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Bronte abbiamo avuto un poeta futurista che era Stefano Curcuruto (Bronte
1914 - Roma 2009) che fu
Segretario al Comune negli anni trenta e pubblicò un libretto di poesie
intitolato “Strassi gioielli e affini” che dovrei avere, ma non so
come trovare, ma che poi ho avuto da mia cognata Ninetta.
L’autore che abitava in Via Cavour nella casa dove sono nato io e che era
stata, dopo, di Gennarino Maruzzella, sposato con Nina Caponnetto, era il
primo di tre figli con Ninetta che poi è diventata mia cognata sposando
mio fratello Ugo, e Pippo che sposò Maria Longhitano (bizzuni).
Il
padre Saro era di Piedimonte Etneo e la madre Sara era di Giarre e si
erano trasferiti a Bronte dopo un periodo trascorso da don Saro in
America, dove non aveva portato la moglie perché, diceva, “i cosi ‘i
rùmpiri non si pòttanu in giru”, e qui divenne “fattore” di un
grande feudo di un Barone della Placa.
Stefano studiò presso i Salesiani di Randazzo e conseguì il diploma di
Ragioniere che gli permise prima di fare il segretario comunale a Bronte e
dopo di entrare nell’Amministrazione dello Stato raggiungendo i più alti
vertici della Ragioneria Generale a Roma; fu ufficiale di Fanteria in
Albania; è morto a Roma nel dicembre del 2009.
Egli non fu solo un burocrate tecnico, ma un intellettuale autodidatta sia
come poeta che come appassionato di problemi filosofici. E a questo
proposito devo riferire un episodio alquanto increscioso ma, tutto
sommato, ridicolo: molto tempo fa avevo instaurato un rapporto epistolare
con lui il quale era persona seria che aveva dimostrato fin da giovane una
certa propensione per la letteratura e la poesia; un giorno mi scrisse una
lunga lettera in cui mi parlava di filosofia con ragionamento serrato e
con terminologia appropriata; non ricordo l’argomento, ma vidi subito che
non avrei potuto rispondergli adeguatamente e, quindi, data la
familiarità, senza pudore, gli risposi che non ero all’altezza di seguirlo
in quel suo discorso.
Apriti cielo! Stefano, permaloso, diede alla mia lettera
una interpretazione tutta sua e mi scrisse una letteraccia dicendo che io,
laureato in lettere, non volevo abbassarmi a discutere con lui, semplice
diplomato. Io cercai di ribadire la mia scarsa competenza in filosofia
che, invece, riconoscevo a lui, ma fu tutto inutile e, quindi, visto che
non sembrava convinto della mia buona fede, interruppi quella consuetudine
che si ridusse a qualche formale telefonata alle feste comandate.
A proposito di Futurismo e Futuristi devo dire che io non ho mai
apprezzato e quindi seguito detto movimento né prima con il famoso
proclama di Filippo Tommaso Marinetti (1876 – 1944) del 1909, né ora che
ne è stata rivalutata l’importanza a cura dei partiti di destra ora al
governo. Infatti nel 1940 (io frequentavo il secondo anno di Lettere a
Catania) non andai a Acitrezza (luogo in cui è ambientato il romanzo dei
Malavoglia ) dove proprio Marinetti tenne il discorso per ricordare
Giovanni Verga nel centenario della nascita, perché ero un fan del nostro
romanziere verista e non sopportavo che a commemorarlo fosse il fondatore
del Futurismo.
Questo movimento si è affermato di più nell’arte pittorica con Giacomo
Balla, Umberto Boccioni, Carlo Carrà, Rosai ed altri. Degli scrittori
futuristi io ho letto in quell’anno, quelli che hanno scritto sulla guerra
1915/18 come Luciano Folgore, Corrado Govoni, Ardengo Soffici, Carlo e
Giani Stuparich e tanti altri. E, a questo proposito, devo ricordare un
episodio increscioso: dovevo preparare una relazione sull’argomento, ma,
poiché soffrivo di una fastidiosa foruncolosi, dovevo stare in piedi sia
alle lezioni che in biblioteca e la sera tornavo a casa sfinito.
Ho ottenuto da mia cognata e dal figlio Claudio il libretto che ricordavo
e cerco di descriverlo con la speranza di poterlo pubblicare per intero:
esso consta di 100 pagine contenenti 22 liriche più o meno lunghe.
La
copertina originariamente celeste è ormai sbiadita dal tempo e dai
numerosi trasferimenti di mio fratello Ugo, prima finanziere, congedatosi
da maresciallo maggiore e col grado di sottotenente da pensionato, e poi
collaboratore di mio fratello Nino nella sua ditta di rappresentanze prima
a Reggio Calabria e poi a Cosenza.
Detta copertina si presenta squadrata con il nome dell’autore in alto e il
titolo a forma di Z al contrario “Strassi giojelli e affini”
Liriche (Catania – 1934 XIII - Tip. Sorace & Siracusa – pagg. 99 - £. 7).
All’interno la firma a stampiglia dell’autore per legittimare la copia. A
pag. 3 dedica: “Alla vitalità dinamitarda di F.T. Martinetti”.
