixio cinque colpevoli principali che funestarono il paese con stragi e incendi: […] Monito ed esempio memorando!” Poi il Radice ricorda che nel 1903 il Comune cedette “in enfiteusi a quattro frati il convento, di cui per la legge di soppressione era divenuto proprietario,” anzicchè costruire una strada di circonvallazione che, passando da S. Vito e dalla stazione, si raccordasse alla provinciale per Maletto. “Una via larga avrebbe abbellito il paese, in verità molto inestetico; e rese praticabili le sue viuzze sassose, fangose, tortuose; ma gli interessi di parte sono prevalsi a quelli del popolo: come sempre!” Adesso il progetto del Radice è stato realizzato da tempo, assieme ad un’altra circonvallazione a valle, riservando a zona pedonale il Corso Umberto I. La chiesa di S. Silvestro e il monastero di S. Scolastica “La chiesa di
S. Silvestro, che sorge in fondo alla piazza
Spedalieri, è menzionata nella visita pastorale del 1574 […] è quasi
coeva delle altre, che la fede innalzava per comodo dei popoli
sopraggiunti.Il tetto a travatura, come in tutte le altre chiese, fu fatto a volta posteriormente. La chiesa fino al 1828 era ornata da grandiosi festoni ad oro zecchino; annerito questo dal tempo, fu ristaurata nella forma presente dall’abadessa Marianna Caruso Nascarussa. Fu consacrata dal Cardinale De Luca, allora vescovo di Aversa; ed in ricordo fu murata una epigrafe nella parete a destra, dirimpetto all’altare maggiore, che, tradotta in italiano, dice: “Questo tempio è stato solennemente consacrato e dedicato a Dio Ottimo Massimo sotto l’invocazione del Ss. Silvestro dal Rev.mo Don Antonino Saverio De Luca, brontese, vescovo di Aversa, il giorno 21 ottobre 1851.” “La chiesa è ornata da sei altari […] l’altare maggiore è dedicato allo Spirito Santo. Sono notevoli i quadri della “Comunione di S. Maria Egiziaca”, copia di quella del Novelli, il cui originale ammirasi al museo nazionale di Palermo, che il P. De Luca ha preso per S. Zita o S. Maddalena. […] è il più bel quadro artistico che possiede la chiesa. […] La discesa dello Spirito Santo è opera del pittore Giuseppe Matricolo nel 1830. […] In una stanzetta accanto alla chiesa è la Cena di Gesù, di buona scuola. “Crescendo la terra di popolo, a decoro della città e delle famiglie, si pensò di fondare accanto alla chiesa un monastero di donne, dedicato a S. Scolastica, che sorse verso il 1610. […] Il secondo (piano), scrive il De Luca, fu fatto a spese dell’arcivescovo di Monreale. Il monastero fu finito nel 1616, come leggesi sullo sporto o mensola dell’architrave della porta […]. Avvenuta la soppressione, è desiderio di moltissimi che, a decoro della città, ivi sorga il palazzo del Comune; essendo lì il centro del paese e la più bella e spaziosa piazza.”(29) Il convento e la chiesa dei PP. Cappuccini “Questo dei padri cappuccini di Bronte fu il 34.mo convento
dell’Ordine.Da prima i cappuccini abitarono il convento dei PP. Riformati Conventuali di S. Francesco, come abbiamo visto a pag. 66. […] Il 22 novembre del 1629, un pubblico consiglio radunato a suon di campane deliberò di fabbricarsi un altro convento nel quartiere di S. Silvestro, sotto la chiesuola di S. Antonino da Padova, presso la via che conduce a Maletto e fu scritto al viceré […]. “Col consenso della S. Sede del 30 marzo 1640 fu venduto il vecchio convento a vantaggio del nuovo. Quanta fede e quanto slancio in quel piccolo popolo di Ciclopi, che nel breve intervallo di pochi anni innalzò dieci chiese e tre conventi; e il Comune non possedeva di suo un palmo di terreno avendogli l’Ospedale Grande e Nuovo di Palermo piamente usurpato ogni cosa […] Per decoro del paese, il convento era già popolato: nel 1714 accoglieva 16 frati, nel 1748 ne aveva 26, dei quali 15 brontesi. “Il convento possiede una piccola biblioteca, ove ammiransi quattro antiche pitture di santi padri, che non mancano di valore artistico […] (30) “La chiesa ha sette altari: […] L’altare maggiore è dedicato alla Madonna degli Angeli. Sono degni di nota: il quadro della Deposizione […], il quadro della Vergine […] Nel quadro dell’altare maggiore è un gruppo di Santi: […] Sono graziosi gl’intarsi dell’altare maggiore, opera di un frate cappuccino. La campana della chiesa viene dal soppresso Conventazzo. Affreschi un po’ grossolani di santi cappuccini vedonsi nel corridoio laterale alla chiesa […] Vi è pure affrescata l’eruzione dell’Etna del 17 novembre 1843 […] Nella chiesa ha sede la confraternita del III Ordine di S. Francesco istituita nel 1863[…] Grottesca era la sepoltura, come nelle altre chiese; non spaziosa, come ai Cappuccini in Palermo, ma oscura. […] “Questioni bizantine accesero il cuore dei PP. Cappuccini contro i Minori Osservanti […] il pettegolezzo che cominciava a puzzare di scandalo, finì per l’intervento del Cardinale Nava.” (31) La chiesa e il monastero di S. Blandano “Cacciati via dalla malaria, e più dal terremoto del 1693, in cui rovinò parte della bella chiesa normanna e dell’abazia di Maniace, i Basiliani cercarono rifugio in Bronte al fondaco Stancanelli. L’arciprete D. Giuseppe Papotto e la comunìa dei preti […] donava loro la cappella di S. Blandano, che già esisteva nel 1574, con la facoltà di fabbricarvi attorno un ospizio […] “L’arcivescovo di Monreale intanto, […] aveva dato il permesso di trasferire in Bronte il monastero […] e non mancò il compiacimento dei Brontesi […] Procurato il denaro per la compra di alcune case, attigue alla chiesa di S. Blandano, […] l’abate chiedeva al Governo che il monastero sorgesse […] nella parte superiore del paese, vicino S. Blandano, sito più salubre.[…] Il monastero sorse presto, comodo ed ampio a spese dell’abate Guglielmo Stancanelli. Esso è ora sede del municipio, ma è stretta ed incomoda; invece potrebbe adattarsi come istituto scolastico.(32) ![]() “Nel 1824 la chiesa fu quasi rifatta dalle fondamenta per opera dell’abate D. Giuseppe Auriti, come leggesi nell’architrave della porta […]. Con decreto capitolare del 2 luglio 1751, fu aggregata alla Basilica di S. Maria Maggiore, per partecipare ai suoi privilegi spirituali e alle sue indulgenze;” nel 1749 era stata data facoltà di erigere canonicamente, con tutti i privilegi, la confraternita dello Scapolare della B. V. Addolorata. “La chiesa è adorna di cinque altari […] ed è la più ricca di reliquie. L’altare maggiore è consacrato a S. Maria di Maniace. Il quadro è imitazione bizantina e rimonta al secolo XIV […]. I PP. Basiliani, nel loro esodo dal monastero di Maniace, nel 1693, lo portarono seco e lo collocarono nella novella chiesa a loro donata. […] “Ma di S. Brandano o Brentano, benedettino irlandese, vissuto in Iscozia circa l’anno 570 […] di cui la leggenda medievale narra che col suo corpo mortale visitò l’inferno, e per sette anni navigò l’Oceano alla ricerca del paradiso terrestre, non esiste nella sua chiesa né effigie, né altare. […] Morì il 16 maggio 578, nel suo 94° anno di età. […] “Dirimpetto alla chiesa di S. Blandano sorgeva un ospizio dei padri gesuiti, come si vedeva dalla sigla I.H.S nella centinatura dell’architrave del portone; vi abitarono gesuiti.” |
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