A
pag. 5 la breve lettera di ringraziamento del fondatore del Futurismo
all’autore. A pag. 99 l’Indice in ordine decrescente cioè dal 98 al 7. Due
liriche inneggianti al Fascismo e al Duce: “Vita Italiana” e
“Idea” e in quest’ultima si nota la parola Gioja (pag. 65) con
la “j” come in giojelli di copertina e in nojosa pag.
50; noja pag 67; sdrajata pag. 77 e bujo pag. 85: ho
cercato di capirne il perché ed ho trovato solo un provenzale nojoso,
per tutti gli altri devo concludere che sia una delle tante “trovate”
futuriste.
Ho saputo che copia di “Strassi gioielli e affini” trovasi alla
Biblioteca Nazionale di Firenze insieme a: Col sole e con la pioggia
– liriche – (pagg. 31 £. 200 - Ed. Alfa e Omega – Catania 1950) e
Desunzioni
(1) filosofiche (pagg. 63 - La Nuovagrafica –
Catania – 1976).
Ma perché a Firenze? Perché, mi ha spiegato mio nipote Giulio, la
Biblioteca Nazionale raccoglie tutte le opere che si pubblicano in Italia,
come facevano prima anche quelle di Roma e Venezia.
Ma le copie di queste due ultime opere mi sono state fornite, tramite
sempre mio nipote Giulio (vedi in Google Giulio Lupo architetto), dalla Biblioteca Universitaria di Catania e,
quindi, posso passare a una sommaria loro descrizione:
“Col sole e con la pioggia” contiene 31 liriche che mi sembrano
molto diverse da quelle del 1934, che rappresenterebbero per l’autore, il
periodo eroico del suo Futurismo. Notevole a pag. 15 “Ritrovi d’ amore in
un bosco di pini” che vuole essere una sua imitazione de “La pioggia
nel pineto” di Gabriele D’ Annunzio. |
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“Desunzioni filosofiche” del ’76, definita “Edizione
culturale”, senza prezzo, contiene la seguente “Nota introduttiva”:
“Presento questa breve raccolta di desunzioni tratte da un
manoscritto personale inedito per fissare e mettere in rilievo i
punti più salienti di un’ impostazione filosofica nuova invitando
a tener conto del fatto che i termini lessicali qui in uso hanno
un significato proprio che va compreso in modo esatto per cogliere
attraverso di esso le linee di una tematica filosofica che vuole
essere di apertura alle esigenze del pensiero di oggi e di uscita
dal chiuso di una cultura ristretta. L’Autore, Catania 1976”.
Queste “desunzioni” (1) sono 393, ma io mi chiedo perché non
ha pubblicato il suo manoscritto che sarà stato più esplicativo e
meno riassuntivo?
Ad ogni modo dalla nota riportata sopra
apprendiamo che il Curcuruto aveva dato una nuova impostazione
filosofica e ciò era in linea con gli orientamenti filosofici
innovativi del Futurismo; quindi possiamo dire che egli era non
solo poeta ma anche filosofo futurista.
Ho cercato di rintracciare l’unico suo figlio Rino, impiegato
all’INPS di Roma, ora già in pensione, per avere notizie di questo
manoscritto, ma non sono riuscito a trovarlo.
Le “Desunzioni” non sono altro che un ossessivo parlare di
“problematico” e “aproblematico” con tutti i loro derivati e i 393
paragrafi numerati sono costituiti da una o più proposizioni:
1) “E’ aproblematico ciò che per la sua evidenza non
ha bisogno di prove e non è problematizzabile. E’ il carattere di
ciò che è chiaro e libero da stati problematici insoluti.
Incontrovertibile, in questionabile, incontestabile, di ciò che è
universalmente valido, indubbio, vero, certo, assiomatico e
apodittico.”
Si parla prevalentemente di “logica “ (91 - 206), e sono
citate l’etica (211), la “verità” (314), l’“arte” (344) il
“linguaggio” (345) e “l’esperienza” (368 ); c’è anche (al
paragrafo 138) questa definizione di Filosofia: “La filosofia è
la ricerca di un fondamento aproblematico delle cose e della
conoscenza.”; e non si citano filosofi tranne (paragrafo 227)
- “Tutti i filosofi, esclusi gli scettici, ricercano ciò che è
aproblematico: per i presocratici è aproblematico l’arché, per
Platone le Idee, per Loche le idee empiriche, per Cartesio il
“cogito”, per gli idealisti l’io trascendentale, per i
neopositivisti ciò che è verificabile, per Wittgenstein i fatti
atomici. (Vedi 136)”.
-
Heisenberg – Karl 1901-1976 - Premio Nobel per la micro fisica
(paragrafo 204);
-
Cartesio (325) e Husserl Edmund 1859-1938 – Fenomenologia - (332). | |
Nota (1) - Desunzioni: questo sostantivo non esiste nel Palazzi
Folena, quindi penso che sia un termine futurista derivato dal verbo
desumere che vuol dire ricavare, arguire, congetturare o intuire.
Pertanto credo che sia stato coniato con il significato originale di
ricavati; in altri termini riassunti, ma in periodi numerati. | |
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